Pensiero
Incongruenze nel decreto di scomunica della FSSPX
Dopo le consacrazioni episcopali di Ecȏne del 1° luglio scorso, la Santa Sede, tramite il Dicastero per la Dottrina della Fede, ha emesso un decreto di scomunica, a firma del Prefetto Fernandez, che dichiara la scomunica latae sententiae per consacratore e consacrati e dà altri elementi circa lo «scisma» che sarebbe in corso. Il decreto è seguito da un’apposita Nota esplicativa del Dicastero medesimo che ne individua la portata e i termini.
Rimandiamo qui all’infinità di studi prodotti non solo (e non tanto) sull’assoluta nullità di tali provvedimenti, ma soprattutto sulla situazione dottrinale all’interno della gerarchia ecclesiastica, che almeno dal 1965 apertamente e globalmente professa e accetta errori contro le dottrine definite, rendendo comprensibile e necessaria la consacrazione di vescovi senza mandato. Non sarà questo l’oggetto del presente articolo. Ci limiteremo ad alcune annotazioni sul documento stesso, che presenta diverse problematiche intrinseche e merita precise osservazioni.
Il testo ripresenta fedelmente il quadro del 1988. Ci sono due livelli di pene canoniche chiaramente esposte: la scomunica per consacrazione episcopale senza mandato pontificio, e quella per scisma. Correttamente sono individuate due diverse fattispecie di delitto, con pene analoghe ma distinte, ed eventualmente cumulabili.
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Il primo delitto canonico, la consacrazione senza mandato, contravviene all’attuale canone 1387 (tra il 1988 ed oggi la parte penale del codice è stata ampiamente rivista da papa Bergoglio, per cui non tutti i canoni corrispondono a quelli citati all’epoca). Vengono citati come colpiti dalla sanzione il vescovo consacrante principale, monsignor De Galarreta, e i quattro consacrati.
Curiosamente, non viene citato il co-consacratore, monsignor Fellay, che verrà nominato esplicitamente per il secondo capo di accusa, come una specie di «primo aderente» allo scisma (e don Pagliarani?). I canonisti ritengono in genere che il co-consacratore non sia un semplice complice non necessario, ma un vero co-autore del delitto, e quindi incorra nella scomunica prevista dal can. 1387.
Tuttavia anche nel 1988, il decreto di scomunica Dominus Marcellus Lefebvre il co-consacratore monsignor Antonio de Castro Mayer (non menzionato nel motu proprio Ecclesia Dei adflicta) veniva scomunicato per scisma e non per consacrazione senza mandato. La fedeltà al quadro del 1988 si palesa anche nelle questioni canonicamente discutibili. Da notare anche che nel 1988 il decreto di scomunica fu emesso dalla Congregazione per i Vescovi, essendo monsignor Lefebvre (benché sospeso) ancora considerato membro della gerarchia. Oggi se ne occupa l’ex Sant’Uffizio (molto ex, e poco santo).
Il secondo delitto è lo scisma, concetto molto più vasto. Si dà per buona l’idea proveniente dal motu proprio Ecclesia Dei del 1988 (mille volte confutata), per cui il movimento di Mons. Lefebvre si formalizza come scisma vero e proprio almeno a partire dalle consacrazioni episcopali di quell’anno. Anzi nella nota esplicativa si fa riferimento a un’altra nota esplicativa, emessa dal Pontificio Consiglio per i testi legislativi il 24 agosto 1996, definita «ancora vigente» ed esplicitamente fatta propria dal Dicastero. Si spiega che i chierici della FSSPX sono certamente scomunicati come aderenti allo scisma (anche se il documento del 1996 era più cauto: «sembra indubbio», il che permetteva la prova del contrario).
Sui fedeli ovviamente la casuistica è più vasta, non bastando certo la frequenza occasionale ai sacramenti degli scismatici per costituire adesione formale allo scisma e quindi essere scomunicati. Ci vogliono elementi più profondi, che il documento delinea, pur facendo appello a chiarimenti dottrinali a riguardo, che nel 1996 si attendevano dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (e mai furono prodotti).
