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Il card. Müller chiede una risposta del Vaticano alla FSSPX e una nuova commissione per chi cerca «piena comunione»

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Il cardinale Gerhard Müller ha esortato il Collegio cardinalizio a rispondere alla «Professione di fede cattolica» della Fraternità Sacerdotale San Pio X, che a suo dire equivale a una «scandalosa accusa» secondo cui Roma avrebbe abbandonato la fede cattolica, proponendo al contempo una nuova struttura per accogliere i membri che cercano la «piena comunione» con Roma dopo le consacrazioni episcopali previste per il 1° luglio.

 

Durante il concistoro straordinario dei cardinali del 26 giugno, Müller ha invitato la Santa Sede a «respingere» quella che ha definito «l’accusa scandalosa che la Chiesa romana si sia allontanata dalla fede cattolica». Riferendosi alla prevista consacrazione dei vescovi senza mandato papale, ha aggiunto: «di fronte all’atto scismatico di consacrazione episcopale effettuata senza la preventiva comunione con il papa, non ci devono essere ambiguità».

 

«È nostro dovere, in virtù del nostro ufficio, sia individualmente che come collegio, respingere la scandalosa accusa che la Chiesa romana si sia allontanata dalla fede cattolica» ha affermato il cardinale.

 

Nella prima parte del suo intervento Müller ha lodato la decisione di papa Leone XIV di riunire annualmente i cardinali, dichiarando: «Ringrazio il Santo Padre per aver riaffermato il ruolo fondamentale del Collegio cardinalizio per la Chiesa universale. Da Ireneo di Lione al Concilio Vaticano I, il primato del Papa non è mai stato considerato come appartenente a un singolo individuo, bensì come primato della Chiesa di Roma».

 

Il cardinale ha poi criticato l’organizzazione del concistoro, auspicando maggiore spazio per il dibattito: «in ogni raffigurazione e fotografia dei concili, viene mostrata la discussione plenaria. Di conseguenza, il libero scambio di opinioni, preceduto da interventi attentamente preparati, dovrebbe precedere il lavoro di gruppo e dovrebbe avere maggiore spazio di quanto non avvenga attualmente».

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Il cardinale germanico ha sottolineato che la «Professione di fede cattolica» distribuita dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X conterrebbe accuse contro la Chiesa che richiedevano una risposta esplicita. Il Mullerro ha quindi proposto di istituire una commissione simile alla ex Ecclesia Dei per agevolare la riconciliazione di chi, dopo le consacrazioni, desiderasse tornare alla «piena comunione» con Roma.

 

«Il confine dello scisma viene definitivamente oltrepassato quando viene violato il ministero del Vescovo di Roma, quale principio visibile e fondamento duraturo dell’unità della Chiesa nella verità rivelata» ha tuonato il cardinale già allievo di Gustavo Gutierrez, iniziatore della teologia della liberazione. Citando il cardinale Stanislao Hosius, ha aggiunto che «non è cattolico chi è in disaccordo con la Chiesa romana sulla dottrina della fede» e ha concluso che «Le sue parole si applicano ugualmente ai lefebvriani dei nostri tempi».

 

L’intervento è stato accolto senza discussione pubblica, ma diversi cardinali hanno espresso apprezzamento per la franchezza di Müller. Le consacrazioni di quattro nuovi vescovi da parte della FSSPX sono previste per domani  1° luglio a Écône, senza mandato pontificio, richiamando i fatti del 1988, quando monsignor Lefebvre consacrò quattro vescovi, incappando nella scomunica di Wojtyla, poi revocata da papa Ratzinger, che poi lasciò il trono di Pietro, mentre gli strascichi delle polemiche sulle scomuniche revocate ancora continuava tra accuse di antisemitismo.

 

Il concistoro si è svolto in assenza di tre porporati conservatori: Joseph Zen, Peter Erdő e Wilhelm Eijk.

