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In Palestina cambia il paradigma

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Il sanguinoso conflitto iniziato nella Palestina geografica sopravviene dopo 75 anni di ingiustizie altrettanto cruente. Dal punto di vista del Diritto internazionale i palestinesi hanno il diritto e il dovere di resistere all’occupazione israeliana, così come gli israeliani hanno di diritto e il dovere di replicare all’attacco che subiscono. È responsabilità di tutti contribuire alla risoluzione delle ingiustizie di cui entrambe le parti sono vittime; ciò non significa sostenere la crudele vendetta di alcuni di loro.

 

Il sanguinoso conflitto iniziato nella Palestina geografica sopravviene dopo 75 anni di ingiustizie altrettanto cruente. Dal punto di vista del Diritto internazionale i palestinesi hanno il diritto e il dovere di resistere all’occupazione israeliana, così come gli israeliani hanno di diritto e il dovere di replicare all’attacco che subiscono. È responsabilità di tutti contribuire alla risoluzione delle ingiustizie di cui entrambe le parti sono vittime; ciò non significa sostenere la crudele vendetta di alcuni di loro.

 

Il Medio Oriente è un universo instabile ove numerosi gruppi si scontrano per sopravvivere. L’Occidente, uso a semplificare, crede che la popolazione mediorientale sia costituita da ebrei, cristiani e mussulmani. La realtà è invece molto più complessa. Ogni religione comprende una moltitudine di confessioni. Per esempio, in Europa e nel Maghreb sappiamo che i cristiani si dividono in Chiesa cattolica, Chiesa ortodossa e Chiese protestanti; in Medio Oriente invece ci sono decine e decine di Chiese differenti. Altrettanto dicasi delle religioni ebraica e mussulmana.

 

Ogni volta che sullo scacchiere si muove una pedina, gli altri gruppi devono riposizionarsi, sicché gli alleati di oggi saranno forse i nemici di domani e i nemici di oggi, ieri erano nostri alleati. Nel corso dei secoli tutti sono stati, secondo le circostanze, vittime o carnefici. Gli stranieri che vanno in Medio Oriente si riconoscono a priori nelle persone che hanno la loro stessa cultura, che professano la loro confessione; tuttavia ne ignorano la storia e non sono preparati ad accettarla.

 

Se vogliano promuovere la pace non dobbiamo ascoltare solo chi ci è affine. Dobbiamo ammettere che la pace presuppone la risoluzione delle ingiustizie che subisce, non solo chi ci è vicino, ma anche i nostri nemici. Ma non ci viene spontaneo farlo. Infatti in Francia nei mesi scorsi abbiamo potuto ascoltare solo il punto di vista di alcuni ucraini riguardo ai russi, di alcuni armeni riguardo agli azeri, e adesso di alcuni israeliani sui palestinesi.

 

Infine, tra le molteplici fonti cui possiamo fare riferimento dobbiamo discernere quelle che difendono i propri interessi immediati da quelle che difendono la loro patria, nonché da quelle che difendono dei principi. Ma le cose sono rese ancora più complicate dalla presenza di gruppi che non sono religiosi, bensì teocratici. Ossia che non difendono principi, ma ricorrono a un linguaggio religioso per vincere.

 

Fatte queste premesse veniamo ai fatti.

 

Hamas ha attaccato Israele il 7 ottobre 2023 alle sei del mattino, proprio nel giorno del 50° anniversario della «Guerra di ottobre 1973», in Occidente nota con il nome israeliano di «Guerra del Kippur». All’epoca, l’Egitto e la Siria attaccarono a sorpresa Israele per aiutare i palestinesi. Ma Tel Aviv, informata da Amman e sostenuta da Washington, annientò le forze armate degli arabi. Anwar al-Sadat tradì i suoi e la Siria perse il Golan.

 

L’operazione in corso è una combinazione di lanci di razzi, destinati a saturare la Cupola di ferro, e di attacchi terrestri in territorio israeliano. In Palestina i lanci di razzi hanno per la prima volta colpito centri di comando israeliani per favorire le azioni di commandos, ufficialmente finalizzate a catturare ostaggi da scambiare con i 1.256 palestinesi detenuti in prigioni di alta sicurezza. Le incursioni sono avvenute via terra, via mare, nonché dal cielo con gli ULM [deltaplani].

