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Il papa nomina l’inventrice del vaccino mRNA alla Pontificia Accademia per la Vita. Mons. Viganò: scandalo, i sieri utilizzano feti abortivi

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Il 10 febbraio papa Francesco ha nominato membro ordinario della Pontificia Accademia per la Vita la professoressa Katalin Kariko, docente presso l’Università di Szeged in Ungheria. Lo riporta Agensir.

La Kariko, come noto, è considerata l’inventrice del siero COVID mRNA. Per il suo lavoro con il farmaco genico sperimentale imposto a miliardi di persone la Kariko ha vinto l’anno passato il premio Nobel.

 

Su Twitter sono scattati subito i complimenti dell’istituzione vaticana, compresi quelli del capo della Pontificia Accademia per la Vita monsignor Paglia, il quale va ricordato per la sua passione vaccinale, prima con i sieri pediatrici (legge Lorenzin, 1997), poi per l’accorata richiesta della quinta dose.

 

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La Kariko a sua volta ha ringraziato commossa: «Sono profondamente onorata che papa Francesco mi abbia nominato membro della Pontificia Accademia per la Vita. L’anno scorso ho tenuto una conferenza in Vaticano sulle biotecnologie emergenti. È stato emozionante incontrare papa Francesco in udienza privata con la mia famiglia, ha benedetto i miei nipoti».

 

 

La nomina ha suscitato lo scandalo di monsignor Carlo Maria Viganò:

 

 

«È assolutamente scandalosa la nomina di Katalin Karikó alla Pontificia Accademia per la Vita, considerando il suo coinvolgimento nello sviluppo della terapia genica mRNA, che come ormai sappiamo prevede l’utilizzo di feti abortivi per la produzione dei sieri sperimentali».

 

«Non sfuggirà la coerenza con la nomina di un’altra atea abortista proveniente dal WEF, Mariana Mazzuccato, sempre ad opera di Bergoglio».

 

«L’azione devastatrice di questo Gesuita va oltre la dottrina e costituisce un vergognoso asservimento della Chiesa alle politiche criminali dell’élite globalista e conferma il ruolo eversivo dell’Argentino».

 

«Sconcerta che alcuni sedicenti conservatori si limitino a dichiarare che gli atti di Bergoglio non impegnano l’infallibilità pontificia, e che questo sia per loro sufficiente».

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Come riportato da Renovatio 21, il Vaticano è stato lo Stato dove il vertice ha istituito il più draconiano obbligo vaccinale, al punto che chi ha rifiutato ha dovuto lasciare la città-Stato. Il papato ha imposto il vaccino ai giornalisti dell’aereo dei viaggi apostolici e in generale a chiunque volesse accompagnare il papa. Sono diventati noti negli anni gli incontri segreti tra il papa e l’amministratore delegato Pfizer Albert Bourla.

 

Il tema dell’uso di feti abortiti per la produzione dei farmaci, già dismesso nell’era Lorenzin da Bergoglio e Paglia, sembra ora neanche lontanamente considerato da parte cattolica.

 

Si tratta, per inciso, del tema su cui Renovatio 21 aveva, ancora più di un lustro fa, investito per creare i presupposti di un’obiezione di coscienza ai vaccini, che poco più tardi, allo scoppio della catastrofe pandemica, avrebbe potuto salvare milioni di persone dal macello della siringa mRNA.

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La vera questione in gioco nelle consacrazioni FSSPX secondo il cardinale Müller

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Il cardinale critica la Fraternità per aver adottato l’atteggiamento di coloro che credono di poter risolvere le crisi «ritirandosi nell’angolo oscuro di una Chiesa dei puri, ultimo baluardo dell’ortodossia che imporrebbe la sua completa reintegrazione nella Chiesa cattolica convertendo quest’ultima alla propria cerchia ristretta». Non è forse piuttosto il contrario? Non è forse la Chiesa dei puri del Concilio Vaticano II in realtà l’ultimo baluardo trincerato del neomodernismo che imporrebbe una pseudo-unità della Chiesa, una «piena comunione ecclesiale», convertendo tutti i cattolici alla nuova liturgia e alla nuova teologia del Concilio?  

