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In Palestina cambia il paradigma

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Il sanguinoso conflitto iniziato nella Palestina geografica sopravviene dopo 75 anni di ingiustizie altrettanto cruente. Dal punto di vista del Diritto internazionale i palestinesi hanno il diritto e il dovere di resistere all’occupazione israeliana, così come gli israeliani hanno di diritto e il dovere di replicare all’attacco che subiscono. È responsabilità di tutti contribuire alla risoluzione delle ingiustizie di cui entrambe le parti sono vittime; ciò non significa sostenere la crudele vendetta di alcuni di loro.

 

Il sanguinoso conflitto iniziato nella Palestina geografica sopravviene dopo 75 anni di ingiustizie altrettanto cruente. Dal punto di vista del Diritto internazionale i palestinesi hanno il diritto e il dovere di resistere all’occupazione israeliana, così come gli israeliani hanno di diritto e il dovere di replicare all’attacco che subiscono. È responsabilità di tutti contribuire alla risoluzione delle ingiustizie di cui entrambe le parti sono vittime; ciò non significa sostenere la crudele vendetta di alcuni di loro.

 

Il Medio Oriente è un universo instabile ove numerosi gruppi si scontrano per sopravvivere. L’Occidente, uso a semplificare, crede che la popolazione mediorientale sia costituita da ebrei, cristiani e mussulmani. La realtà è invece molto più complessa. Ogni religione comprende una moltitudine di confessioni. Per esempio, in Europa e nel Maghreb sappiamo che i cristiani si dividono in Chiesa cattolica, Chiesa ortodossa e Chiese protestanti; in Medio Oriente invece ci sono decine e decine di Chiese differenti. Altrettanto dicasi delle religioni ebraica e mussulmana.

 

Ogni volta che sullo scacchiere si muove una pedina, gli altri gruppi devono riposizionarsi, sicché gli alleati di oggi saranno forse i nemici di domani e i nemici di oggi, ieri erano nostri alleati. Nel corso dei secoli tutti sono stati, secondo le circostanze, vittime o carnefici. Gli stranieri che vanno in Medio Oriente si riconoscono a priori nelle persone che hanno la loro stessa cultura, che professano la loro confessione; tuttavia ne ignorano la storia e non sono preparati ad accettarla.

 

Se vogliano promuovere la pace non dobbiamo ascoltare solo chi ci è affine. Dobbiamo ammettere che la pace presuppone la risoluzione delle ingiustizie che subisce, non solo chi ci è vicino, ma anche i nostri nemici. Ma non ci viene spontaneo farlo. Infatti in Francia nei mesi scorsi abbiamo potuto ascoltare solo il punto di vista di alcuni ucraini riguardo ai russi, di alcuni armeni riguardo agli azeri, e adesso di alcuni israeliani sui palestinesi.

 

Infine, tra le molteplici fonti cui possiamo fare riferimento dobbiamo discernere quelle che difendono i propri interessi immediati da quelle che difendono la loro patria, nonché da quelle che difendono dei principi. Ma le cose sono rese ancora più complicate dalla presenza di gruppi che non sono religiosi, bensì teocratici. Ossia che non difendono principi, ma ricorrono a un linguaggio religioso per vincere.

 

Fatte queste premesse veniamo ai fatti.

 

Hamas ha attaccato Israele il 7 ottobre 2023 alle sei del mattino, proprio nel giorno del 50° anniversario della «Guerra di ottobre 1973», in Occidente nota con il nome israeliano di «Guerra del Kippur». All’epoca, l’Egitto e la Siria attaccarono a sorpresa Israele per aiutare i palestinesi. Ma Tel Aviv, informata da Amman e sostenuta da Washington, annientò le forze armate degli arabi. Anwar al-Sadat tradì i suoi e la Siria perse il Golan.

 

L’operazione in corso è una combinazione di lanci di razzi, destinati a saturare la Cupola di ferro, e di attacchi terrestri in territorio israeliano. In Palestina i lanci di razzi hanno per la prima volta colpito centri di comando israeliani per favorire le azioni di commandos, ufficialmente finalizzate a catturare ostaggi da scambiare con i 1.256 palestinesi detenuti in prigioni di alta sicurezza. Le incursioni sono avvenute via terra, via mare, nonché dal cielo con gli ULM [deltaplani].