 

La preparazione dell’operazione, la raccolta di informazioni da parte dell’Intelligence, l’addestramento di un migliaio di commandos e il trasferimento del materiale bellico hanno richiesto mesi, se non anni, di lavoro. Ma accecati dalla nostra sicumera non ce ne siamo accorti. L’operazione è stata architettata da Mohammed Deif, comandante operativo di Hamas, sparito dai radar due anni fa e riapparso a fianco del portavoce di Hamas, «Abu Obaida».

 

Israele è riuscito a intercettare i razzi ma non è stato capace di distruggerli tutti: 3.000 dei 7.000 lanciati sono andati a segno. I social network e le televisioni arabe hanno mostrato che Hamas ha preso diversi carrarmati israeliani e occupato almeno la postazione di confine a occidente della Banda di Gaza. Ha inoltre attaccato un rave party al kibbutz Re’im, violentando e massacrando almeno 280 partecipanti. Ha sequestrato ovunque moltissimi ostaggi, tra cui alcuni generali. I commandos di Hamas sono riusciti a penetrare in diverse località israeliane sparando con mitragliette agli abitanti. Si contano almeno 900 morti e 2.600 feriti gravi tra gli israeliani, il doppio tra i palestinesi.

 

È la più importante azione palestinese degli ultimi cinquant’anni.

 

Quanto sta accadendo è esito di 75 anni di oppressione e di violazione del Diritto internazionale. Israele ha violato impunemente decine di risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Israele è uno Stato al di fuori della legge, che senza farsi scrupoli ha corrotto o assassinato quasi tutti i dirigenti politici palestinesi. Ha deliberatamente impedito lo sviluppo economico dei Territori, favorendo la nascita di uno Stato separato di cui ha il parziale controllo.

 

La frustrazione e le sofferenze accumulate in 75 anni si manifestano in comportamenti violenti e crudeli di taluni palestinesi, consci che la Comunità internazionale li ha abbandonati da molto. Ma i tempi cambiano. La maggioranza dei membri delle Nazioni Unite, constatata la sconfitta militare degli Occidentali e la vittoria della Russia in Siria e in Ucraina, non è più disposta ad abbassare la testa davanti agli Stati Uniti.

 

In occasione dell’anniversario dell’autoproclamazione dell’indipendenza d’Israele, nonché del massacro e dell’espulsione dei palestinesi (la Nakba), l’Assemblea generale ha ribadito che il Diritto internazionale non è dalla parte degli israeliani, ma dei palestinesi. Ma questo non è bastato a impedire ad Hamas di compiere crimini di guerra.

 

L’attuale situazione è senza via d’uscita per entrambi i campi. Dopo tre quarti di secolo di crimini, Israele non può più avanzare grandi pretese. La sua popolazione è divisa. Negli ultimi mesi i «sionisti negazionisti», ossia i discepoli dell’ucraino Vladimir Jabotinsky, propugnatori del suprematismo ebraico, hanno preso il potere a Tel Aviv, nonostante l’opposizione di una seppur minima maggioranza della popolazione e gigantesche manifestazioni. I giovani israeliani, che aspirano a vivere in pace e si rifiutano di prestare servizio nelle forze armate per brutalizzare gli arabi, si sono comunque mobilitati per difendere le proprie famiglie che amano e il Paese in cui non credono.

 

Secondo il diritto, i palestinesi hanno costituito uno Stato che ha ottenuto lo statuto di osservatore delle Nazioni Unite. Alla morte di Yasser Arafat, il capo di Al Fatah, Mahmoud Abbas è stato eletto presidente. Tuttavia, dopo la vittoria di Hamas alle elezioni legislative del 2007 e l’impossibilità di fare accettare agli Occidentali un suo governo, i palestinesi hanno iniziato una guerra civile.