Il cardinale Müller, il prototipo del conservatore nella Chiesa?

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, nato a Magonza nel 1947, era un uomo molto caro a Benedetto XVI. Fu proprio Benedetto XVI, infatti, che il 2 luglio 2012 lo nominò Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e, allo stesso tempo, gli affidò la Presidenza della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Due anni dopo, il 12 gennaio 2014 – dopo le dimissioni ad interim di Papa Benedetto – Papa Francesco lo creò cardinale.   Fu proprio questo nuovo cardinale Müller che, nell’autunno del 2014, cinque anni dopo le prime discussioni dottrinali del 2009-2011, riprese – in qualità di presidente della Commissione Ecclesia Dei – il dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X e ricevette a Roma il vescovo Bernard Fellay, allora Superiore Generale della stessa. Il dialogo ha raggiunto un punto di non ritorno il 6 giugno 2017, quando il cardinale Müller, a nome della Santa Sede, ha inviato una lettera al vescovo Fellay chiedendo che, in caso di normalizzazione canonica della Fraternità, o di ripristino della «piena comunione», i membri della Fraternità «dichiarino esplicitamente la loro accettazione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e di quelli del periodo post-conciliare, concedendo a tali affermazioni dottrinali il grado di adesione loro dovuto» e che riconoscano «non solo la validità, ma anche la legittimità del Rito della Santa Messa e dei Sacramenti, secondo i libri liturgici promulgati dopo il Concilio Vaticano II» (1).   Il resto è storia: incapace di accettare tali condizioni, il vescovo Fellay espresse nuovamente il suo rammarico a Roma, offrendo un’ulteriore spiegazione sulle cause profonde della crisi che affligge la Chiesa dal Concilio Vaticano II. Il 2018 vide l’elezione di padre Davide Pagliarani a capo della Compagnia di Gesù. Ma prima di ciò, appena un mese dopo l’invio della lettera al vescovo Fellay, il 1° luglio 2017, Papa Francesco rimosse il cardinale Müller dalla carica di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il suo successore, prefetto di quello che ora è diventato un dicastero, fu il gesuita Luis Ladaria Ferrer. Gerhard Müller si era già mostrato critico nei confronti degli orientamenti dottrinali e pastorali di Papa Francesco e proseguì su questa strada.   Il 20 dicembre 2023, il Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede ha denunciato, in una dichiarazione, la Dichiarazione Fiducia Suplicans , con la quale il Vaticano ha autorizzato la benedizione delle coppie in situazioni irregolari, delle coppie conviventi, dei divorziati risposati e persino delle coppie omosessuali. Secondo lui, questo documento dovrebbe essere considerato un «salto dottrinale» e un «rischio di blasfemia». Inoltre, durante una sessione di domande e risposte alla Conferenza «Call to Holiness 2025», tenutasi nel Michigan, il Cardinale Müller ha criticato l’attuazione del motu proprio Traditionis custodes, definendo «problematico» e «non pastorale» il fatto che alcuni vescovi stiano limitando la celebrazione del rito romano tradizionale secondo il Messale del 1962. In precedenza, il 20 maggio 2024, Gerhard Müller aveva celebrato, secondo l’antico rito del 1962, la messa pontificale del lunedì di Pentecoste al termine del pellegrinaggio di Chartres organizzato dall’Associazione Notre-Dame de Chrétienté, cosa che gli era valsa l’etichetta di «Amico dei tradizionalisti e nemico di Papa Francesco» sulla prima pagina del sito web del quotidiano Libération. (2)

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Le incoronazioni del 1° luglio: la conseguenza di una battaglia dottrinale