 

La preparazione dell’operazione, la raccolta di informazioni da parte dell’Intelligence, l’addestramento di un migliaio di commandos e il trasferimento del materiale bellico hanno richiesto mesi, se non anni, di lavoro. Ma accecati dalla nostra sicumera non ce ne siamo accorti. L’operazione è stata architettata da Mohammed Deif, comandante operativo di Hamas, sparito dai radar due anni fa e riapparso a fianco del portavoce di Hamas, «Abu Obaida».

 

Israele è riuscito a intercettare i razzi ma non è stato capace di distruggerli tutti: 3.000 dei 7.000 lanciati sono andati a segno. I social network e le televisioni arabe hanno mostrato che Hamas ha preso diversi carrarmati israeliani e occupato almeno la postazione di confine a occidente della Banda di Gaza. Ha inoltre attaccato un rave party al kibbutz Re’im, violentando e massacrando almeno 280 partecipanti. Ha sequestrato ovunque moltissimi ostaggi, tra cui alcuni generali. I commandos di Hamas sono riusciti a penetrare in diverse località israeliane sparando con mitragliette agli abitanti. Si contano almeno 900 morti e 2.600 feriti gravi tra gli israeliani, il doppio tra i palestinesi.

 

È la più importante azione palestinese degli ultimi cinquant’anni.

 

Quanto sta accadendo è esito di 75 anni di oppressione e di violazione del Diritto internazionale. Israele ha violato impunemente decine di risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Israele è uno Stato al di fuori della legge, che senza farsi scrupoli ha corrotto o assassinato quasi tutti i dirigenti politici palestinesi. Ha deliberatamente impedito lo sviluppo economico dei Territori, favorendo la nascita di uno Stato separato di cui ha il parziale controllo.

 

La frustrazione e le sofferenze accumulate in 75 anni si manifestano in comportamenti violenti e crudeli di taluni palestinesi, consci che la Comunità internazionale li ha abbandonati da molto. Ma i tempi cambiano. La maggioranza dei membri delle Nazioni Unite, constatata la sconfitta militare degli Occidentali e la vittoria della Russia in Siria e in Ucraina, non è più disposta ad abbassare la testa davanti agli Stati Uniti.

 

In occasione dell’anniversario dell’autoproclamazione dell’indipendenza d’Israele, nonché del massacro e dell’espulsione dei palestinesi (la Nakba), l’Assemblea generale ha ribadito che il Diritto internazionale non è dalla parte degli israeliani, ma dei palestinesi. Ma questo non è bastato a impedire ad Hamas di compiere crimini di guerra.

 

L’attuale situazione è senza via d’uscita per entrambi i campi. Dopo tre quarti di secolo di crimini, Israele non può più avanzare grandi pretese. La sua popolazione è divisa. Negli ultimi mesi i «sionisti negazionisti», ossia i discepoli dell’ucraino Vladimir Jabotinsky, propugnatori del suprematismo ebraico, hanno preso il potere a Tel Aviv, nonostante l’opposizione di una seppur minima maggioranza della popolazione e gigantesche manifestazioni. I giovani israeliani, che aspirano a vivere in pace e si rifiutano di prestare servizio nelle forze armate per brutalizzare gli arabi, si sono comunque mobilitati per difendere le proprie famiglie che amano e il Paese in cui non credono.

 

Secondo il diritto, i palestinesi hanno costituito uno Stato che ha ottenuto lo statuto di osservatore delle Nazioni Unite. Alla morte di Yasser Arafat, il capo di Al Fatah, Mahmoud Abbas è stato eletto presidente. Tuttavia, dopo la vittoria di Hamas alle elezioni legislative del 2007 e l’impossibilità di fare accettare agli Occidentali un suo governo, i palestinesi hanno iniziato una guerra civile.

 

La Cisgiordania è governata da Al Fatah, il partito laico fondato da Arafat; Abbas e i suoi sono finanziati da Stati Uniti, Unione Europea e Israele.