 

La Cisgiordania è governata da Al Fatah, il partito laico fondato da Arafat; Abbas e i suoi sono finanziati da Stati Uniti, Unione Europea e Israele.

 

La Striscia di Gaza è invece nelle mani di Hamas, ossia del ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani; è governata da individui per i quali l’Islam non è un’istanza spirituale, ma un’arma di conquista. Sono finanziati principalmente da Regno Unito, Qatar, Israele, Turchia e Unione Europea. Da 16 anni entrambe le parti si oppongono a nuove elezioni. I loro dirigenti vivono in un lusso da mafiosi che fa a pugni con le miserevoli condizioni di vita dei palestinesi.

 

Quando nacque, Hamas era finanziato dal Regno Unito. I servizi segreti israeliani lo sostennero per indebolire Al Fatah di Arafat. In seguito Israele lo combatté e ne assassinò il leader religioso, sceicco Ahmed Yassin.

 

Israele usò nuovamente Hamas, questa volta per eliminare i dirigenti della Resistenza palestinese marxista. Così, agli inizi della guerra contro la Siria, combattenti di Hamas addestrati da agenti del Mossad e dagli jihadisti di Al Qaeda attaccarono il campo palestinese di Yarmuk (1). Ma oggi Hamas combatte di nuovo contro l’alleato di ieri, Israele.

 

Mohammed Deif è conosciuto come fondatore delle brigate Izz al-Din al-Qassam. Come tutti i Fratelli Mussulmani è un suprematista islamico. Si ispira a Izz al-Din al-Qassam (1882-1935), oppositore al mandato francese in Libano e al mandato britannico in Palestina. Quindi non è in rapporto con l’ex mufti di Gerusalemme alleato dei nazisti, Amin al-Husseini, sebbene ne condivida l’antisemitismo.

 

Nel 2020 Deif scriveva: «Le Brigate Izz al-Din al Qassam… sono meglio preparate per continuare sulla nostra specifica via cui non c’è alternativa: la via della jihad e della lotta contro i nemici della nazione e dell’umanità mussulmana… Diciamo ai nostri nemici: siete sulla strada dell’estinzione (zawal) e la Palestina resterà nostra, anche Al Qods (Gerusalemme), Al Aqsa (moschea), le sue città e i suoi villaggi, dal mare (Mediterraneo) al fiume (Giordania), da nord a sud. Non avete diritto nemmeno a un palmo del suo territorio».

 

Dief non è un militare, è uno specialista nel sequestro di ostaggi. L’operazione in corso è concepita a questo scopo, non per liberare la Palestina.

 

La salute del presidente Mahmoud Abbas peggiora e Al Fatah è diviso in tre fazioni militari:

 

• quella di Fathi Abou al-Ardate, capo della sicurezza nazionale;

• quella di Mohammad Abdel Hamid Issa (alias Lino), comandante del Kifah al-Moussallah (la lotta armata); ruota nell’orbita di Mohamed Dallan, ex capo dell’Intelligence palestinese (…), e oggi è sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti;

• quella di Munir Maqdah, ex capo militare di Al Fatah, avvicinatosi ad Hamas, Qatar, Turchia e Iran.

 

Il mese scorso ci sono stati scontri tra queste fazioni e quelle degli islamisti di Hamas, nonché con quelle di Jund el-Cham e al-Chabab al-Moslem, due gruppi jihadisti che hanno combattuto a fianco della Nato e Israele contro la Repubblica Araba Siriana. Ci sono stati violenti combattimenti nel campo di Aïn el-Heloué (Sidone, Libano meridionale). Dapprima li ho interpretati alla luce di quelli di Nahr el-Bared (Libano settentrionale) del 2007 (2); in seguito mi sono reso conto che erano legati all’agonia di Mahmoud Abbas (3).

