Epidemie
Il COVID-19 e l’apocalisse assistenziale
Sono ancora tanti, troppi i cazzari in circolazione che continuano a dire che non vi è nessuna emergenza sanitaria, che va tutto bene e che siamo dinanzi ad una semplice e banale influenza. Costoro potrebbero venire a toccare con mano nei reparti, per capire l’aria che si respira o che, meglio, che sarebbe meglio non respirare. Quei luoghi dove c’è tanto bisogno di manodopera, non di chiacchiere da bar o di quei beceri collegamenti via Skype, fatti per chi ha tempo da perdere e aria da dare ai denti.
La realtà, quella vera, toccata con mano da chi, come me e come tanti altri operatori sanitari può dire di essere in prima linea sul fronte di questa emergenza, è ben altra e oggi riguarda principalmente le case protette per anziani, dimenticate da tutto e da tutti — ogni riferimento alle istituzioni, sanitarie e financo politiche è puramente casuale — e ora salite agli onori della cronaca nera quasi fossero luoghi frequentati da delinquenti e assassini. Nell’ultimo periodo abbiamo visto la stampa nazionale e locale spostare l’attenzione proprio sulle residenze per anziani, fino ad allora praticamente mai considerate da nessuno.
Sono ancora tanti, troppi i cazzari in circolazione che continuano a dire che non vi è nessuna emergenza sanitaria
Eppure tutti sapevano che qualora i focolai di COVID-19 fossero scoppiati all’interno delle case di riposo, il danno sarebbe stato enorme. E, da quanto si apprende, è proprio.
Ci sono strutture per anziani che contano in meno di un mese 60 morti su 130 residenti. Altre in cui gli anziani continuano a morire, giorno dopo giorno, senza che nessuno fra le autorità sanitarie competenti si prenda la briga di verificare la situazione facendo i tamponi, e così mostrando numeri ufficiali completamente falsati.
Il contagio dilaga e non guarda in faccia a nessuno, nemmeno al personale sanitario che deve occuparsi degli anziani e che da più di un mese lotta, tra gli scarsi approvvigionamenti di dispositivi di protezione, per contenere il fenomeno e le sue devastanti conseguenze.
Ci sono strutture per anziani che contano in meno di un mese 60 morti su 130 residenti. Altre in cui gli anziani continuano a morire, giorno dopo giorno, senza che nessuno fra le autorità sanitarie competenti si prenda la briga di verificare la situazione facendo i tamponi, e così mostrando numeri ufficiali completamente falsati
Le aziende sanitarie locali, nel mentre, se ne sono altamente sbattute, chiedendo a tante di queste case protette di tenersi i propri casi positivi in struttura, trattandoli con i mezzi disponibili che evidentemente non possono essere paragonati alle disponibilità assistenziali e sanitarie ospedaliere.
Di contro, gli stessi ospedali non hanno mancato, con un faccia discretamente tosta, di chiedere alle case protette di accogliere pazienti dimessi in fase post acuta o, peggio, garantendo la negatività al COVID con un solo tampone risultato negativo — rivelatosi poi un cosiddetto «falso negativo» capace di infettare un’intera struttura, dimezzando il personale e allettando la maggior parte degli ospiti residenti.
A questo proposito è intervenuto con grande puntualità ed estrema lucidità il Dott. Marco Trabucchi, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, invocando l’opposizione, da parte dei responsabili della casa protette, di accogliere pazienti dimessi dagli ospedali in condizioni sospette:
«È necessario opporsi alle richieste di trasferimento di pazienti dagli ospedali nella fase post acuta. Si creerebbe una situazione pericolosissima, anche se formalmente si garantisce che i nuovi arrivi sarebbero indenni dal coronavirus. Infatti, le residenze per anziani, eccetto pochissime, non sono strutturare per creare zone protette né, ad esempio, per un’adeguata erogazione di ossigeno. Inoltre, il ritardo nell’esecuzione dei tamponi crea una finestra temporale che potrebbe permettere il contagio e quindi l’arrivo di pazienti non indenni».
Il fatto che le aziende sanitarie locali abbiano chiesto alle case protette di inviare il meno possibile ospiti sospetti Covid, ma parimenti abbiano la pretesa che le case protette ne accolgano dei dimessi dagli ospedali, la dice lunga sul trattamento che viene riservato alle prime.