 

La Striscia di Gaza è invece nelle mani di Hamas, ossia del ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani; è governata da individui per i quali l’Islam non è un’istanza spirituale, ma un’arma di conquista. Sono finanziati principalmente da Regno Unito, Qatar, Israele, Turchia e Unione Europea. Da 16 anni entrambe le parti si oppongono a nuove elezioni. I loro dirigenti vivono in un lusso da mafiosi che fa a pugni con le miserevoli condizioni di vita dei palestinesi.

 

Quando nacque, Hamas era finanziato dal Regno Unito. I servizi segreti israeliani lo sostennero per indebolire Al Fatah di Arafat. In seguito Israele lo combatté e ne assassinò il leader religioso, sceicco Ahmed Yassin.

 

Israele usò nuovamente Hamas, questa volta per eliminare i dirigenti della Resistenza palestinese marxista. Così, agli inizi della guerra contro la Siria, combattenti di Hamas addestrati da agenti del Mossad e dagli jihadisti di Al Qaeda attaccarono il campo palestinese di Yarmuk (1). Ma oggi Hamas combatte di nuovo contro l’alleato di ieri, Israele.

 

Mohammed Deif è conosciuto come fondatore delle brigate Izz al-Din al-Qassam. Come tutti i Fratelli Mussulmani è un suprematista islamico. Si ispira a Izz al-Din al-Qassam (1882-1935), oppositore al mandato francese in Libano e al mandato britannico in Palestina. Quindi non è in rapporto con l’ex mufti di Gerusalemme alleato dei nazisti, Amin al-Husseini, sebbene ne condivida l’antisemitismo.

 

Nel 2020 Deif scriveva: «Le Brigate Izz al-Din al Qassam… sono meglio preparate per continuare sulla nostra specifica via cui non c’è alternativa: la via della jihad e della lotta contro i nemici della nazione e dell’umanità mussulmana… Diciamo ai nostri nemici: siete sulla strada dell’estinzione (zawal) e la Palestina resterà nostra, anche Al Qods (Gerusalemme), Al Aqsa (moschea), le sue città e i suoi villaggi, dal mare (Mediterraneo) al fiume (Giordania), da nord a sud. Non avete diritto nemmeno a un palmo del suo territorio».

 

Dief non è un militare, è uno specialista nel sequestro di ostaggi. L’operazione in corso è concepita a questo scopo, non per liberare la Palestina.

 

La salute del presidente Mahmoud Abbas peggiora e Al Fatah è diviso in tre fazioni militari:

 

• quella di Fathi Abou al-Ardate, capo della sicurezza nazionale;

• quella di Mohammad Abdel Hamid Issa (alias Lino), comandante del Kifah al-Moussallah (la lotta armata); ruota nell’orbita di Mohamed Dallan, ex capo dell’Intelligence palestinese (…), e oggi è sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti;

• quella di Munir Maqdah, ex capo militare di Al Fatah, avvicinatosi ad Hamas, Qatar, Turchia e Iran.

 

Il mese scorso ci sono stati scontri tra queste fazioni e quelle degli islamisti di Hamas, nonché con quelle di Jund el-Cham e al-Chabab al-Moslem, due gruppi jihadisti che hanno combattuto a fianco della Nato e Israele contro la Repubblica Araba Siriana. Ci sono stati violenti combattimenti nel campo di Aïn el-Heloué (Sidone, Libano meridionale). Dapprima li ho interpretati alla luce di quelli di Nahr el-Bared (Libano settentrionale) del 2007 (2); in seguito mi sono reso conto che erano legati all’agonia di Mahmoud Abbas (3).

 

Per 75 anni Tel Aviv ha fatto tutto ciò che era in suo potere per rifiutare l’uguaglianza fra tutti, sia ebrei sia arabi. Anzi, dall’Appello di Ginevra promuove la «soluzione a due Stati», ossia il piano coloniale dell’ultima chance di lord William Peel, che i britannici non riuscirono a imporre né sul terreno, nel 1937, né alle Nazioni Unite, nel 1948, e che oggi invece riscuote consenso. Ormai solo i marxisti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) predicano nel deserto proponendo uno Stato unico in cui palestinesi ed ebrei siano su un piano di parità (4).

 

Davanti a ciò che considera un’invasione palestinese — ma che da un punto di vista palestinese non è che un ritorno a casa — il primo ministro Benjamin Netanyahu ha promesso la vittoria. Ma che vittoria sarà? Uccidere tutti i combattenti di Hamas non cancellerà 75 anni d’ingiustizia: i loro figli riprenderanno il testimone, come loro hanno preso quello dei propri genitori.