C’è però spesso un confine sottile tra il dire e il fare, e sarebbe stato del tutto sbagliato aspettarsi che il cardinale Müller prendesse posizione, insieme al vescovo Schneider e al vescovo Strickland, per giustificare e difendere le consacrazioni del 1° luglio 2026. Purtroppo, è accaduto esattamente il contrario (3). In un’intervista pubblicata sul sito web tedesco della rivista internazionale Communio, e realizzata il 19 marzo, il cardinale risponde a lungo alle domande di Jan-Heiner Tück in modo tutt’altro che favorevole alla decisione presa da don Davide Pagliarani, denunciando invece «un atteggiamento scismatico» e un «falso appello allo stato di necessità».   Al di là dei rimproveri e delle accuse di «scisma», questa dichiarazione del cardinale Müller ha il grande merito di porre il problema che contrappone Roma alla Compagnia di San Pio X sul suo vero piano. Ben lontano dalle dichiarazioni impoverite di un cardinale Sarah (4) o di un monsignor Eleganti (5) , questo tipo di discorso ha il grande vantaggio della chiarezza.   Il cardinale indica fin da subito con precisione dove risiede il punto di contesa: «Il vero problema non sta nella liturgia, cioè nelle forme rituali classica (post-tridentina) e rinnovata (post-conciliare), ma nella dottrina della fede, che essi [i membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X] considerano compromessa dalla liturgia rinnovata. Alcune formulazioni del Concilio Vaticano II si prestano a interpretazioni dubbie, come l’idea che i musulmani, come i cristiani e gli ebrei nella tradizione abramitica, riconoscano il Creatore e adorino l’unico Dio con noi». Il cardinale indica poi i punti dell’insegnamento del Concilio Vaticano II in cui la Fraternità denuncia una contraddizione che rende tale insegnamento incompatibile con i costanti insegnamenti del Magistero della Chiesa: la dottrina sul valore delle religioni non cristiane in Nostra aetate ; la dottrina dell’ecumenismo in Unitatis redintegratio ; la dottrina della libertà religiosa in Dignitatis humanae .   Il Cardinale lo aveva ben compreso: la Fraternità Sacerdotale San Pio X vede in questi punti fallaci, fonte avvelenata del relativismo dottrinale e morale all’interno della Chiesa, la ragione profonda dello stato di necessità della Chiesa stessa. La decisione di procedere con le consacrazioni episcopali è semplicemente il mezzo adottato per porre rimedio a questo relativismo, garantendo la continuità di una predicazione autenticamente cattolica, libera da tali errori. «Ecco perché», concluse il Cardinale, «ho insistito, durante i colloqui con la Fraternità, sul fatto che le loro critiche ad alcune dichiarazioni del Concilio Vaticano II sarebbero giustificate solo se il Concilio avesse effettivamente insegnato ciò che gli veniva attribuito». Tuttavia, secondo lui, gli insegnamenti del Vaticano II non sono la fonte avvelenata del relativismo, perché non contengono gli errori che la Fraternità ritiene di riscontrarvi. «Piuttosto», disse, «coloro che attribuiscono gravi errori di fede al legittimo Concilio Vaticano II si sbagliano, contrariamente alla comprovata ermeneutica cattolica».

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La questione della dottrina, alla base dello stato di necessità