 

Per 75 anni Tel Aviv ha fatto tutto ciò che era in suo potere per rifiutare l’uguaglianza fra tutti, sia ebrei sia arabi. Anzi, dall’Appello di Ginevra promuove la «soluzione a due Stati», ossia il piano coloniale dell’ultima chance di lord William Peel, che i britannici non riuscirono a imporre né sul terreno, nel 1937, né alle Nazioni Unite, nel 1948, e che oggi invece riscuote consenso. Ormai solo i marxisti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) predicano nel deserto proponendo uno Stato unico in cui palestinesi ed ebrei siano su un piano di parità (4).

 

Davanti a ciò che considera un’invasione palestinese — ma che da un punto di vista palestinese non è che un ritorno a casa — il primo ministro Benjamin Netanyahu ha promesso la vittoria. Ma che vittoria sarà? Uccidere tutti i combattenti di Hamas non cancellerà 75 anni d’ingiustizia: i loro figli riprenderanno il testimone, come loro hanno preso quello dei propri genitori.

 

Per conseguire l’obiettivo, Netanyahu deve innanzitutto riunire gli israeliani che ha diviso. Seguendo l’esempio di Golda Meir durante la Guerra dei Sei Giorni, deve far entrare nel governo l’opposizione. Infatti ha incontrato Yair Lapid e il generale Benny Gantz. Il primo però ha posto come condizione che i suprematisti ebrei Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir escano dal governo, ossia che il primo ministro abbandoni il progetto politico suo e dei suoi sponsor attuali (5), gli straussiani dell’amministrazione Biden (6).

 

I dirigenti di Hamas hanno rivolto un appello ai rifugiati palestinesi all’estero, invitando tutti gli arabi e tutti i mussulmani a unirsi alla loro lotta. Appellarsi ai rifugiati palestinesi significa esortare la maggioranza della popolazione giordana e i rifugiati del Libano. Appellarsi agli arabi significa rivolgersi allo Hezbollah libanese e alla Siria, due potenze che negli ultimi mesi hanno riannodato i rapporti con Hamas. Rivolgersi ai mussulmani significa esortare l’Iran e la Turchia.

 

Per il momento solo la Jihad islamica, ossia l’Iran, e i diversi gruppi di resistenza della Cisgiordania hanno raccolto l’invito di Hamas.

 

Diversamente da quanto sostiene il Wall Street Journal, Hamas non è pilotato dall’Iran. Sostenere il contrario significa dimenticare l’accordo tra Hassan El-Banna, fondatore dei Fratelli Mussulmani, e Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica d’Iran, per spartirsi il mondo mussulmano con l’impegno reciproco di astenersi dall’intervenire in modo rilevante nella sfera d’influenza dell’altro. Teheran ribadisce continuamente e rumorosamente il proprio sostegno ai palestinesi, ma la sua azione concreta in Palestina si limita alla Jihad islamica.

 

I leader politici di Hamas abitano in Turchia, protetti dai servizi segreti. In realtà c’è Ankara dietro Hamas e l’operazione «Diluvio di Al Aqsa».

 

Domenica 8 ottobre, inaugurando una chiesa ortodossa siriaca, il presidente Recep Tayyip Erdogan, mellifluo, ha dichiarato: «La conquista della tranquillità, l’instaurazione di una pace duratura e la conquista della stabilità nella regione attraverso la soluzione della questione palestinese, in conformità del diritto internazionale, è la priorità assoluta su cui ci concentriamo quando incontriamo i nostri omologhi (…) Sfortunatamente i palestinesi e gli israeliani, come l’intera regione, pagano il prezzo del ritardo nell’amministrazione della giustizia (…) Versare benzina sul fuoco non avvantaggerà nessuno, a maggior ragione i civili di entrambe le parti. La Turchia è pronta a fare la propria parte usando al meglio le sue capacità per far finire i combattimenti il più rapidamente possibile e smorzare l’accresciuta tensione dovuta ai recenti incidenti».

 

La scelta di Ankara di scatenare questa guerra immediatamente dopo l’annientamento della Repubblica di Artsakh, in Azerbaijan, e mentre invia materiale bellico alla Russia in violazione delle misure coercitive unilaterali statunitensi, fa capire che i diplomatici turchi non temono più Washington, nonostante nel 2016 gli USA abbiano tentato di assassinare il presidente Erdogan. Terminata l’operazione in corso, ne seguirà un’altra contro i kurdi, in Siria e in Iraq.