Il principio di allocazione tanto sbandierato per cercare di giustificare la Necrocultura galoppante attraverso la quale si decide chi è degno di essere salvato e chi no in base ai posti letto, all’età e alle condizioni cliniche, non ha bisogno di passare per le linee guida della SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione) in materia etica, davanti alle quali molti — comprensibilmente e giustamente — si sono stracciati le vesti: la linea utilitarista è già mirabilmente esplicata nelle richieste degli ospedali che invitano le strutture a non inviare, possibilmente, i pazienti sospetti COVID.
Il principio di allocazione tanto sbandierato per cercare di giustificare la Necrocultura galoppante attraverso la quale si decide chi è degno di essere salvato e chi no in base ai posti letto, all’età e alle condizioni cliniche, non ha bisogno di passare per le linee guida della SIAARTI: la linea utilitarista è già mirabilmente esplicata nelle richieste degli ospedali che invitano le strutture a non inviare, possibilmente, i pazienti sospetti COVID
Anche per tale circostanza è intervenuto perfettamente il Dott. Trabucchi, asserendo ciò di cui abbiamo appena accennato:
«Siamo costretti ad assistere al blocco degli ingressi di malati dalle residenze agli ospedali; si è tanto discusso negativamente sul famoso documento Siaarti sulla scelta di chi trattare con precedenza. La scelta di bloccare i trasferimenti verso la possibilità di cure più intensive porta allo stesso risultato. Anzi, peggiore, perché il numero dei morti in conseguenza di queste decisioni sarà molto, troppo alto».
Se il SARS-CoV-2 si è rivelato essere un mietitore perfetto, un invisibile mostro capace di rendere realtà la cultura utilitarista che vede negli anziani e nei malati vite indegne di essere vissute e, quindi, sacrificabili sull’altare delle risorse economico-sanitarie e del risparmio assistenziale verso il quale il Sistema Sanitario Nazionale punta.
Un pizzico di responsabilità riguarda anche chi, un po’ per incompetenza e un po’ per inspiegabile pavidità, ha lasciato che tutto ciò accadesse senza una ben che minima opposizione.
Lo scudo da mettere sulle case protette sarebbe dovuto essere paragonabile, in senso figurato ma forse nemmeno troppo, a quello che gli ebrei apposero sulle proprie porte nel momento in cui una delle piaghe d’Egitto passava a sterminare i primogeniti del regno.
Un segno, una resistenza che forse non sarebbe stata sufficiente, ma che ad esempio si è rivelata efficace nella casa di riposo di Capralba, nel cremonese, dove dal 10 febbraio scorso hanno chiuso tutto: ingressi, dimissioni, visite dei familiari.
Prima di tutti: prima della superficialità governativa, prima delle aziende sanitarie che se ne sono alacremente infischiate, prima dell’opinione pubblica che si è svegliata solo ora, prima degli utilitaristi del «tanto muoiono solo i vecchi». Hanno salvato tutti, e ad oggi contano zero contagi. Vuol dire essere competenti ed intelligenti, ma vuole anche dire tirar fuori gli attributi necessari per far fronte ad un’apocalisse assistenziale che non conosce precedenti, o almeno non in questi termini.
La casa di riposo di Capralba, nel cremonese, dove dal 10 febbraio scorso hanno chiuso tutto: ingressi, dimissioni, visite dei familiari. Prima delle aziende sanitarie che se ne sono infischiate, prima dell’opinione pubblica, prima degli utilitaristi del «tanto muoiono solo i vecchi»: hanno salvato tutti, e ad oggi contano zero contagi
Le case protette, infine, sono state lasciate senza i dispositivi di protezione individuale adeguati. Sono state considerate per ultime, e qualcosa di serio inizia ad arrivare solo ora, quando ormai è troppo tardi.
La corsa all’approvvigionamento dei dispostivi di protezione individuale (DPI) ha riguardato anzitutto gli ospedali, anch’essi già messi a dura prova dalla mancanza di produzione dei giusti DPI, con le aziende italiane messe nelle condizioni, negli ultimi anni, di non produrre più nulla non solo a livello di biomedicale, ma anche per ciò che concerne i presidi di prevenzione attraverso i quali tutelare adeguatamente i sanitari. La corsa globale a caccia di ventilatori, mascherine FFP2 e FFP3, ne è la prova provante.
