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Politica

Il partito Reform UK di Farage avanza nelle elezioni locali britanniche

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Reform UK, il partito di Nigel Farage, ha vinto 677 seggi su oltre 1.600 alle elezioni locali in Inghilterra, mentre i partiti laburista e conservatore hanno subito pesanti sconfitte in tutto il paese.

 

Con l’arrivo dei risultati venerdì, il partito guidato dall’ardente e sostenitore della Brexit Nigel Farage si è distinto come il migliore nelle elezioni locali tenutesi in 23 enti locali in tutta l’Inghilterra, aggiudicandosi il controllo di dieci consigli.

 

Tra questi, otto sono stati assegnati ai conservatori – Derbyshire, Kent, Lancashire, Lincolnshire, Northamptonshire settentrionale, Nottinghamshire, Staffordshire e Northamptonshire occidentale – insieme a Doncaster, eletto dai laburisti, e Durham, dove in precedenza nessun partito aveva ottenuto la maggioranza.

 

Reform UK ha vinto anche le elezioni parlamentari suppletive, duramente combattute, a Runcorn e Helsby, strappando la vittoria al partito laburista per soli sei voti dopo un riconteggio. Di conseguenza, il partito ora controlla cinque seggi al Parlamento del Regno Unito.

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Secondo una proiezione della BBC, se le elezioni generali si tenessero oggi, Reform UK otterrebbe il 30% dei voti, davanti ai laburisti al 20% e ai conservatori al 15%. Tuttavia, le prossime elezioni generali non sono previste prima di maggio 2029. Le ultime si sono tenute lo scorso anno e hanno visto i laburisti ottenere una vittoria schiacciante, cavalcando l’ondata di insoddisfazione pubblica per le politiche economiche dei conservatori.

 

Commentando i progressi del suo partito, Farage ha osservato: «Nella Gran Bretagna del dopoguerra, nessuno ha mai battuto sia i laburisti che i conservatori in un’elezione locale. Questi risultati sono senza precedenti… La riforma può vincere e vincerà le prossime elezioni generali».

 

Il premier britannico Keir Starmer ha affermato di aver compreso la scelta degli elettori, pur provando «una forte rabbia», promettendo di «andare oltre e più velocemente nel perseguimento di… rinnovamento nazionale».

 

Nel frattempo, la leader del Partito Conservatore Kemi Badenoch ha riconosciuto senza mezzi termini che le elezioni sono state un prevedibile «bagno di sangue», sottolineando che i conservatori devono continuare a lavorare per ricostruire la fiducia nel partito.

 

L’ascesa di Reform UK è stata trainata dalla frustrazione degli elettori per gli alti livelli di immigrazione, l’aumento del costo della vita e quelli che molti considerano anni di cattiva gestione da parte di entrambi i partiti principali.

 

Il partito ha fatto una campagna elettorale intensa basata sulla promessa di ridurre l’immigrazione – anche attraverso le traversate di piccole imbarcazioni – di abbassare le tasse e di ridurre la spesa comunale, presentandosi come l’unica alternativa a quello che definisce «un establishment politico fallito».

 

Elon Musk a gennaio aveva chiesto la sostituzione di Farage al vertice del partito, in quanto non sufficientemente allineato con l’emergenza civile dovuta alla migrazione di massa subita dal Regno. Il diverbio pare poi essere rientrato.

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A Reform UK durante le elezioni dello scorso anno è stato chiesto da parte delle autorità di dimostrare che nessuno dei suoi candidati alle recenti elezioni generali era un robot dotato di Intelligenza Artificiale: una bizzarria che, con probabilità, diverrà sempre più la norma in futuro. Come riportato da Renovatio 21, le recenti votazioni in Albione hanno visto correre come candidato anche AI Steve, il primo caso nel Paese di Intelligenza Artificiale che si candida in politica. Candidati AI si sono visti anche alle ultime elezioni a Tokyo, che hanno goduto, al solito, di una sfilza eccezionale di personaggi.