 

Se lo Hezbollah entrasse in scena, Israele non riuscirebbe da solo a respingere l’attacco. Potrà continuare a esistere solo con il sostegno militare degli Stati Uniti. Ma l’opinione pubblica statunitense non sostiene più Israele e il Pentagono non ha più i mezzi per difenderlo. Quel che sta accadendo è una conseguenza della guerra in Ucraina. Washington non riesce a produrre munizioni sufficienti a soddisfare le esigenze degli alleati ucraini. È stato costretto addirittura a prelevarne dalle scorte in Israele. I suoi arsenali sono vuoti.

 

Nelle prime ore del conflitto lo Hezbollah ha lanciato qualche razzo sulle fattorie di Chebaa, ossia su un territorio conteso da Libano e Israele, dimostrando così di sostenere la Resistenza palestinese, secondo la retorica della «unità dei fronti». Ma non è entrato in guerra perché diffida di Hamas, contro cui ha combattuto in Siria e di cui non condivide l’ideologia ispirata ai Fratelli Mussulmani.

 

Tutti i dirigenti occidentali hanno affermato di condannare le azioni terroristiche di Hamas e di sostenere Israele. Ma se in passato non hanno fatto nulla per rimediare alle ingiustizie in Palestina, queste posizioni di principio dimostrano che a maggior ragione non lo faranno adesso. La Russia e la Cina invece, rifiutando di schierarsi con i palestinesi o gli israeliani, hanno esortato al rispetto del Diritto internazionale e non delle regole occidentali.

 

Ci troviamo in una situazione in cui tutti i protagonisti hanno deliberatamente sabotato in anticipo qualunque soluzione, sicché è ormai pressoché impossibile evitare che tutto finisca in un bagno di sangue.

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) «Agenti del Mossad tre le unità di al-Qaida che hanno attaccato il campo di Yarmouk», Rete Voltaire, 4 gennaio 2013.

2) «Scontri tra palestinesi in Libano», Voltaire, attualità internazionale n° 52, 16 settembre 2023.

3) «La successione di Mahmoud Abbas», Voltaire, attualità internazionale n° 54, 29 settembre 2023

4) «Georges Habache et la Résistance palestinienne», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 gennaio 2008.

5) «Il colpo di Stato degli straussiani in Israele», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 marzo 2023.

6) Leo Strauss era al tempo stesso un ebreo fascista tedesco e un sionista revisionista. Incontrò il proprio idolo, Vladimir Jabotinsky, a New York con Benzion Netanyahu, padre di Benjamin, NdR.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

Fonte: «In Palestina cambia il paradigma», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 10 ottobre 2023.

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Geopolitica

Senatore americano: «il Sudafrica è nostro nemico»

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Il senatore repubblicano John Kennedy ha definito il Sudafrica un nemico degli Stati Uniti, mentre i legislatori spingono sempre più affinché Pretoria venga esclusa dall’African Growth and Opportunity Act (AGOA), l’iniziativa commerciale di punta di Washington.   L’ambasciatore Jamieson Greer, rappresentante commerciale degli Stati Uniti, è stato interrogato dal senatore repubblicano John Kennedy durante un’audizione della sottocommissione per gli stanziamenti del Senato in merito all’inclusione del Sudafrica nella potenziale estensione dell’AGOA.   Kennedy ha chiesto a Greer: «Cosa intendi fare riguardo al Sudafrica come parte dell’AGOA, dato che il Sudafrica non è amico dell’America?»   Greer ha risposto: «Esatto. Abbiamo avuto alcune conversazioni con i sudafricani in materia di commercio, e ci sono molte questioni di politica estera che non affronto con il Sudafrica. Ma quando si tratta di commercio, hanno molte barriere… Abbiamo chiarito ai sudafricani che se vogliono avere una situazione tariffaria migliore con noi devono occuparsi di queste barriere tariffarie e non tariffarie Sono una vera economia, una grande economia, giusto. Hanno una base industriale, una base agricola; dovrebbero acquistare prodotti dagli Stati Uniti», ha detto Greer.