 

Per conseguire l’obiettivo, Netanyahu deve innanzitutto riunire gli israeliani che ha diviso. Seguendo l’esempio di Golda Meir durante la Guerra dei Sei Giorni, deve far entrare nel governo l’opposizione. Infatti ha incontrato Yair Lapid e il generale Benny Gantz. Il primo però ha posto come condizione che i suprematisti ebrei Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir escano dal governo, ossia che il primo ministro abbandoni il progetto politico suo e dei suoi sponsor attuali (5), gli straussiani dell’amministrazione Biden (6).

 

I dirigenti di Hamas hanno rivolto un appello ai rifugiati palestinesi all’estero, invitando tutti gli arabi e tutti i mussulmani a unirsi alla loro lotta. Appellarsi ai rifugiati palestinesi significa esortare la maggioranza della popolazione giordana e i rifugiati del Libano. Appellarsi agli arabi significa rivolgersi allo Hezbollah libanese e alla Siria, due potenze che negli ultimi mesi hanno riannodato i rapporti con Hamas. Rivolgersi ai mussulmani significa esortare l’Iran e la Turchia.

 

Per il momento solo la Jihad islamica, ossia l’Iran, e i diversi gruppi di resistenza della Cisgiordania hanno raccolto l’invito di Hamas.

 

Diversamente da quanto sostiene il Wall Street Journal, Hamas non è pilotato dall’Iran. Sostenere il contrario significa dimenticare l’accordo tra Hassan El-Banna, fondatore dei Fratelli Mussulmani, e Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica d’Iran, per spartirsi il mondo mussulmano con l’impegno reciproco di astenersi dall’intervenire in modo rilevante nella sfera d’influenza dell’altro. Teheran ribadisce continuamente e rumorosamente il proprio sostegno ai palestinesi, ma la sua azione concreta in Palestina si limita alla Jihad islamica.

 

I leader politici di Hamas abitano in Turchia, protetti dai servizi segreti. In realtà c’è Ankara dietro Hamas e l’operazione «Diluvio di Al Aqsa».

 

Domenica 8 ottobre, inaugurando una chiesa ortodossa siriaca, il presidente Recep Tayyip Erdogan, mellifluo, ha dichiarato: «La conquista della tranquillità, l’instaurazione di una pace duratura e la conquista della stabilità nella regione attraverso la soluzione della questione palestinese, in conformità del diritto internazionale, è la priorità assoluta su cui ci concentriamo quando incontriamo i nostri omologhi (…) Sfortunatamente i palestinesi e gli israeliani, come l’intera regione, pagano il prezzo del ritardo nell’amministrazione della giustizia (…) Versare benzina sul fuoco non avvantaggerà nessuno, a maggior ragione i civili di entrambe le parti. La Turchia è pronta a fare la propria parte usando al meglio le sue capacità per far finire i combattimenti il più rapidamente possibile e smorzare l’accresciuta tensione dovuta ai recenti incidenti».

 

La scelta di Ankara di scatenare questa guerra immediatamente dopo l’annientamento della Repubblica di Artsakh, in Azerbaijan, e mentre invia materiale bellico alla Russia in violazione delle misure coercitive unilaterali statunitensi, fa capire che i diplomatici turchi non temono più Washington, nonostante nel 2016 gli USA abbiano tentato di assassinare il presidente Erdogan. Terminata l’operazione in corso, ne seguirà un’altra contro i kurdi, in Siria e in Iraq.

 

Se lo Hezbollah entrasse in scena, Israele non riuscirebbe da solo a respingere l’attacco. Potrà continuare a esistere solo con il sostegno militare degli Stati Uniti. Ma l’opinione pubblica statunitense non sostiene più Israele e il Pentagono non ha più i mezzi per difenderlo. Quel che sta accadendo è una conseguenza della guerra in Ucraina. Washington non riesce a produrre munizioni sufficienti a soddisfare le esigenze degli alleati ucraini. È stato costretto addirittura a prelevarne dalle scorte in Israele. I suoi arsenali sono vuoti.