 

Farage, che ricordiamo ha subito il fenomeno della debancarizzazione, negli scorsi mesi aveva dichiarato che l’Occidente ha provocato la guerra in Ucraina.

 

Il partito di Farage alle elezioni nazionali dello scorso anno ha preso molti voti ma pochi seggi. Di fatto, con il partito dei Conservatori ridotto in stato comatoso, rappresenta ora la vera opposizione ai laburisti.

 

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Politica

Sì, vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino

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Vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino, esattamente come ha detto il presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni.   Ci teniamo, perché deve essere significato un concetto di fondo: lo Stato moderno, basato sulla Necrocultura, non può che onorare eroi come Emma, 11 mila e passa aborti fatti con le sue proprie mani, più diversi milioni indirettamente cagionati dalla legge che aveva lottato per ottenere.   Lo sappiamo, non è solo l’aborto. C’è l’eutanasia, c’è un po’ di geopolitica oscura, c’è molto altro nella storia della cocca di Soros e Bergoglio. La sostanza rimane la stessa: sappiamo quali padroni, forse un livello ancora più su,  i radicali italiani hanno servito in tante decadi.   Un po’ di storia.

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La giovane Bonino, si racconta, ad un certo punto va in cerca di qualcuno che le procuri un aborto illegale per un prezzo minore di quello che le hanno chiesto in precedenza. Si troverà in Toscana, dove in una bella villa sui colli un ginecologo, Giorgio Conciani esegue, contra legem, «innumeri interruzioni di gravidanza». È qui che la ragazza apprende i principi del Partito Radicale: ma, una volta aderito completamente alla cultura feticida, non si farà bastare la propaganda della dottrina del libero aborto: passa all’azione con i compagni radicali.   Così, in questa bella villa toscana si istituisce – per volere di Marco Pannella e di Adele Faccio -–il CISA, Centro Italiano Sterilizzazione e aborto.   In un articolo sul settimanale Oggi del 1976, la Bonino spiega che «tra il febbraio e la fine di dicembre del 1975, gli interventi per aborto del CISA sono stati 10.141». Alle operazioni la Bonino provvede di persona. Come testimoniato da una famosa fotografia, per il feticidio delle carovane di madri che attira nella villa si serve della pompa di una bicicletta. Il bambino abortito prima di finire nella spazzatura veniva aspirato dentro un vasetto della marmellata svuotato per la bisogna: «Alle donne non importa nulla che io non usi un vaso acquistato in un negozio di sanitari, anzi, è un buon motivo per farsi quattro risate» assicurò Bonino a Neera Fallaci, giornalista sorella di Oriana.   Per dare un’idea dell’ambientino delle mammane radicali a metà anni Settanta si può leggere un’intervista fatta da un’altra sorella Fallaci, Paola, a Eugenia Roccella, attuale ministro della Famiglia del governo Meloni: «la pompa di bicicletta è soltanto lo strumento che può utilizzare chi non ha I’aspiratore elettrico, difficile da procurarsi e molto costoso. Non c’è nulla di stregonesco in questo, né di anti-igienico, né di agghiacciante   Il dottor Conciani, dopo aver espanso le sue attività anche nel campo delle eutanasie illegali, finirà suicida, impiccato in cantina.   La Bonino invece, farà una carriera politica folgorante: le vengono dati incarichi di massimo prestigio, compreso quello di Commisario Europeo. Di lei si parlò varie volte come figura ideale per la presidenza della Repubblica, con campagne infinite che arrivarono a stampare immensi cartelli pubblicitari nelle città italiane e pure costosissimi spot TV («Una come Emma…»).   Il suo ruolo nella trasformazione dell’Italia in Stato abortista non può essere sottovalutato, perché non è fatto solo di propaganda e referendum.   Il programma di dissoluzione non poté che attrarre l’interesse del distruttore globale Giorgio Soros. Nel 1976, cioè due anni prima che arrivasse la 194, la deputata del Partito Repubblicano Italiano (notoriamente, il partito della massoneria) Susanna Agnelli chiese al Ministro della Sanità l’autorizzazione all’aborto per le madri di Seveso, cioè quelle donne incinte al tempo del disastro chimico che colpì la cittadina lombarda.   L’iniziativa di Suni Agnelli coniugata Rattazzi – che, volto e erremoscia copincollati geneticamente dal fratello inventore dell’orologio sopra il polsino, avrebbe poi dato il meglio di sé come ministro degli Esteri del governo Dini (1995-1996) – si univa, ovviamente ad una proposta lanciata dalla conterranea piemontese Bonino. Riteniamo profondamente ingiusto vedere come oggi il mondo pro-life si scagli quasi unicamente contro la ciclo-abortista radicale e non contro la erremosciata infanta industrialista.   Tanto per concludere la storia della psy-op abortista di Seveso, furono poi fatti degli studi sui poveri resti dei bambini massacrati. I resti degli aborti furono inviati in un laboratorio di Lubecca, in Germania, per essere analizzati; nella relazione stilata nel 1977 dai tedeschi si dice che in nessuno di quei resti umani fosse evidente un segno di malformazione. Altre donne di Seveso portarono a termine le loro gravidanze senza problemi, i loro figli, che vivono tutt’oggi non mostrarono segni di malformazioni evidenti. Qualcuno magari sta pure leggendo queste righe.