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Kennedy ha poi fatto presente a Greer che, se l’AGOA venisse prorogata di un anno, senza riformarla, il Sudafrica ne trarrebbe beneficio. Greer ha ammesso, ma ha sottolineato che il Sudafrica è già stato colpito da una tariffa reciproca del 30%, «molto più alta rispetto al resto del continente». Ha tuttavia osservato che il Sudafrica rappresenta un caso unico.   Kennedy ha continuato: «Non pensi che dovremmo separare il Sudafrica e l’AGOA? Greer concordò, dicendo che sarebbe stato felice di prendere in considerazione quella proposta. Il Congresso è venuto da me e mi ha detto che vogliamo l’AGOA. E se dobbiamo cedere, dobbiamo trovare un modo per migliorarlo. Se pensate che dovremmo riservare al Sudafrica un trattamento diverso, sono aperto, perché penso che rappresentino un problema unico».   «Beh, rappresentano un problema unico per l’America. Voglio dire, sono i nostri nemici in questo momento. Sono amici di tutti i nostri nemici. E sono stati molto critici nei confronti degli Stati Uniti» ha dichiarato Kennedy.   Greer concorda: «È proprio così. Ed è per questo che vengono trattati in modo molto diverso. La maggior parte del continente africano, l’Africa subsahariana, ne ha solo il 10%, mentre il Sudafrica ne ha il 30%».   All’inizio di quest’anno, gli Stati Uniti hanno imposto una tariffa del 30%sulle importazioni dal Sudafrica, dopo che i funzionari statunitensi non hanno risposto a diverse proposte commerciali presentate da Pretoria.   A luglio, l’IOL ha riferito che il Presidente Cyril Ramaphosa aveva preso atto della corrispondenza del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump sull’imposizione unilaterale di una tariffa commerciale del 30% contro il Sudafrica. Ramaphosa ha anche osservato che il Sudafrica è uno dei numerosi Paesi che hanno ricevuto comunicazioni simili che annunciavano tariffe all’epoca.   «Questa tariffa del 30% si basa su una particolare interpretazione della bilancia commerciale tra Sudafrica e Stati Uniti. Questa interpretazione controversa rientra tra le questioni all’esame dei team negoziali di Sudafrica e Stati Uniti», ha affermato il portavoce di Ramaphosa, Vincent Magwenya.   Di conseguenza, il Sudafrica sostiene che la tariffa reciproca del 30% non rappresenta accuratamente i dati commerciali disponibili. Nella nostra interpretazione dei dati commerciali disponibili, la tariffa media sulle merci importate in entrata in Sudafrica è del 7,6%.

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«È importante sottolineare che il 56% delle merci entra in Sudafrica con una tariffa della nazione più favorita dello 0%, mentre il 77% delle merci statunitensi entra nel mercato sudafricano con un dazio dello 0%», ha affermato. Tuttavia, la presidenza a Pretoria ha chiarito che il Sudafrica continua a impegnarsi per coltivare relazioni commerciali più strette con gli Stati Uniti.   Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana Trump ha dichiarato che il Sudafrica è indegno di essere parte membro di «qualsiasi cosa» e non otterrà un invito al summit del G20 del prossimo anno in Florida, in quanto ritenuto «non degno» di figurare come membro «in alcun contesto».   Come riportato da Renovatio 21, l’imbarazzante incontro nello studio ovale tra Trump e il presidente sudafricano Ramaphosa, dove il primo mostrò al secondo le immagini del massacro dei bianchi nel Paese, avvenne pochi giorni dopo che Trump aveva pubblicamente accolto decine di rifugiati afrikaner.   A inizio mese l’amministrazione Trump ha dichiarato che le ammissioni di rifugiati per l’anno fiscale 2026 saranno limitate a sole 7.500 unità, il numero più basso di sempre, con priorità per i sudafricani bianchi in fuga dalle persecuzioni.   L’Ordine Esecutivo è stato emesso dopo che l’amministrazione Trump ha duramente criticato il governo sudafricano per le nuove misure di riforma agraria che consentono l’appropriazione di terreni privati senza indennizzo. L’amministrazione Trump ha affermato che le misure sarebbero state utilizzate per colpire i proprietari terrieri bianchi, come misure simili erano state adottate in altri paesi africani, in particolare lo Zimbabwe.   I primi sudafricani bianchi ammessi negli Stati Uniti con questa nuova designazione, 59 in totale, sono sbarcati negli Stati Uniti a maggio.