 

Come riportato da Renovatio 21, il cardinale Müller aveva già contestato le consacrazioni FSSPX in dichiarazioni di tre mesi fa, accusando l’atteggiamento di coloro che credono di poter risolvere le crisi «ritirandosi nell’angolo oscuro di una Chiesa dei puri, ultimo baluardo dell’ortodossia che imporrebbe la sua completa reintegrazione nella Chiesa cattolica convertendo quest’ultima alla propria cerchia ristretta»

 

Contrariamente al Müller, altri prelati della chiesa conciliare si sono espressi con favore nei confronti della FSSPX. Il vescovo kazako Athanasius Schneider aveva lanciato mesi fa un appello a papa Leone, lo stesso aveva fatto il vescovo texano Joseph Strickland. Nelle ultime ore, monsignor Strickland ha pubblicato un testo in cui afferma che l’amore, non la sfida, è stata la forza trainante di monsignor Lefebvre e della FSSPX.

 

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ancora a febbraio aveva pubblicato un comunicato sul caso delle consacrazioni FSSPX che dichiarava: «lo scisma c’è: ma è quello di una “chiesa” disposta a rinnegare tutti i Dogmi Cattolici per salvare il superdogma conciliare e sinodale».

 

Nelle ultime ore monsignor Viganò ha criticato il cardinale Müller  per la sua posizione sulle imminenti consacrazioni.

 

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Immagine di Raimond Spekking via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

 

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Consacrazioni FSSPX, mons. Viganò contro il card. Müller «gatekeeper del conservatorismo pseudocattolico»

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò replica alle accuse che il cardinale Mueller ha mosso al concistoro contro la Fraternità San Pio X e le consacrazioni previste per domani.   «Il cardinale Müller, invece di prendere atto della situazione di crisi devastante in cui versa la Chiesa Cattolica a causa della rivoluzione conciliare e sinodale, con sprezzo del ridicolo sostiene che la Gerarchia postconciliare non si è mai discostata dalla Tradizione, e che la Fraternità San Pio X si sbagli nell’affermare il contrario» ha scritto su X il prelato lombardo.   «Müller propone una versione rinnovata del motu proprioEcclesia Dei adflicta”, con il quale replicare la frode del 1988, spacciando per scisma la fedeltà al Magistero immutabile e per ortodossia l’accettazione degli errori del Concilio. Siamo al “credo quia absurdum”».  

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«La chiesa conciliare e sinodale pretende di poter rimodellare la realtà addomesticandola alla propria narrazione. Essa esige dai fedeli un assenso acritico e contraddittorio, sotto pena di scomunica» continua l’arcivescovo. «Sua Eminenza crede che i chierici e i laici legati alla Fraternità possano essere accontentati offrendo loro un surrogato di ciò che già hanno, come si getta un osso a un cane da tenere alla catena».   «Müller scoprirà presto — e i membri degli Istituti ex-Ecclesia Dei con lui — che ridurre la denuncia del golpe conciliare a una questione cerimoniale è scelta miope e ideologica, specialmente quando la Gerarchia non ha alcuna intenzione di cedere minimamente sui principi ereticali di cui si fa promotrice» tuona sua Eccellenza.   «Chieda a Fernandez: si può mercanteggiare sulla dottrina della Grazia con i luterani e tributare onori prelatizi a un’eretica anglicana, ma non è consentito esprimere la minima perplessità per il feticcio del Vaticano II. Eppure Müller sostiene che la chiesa postconciliare non si sia allontanata dal solco della Tradizione…»   «Il conservatorismo pseudocattolico di questi gatekeeper è strumentale all’implementazione della sinodalità e va sdegnosamente respinto» conclude monsignor Viganò.   Come riportato da Renovatio 21, nelle scorse ore il cardinale  Müller ha esortato il Collegio cardinalizio a rispondere alla «Professione di fede cattolica» della Fraternità Sacerdotale San Pio X, che a suo dire equivale a una «scandalosa accusa» secondo cui Roma avrebbe abbandonato la fede cattolica, proponendo al contempo una nuova struttura per accogliere i membri che cercano la «piena comunione» con Roma dopo le consacrazioni episcopali previste per domani 1° luglio.   Il già nunzio apostolico negli USA aveva in passato attaccato la posizione del cardinale tedesco e della gerarchia conservatrice dinanzi alle consacrazioni FSSPX vaticana definita da Viganò come «opposizione controllata» di Leone.   In un altro comunicato che reagiva agli scambi tra la FSSPX e il prefetto al Dicastero della Fede cardinale Victor Emanuel«Tucho» Fernandez, monsignore aveva chiosato: «lo scisma c’è: ma è quello di una «chiesa» disposta a rinnegare tutti i Dogmi Cattolici per salvare il superdogma conciliare e sinodale».  