Un pizzico di malafede da parte delle aziende sanitarie locali, però, parrebbe intravedersi laddove le medesime stilavano linee guida per le case protette affermando che le mascherine chirurgiche erano più che sufficienti (falsità colossale, giacché è ormai noto a tutti come esse preservino tuttalpiù il prossimo dall’eventuale contagio proveniente da noi, ma non preservino noi dal contagio altrui), salvo poi presentarsi in alcune strutture per effettuare tamponi con tanto di ogni possibile dispositivo idoneo alla circostanza e atto ad evitare il contagio.
Qualcuno, alla fine di tutto, dovrà dar conto di quanto è successo e sta ancora oggi succedendo nelle residenze per anziani
Qualcuno, alla fine di tutto, dovrà dar conto di quanto è successo e sta ancora oggi succedendo nelle residenze per anziani. Leggere sui giornali, in questi giorni, di NAS inviati nelle strutture fa ben comprendere il livello di infamia.
Prima siamo stati lasciati soli, e ora qualcuno vorrebbe pure farci passare come criminali, delinquenti, incapaci, facendo passare l’idea che il lazzaretto lo abbiamo voluto noi, che da un mese e più siamo lì ad attendere linee guida serie, precise, che laddove sono sopraggiunte — e comunque in colossale ritardo — spesso non sono state ascoltate, accomodando gli interessi delle aziende sanitarie (aziende! abbiamo detto tutto…).
Il contagio, la malattia, la morte: per molti sanitari queste tre parole sono all’ordine del giorno
Il contagio, la malattia, la morte: per molti sanitari queste tre parole sono all’ordine del giorno. È successo negli ospedali e tutta l’attenzione è virata lì. Ora che il costante rischio del collasso ospedaliero sembra essere rientrato, è giunto il momento che qualcuno si inizi ad occupare seriamente degli anziani che risiedono nelle case di riposo, ovverosia i contribuenti — tanto per parlare con il linguaggio tanto caro agli utilitaristi — che foraggiano lo Stato da decenni.
Se non si interverrà al più presto sarà pianto e stridor di denti. E, forse, per chi ha responsabilità e continua ad interessarsene solo superficialmente, lo sarà non solo in questa vita terrena.
Cristiano Lugli
Epidemie
L’India non conferma alcun caso di virus Ebola
Finora in India non è stato confermato alcun caso del letale virus Ebola, ha dichiarato il ministero della Salute. L’India continua a condurre attività di screening, sorveglianza e misure precauzionali, monitorando al contempo la rapida diffusione della malattia in Africa centrale, ha affermato DD News, emittente sostenuta dal governo, in un post su Facebook.
Un cittadino ugandese, messo in quarantena nella città meridionale di Bangalore con il sospetto di aver contratto la malattia, è risultato negativo al test, hanno dichiarato le autorità mercoledì.
La donna di 28 anni, che aveva viaggiato di recente in quel paese dell’Africa orientale, aveva sviluppato lievi sintomi di Ebola ed è stata trasferita da un hotel all’ospedale statale per le malattie epidemiche il 26 maggio.
«L’Istituto Nazionale di Virologia (NIV) di Pune ha comunicato verbalmente che l’esame del sangue della donna è risultato negativo», ha dichiarato un alto funzionario sanitario dello stato meridionale del Karnataka, secondo quanto riportato dal quotidiano nazionale The Hindu.
L’India sta implementando protocolli di salute pubblica in linea con le linee guida dell’OMS per l’epidemia. Il 17 maggio l’OMS ha dichiarato l’epidemia di Ebola in Africa un’emergenza sanitaria pubblica globale.
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La donna verrà sottoposta a un nuovo test tra 48 ore, secondo i protocolli previsti. «Al momento, la persona gode di buona salute», hanno dichiarato i funzionari.
Sempre mercoledì, un uomo di 47 anni rientrato dall’Uganda è stato posto in isolamento domiciliare a Nagpur, nell’India occidentale. L’individuo non ha finora manifestato alcun sintomo di Ebola e ha dichiarato di non essere entrato in contatto con alcun paziente affetto da Ebola in Uganda.