Ma è chiaro che è il cardinale a sbagliarsi quando tenta di scagionare i testi del Concilio dalle accuse mosse dalla Fraternità . «L’idea», afferma, «che i musulmani, come i cristiani e gli ebrei nella tradizione abramitica, riconoscano il Creatore e adorino l’unico Dio con noi» dovrebbe essere intesa nel testo della Nostra Aetate in conformità con «l’insegnamento cattolico classico secondo il quale la ragione umana è, in linea di principio, capace di riconoscere l’esistenza e l’unità di Dio, mentre i misteri della Trinità e dell’Incarnazione si rivelano solo attraverso la fede soprannaturale». È indubbiamente vero che la ragione naturale rimane capace, in ogni persona e indipendentemente dalla sua religione, di giungere alla conoscenza di un Dio Creatore.   Tuttavia, va notato che il testo della dichiarazione Nostra aetate va oltre, poiché, secondo esso, non è solo la ragione umana, ma anche le stesse «regole e dottrine» di queste false religioni che, «pur differendo per molti aspetti da ciò che [la Chiesa] stessa sostiene e propone, nondimeno spesso riflettono un raggio di verità che illumina tutti gli uomini» (§ 2). C’è una differenza tra dire che il raggio di verità che illumina tutti gli uomini è la luce della ragione naturale, presente in ogni persona, e dire che questo stesso raggio trova il suo riflesso nelle regole e dottrine delle false religioni. Nostra aetate non parla di ragione naturale, ma di regole e dottrine religiose. Il § 3 parla specificamente della «fede islamica». La sezione 4 genera confusione a livello del popolo ebraico, senza fare distinzione tra il popolo eletto dell’Antico Testamento e il popolo decaduto da questa elezione e infedele a Dio nel Nuovo Testamento; confusione che emerge quando si afferma che “«gli ebrei restano ancora, per via dei loro padri, molto cari a Dio, i cui doni e la cui chiamata sono irrevocabili» e quando il testo evoca la «grande eredità spirituale, comune a cristiani ed ebrei», mentre gli ebrei contemporanei continuano a rifiutarsi di riconoscere Gesù di Nazareth come il Messia annunciato nelle Scritture e come il Figlio stesso di Dio.   «Riguardo all’ecumenismo con i cristiani non cattolici, le comunità cristiane e le Chiese ortodosse», afferma il cardinale, «il Concilio non ha in alcun modo messo in discussione la necessità della Chiesa cattolica per la salvezza o la sua piena identità con la Chiesa degli Apostoli». Indubbiamente, e non è questo che la Fraternità critica nel decreto Unitatis redintegratio for . Ciò che critica è che ha oscurato, fino al punto di negare, l’idea che la Chiesa cattolica sia necessaria come unico mezzo di salvezza, escludendo tutte le comunità cristiane non cattoliche. Ciò che la Fraternità  critica anche in questo decreto, così come nella costituzione Lumen gentium e nei successivi documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, è l’affermazione che, se la Chiesa cattolica è pienamente identica alla Chiesa degli Apostoli, le comunità cristiane non cattoliche le sono parzialmente identiche nella misura in cui vi sono «elementi di santificazione e di verità» (Lumen gentium n. 8) e nella misura in cui questa Chiesa di Cristo è ancora «presente e attiva» in quei luoghi (Dichiarazione Dominus Jesus del 6 agosto 2000, n. 17).   «E per quanto riguarda la libertà religiosa», ha continuato il cardinale, «la dichiarazione Dignitatis humanae insegna niente meno che il «diritto di ogni essere umano – naturalmente radicato nello spirito e nella libertà della persona – di difendersi dalle interferenze dello Stato nella propria coscienza», vale a dire, «il diritto di ogni persona di scegliere e praticare la propria religione libera da ogni costrizione esterna o manipolazione interna, secondo la propria coscienza». Il cardinale Müller qui non coglie alcune distinzioni fondamentali. Una cosa è usare la coercizione nel foro pubblico per indurre le persone a professare la vera religione, tutt’altra cosa è usare la coercizione nel foro pubblico per impedire alle persone di professare una falsa religione. La dottrina sociale della Chiesa richiede che lo Stato eserciti la sua autorità a favore della vera religione, usando la coercizione nel foro pubblico per prevenire o dissuadere la professione dell’errore. La Chiesa ha condannato solo l’uso della coercizione per imporre la vera religione.   Ciò che la Fraternità  contesta al paragrafo 2 della Dignitatis humanae non è che affermi che «ogni essere umano ha il diritto di difendersi dalle interferenze dello Stato nella propria coscienza», né che affermi che «una persona ha il diritto di scegliere la propria religione, libera da ogni costrizione esterna o manipolazione interna». La Chiesa ha sempre insegnato questo, nel senso che ha sempre affermato che nessuna autorità può esercitare coercizione per indurre le persone ad abbracciare e professare la vera religione. Ma la Chiesa ha anche insegnato (questo è il significato della dottrina esposta da Pio IX nella Quanta cura) che le autorità hanno il dovere di impedire, nel foro pubblico, la pratica di una falsa religione. È quindi necessario distinguere qui tra «il diritto di scegliere» e «il diritto di praticare» la propria religione, liberi da ogni costrizione esterna. Secondo la dottrina della Chiesa, la scelta dovrebbe essere libera da ogni costrizione, ma la pratica, se si tratta di una falsa religione, non dovrebbe essere libera, bensì dovrebbe essere impedita da qualche costrizione, ed è sulla negazione di questo secondo punto che la Dignitatis humanae pone un vero problema.   Come dimostreremo ora, queste difficoltà poste dai testi del Concilio sono talmente gravi da creare un vero e proprio stato di necessità nella Chiesa, perché mettono a repentaglio la salvezza delle anime.