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Scoprire la Liturgia delle Consacrazioni Episcopali

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A pochi giorni dalle consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026 a Écône, questo video presenta la liturgia tradizionale della consacrazione dei vescovi. Attraverso i principali riti della cerimonia, scoprite il significato delle preghiere, dei gesti liturgici e dei simboli che manifestano la pienezza del sacerdozio.

 

I sottotitoli sono disponibili in diverse lingue. Cliccate su ⚙️ e poi su “Sottotitoli” per selezionare la vostra lingua.

 

 

Capitoli

00:00 — Introduzione
00:43 — Una liturgia antichissima, radicata nella Tradizione
01:58 — La materia e la forma della consacrazione episcopale
02:35 — Svolgimento generale della cerimonia
03:57 — Processione d’ingresso ed esame degli eletti
05:12 — Inizio della Messa
06:12 — Litanie dei Santi
07:50 — Imposizione delle mani
08:27 — Prefazio consacratorio
09:28 — Unzione del capo
10:15 — Fine del prefazio consacratorio
11:04 — Unzione delle mani
12:23 — Presentazione delle insegne
13:23 — Offerte
13:48 — Proseguimento e conclusione della Messa
14:24 — Intronizzazione e Acclamazione

 

Trascrizione

Introduzione

Il 1° luglio a Écône si terrà la consacrazione episcopale di quattro vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Mentre i sacerdoti Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel de Sivry e Marc Hanappier riceveranno la pienezza del sacramento dell’Ordine sacro. In questo video non ripercorreremo le complesse ragioni che autorizzano tale atto. Su questo argomento sono già stati pubblicati numerosi studi.

 

Il nostro obiettivo è più semplice: cercare di comprendere meglio la cerimonia in sé, coglierne la ricchezza e, di conseguenza, capire meglio cosa la Chiesa si aspetta da un vescovo e trarre maggior beneficio spirituale da questa grande liturgia.

 

Vediamo quindi insieme come si svolge una consacrazione episcopale secondo la Tradizione della Chiesa.

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Una liturgia antichissima, radicata nella Tradizione

La cerimonia di consacrazione episcopale è descritta in un libro liturgico chiamato Pontificale. Questo libro contiene tutti i sacramenti, le consacrazioni e le benedizioni riservate al vescovo.

 

La liturgia che conosciamo oggi, almeno nella tradizione pontificale, è frutto di un lunghissimo periodo di sviluppo. Come tutta la liturgia cattolica, si è evoluta gradualmente nel corso dei secoli sotto la guida dello Spirito Santo e della sapienza della Chiesa.

 

L’elemento essenziale della consacrazione, l’imposizione delle mani accompagnata dalla preghiera, risale direttamente agli Apostoli.

 

Negli Atti degli Apostoli, capitolo 13, troviamo probabilmente un’allusione a questa consacrazione: «mettete da parte per me Barnaba e Paolo per l’opera che sto per affidare loro. Poi, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li mandarono».

 

Anche San Paolo ricorda a Timoteo e Tito la grazia ricevuta attraverso l’imposizione delle mani.

 

Poi, dall’antichità in poi, e ancor più nel Medioevo, la Chiesa ha arricchito questo rito essenziale con numerose cerimonie secondarie. Gradualmente, queste cerimonie si svilupparono e si organizzarono sempre più fino al XIII secolo, quando un Pontificale Romano descrisse una cerimonia molto simile a quella che conosciamo oggi.

 

Materia e Forma della Consacrazione Episcopale

Nel 1947, Papa Pio XII cercò di chiarire alcuni dubbi sorti riguardo alla materia e alla forma del sacramento dell’Ordine sacro.