Il 23 maggio Nuova Delhi ha emesso un avviso di viaggio per i propri cittadini, raccomandando di evitare tutti i viaggi non essenziali nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), in Uganda e nel Sud Sudan.
Il sito web dell’OMS afferma che il tasso di mortalità medio per la malattia da Ebola si aggira intorno al 50%. Il Centro statunitense per la prevenzione e il controllo delle malattie ha dichiarato che finora sono stati segnalati oltre 100 decessi.
Il virus Bundibugyo è un ceppo relativamente raro di Ebola, identificato per la prima volta in Uganda nel 2007. A differenza del ceppo Zaire, più comune, al momento non esiste un vaccino approvato contro l’Ebola Bundibugyo. Il virus si diffonde attraverso il contatto ravvicinato con fluidi corporei infetti.
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Immagine di CDC Global via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Epidemie
Ebola, i casi salgono a 900
As surveillance efforts have been scaled up in the #DRC #Ebola response, more than 900 suspected cases have been identified so far, including 101 confirmed cases.
In Ituri province, the epicentre of the outbreak, nearly 5 million people live amid ongoing conflict. Today, 1 in 4… pic.twitter.com/hgIydPGZxD — Tedros Adhanom Ghebreyesus (@DrTedros) May 24, 2026
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Armi biologiche
Esperti avvertono: le fughe di materiale dai laboratori sono «sorprendentemente comuni»
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.
Secondo il National Institutes of Health, un dipendente dei Rocky Mountain Laboratories nel Montana è stato potenzialmente esposto alla febbre emorragica di Crimea-Congo a seguito di una violazione delle norme sui dispositivi di protezione individuale nel novembre 2025. L’incidente evidenzia la mancanza di un sistema federale centralizzato per monitorare tutti gli incidenti di laboratorio tra le diverse agenzie e istituzioni.
Secondo il National Institutes of Health (NIH), un dipendente dei Rocky Mountain Laboratories di Hamilton, nel Montana, potrebbe essere stato esposto alla febbre emorragica di Crimea-Congo (CCHF) nel novembre 2025 a seguito di una violazione accidentale dei dispositivi di protezione individuale.
L’incidente è stato segnalato al NIH nel febbraio 2026, secondo le comunicazioni interne citate nei documenti condivisi da White Coat Waste.
I funzionari del NIH hanno affermato che il dipendente non è stato contagiato e non si è verificata alcuna trasmissione.
«Il dipendente è stato immediatamente isolato e monitorato con le cure appropriate presso una struttura medica specializzata, prima che venisse confermato che non si era verificata alcuna esposizione o trasmissione effettiva», ha dichiarato il NIH in un comunicato. «In nessun momento vi è stato alcun rischio per il pubblico o per gli altri membri del personale»,
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Che cos’è la febbre emorragica di Crimea-Congo?
La CCHF è una malattia virale rara ma potenzialmente fatale, che si diffonde principalmente attraverso il morso di zecche infette o il contatto con il sangue e i fluidi corporei di animali o persone infette, secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC).
La malattia, più diffusa in alcune zone dell’Africa, dell’Asia, del Medio Oriente e dell’Europa orientale e meridionale, può causare febbre alta, forte mal di testa, vomito, emorragie interne. Il CDC ha riferito che fino al 50% dei pazienti ospedalizzati può morire a causa della malattia.
L’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha affermato che veterinari, operatori sanitari e persone che lavorano a stretto contatto con il bestiame corrono un rischio maggiore di infezione, mentre la trasmissione da uomo a uomo può avvenire attraverso l’esposizione a sangue contaminato, attrezzature mediche o fluidi corporei.
Secondo l’ Organizzazione Mondiale della Sanità , non esiste una cura approvata né un vaccino.
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L’incidente si è verificato in un laboratorio ad alto livello di contenimento del NIH.
I Rocky Mountain Laboratories, una struttura di livello di biosicurezza 4 (BSL-4) gestita dal NIH, conducono ricerche su malattie infettive ad alto rischio, tra cui quelle trasmesse dalle zecche e i patogeni virali emergenti.