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Dov’è lo scisma?

Contrariamente a quanto affermato dal Cardinale Müller, le argomentazioni presentate dalla Fraternità  non sono «argomentazioni fallaci volte a evitare di sottomettersi pienamente all’autorità del Papa». Esiste infatti una contraddizione, una rottura, se vogliamo, tra gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sui punti sollevati e la costante Tradizione del Magistero della Chiesa. A questa evidenza, imposta dal principio di non contraddizione, qual è la risposta del Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede? «Ammettere ciò non solo sarebbe fondamentalmente errato, ma costituirebbe anche l’autodistruzione ermeneutica della Chiesa, colonna e fondamento della verità (1Tim 3,15)».   Dobbiamo dunque ammettere che la Tradizione della Chiesa si riduce al solo Concilio Vaticano II e che la Chiesa stessa si riduce ai Papi post-conciliari? Dobbiamo ammettere che la Chiesa, pilastro e fondamento della verità, pratica una corretta ermeneutica predicando a volte sì e a volte no? Il Cardinale critica la Fraternità  per aver adottato l’atteggiamento di coloro che credono di poter porre rimedio alle crisi «ritirandosi nell’angolo oscuro di una Chiesa dei puri, ultimo baluardo dell’ortodossia che vorrebbe imporne la completa reintegrazione nella Chiesa cattolica convertendo quest’ultima alla propria cerchia ristretta». Non dovrebbe essere piuttosto il contrario? Non è forse la Chiesa dei puri del Vaticano II in realtà l’ultimo baluardo trincerato del neomodernismo che vorrebbe imporre una pseudo-unità della Chiesa, una «piena comunione ecclesiale» convertendo tutti i cattolici alla nuova liturgia e alla nuova teologia del Concilio?   Potremmo dunque scagliarci a vicenda, all’infinito, l’accusa di autocefalia, o di scisma. Ma il criterio della vera comunione, quello dell’unità e dell’apostolicità della Chiesa, non è quello della maggioranza: il gruppo più piccolo non è necessariamente la roccaforte scismatica. Questo criterio ci è stato dato da San Vincenzo di Lérins: è il criterio della costanza e dell’universalità della professione di fede nel tempo. E questo criterio positivo è a sua volta accompagnato da uno negativo: ciò che attualmente contraddice l’esplicita professione di fede della Chiesa non può rappresentare il principio di unità e apostolicità. Ora, su tutti i punti sollevati, i documenti del Concilio citati dal Cardinale rappresentano ed esprimono questa contraddizione. Non è dunque la Fraternità che si allontana dall’unità della Chiesa rifiutando di ammettere questi punti dottrinali, bensì tutti coloro che vogliono imporli contro la costante Tradizione del Magistero cattolico.

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Quale dialogo?