Il quadro quindi è esattamente quello del 1988 (Ratzinger o Tucho, stessa battaglia: lo schema interpretativo dello «scisma Lefebvre» per la Congregazione lo ha inventato il mitico pastore tedesco, lo ricordino i fans del bavaro, non il Fernandez). Chi ha vissuto nella FSSPX gli anni Novanta ricorda certamente di essere stato «uno scismatico» per tutti, a partire dal proprio parroco. In questo senso l’unica cosa stupefacente è il far mostra di scandalo e stupore da parte di molti, come se si fosse prodotta una situazione inaudita, quando Roma ci sta dicendo che per loro non è MAI cambiato niente, data la vigenza del motu proprio del 1988 e della sua interpretazione ufficiale del 1996.
Ci si chiederà allora cosa sia avvenuto nel 2009, con la «remissione delle scomuniche» di ratzingeriana memoria. L’atto riguardava la scomunica numero 1, cioè quella per i vescovi consacrati (i consacranti erano morti ormai da anni), ma evidentemente quella per «scisma» era sempre «vigente» agli occhi di Roma. In effetti, a parte belle parole di cardinali e prelati o concessioni benevole di papa Bergoglio, quegli atti non furono mai ritirati. Quanto al modo di trattare canonicamente preti e fedeli, quello ha risentito di incertezze nella giurisprudenza e nella prassi a livello locale o occasionale, e non può far testo più di quel tanto.
Curiosamente Fernandez ricorda che i sacramenti della confessione e del matrimonio sarebbero invalidi. Sorvoliamo sulla confessione, ma se c’è un vero scisma, va ricordato che gli scismatici non sono soggetti alla forma canonica del matrimonio cattolico, e contraggono valide nozze secondo i loro riti. Quindi, quantomeno per il caso di due fedeli battezzati nella FSSPX dopo il 1988 che si sposano tra loro, la Santa Sede deve necessariamente ammettere la validità, pena una dimostrazione di plateale ignoranza della propria legislazione.
Andiamo alla conclusione. Dal 2000 in poi, con accelerazioni e decelerazioni, i vertici della FSSPX si sono impegnati in un dialogo a vari livelli con le autorità romane. Ci sono stati (molti lo dimenticano) vasti colloqui dottrinali, che hanno concluso all’incompatibilità del Vaticano II con le dottrine tradizionali (sostanzialmente ammessa da Roma stessa, si legga il libro Vaticano II: un dibattito aperto che ne è il resoconto ad opera dell’abbé Gleize, uno dei protagonisti). Ci sono state diverse concessioni pratiche e un periodo di relazioni meno tese e a un certo cambiamento di toni, pur nella fedeltà di fondo e nel rifiuto di compromessi dottrinali nei momenti decisivi. C’è stato anche molto malcontento e profonde crisi interne a causa di questo, la più nota avendo avuto come protagonista nientemeno che uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988.
Ora, tutto questo ventennio abbondante non solo non ha generato (e grazie a Dio!) alcun accordo, ma ha portato nel momento decisivo (le improrogabili consacrazioni) ad una reazione romana uguale a quella del 1988, se non peggiore.
Se un monsignor Williamson avesse diretto la FSSPX in questi medesimi decenni, non avrebbe potuto ottenere da Roma in questo frangente reazione più grave di quella effettivamente esplosa, nonostante questi anni di trattative e ammorbidimento del linguaggio (non dei concetti, grazie a Dio – bis). L’auspicio quindi è che il linguaggio che monsignor Lefebvre usava nel 1988 riprenda tutto il suo vigore.
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La nullità e inanità di tutti questi provvedimenti non si dimostrano infatti con disquisizioni giornalistiche o para-canonistiche, ma con la netta e inequivocabile denuncia della «Roma anticristica, modernista e liberale, che procede nella distruzione del regno di Nostro Signore».
Non serve che siano le autorità moderniste o i vescovi amici a spiegare e accettare che la FSSPX è cattolica, tali patenti sarebbero controprove.
La cattolicità della FSSPX è dimostrata senza equivoco dai documenti immortali del Magistero ecclesiastico tradizionale, Mirari vos, Quanta cura, Mortalium animos, Quas primas, Mystici corporis, e i tanti altri che monsignor Lefebvre costantemente citava. Essi fanno il discrimine tra chi ne accetta la dottrina come rivelata e immutabile, e chi la nega quotidianamente ed esplicitamente da sei decenni.