 

Nelle prime ore del conflitto lo Hezbollah ha lanciato qualche razzo sulle fattorie di Chebaa, ossia su un territorio conteso da Libano e Israele, dimostrando così di sostenere la Resistenza palestinese, secondo la retorica della «unità dei fronti». Ma non è entrato in guerra perché diffida di Hamas, contro cui ha combattuto in Siria e di cui non condivide l’ideologia ispirata ai Fratelli Mussulmani.

 

Tutti i dirigenti occidentali hanno affermato di condannare le azioni terroristiche di Hamas e di sostenere Israele. Ma se in passato non hanno fatto nulla per rimediare alle ingiustizie in Palestina, queste posizioni di principio dimostrano che a maggior ragione non lo faranno adesso. La Russia e la Cina invece, rifiutando di schierarsi con i palestinesi o gli israeliani, hanno esortato al rispetto del Diritto internazionale e non delle regole occidentali.

 

Ci troviamo in una situazione in cui tutti i protagonisti hanno deliberatamente sabotato in anticipo qualunque soluzione, sicché è ormai pressoché impossibile evitare che tutto finisca in un bagno di sangue.

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) «Agenti del Mossad tre le unità di al-Qaida che hanno attaccato il campo di Yarmouk», Rete Voltaire, 4 gennaio 2013.

2) «Scontri tra palestinesi in Libano», Voltaire, attualità internazionale n° 52, 16 settembre 2023.

3) «La successione di Mahmoud Abbas», Voltaire, attualità internazionale n° 54, 29 settembre 2023

4) «Georges Habache et la Résistance palestinienne», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 gennaio 2008.

5) «Il colpo di Stato degli straussiani in Israele», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 marzo 2023.

6) Leo Strauss era al tempo stesso un ebreo fascista tedesco e un sionista revisionista. Incontrò il proprio idolo, Vladimir Jabotinsky, a New York con Benzion Netanyahu, padre di Benjamin, NdR.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

Fonte: «In Palestina cambia il paradigma», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 10 ottobre 2023.

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Geopolitica

Trump: l’Iran è una «piccola guerra» rispetto alla spesa USA per l’Ucraina

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La guerra con l’Iran è «relativamente piccola» per gli Stati Uniti rispetto all’enorme quantità di armamenti che Washington ha fornito all’Ucraina sotto la presidenza di Joe Biden, ha dichiarato il presidente Donald Trump. Ha sostenuto che il suo predecessore ha consegnato a Kiev armi per un valore di 300 miliardi di dollari gratuitamente.   Trump ha espresso queste valutazioni rispondendo alle domande dei giornalisti durante un evento nello Studio Ovale lunedì, mentre i combattimenti in Medio Oriente sono ripresi dopo settimane di relativa calma. Domenica le forze statunitensi hanno colpito due lanciarazzi iraniani sull’isola di Larak nello Stretto di Ormuzzo, provocando la reazione di Teheran con attacchi missilistici contro le forze americane in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti.   Interrogato sul fatto che la prolungata operazione contro l’Iran stesse prosciugando le risorse militari statunitensi necessarie altrove, Trump ha sminuito la preoccupazione. «Questa è una guerra relativamente piccola per noi. Non è una guerra di grandi proporzioni», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno «così tante munizioni e rifornimenti» dislocati in tutto il mondo da poter attingere a ulteriori risorse in caso di necessità.   «Sapete dove sono finiti i soldi? In Ucraina», ha proseguito Trump, sostenendo che, in confronto, Washington ha usato «pochissime» armi contro l’Iran.