Inoltre, il cardinale Müller presenta tutti questi punti dottrinali, chiaramente in contrasto con gli insegnamenti del Magistero della Chiesa, come aventi forza assolutamente vincolante, seppur in misura variabile (6). Pertanto, non si possono usare le parole di Giovanni XXIII, che presentò il presunto «Magistero» del Concilio come «un Magistero di tipo pastorale», per sminuire o addirittura negare la forza vincolante degli insegnamenti del Vaticano II. «L’idea di un cosiddetto concilio pastorale», afferma, «è più una questione di sensazionalismo mediatico e non ha alcun significato dogmatico. Un concilio ecumenico è la massima autorità nella Chiesa cattolica in materia di fede e disciplina». […] «Esiste, naturalmente», chiarisce, «una gerarchia di verità, che va dalla fede nella Trinità e nell’Incarnazione – necessaria per la salvezza – alla legittimità della venerazione delle immagini, che, pur non essendo necessaria per la salvezza, favorisce la pietà». Ciò che la Chiesa propone di credere deve essere determinato, nella sua autorità graduale, dal contesto dottrinale e dall’intenzione dei vescovi e del papa.   Resta però vero che il contesto impone sempre un certo grado di autorità. «Sebbene Nostra Aetate », aggiunge il cardinale a titolo di esempio, «sia, dal punto di vista letterario, una semplice dichiarazione, le sue affermazioni sono vincolanti come dogmi, ad esempio, quando afferma che tutti gli uomini formano un’unica comunità e hanno la loro origine e il loro fine in Dio (NA 1). Che cristiani ed ebrei adorino lo stesso Dio è un dogma vincolante della fede». E conclude in modo molto categorico: «Il Concilio deve essere accolto nella sua interezza da ogni cattolico, ciascuno secondo l’intenzione delle affermazioni: spiegazione dottrinale, insegnamento morale o indicazione di misure oggi necessarie, come il dialogo interreligioso o il confronto con la modernità».   Lo stato di necessità appare tanto più evidente. Da un lato, perché questi gravi errori, che rappresentano il principale ostacolo alla salvezza delle anime, sono innegabilmente presentati come oggetto di un insegnamento il cui valore è vincolante. Dall’altro lato, e soprattutto, perché non si può parlare di correggere nulla: lo scrisse il cardinale Müller nella sua lettera del 6 giugno 2017 al vescovo Fellay, in cui esigeva dalla Compagnia di Gesù l’adesione incondizionata ai testi del Concilio e del periodo post-conciliare.   Si chiarisce anche il significato del «dialogo teologico» recentemente proposto a padre Davide Pagliarani dal cardinale Fernandez durante il loro incontro del 12 febbraio. Questo dialogo aveva lo scopo di stabilire «i diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la loro interpretazione». Il cardinale Fernandez ha chiarito che, pur essendo possibile un dialogo sul Concilio, i suoi testi non possono essere corretti. Ciò si allinea perfettamente con le osservazioni del cardinale Müller. L’intenzione della Santa Sede è di proseguire con noi questo stesso dialogo, già intrapreso tra il 2009 e il 2011 su richiesta di Papa Benedetto XVI. Tale dialogo mirava a far sì che la Fraternità  accogliesse la ben nota ermeneutica del «rinnovamento nella continuità», secondo la quale la rottura dei testi conciliari con la Tradizione della Chiesa è solo apparente, mentre la continuità è reale.   Un dialogo inutile e futile. Il suo unico scopo, se mai ce ne fosse uno, sarebbe quello di confermare l’urgenza dello stato di necessità e di giustificare l’iniziativa delle incoronazioni del 1° luglio 2026.   Padre Jean-Michel Gleize   NOTE   1) https://fsspx.news/fr/news/lettre-du-cardinal-muller-mgr-fellay-du-6-juin-2017-57307 2) https://www.liberation.fr/societe/le-cardinal-muller-ami-des-tradis-et-ennemi-du-pape-francois-20240520_UF3PDEDLU5HQ5DXZD2ZLM4LCIU/ 3) https://www.herder.de/communio/theologie/kardinal-mueller-ueber-den-konflikt-mit-der-piusbruderschaft-die-rede-von-einer-abgestuften-zustimmung-zum-konzil-ist-problematisch-/ 4) https://fsspx.news/fr/news/deja-trop-tard-57584 ; https://fsspx.news/fr/news/reponse-au-cardinal-sarah-57576 5) Si veda l’articolo «Monsignor Schneider e Monsignor Eleganti» in questo numero del Courrier de Rome. 6) Non si tratta di una novità e corrisponde a quanto già affermato dal vescovo Pozzo negli anni 2010. Si veda l’articolo “Niente di veramente nuovo” nel numero di aprile 2016 del Courrier de Rome. (Fonte: Courrier de Rome n. 695, marzo 2026 – FSSPX News)   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Leone risponde: «Non ho paura dell’amministrazione Trump»

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Papa Leone XIV ha affermato di non temere il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e di non voler entrare in un dibattito con lui, continuando a parlare del Vangelo e a opporsi alla guerra.