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La Bonino, mandata da Berlusconi a fare il Commissario Europeo negli anni Novanta – con i suoi coraggiosi viaggi nell’Afghanistan dei Talebani sparati in copertina dai settimanali – dovette sembrare a Soros anche l’interlocutore ideale per entrare nelle stanze dei bottoni di Bruxelles e Strasburgo. In quegli anni si segnalarono numerosi viaggi dell’Emma a Nuova York per incontrare il magnate.   Al matrimonio di Soros del 2013 (il terzo), senza che lo si dicesse a nessuno (se lo lasciò scappare Pannella in una diretta di Radio Radicale da Nuova York), tra gli invitati vi erano Giacinto detto Marco ed Emma. La Bonino in particolare era ministro degli esteri: ogni suo spostamento produce un lancio stampa, per il voletto su Nuova York a mangiare la torta nuziale dell’amico miliardario palindromo neanche un rigo. E sì che con Emma c’era un bel parterre: il premier albanese Edi Rama (vecchia conoscenza di Soros, nuova amicizia della Meloni), la presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, il Presidente dell’Estonia Hendrik Toomas Ilves, la leader democratica Nancy Pelosi, l’allora governatore di Nuova York Andrew Cuomo (poi malamente spodestato, e non per le stragi COVID), il governatore della California Gavin Newsom (che molti ora vedono come futuro candidato presidente per il Partito Democratico USA), la direttrice del FMI Christine Lagarde, il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, i finanzieri Paul Tudor Jones e Julian Robertson, e il cantante degli U2 Bono.   Di più Soros prese addirittura la tessera della Rosa nel Pugno, e sostenne il Partito Radicale Transnazionale. È lecito interrogarsi sulla possibilità che la mano di Soros vi sia anche negli affari che nel dopo-muro i radicali intrattenevano nei paesi orientali: lo speculatore vi investiva miliardi di euro in affari filantropici, i radicali aprivano uffici nelle capitali slave, e gli toccherà persino di vedere la triste morte di uno dei loro missionari, probabilmente assassinato dagli eredi del KGB.   Se nella sua storia di pasionaria dello strano partito radicale italiano – attivistico come un partito di sinistra, ma filoamericano, filoisraeliano, anticinese, antisindacale, antistatalista – è possibile vedere con chiarezza che il suo nemico è sempre stato l’autorità cattolica e la morale cristiana in generale («No Vat», «Vatican Taliban», «decidi tu o il Vaticano»?) solo fino ad un certo punto.   Ad un certo punto, cominciò a vedersi la foga dei vertici della DC, e della Chiesa stessa, per associarsi ai radicali. Il segnale che molti sottovalutarono probabilmente è la laurea honoris causa che fu assegnata dall’Università di Bologna di Romano Prodi a George Soros nel 1995. Appena due anni prima, Soros aveva effettuato una manovra di gargantuesca speculazione internazionale che aveva messo in ginocchio l’Italia (e la Gran Bretagna, e la Malesia, etc.) svalutandone la moneta, la lira. Ministro degli Esteri era all’epoca Beniamino Andreatta, figura democristiana la cui oscurità è misconosciuta, che nel governo precedente, l’Amato I, aveva ricoperto il ruolo di ministro del Bilancio e della programmazione economica.   Un retropensiero sugli alleati democristiani di Soros – o peggio, wannabe alleati – confesso che mi è venuto anche quando ho visto la Bonino invitata a presentare il meeting di CL nel 2013. Forse che il movimento di Don Giussani, che le mani in pasta in diversi paesi (Sud America compreso) le ha, immagini di bussare alla porta di George?   A questo punto un ricordo personale: accadde a quel tempo che dovetti andare al Meeting ciellino di Rimini, perché era stato dato appuntamento in una saletta appartata per un ritrovo di un’iniziativa pro-life che finì, come tutte, nel nulla rivoltante contarnato da salamelecchi a qualche stronzo politico di passaggio. C’erano due amiche da accompagnare, e allora dissi che sì, sarei andato, ad una condizione: epperò avrei, un po’ stile radicale, lo ammetto, solcato la Woodstock del Ciellistan con al collo la copertina di Tempi (rivista cielloide che non sappiamo se esista ancora) che aveva pensato bene di mettere la Bonino in prima pagina.   E quindi eccomi, con una fotocopia della prima del giornale, primissimo piano di Emma, cui forse, nello stile grafico che conoscete bene in Renovatio 21, avevo fatto gli occhi rossi: sì, ero divenuto un sandwich umano antiboninico. In mezzo ai ciellini. Il risultato fu quello atteso: gente che mi guardava imbarazzata, preoccupata, irritata, rassegnata… La dissonanza cognitiva era tanta anche per quanti, col giussanismo, avevano messo il cervello in gestione conto terzi (cit. Mario Palmaro).   Tuttavia un avventore, alto e con la pelle ambrata, mi si avvicinò durissimo: «è colpa sua il casino che sta succedendo a casa mia» disse. Era un egiziano cristiano copto, il popolo che colpevolmente – come in Libano, Siria, Iraq – l’Europa post-cristiana ha definitivamente abbandonato. Non ho mai capito cosa volesse dirmi, perché non riuscii a fermarmi a parlarci. Erano gli anni post-primavera araba, cioè rivoluzioni colorate parasorosiane indette dal potere profondo americano, che, apertis verbis, voleva provare a piazzare con Mohammed Morsi un movimento terrorista (i Fratelli Musulmani: il capostipite del jihadismo globale, come ammette perfino il manuale dell’ISIS La gestione della barbarie) a capo di un grande Stato Arabo – manovra che infine è recentemente riuscita, meglio che in Egitto dove l’islamista è stato spodestato dal «laico» al-Sisi, nella Siria del tagliagole ricercato al-Jolani.   Sì, la Bonino era conosciuta in Egitto, vi si era trasferita. Non è mai stato chiaro cosa abbia fatto al Cairo la Bonino, ma finì per essere nominata professore all’Università. Più di così non sappiamo.