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Il presidente statunitense poi messo a confronto le spese americane per l’Iran con il sostegno di Washington all’Ucraina sotto il suo predecessore. «Joe Biden ha dato all’Ucraina beni per un valore di oltre 300 miliardi di dollari, gratis», ha detto Trump, aggiungendo che sotto la sua amministrazione l’Ucraina «deve pagarli» attraverso i membri europei della NATO.   La cifra di 300 miliardi di dollari è ampiamente contestata. Un rapporto di maggio dell’Ispettore Generale Speciale per l’Operazione Atlantic Resolve ha stimato gli stanziamenti totali degli Stati Uniti per l’Ucraina e la più ampia risposta al conflitto a circa 195 miliardi di dollari da febbraio 2022, di cui 67,8 miliardi di dollari sono stati destinati ad articoli e servizi di difesa per Kiev.   La definizione di «piccola guerra» data da Trump al conflitto con l’Iran arriva nel suo settimo mese, nonostante le sue ripetute dichiarazioni di vittoria. All’inizio di aprile aveva proclamato una «vittoria totale e completa» e da allora ha ripetutamente affermato che Washington aveva vinto o era vicina a porre fine al conflitto.   La guerra ha assorbito armamenti statunitensi per miliardi di dollari, con il segretario alla Guerra Pete Hegseth che ha stimato il costo complessivo a 37,5 miliardi di dollari entro luglio. Washington ha lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk solo nelle prime quattro settimane, nonostante ne produca solo poche centinaia all’anno, insieme a più di 1.000 intercettori Patriot e THAAD.   La pressione ha inciso anche sulle scorte di armi statunitensi in Europa, dove le forniture di intercettori Patriot e altre munizioni chiave sono scese a livelli «oltre la soglia critica», poiché le armi vengono dirottate verso il Medio Oriente, secondo quanto riportato la scorsa settimana dai media, che citano funzionari statunitensi e della NATO.   Nel frattempo, Washington ha intensificato la pressione economica su Teheran. Il segretario del Tesoro Scott Bessent ha avvertito domenica che gli Stati Uniti potrebbero scatenare una «violenza finanziaria» contro l’Iran, minacciando di imporre nuove sanzioni secondarie ogni settimana per punire Teheran e coloro che intrattengono rapporti commerciali con essa.

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Geopolitica

Trump pubblica video AI che mostrano l’isola di Kharg «ridotta in macerie»

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato filmati generati dall’intelligenza artificiale che mostrano un attacco missilistico contro l’isola iraniana di Kharg, importante centro petrolifero, nel contesto di una nuova escalation tra Washington e Teheran.

 

Le forze statunitensi e iraniane si sono scambiate attacchi per la prima volta dalla fine di luglio. Domenica, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato di aver preso di mira due rampe di lancio iraniane sull’isola di Larak, vicino al punto più stretto dello Stretto di Ormuzzo, che a suo dire si stavano preparando a lanciare razzi con mine marine nello stretto, che rappresenta circa il 20% del commercio mondiale di petrolio greggio.

 

Secondo Teheran, il bombardamento ha ucciso diversi soldati e civili iraniani.

 

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L’Iran ha risposto lunedì mattina: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) ha dichiarato che i propri droni e missili avevano provocato «danni significativi» alle basi aeree statunitensi di King Hussein e Al-Azraq in Giordania.

 

Dopo gli attacchi, i prezzi del petrolio sono saliti nelle prime contrattazioni asiatiche, con i future WTI in rialzo del 2,47% a 85,46 dollari al barile e i future Brent in aumento del 2,71% a 90,49 dollari al barile.

 

Trump non ha emesso comunicati immediati sull’escalation sulla sua piattaforma Truth Social, limitandosi a pubblicare due brevi video generati dall’intelligenza artificiale che mostrano diversi missili che colpiscono impianti petroliferi su un’isola, generando immense esplosioni.

 

«L’isola di Kharg viene fatta saltare in aria e ridotta in frantumi!!!» recitava la didascalia di uno dei video.

 

Situata a circa 25 km dalla costa iraniana del Golfo Persico, l’isola di Kharg gestisce circa il 90% delle esportazioni di petrolio greggio del Paese, costituendo il principale sbocco per le entrate petrolifere. L’arcipelago corallino, spesso definito «isola proibita» a causa delle severe misure di sicurezza, ospita anche un importante deposito di petrolio.

 

Gli Stati Uniti hanno colpito ripetutamente obiettivi militari sull’isola di Kharg dopo l’inizio del conflitto alla fine di febbraio, ma si sono astenuti dal prendere di mira le infrastrutture energetiche. Trump ha inoltre valutato un’operazione terrestre per impadronirsi del centro petrolifero, sostenendo che avrebbe potuto essere condotta dalle forze statunitensi o da «altre persone». Tuttavia, tali piani non si sono mai concretizzati.