 

Il 13 aprile, durante un volo da Roma ad Algeri, Papa Leone ha risposto alle critiche pubbliche di Donald Trump affermando di non temere l’amministrazione Trump e di non avere intenzione di entrare in un dibattito. Ha spiegato che il suo ruolo è quello di annunciare il Vangelo e di esprimersi chiaramente contro la guerra. Le sue dichiarazioni sono state rilasciate a un giornalista in seguito a un commento critico pubblicato da Trump su Truth Social.

 

«Non ho paura dell’amministrazione Trump né di annunciare a gran voce il messaggio del Vangelo, cosa che credo di essere chiamato a fare, cosa che la Chiesa è chiamata a fare», ha detto il Papa. «Non siamo politici. Non ci occupiamo di politica estera con la stessa prospettiva che lui potrebbe avere, ma credo nel messaggio del Vangelo: “Beati gli operatori di pace”, è un messaggio che il mondo ha bisogno di ascoltare».

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Secondo Vatican News, il Papa ha sottolineato: «Non considero il mio ruolo quello di un politico; non sono un politico e non voglio entrare in un dibattito con lui», riferendosi a Trump.

 

«Non credo che il messaggio del Vangelo debba essere strumentalizzato, come alcuni stanno facendo. Continuo a esprimermi con forza contro la guerra, cercando di promuovere la pace, favorendo il dialogo e la cooperazione multilaterale tra gli Stati al fine di trovare soluzioni ai problemi. Troppe persone soffrono oggi, troppe vite innocenti sono state perse, e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che esiste una via migliore.»

 

Il messaggio che papa Leone intende portare, soprattutto durante questo viaggio apostolico in Algeria, «che doveva essere il primo viaggio del pontificato», ha precisato, è «sempre lo stesso: la pace. Lo dico a tutti i leader mondiali, non solo (a Trump): impegniamoci a porre fine alle guerre e a promuovere la pace e la riconciliazione».

 

Le dichiarazioni facevano seguito a un messaggio dai toni decisi pubblicato in precedenza da Trump su Truth Social. In quel post, il presidente degli Stati Uniti criticava quella che definiva la posizione del Papa in materia di criminalità, politica estera e leadership americana. Si riferiva inoltre esplicitamente a un recente incontro in Vaticano tra il Pontefice e David Axelrod, presentandolo come prova di un allineamento con figure politiche opposte alla sua amministrazione.

 

Trump ha scritto di non volere «un papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» e ha accusato il Pontefice di aver interagito con individui che ha definito ostili alla libertà religiosa durante il periodo del COVID. Ha inoltre affermato che Papa Leone dovrebbe «concentrarsi sull’essere un grande Papa, non un politico», sostenendo che tale condotta fosse dannosa sia per il Papa personalmente che per la Chiesa cattolica.

 

Nella stessa dichiarazione, Trump ha sostenuto che il papa era «debole sul fronte della crimininalità» e «terribile per la politica estera», suggerendo che la sua elezione nel maggio 2025 fosse stata politicamente motivata. Ha affermato che la scelta di un papa americano era finalizzata a contrastare la sua presidenza, sostenendo che senza la sua elezione, Leone XIV non sarebbe stato scelto.