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Questo per dire che la figura della Bonino è andata molto oltre il tema dell’aborto, dell’eutanasia, delle droghe, etc. E pure oltre l’Italia. Tipo anche, in Vaticano.   Sì perché il papato Bergoglio portò la Bonino nel Sacro Palazzo, col pontefice di origini piemontesi che la salutava con un bel «Cerea!» e si complimentava con lei come una «grande figura italiana dimenticata».   Chi ha fatto negli anni la battaglia contro l’aborto poteva anche rimanerne sconvolto, ma doveva farci l’abitudine. Il sottoscritto ricorda bene come, all’indomani di una Marcia per la Vita a Roma (tanto per dire quanto servivano…) il papa la ospitò in Vaticano in un’iniziativa a caso che riguardava, eccerto, i bambini. Via con la photo-opportunity, con la tizia che definiva il Vaticano «talebano» a stringere le mani grata, sorridentissima, al romano pontefice.   Il favore del vecchio si arricchì di un ulteriore episodio due anni fa, appena dopo la rielezione di Trump: il papa, in carrozzella, va a trovare l’Emma, in carrozzella. La foto, con i due che sorridono pacifici, è scattata sul terrazzo di Casa Bonino.   Niente di tutto questo ha tuttavia veramente importanza ora, se dobbiamo pensare ai funerali di Stato: esequie organizzate e finanziate dallo Stato italiano per onorare personalità che hanno ricoperto cariche istituzionali di massimo rilievo o che si sono distinte per meriti eccezionali nei confronti della Nazione.   Lo Stato premia la donna che ha avviato e avallato il genocidio di milioni di suoi cittadini. Se la Nazione è tale perché prevede, come dall’etimo latino, la nascita, la Bonino rappresenta la figura più antinazionale possibile.   E se pensate che il nazionalismo professato (a parole, mentre lascia che milioni di immigrati ci invadano, a spese del contribuente) dai partiti al potere possa capirlo, non sapete nulla: ricordate l’inchino a Moloch del 2022, la dichiarazione ripetuta, per interposta persona, della Meloni – che viene dall’MSI, partito che si oppose frontalmente all’aborto di Pannella e Bonino – che no, una volta al governo non avrebbe toccato il feticidio di Stato. Come se per prendere le redini dello Stato moderno, si dovesse fare prima questa professione di sudditanza all’autogenocidio, al sacrificio di massa, al Male: l’inchino a Moloch, appunto.   Niente di nuovo sotto il Sole: con le leggi abortiste, lo Stato moderno ha rivelato la sua natura intima, cioè la profonda, massiva ostilità assassina verso l’essere umano.   È giustissimo quindi che la Bonino entri nel Pantheon dell’Italia moderna. Non scandalizzatevi: è un segnale di chiarezza, di cui dovremmo essere grati.