Essi dimostrano la vera radice dell’opera di monsignor Lefebvre: è la gerarchia ad avere un enorme problema e a causarlo nella Chiesa, la reazione legittima del «mondo tradizionale» ne è solo lo specchio. Non c’è in effetti comunione tra la dottrina cattolica e la sua negazione.
O si torna a questo, o si blatera di obbedienza e decreti.
Don Anonymus
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Immigrazione
Catastrofe immigrata a Vicenza. L’anarco-tirannia maranza espugna un’altra città
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🚨 Vicenza, circa mille giovanissimi, quasi tutti di origine straniera, richiamati su TikTok dall’influencer “Ilvucumpra” per una “Aura Battle”. Il raduno finisce nel caos, con danni a Campo Marzo.
Chi sbaglia deve rispondere. Anche le famiglie vanno responsabilizzate. pic.twitter.com/0d8UwRpqpV — Lara Magoni (@LaraMagoni) October 4, 2026
Balordi, sono solo dei balordi! A Vicenza caos, danneggiamenti, violenze e molestie.
Oltre alle leggi anti-maranza già in funzione, che hanno già portato ad arresti ed espulsioni, farò personalmente tutte le denunce necessarie perché i responsabili dei disordini di ieri vengano… pic.twitter.com/wKwOTdDtmB — Matteo Salvini (@matteosalvinimi) October 4, 2026
Balordi, sono solo dei balordi! A Vicenza caos, danneggiamenti, violenze e molestie.
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Peschiera del Garda de los pueblos más bonitos del Lago de Garda, uno de los más fáciles de visitar porque está muy bien comunicado con Milán y Verona. #italia #inseguridadciudadana Igual se han dado cuenta que no todas las culturas son respetables?. Y que pasan de integrarse ? pic.twitter.com/MqEwiHlMQe
— Politeia (@Politeia_ESP) June 9, 2022
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Nel 2005, nell’articolo Synthesizing Tyranny, Francis ribadiva: «Ciò che abbiamo oggi in questo paese, dunque, è sia anarchia (l’incapacità dello Stato di far rispettare le leggi) sia, allo stesso tempo, tirannia: l’applicazione delle leggi da parte dello Stato a fini oppressivi; la criminalizzazione dei cittadini onesti e innocenti attraverso una tassazione esorbitante, una regolamentazione burocratica, l’invasione della privacy e la manipolazione delle istituzioni sociali, come la famiglia e le scuole locali; l’imposizione del controllo del pensiero attraverso “corsi di sensibilizzazione” e programmi di studio multiculturali, leggi sui “crimini d’odio”, leggi sul controllo delle armi che puniscono o disarmano cittadini altrimenti rispettosi della legge, ma non hanno alcun impatto sui criminali violenti che si procurano armi illegalmente, e un vasto labirinto di altre misure. In una parola, anarchia-tirannia».
La questione è, come sempre, che se il sistema produce l’anarco-tirannia, allora significa che quello è lo scopo: secondo la celebre definizione, il punto di ogni sistema è ciò che fa. Secondo Francis, «lo Stato non “omette” di far rispettare le altre leggi; non ha alcuna intenzione di farle rispettare né alcun desiderio di farlo. L’anarchia-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello Stato, da uno Stato impegnato a proteggere i cittadini rispettosi della legge a uno Stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nella migliore delle ipotesi, una patologia sociale e, nella peggiore, un nemico».Sostieni Renovatio 21
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Pensiero
I punti chiave del discorso di Putin a Valdai
Giovedì, al forum internazionale del Valdai Discussion Club alle porte di Mosca, il presidente russo Vladimir Putin ha tenuto il discorso annuale e ha risposto alle domande del pubblico. Nella sessione, durata oltre tre ore, ha toccato le tensioni con l’Occidente, il conflitto in Ucraina e l’Intelligenza Artificiale.
Renovatio 21 ha pubblicato ieri il discorso integrale. Qui riporteremo la sintesi che ne ha dato la stampa russa.
Il mondo, ha detto Putin, è a un passaggio decisivo, segnato da trasformazioni profonde nella politica globale, nell’economia e nella demografia, e dallo sviluppo rapido della tecnologia, compresa l’intelligenza artificiale. «Siamo fiduciosi che, a lungo termine, allontanandoci dall’egemonia occidentale, la situazione globale cambierà gradualmente in meglio, orientandosi verso un ordine internazionale multipolare più stabile, democratico e libero», ha affermato.