 

Teheran ha più volte avvertito che incendierà l’intera infrastruttura petrolifera e del gas degli alleati degli Stati Uniti negli Stati del Golfo qualora gli impianti energetici sull’isola di Kharg venissero colpiti o si tentasse di conquistarla.

 

In rete in molti si chiedono come il candidato presidente della pace, pure assicurata durante il suo primo mandato, sia divenuto quello che minaccia la «distruzione totale di una civiltà», con tanto di videini IA.

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Geopolitica

I servizi israeliani evacuano il figlio di Netanyahu da Miami: «grave minaccia»

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L’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet ha reso noto che Yair, primogenito del premier Benjamin Netanyahu, è stato trasferito in segreto dagli Stati Uniti a causa di una «grave minaccia» alla sua vita.   La notizia arriva a pochi giorni dalle parole dello stesso Netanyahu, espresse in un’intervista telefonica al Canale 14 israeliano, secondo cui l’Iran avrebbe «tentato di assassinare» uno dei suoi figli, senza indicare quale né fornire particolari sul presunto piano.   Lo Shin Bet ha dichiarato sabato in un comunicato: «C’era una minaccia significativa contro Yair Netanyahu e, alla luce di ciò e dopo un’attenta valutazione, è stata presa la decisione di prelevarlo d’urgenza insieme alla sua scorta e di riportarlo in Israele», omettendo però la natura della minaccia e il momento esatto dell’operazione.   Mercoledì una fonte anonima delle forze dell’ordine statunitensi ha riferito al canale TV americano Newsmax che i servizi segreti israeliani avrebbero individuato un piano ai danni di Yair nel dicembre dell’anno precedente. Canale 12 ha aggiunto che, per portare a termine l’operazione, lo Shin Bet ha riassegnato gli agenti che all’epoca proteggevano il presidente Isaac Herzog a New York.   Secondo le accuse, agenti iraniani avrebbero sorvegliato la sua residenza e i suoi spostamenti. Yair, che da anni viveva negli Stati Uniti con uno controverso stile di vita fatto di agio, ha ricevuto l’ordine di partire subito ed è rientrato in Israele, a quanto pare senza nemmeno ritirare i propri effetti personali.

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La sua lunga permanenza all’estero ha suscitato perplessità in patria, soprattutto dopo l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023, perché molti si chiedevano perché restasse oltreoceano mentre centinaia di migliaia di riservisti venivano richiamati per un’operazione militare di rappresaglia a Gaza.   A luglio la moglie di Netanyahu, Sara, e i loro due figli hanno ottenuto una protezione estesa a carico dei contribuenti, alimentando ulteriori polemiche pubbliche e politiche.   La vicenda emerge mentre la coalizione di Netanyahu affronta una campagna elettorale difficile per la rielezione, dopo la guerra in stallo con l’Iran. Il conflitto è iniziato alla fine di febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele su Teheran, che hanno ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e quattro membri della sua famiglia, tra cui la figlia Boshra e la nipotina Zahra di 14 mesi.   Mojtaba, figlio di Khamenei e nominato nuova guida suprema una settimana dopo, ha promesso di «vendicare il sangue» del padre. Teheran, tuttavia, non ha commentato né rivendicato la responsabilità del presunto complotto per assassinare il figlio di Netanyahu.   Yair Netanyahu è noto per una serie di polemiche. Il documentario sulla presunta corruzione del premier israeliano The Bibi Files (2024) lo descrive come un estremista che porta il padre verso posizioni ultrasioniste. Durante le manifestazioni massive antigovernative nelle piazze israeliane prima del 7 ottobre 2023, lo Yair ha affermato che il Dipartimento di Stato americano era «dietro le proteste in Israele, con l’obiettivo di rovesciare Netanyahu, apparentemente per concludere un accordo con gli iraniani».   Come noto, il ragazzo qualche anno fa pubblicò un meme, incredibilmente definito come «antisemita» pure dalla stampa italiana, che ritraeva Giorgio Soros come puparo del mondo. Nelle ultime settimane è emerso che anni fa aveva di fatto ipotizzato su Twitter come ritorsione contro la Spagna un’invasione marocchina del suo territorio, cosa poi puntualmente realizzatasi a Ceuta.  

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Immagine di U.S. Embassy Jerusalem via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
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