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Politica

AfD querela Merz

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Il partito Alternativa per la Germania (AfD) ha depositato una denuncia penale nei confronti del cancelliere Friedrich Merz, dopo che quest’ultimo ha dichiarato che la formazione di destra sta istigando alla pulizia etnica. Merz ha pronunciato queste parole durante un acceso confronto in parlamento, successivo alla netta vittoria dell’AfD alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt.

 

Secondo vari sondaggi, l’AfD risulta il partito più sostenuto in Germania, con il 28% dei consensi a livello nazionale. La formazione di destra, euroscettica e all’opposizione, chiede controlli più rigorosi sull’immigrazione ed è fortemente critica verso il sostegno del governo tedesco all’Ucraina e verso le sanzioni contro la Russia.

 

In una nota diffusa giovedì, il gruppo parlamentare dell’AfD, principale forza di opposizione al Bundestag, ha accusato Merz di diffamazione, un reato che andrebbe oltre la libertà di espressione riconosciuta dalla Costituzione in ambito parlamentare.

 

Intervenendo mercoledì al Bundestag, il cancelliere ha sostenuto che, promuovendo la «rimigrazione», l’AfD starebbe di fatto sostenendo una «pulizia etnica basata sull’origine e sul colore della pelle».

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Stephan Brandner, segretario e consulente legale del gruppo parlamentare dell’AfD, ha dichiarato che con le sue «affermazioni infondate e ripugnanti», rivolte non solo al partito ma anche a milioni di cittadini tedeschi, Merz ha «superato un limite… in un modo che ha implicazioni penali».