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La scena di scontro nello Studio Ovale ha ricordato ad alcuni osservatori quella del presidente ucraino Volodymyro Zelens’kyj all’inizio di quest’anno, quando quest’ultimo fu cacciato dalla Casa Bianca. Lo Studio Ovale sta divenendo de facto un luogo della verità detta fuori dai denti, dove le maschere diplomatiche cadono, e i leader internazionali possono venire castigati per la loro inadeguatezza o i loro crimini veri e propri.   Come riportato da Renovatio 21, vari gruppi boeri da anni ritengono di essere oggetti di una vera persecuzione se non di una pulizia etnica, con abbondanza disperante episodi di crimine, torture e violenza efferata di ogni sorta. I boeri hanno cercato, e trovato, anche l’aiuto della Russia di Vladimiro Putin.   Come riportato da Renovatio 21, Ernst Roets, responsabile politico del Solidarity («Movimento di Solidarietà»), un network di organizzazioni comunitarie sudafricane che conta più di 500.000 membri, ha dichiarato che, nonostante le indicibili violenze e torture subite dalle comunità bianche in Sud Africa, nel prossimo futuro «l’Europa sarà peggio».  

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Putin sostiene Maduro nella situazione di stallo con gli Stati Uniti

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Il presidente russo Vladimir Putin ha rinnovato il suo pieno appoggio al presidente venezuelano Nicolás Maduro, nonostante l’intensificazione della presenza militare statunitense nei Caraibi.

 

I due leader hanno evidenziato l’eccezionale solidità dei rapporti tra Mosca e Caracas nel corso di una telefonata avvenuta giovedì. Secondo quanto riferito dal Cremlino, Putin «ha espresso solidarietà al popolo venezuelano e ha ribadito il proprio sostegno alla ferma determinazione del governo guidato da Maduro nel difendere la sovranità nazionale e gli interessi del Paese dalle ingerenze esterne».

 

I presidenti hanno confermato l’impegno a dare piena attuazione al trattato di partenariato strategico firmato lo scorso maggio.

 

Dal canto suo, il governo venezuelano ha fatto sapere che Putin e Maduro hanno sottolineato «la natura strategica, solida e in costante crescita delle relazioni bilaterali» e che il leader russo ha manifestato il proprio sostegno agli sforzi di Maduro volti a «rafforzare la pace, la stabilità politica e lo sviluppo economico».

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La telefonata è arrivata pochi giorni dopo il sequestro, da parte degli Stati Uniti, di una petroliera salpata da un porto venezuelano all’inizio del mese. La procuratrice generale statunitense Pam Bondi ha dichiarato che la nave era già stata sanzionata in passato per aver presumibilmente trasportato petrolio iraniano.

 

Caracas ha definito l’operazione «un atto di pirateria» e ha accusato Washington di voler «saccheggiare» le risorse naturali venezuelane.

 

Da settembre gli Stati Uniti hanno dispiegato una flotta navale nei Caraibi e hanno fermato oltre venti imbarcazioni sospettate di traffico di droga in acque internazionali. Secondo quanto riportato da Reuters, l’amministrazione americana si starebbe preparando a intercettare ulteriori navi che trasportano greggio venezuelano nell’ambito della campagna di massima pressione contro Maduro, accusato dal presidente Donald Trump di collusione con i cartelli della droga.

 

Maduro ha respinto categoricamente ogni legame del suo governo con il narcotraffico, ha promesso di difendere il Paese da una eventuale invasione e ha bollato le azioni di Washington come «colonialiste», avvertendo che potrebbero scatenare «una guerra folle» nella regione.