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Papa Leone nomina nuovo nunzio in Germania un vescovo pro-vita e contrario all’ideologia di genere

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Papa Leone XIV ha nominato l’arcivescovo olandese Hubertus van Megen nuovo nunzio apostolico in Germania. Giovedì, la Sala Stampa della Santa Sede ha annunciato che monsignor van Megen diventerà il nuovo nunzio apostolico al termine del mandato dell’arcivescovo Nikola Eterovic.   Monsignor Van Megen è stato un diplomatico vaticano per decenni, con incarichi in Somalia, Brasile, Israele e Slovacchia, nonché presso la Missione vaticana alle Nazioni Unite.   All’inizio del 2014 papa Francesco aveva nominato l’olandese nunzio apostolico in Sudan e arcivescovo titolare di Novaliciana (titolo onorifico per un nunzio papale). Poco dopo, è diventato anche nunzio in Eritrea. Nel 2019, è stato trasferito a Nairobi, in Kenya, per ricoprire l’incarico di nunzio in Kenya e Sud Sudan, nonché di osservatore permanente presso il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e il Programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani.   Negli ultimi decenni, monsignor Van Megen ha criticato lo sviluppo morale e filosofico del mondo occidentale. Nel settembre 2019, durante una visita all’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Orientale (AMECEA) a Nairobi, ha affermato: «fli africani possiedono un dono molto speciale che non devono perdere. Se lo perdete, seguirete la stessa strada dell’Occidente, che significa la fine di una società funzionante».   «Una società può funzionare solo se esiste un senso di comunità, che manca nelle società occidentali», ha affermato, aggiungendo che in Occidente le persone non si assumono alcuna responsabilità né a livello governativo né all’interno della famiglia. «La gente non si cura degli altri, nemmeno dei propri figli», ha detto il nunzio.

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Il prelato ha incoraggiato la Chiesa africana a diffondere la cultura della comunità nei Paesi che avevano perso questo senso. Nonostante sfide come la corruzione, le malattie, la guerra o la povertà, gli africani conservano ancora un forte senso del valore della vita umana, affermò van Megen.   Durante una consacrazione episcopale in Kenya nel 2024, l’arcivescovo ha affermato che «gli insegnamenti della società occidentale sull’aborto, l’eutanasia e la teoria di genere sono chiari sintomi di una società che ha perso la sua bussola interiore e sta andando alla deriva impotente nel mare in tempesta dei desideri umani, sballottata e indebolita sotto ogni aspetto».   Secondo monsignor van Megen, è evidente che la società laica occidentale ha perso la sua forza ed è sempre più concentrata su se stessa. Ha ripreso una dichiarazione dell’arcivescovo di Kinshasa, il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, che solo pochi mesi prima aveva descritto la Chiesa in Europa come “indebolita”.   In un’intervista a Vatican News, monsignor van Megen ha affermato di cercare di costruire un ponte tra il Vaticano e la Chiesa locale nel suo ruolo di nunzio apostolico in diversi Paesi. Tuttavia, ha aggiunto che «alla fine, tutto si riduce all’obbedienza a Pietro; questa è la mia responsabilità primaria».   L’arcivescovo neerlandese si troverà in una posizione difficile, dovendo confrontarsi con l’eretico Cammino sinodale tedesco e con i progetti di riforma eterodossi ad esso associati. Il 31 marzo, il nuovo presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Heiner Wilmer, ha consegnato al Vaticano, per l’approvazione, lo statuto di una proposta «Conferenza sinodale», un organismo che consentirebbe ai laici cattolici di partecipare all’autorità dei vescovi.   Il suo predecessore, l’arcivescovo Eterović, pur mantenendo un tono diplomatico, si è espresso apertamente contro i tentativi di alcuni vescovi tedeschi di modificare la dottrina della Chiesa. In risposta alle richieste eterodosse di«”riforma» in Germania, Eterović ha ripetutamente invocato l’insegnamento della Chiesa, il diritto canonico e l’autorità del papa, alla quale i vescovi devono sottomettersi.   Il sito web di sinistra dei vescovi tedeschi, katholisch.de, ha concluso che, in base alle dichiarazioni di monsignor van Megen, è probabile che adotti un approccio simile a quello del suo predecessore.

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