 

Il concetto di «remigrazione», che negli ultimi anni ha trovato spazio in Europa, viene di solito inteso come il ritorno nei Paesi d’origine di immigrati con precedenti penali e «non integrati», e più in generale di residenti con un passato migratorio.

 

Merz ha formulato queste considerazioni pochi giorni dopo il successo dell’AfD alle elezioni regionali di domenica nello Stato tedesco orientale della Sassonia-Anhalt, dove il partito ha ottenuto il 43,8% dei voti.

 

Il partito del cancelliere, l’Unione Cristiano Democratica (CDU), si è fermato al secondo posto con un distacco ampio, raccogliendo poco più del 17,2%.

 

Durante una conferenza stampa, Merz ha ammesso che i cristiano-democratici, a lungo dominanti nel panorama politico della Sassonia-Anhalt, avevano subito la «più grave sconfitta elettorale degli ultimi decenni».

 

Sì, la vittoria dell’AfD segnala un pericolo per la democrazia, ma non nel modo in cui te lo raccontano. LEGGI DI PIÙ: Sì, la vittoria dell’AfD segnala un pericolo per la democrazia, ma non nel modo in cui te lo raccontano.

 

Il cancelliere ha tuttavia rifiutato di cambiare linea e ha promesso di «rafforzare il nostro ordine politico e il nostro solido ancoraggio in Europa», imputando i risultati deludenti della CDU a una comunicazione insufficiente con gli elettori.

 

Un sondaggio INSA pubblicato dalla Bild a fine agosto indicava che il sostegno al blocco di governo cristiano-democratico CDU/CSU era sceso al 20% a livello nazionale, con il 78% degli intervistati insoddisfatto del governo di coalizione di Merz.

 

Nel frattempo Ulrich Siegmund, principale candidato dell’AfD in Sassonia-Anhalt, ha dichiarato giovedì che il partito non «demonizza categoricamente la produzione di equipaggiamento per la difesa, perché avremo naturalmente bisogno degli strumenti adeguati per la successiva campagna di rimpatrio e deportazione».

 

«Questo è anche nell’interesse della sicurezza interna, della nostra stabilità e della difesa dello Stato», ha aggiunto il politico rispondendo a un giornalista che citava recenti notizie di stampa su trattative tra la società israeliana Elbit Systems e le autorità regionali. Secondo quanto riportato, il produttore di armi starebbe valutando la costruzione di uno stabilimento a Sangerhausen.

 

Come riportato da Renovatio 21, un impianto Volkswagen è in procinto di essere riconvertito per la fabbricazione di armi israeliane.

 

Negli ultimi mesi diverse figure di spicco dell’establishment hanno chiesto la messa al bando dell’AfD, sostenendo che rappresenterebbe una minaccia per l’ordine costituzionale e per la democrazia tedesca.

 

A fine agosto il ministro della Difesa Boris Pistorius e il governatore del Baden-Württemberg Cem Özdemir hanno affermato che l’AfD dovrebbe essere vietata perché, a loro avviso, mette in discussione «l’inviolabilità della dignità umana» sancita della Grundgesetz, la Costituzione tedesca – quella che, tra parentesi, il governo tedesco ha violato mostruosamente durante il periodo di repressione pandemica e che viola ancora oggi conla sua guerra al «complottismo» e alla libera espressione. I due esponenti, rispettivamente del Partito Socialdemocratico (SPD) e del Partito dei Verdi, hanno richiamato la linea dura del partito di destra in materia di immigrazione.

 

L’AfD è già sotto osservazione delle autorità federali tedesche, che classificano il partito come un’entità «sospetta di estremismo di destra». In diverse regioni le sezioni locali dell’AfD sono state sottoposte a un monitoraggio ancora più esteso.

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Come riportato da Renovatio 21, tre anni fa era emerso che i servizi avevano etichettato l’organizzazione giovanile AfD come «estrema destra» in modo da poter sorvegliarne i membri.

 

L’agenzia di Intelligence nazionale tedesca chiamata Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV) – l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, meglio nota come BfV – era arrivata a mettere sotto sorveglianza il suo ex presidente Hans-Georg Maaßen, sospettandolo di legami con l’estrema destra del paese, hanno riferito i media locali.