Secondo Putin, i cambiamenti tecnologici e sociali alimentano incertezza e tensioni internazionali crescenti. I governi potrebbero cercare di tenere ferma la stabilità interna «esportando l’instabilità» all’estero, mentre le nuove opportunità «alimentano le ambizioni» e spingono i Paesi a correre rischi maggiori. Di conseguenza, «la continuazione dei conflitti internazionali è, purtroppo, altamente probabile», ha detto.
La diffusione dell’Intelligenza Artificiale potrebbe portare a un «totalitarismo digitale», modellando gli individui e privandoli della propria individualità tramite algoritmi configurati da altri, ha avvertito. «Un simile totalitarismo digitale sarebbe un vicolo cieco altrettanto desolante e disumano quanto le società totalitarie del passato che conosciamo così bene», ha affermato.
Paesi e comunità, a suo dire, devono unire le forze per trovare soluzioni ampiamente accettabili alle sfide dell’Intelligenza Artificiale e di altre tecnologie capaci di influire su comportamento, identità e pensiero. Pur riconoscendone l’utilità come strumento, ha sottolineato che ogni decisione politica definitiva deve restare nelle mani dell’uomo.
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Le tensioni attuali tra Russia e Occidente risalgono, secondo Putin, alla caduta dell’Unione Sovietica, quando alcuni leader occidentali cercarono di indebolire ulteriormente la Russia anziché accoglierla nel sistema di sicurezza europeo. «Nonostante i molti anni – e voglio sottolinearlo, molti anni – di tentativi da parte della nuova Russia di entrare a far parte della cosiddetta civiltà occidentale, in pratica hanno fatto tutto il possibile per isolare e disgregare ulteriormente la Federazione Russa stessa», ha detto. «Ancora oggi, in vari eventi e incontri, ripetono: “Dobbiamo finire di smantellare l’impero'”», ha aggiunto.
Il presidente russo ha richiamato l’espansione a est della NATO, che a suo avviso violava le garanzie date a Mosca, e ha sostenuto che i politici europei usano una retorica di escalation verso Mosca per distogliere l’attenzione dai problemi politici ed economici interni.
Il presidente ha ribadito che la Russia risponderebbe a qualsiasi attacco potenziale alla regione di Kaliningrad, exclave sul Baltico tra Polonia e Lituania, membri della NATO. Ogni assalto al territorio russo verrebbe «inevitabilmente» considerato un motivo valido per usare tutto l’arsenale a disposizione di Mosca. Si riferiva a dichiarazioni recenti di funzionari occidentali, tra cui il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys e quello polacco Radoslaw Sikorski, secondo cui la NATO dovrebbe prepararsi a un possibile conflitto che coinvolga Kaliningrad.
Putin ha avvertito che una guerra convenzionale potrebbe degenerare in un conflitto nucleare. «Oggi, quando le principali potenze mondiali possiedono armi capaci di distruggere ogni forma di vita o, quantomeno, di portare la Terra a uno stato catastrofico, possiamo essere certi che queste armi non verranno mai utilizzate? Certamente no», ha affermato.
Ha paragonato il rischio della persistenza delle armi nucleari alla «pistola di Čechov», il principio drammatico attribuito ad Anton Čechov secondo cui una pistola introdotta all’inizio di una storia deve prima o poi sparare. «Tutti conosciamo il famoso detto: se all’inizio di una commedia c’è una pistola appesa al muro, prima o poi prima o poi sparerà», ha detto. «Dobbiamo tenerlo a mente e impedire che accada». «Se vogliamo vivere – e tutti vogliono vivere – allora, come ho detto una volta in un discorso pubblico, viviamo in pace. Lavoriamo insieme per trovare il modo di far sì che ciò accada», ha affermato.
Sul conflitto in Ucraina, che a febbraio entrerà nel quinto anno, Putin ha detto che riguarda la sicurezza della Russia e non ambizioni territoriali, ribadendo la richiesta di Mosca che Kiev abbandoni i piani di adesione alla NATO in favore di una neutralità permanente. La Russia è pronta a chiudere il conflitto, ha aggiunto, ma solo a condizioni accettabili per Mosca.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Pensiero
Guerra, Eurasia, fine dell’egemonia occidentale e totalitarismo dell’AI: il discorso di Putin a Valdai 2026
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