 

Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa si era parlato di una telefonata segreta tra Trump e Maduro.

 

Gli Stati Uniti hanno offerto una taglia di 50 milioni di dollari per informazioni che conducano all’arresto o alla condanna di Maduro, ritenuto dagli americani a capo di una ghenga narcoterrorista.

 

Diverse notizie della scorsa settimana indicano che Washington stia pianificando operazioni in Venezuela e abbia identificato potenziali bersagli legati al presunto narcotraffico. Gli USA avrebbero schierato nella zona circa 16.000 soldati e otto navi da guerra della Marina.

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Il Venezuela ha stigmatizzato il rinforzo militare come violazione della sovranità e tentativo di golpe. Il governo venezuelano starebbe cercando appoggio da Russia, Cina e Iran. Mosca ha di recente riaffermato la sua alleanza con Caracas, esprimendo pieno sostegno alla leadership del Paese nella difesa della propria integrità. Mosca ha accusato il mese scorso Washington di preparare il golpe in Venezuela.

 

Come riportato da Renovatio 21, Maduro, che avrebbe offerto ampie concessioni economiche agli USA per restare al potere, sarebbe stato oggetto di un tentativo di rapimento tramite il suo pilota personale.

 

Trump nelle scorse settimane ha ammesso di aver autorizzato le operazioni CIA in Venezuela. Di piani CIA per uccidere il presidente venezuelano il ministro degli Interni del Paese aveva parlato lo scorso anno.

 

Come riportato da Renovatio 21, Maduro aveva denunciato l’anno scorso la presenza di mercenari americani e ucraini in Venezuela. «Gli UA finanziano Sodoma e Gomorra» aveva detto.

 

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

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Geopolitica

L’Ungheria dice che il capo della NATO «pugnala alle spalle» e «alimenta la guerra»

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Il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto ha accusato il segretario generale della NATO Mark Rutte di «alimentare le tensioni belliche» con dichiarazioni «irresponsabili», sostenendo che la Russia potrebbe prepararsi ad attaccare l’Alleanza entro pochi anni.   Giovedì Rutte aveva dichiarato che «siamo il prossimo obiettivo della Russia» e aveva invitato i membri della NATO ad accelerare l’incremento della spesa per la difesa, aggiungendo che Mosca «potrebbe essere pronta a impiegare la forza militare contro la NATO entro cinque anni».   In un post pubblicato venerdì su Facebook, lo Szijjarto ha definito le parole di Rutte «assurdità», affermando che «chiunque nutrisse ancora dubbi sul fatto che a Bruxelles abbiano completamente perso il senno, dopo queste dichiarazioni ne sarà definitivamente convinto».

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Lo Szijjarto ha interpretato i commenti come un chiaro segnale che «tutti a Bruxelles si sono schierati contro gli sforzi di pace del presidente degli Stati Uniti Donald Trump» e che il segretario generale della NATO abbia «di fatto pugnalato alle spalle i negoziati di pace».   «Noi ungheresi, in quanto membri della NATO, rigettiamo le affermazioni del Segretario Generale! La sicurezza dei Paesi europei non dipende dall’Ucraina, ma dalla NATO stessa… Dichiarazioni provocatorie di questo tipo sono irresponsabili e pericolose! Chiediamo a Mark Rutte di cessare immediatamente di alimentare le tensioni legate alla guerra!!!»   L’Ungheria ha più volte assunto posizioni divergenti rispetto alla maggioranza dei partner UE e NATO sul conflitto ucraino, sostenendo che ulteriori forniture di armi a Kiev non farebbero che prolungare le ostilità. Budapest ha sempre invocato l’avvio di negoziati diretti tra Russia e Ucraina, ha criticato le sanzioni occidentali contro Mosca considerandole dannose per l’economia europea e si è opposta ai piani dell’UE di utilizzare gli asset russi congelati per finanziare l’Ucraina, definendoli illegittimi.    

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Immagine di NATO North Atlantic Threaty via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
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