La struttura è progettata per studiare «problemi sanitari complessi, come coronavirus, influenza, malattie da prioni e batteri resistenti agli antibiotici».
Fa parte del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Storicamente si è concentrato sulle malattie infettive e trasmesse da vettori, tra cui la malattia di Lyme, la febbre maculosa delle Montagne Rocciose e altri agenti patogeni.
Le perdite dai laboratori sono «sorprendentemente comuni»
Secondo alcuni ricercatori nel campo della biosicurezza, le fughe di agenti patogeni pericolosi dai laboratori si verificano più frequentemente di quanto si creda.
Richard Ebright, Ph.D., biologo molecolare presso la Rutgers University di New Brunswick, nel New Jersey, ha affermato che gli incidenti di laboratorio che provocano infezioni o rilasci di agenti patogeni sono «sorprendentemente comuni».
«L’incidente della CCHF… è stato solo uno dei circa cinque eventi di questo tipo che si verificano ogni settimana negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito», ha affermato.
I dati più recenti disponibili , riportati al Federal Select Agent Program nel 2022, mostrano che 143 rilasci da laboratori hanno comportato un’esposizione professionale.
Il dottor William Schaffner , specialista in malattie infettive e professore presso il Vanderbilt University Medical Center di Nashville, nel Tennessee, ha affermato che questo tipo di pericoli vanno trattati con la massima attenzione.
«Quando si verifica una perdita, si reagisce», ha affermato. «I risultati complessivi confermano che questo sistema funziona in tutto il mondo».
Non è obbligatorio segnalare tutte le perdite
La supervisione dei laboratori di ricerca biologica ad alto livello di contenimento negli Stati Uniti, tuttavia, rimane frammentata, in assenza di un sistema federale centralizzato per monitorare tutti gli incidenti di laboratorio tra le diverse agenzie e istituzioni.
«Non esiste un database nazionale perché non è obbligatorio segnalare tutte le fughe di dati», ha affermato Alina Chan, Ph.D., specialista in vettori e ingegneria genetica.
La ricercatrice Shayna Korol, scrivendo sul Bulletin of the Atomic Scientists, ha affermato che i laboratori BSL-3 e BSL-4 operano secondo regole rigorose.
Tuttavia, negli Stati Uniti la segnalazione di incidenti, esposizioni e potenziali violazioni del contenimento non prevede «alcun sistema federale di contabilizzazione degli incidenti» al di là di una ristretta serie di agenti patogeni regolamentati e «nessun registro ufficiale» per molti laboratori ad alto livello di contenimento.
L’analisi di Korol ha messo a confronto il sistema statunitense con il programma canadese centralizzato Laboratory Incident Notification Canada, che prevede la segnalazione obbligatoria a livello nazionale degli incidenti relativi alla biosicurezza. Ha avvertito che una documentazione e una supervisione incoerenti possono ostacolare la trasparenza, la valutazione del rischio e le risposte coordinate a potenziali fughe di sostanze dai laboratori.
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È necessario un miglioramento continuo
Una revisione sistematica del 2024 pubblicata su The Lancet ha documentato 309 infezioni acquisite in laboratorio, causate da 51 agenti patogeni, e 16 casi segnalati di fuga accidentale di agenti patogeni tra il 2000 e il 2021.
Gli autori hanno concluso che un «miglioramento continuo» nella gestione della biosicurezza e negli standard di segnalazione è essenziale, sottolineando che la sottosegnalazione e la supervisione incoerente probabilmente nascondono la reale portata del problema.
Secondo i ricercatori, sono necessari sistemi di segnalazione più efficaci e indagini sulle cause profonde per ridurre gli incidenti futuri e migliorare la responsabilità dei laboratori a livello globale.
Nell’articolo intitolato «Indicatori epidemiologici di focolai accidentali di origine laboratoristica», i ricercatori hanno esaminato decenni di focolai associati ai laboratori e hanno avvertito che il rilascio accidentale di agenti patogeni rimane un rischio globale costante.
Gli autori hanno scritto che «la questione non è se un agente patogeno sfuggirà al controllo, ma piuttosto quale agente patogeno lo farà e quali misure sono in atto per contenere una fuga con gravi conseguenze».
Henrick Karoliszyn
© 20 maggio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
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