 

A dicembre 2023, il presidente della sezione sassone dell’Ufficio per la protezione della Costituzione (BfV), Dirk-Martin Christian, ha annunciato che l’AfD era stato ufficialmente ritenuto estremista per la sua «agenda anticostituzionale». Tale status giuridico consente al BfV di utilizzare mezzi di sorveglianza e di intelligence per raccogliere informazioni senza restrizioni sulle attività del partito di destra.

 

La Grundgesetz, la «legge di base» e cioè la Costituzione tedesca sulla quale il BfV dovrebbe vigilare, è stata umiliata durante la pandemia (il suo primo articolo recita: «La dignità dell’uomo è intangibile. È dovere di ogni potere statale rispettarla e proteggerla») è successivamente modificata per poter aumentare la spesa militare, che con l’Ucraine (e non solo) sta gonfiandosi senza requie, segno di una effettiva rimilitarizzazione della Germania.

 

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Politica

Fico: la vittoria dell’AfD è un monito all’élite europea che vuole provocare la guerra con la Russia

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Il primo ministro slovacco Robert Fico ha pubblicato oggi un importante consiglio rivolto ai partiti che hanno perso il proprio spazio in Europa.   «Nelle elezioni regionali democratiche, gli elettori tedeschi hanno consegnato una vittoria decisiva a un partito – l’AfD» ha scritto il Fico su X. «Questa è una decisione sovrana degli elettori in un Paese sovrano, e pertanto è inappropriato presentare il risultato elettorale come la fine della democrazia o come qualcosa di terrificante».   «In generale, quando i partiti al governo non affrontano il problema dell’immigrazione clandestina, adottano posizioni estremiste, sostengono le guerre e si rifiutano di riconoscere l’allarmante impatto delle politiche climatiche europee sulla competitività, perdono le elezioni e vengono sostituiti da altri partiti che spesso offrono soluzioni semplici, ma nondimeno concrete».  

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Il premier di Bratislava ha proseguito con un avvertimento: «ho un solo desiderio: che questo risultato delle elezioni regionali tedesche non porti a presentare la guerra con la Russia come l’unica via per distogliere l’attenzione dalla sconfitta dei partiti al governo. Perché, come dice il vecchio proverbio, la Germania non commette piccoli errori.»   Pochi giorni fa il primo ministro Fico aveva dichiarato ai media che l’intero sforzo della NATO per distruggere la Russia è fallito. «Se i Paesi occidentali con maggiore influenza non avessero impedito all’Ucraina di firmare l’accordo con la Russia, pronto già nell’aprile del 2022, il conflitto si sarebbe concluso molto tempo fa (…) Questa strategia è fallita completamente».   «Tuttavia» ha dichiarato il Fico, «l’Occidente si rifiuta ancora di ammettere il proprio errore e continua ad alimentare le fiamme della guerra. Dopotutto, non sono soldati britannici, tedeschi o francesi a morire oggi. La situazione si sta facendo ancora più pericolosa, poiché un’ulteriore militarizzazione, l’aumento delle tensioni e la minaccia di un conflitto globale potrebbero diventare la ricetta per la sopravvivenza politica di alcuni politici incapaci di far fronte alla crisi economica e alle conseguenze di una politica migratoria errata».   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa Fico aveva promesso di fare «tutto» il possibile per garantire che il suo Paese non partecipi all’ultima iniziativa sostenuta dalla NATO per finanziare la fornitura di armi all’Ucraina. A marzo aveva messo in guardia sul fatto che i sorvoli di droni ucraini sul territorio dei membri della NATO potrebbero provocare un’escalation militare incontrollabile se i leader occidentali continueranno a rifiutare un dialogo diretto con la Russia.   Riguardo al mantenimento di sanzioni contro Mosca, il primo ministro slovacco questa primavera aveva definito l’UE una «nave suicida».

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