 

Ricordiamo che ogni sacramento ha sia materia che forma. La materia è il gesto o l’elemento concreto del sacramento, ad esempio l’acqua versata per il battesimo. La forma sono le parole pronunciate.

 

Pio XII ricordò quindi a tutti che, per la consacrazione episcopale, la materia è l’imposizione delle mani da parte del vescovo consacrante, e la forma è una frase specifica del prefazio consacratorio, che vedremo a breve.

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Svolgimento generale della cerimonia

Come tutte le ordinazioni, la consacrazione dei vescovi avviene durante la Messa. Ciò manifesta il profondo legame tra il sacerdozio e il Santo Sacrificio. L’intera Messa è concelebrata dal consacrante e dal consacrato.

 

Nella cerimonia di ordinazione sacerdotale, la concelebrazione inizia solo dopo l’ordinazione vera e propria, cioè quando i candidati sono a tutti gli effetti sacerdoti. In questo caso, poiché i futuri vescovi sono già sacerdoti, concelebrano fin dall’inizio della Messa.

 

Concretamente, la cerimonia si articola in diverse fasi principali.

 

Innanzitutto, ancor prima dell’inizio della Messa, si svolge l’esame dei futuri vescovi, ancora chiamati vescovi eletti. Poi, dopo il Graduale, segue la consacrazione episcopale vera e propria, preceduta dalle Litanie dei Santi, come in tutte le ordinazioni dal suddiaconato in poi. La Messa prosegue quindi fino all’offertorio, dove i nuovi vescovi portano le offerte. Infine, dopo la benedizione finale, si svolgono diverse cerimonie aggiuntive.

 

Tradizionalmente, i vescovi eletti sono assistiti da altri due vescovi che fungono da co-consacranti e padrini liturgici. Questa consuetudine risale almeno al Concilio di Nicea del 325. Tuttavia, Pio XII ricordò alla consacrazione che non era necessaria per la validità del sacramento e che in determinate circostanze particolari se ne poteva fare a meno.

 

La processione d’ingresso e l’esame degli eletti

Dopo la processione d’ingresso inizia un rito antichissimo: l’esame degli eletti per verificarne l’idoneità. Per lungo tempo, questo rito fu addirittura separato dalla consacrazione stessa. Nell’Alto Medioevo, quando in Italia, dove le diocesi mantenevano una forte dipendenza dalla Sede Apostolica, veniva eletto un vescovo, il sacerdote eletto dal clero e dal popolo della sua diocesi doveva recarsi a Roma accompagnato da alcune personalità di spicco.

 

Questa delegazione presentava al papa il verbale ufficiale dell’elezione e ne richiedeva l’approvazione e l’ordinazione del candidato. Il papa esaminava quindi il caso, valutava le qualità del vescovo eletto e, di norma, lo consacrava la domenica successiva.

 

È da questa antica pratica che trae origine il rito conservato oggi. Nel coro, i vescovi eletti prendono posto, rivestiti di piviale, rivolti verso l’altare maggiore. Su richiesta del consacratore, viene letto il mandato papale. I vescovi eletti prestano quindi giuramento di fedeltà alla Santa Sede.

 

Il consacratore pone loro alcune domande per verificare la loro ortodossia dottrinale, la loro retta intenzione e la loro volontà di vivere secondo le virtù proprie dell’episcopato.

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Inizio della Messa

Una volta completata questa cerimonia, la Messa inizia con le preghiere ai piedi dell’altare maggiore, che il consacratore e i vescovi recitano all’altare maggiore.

 

Successivamente, i vescovi eletti si recano a un altare laterale predisposto per loro. Lì reciteranno le preghiere della Messa fino alla loro ordinazione ufficiale, dopodiché saliranno all’altare maggiore per concelebrare. Si tolgono il piviale e ricevono la croce pettorale.

 

Cambiano anche la posizione delle loro stole. Precedentemente indossate incrociate come i sacerdoti, ora vengono lasciate pendenti ai lati, come i vescovi.

 

In seguito, indossano le tuniche, semplici paramenti che ricordano quelli indossati dai diaconi e dai suddiaconi. Questo simboleggia la pienezza del sacramento dell’Ordine sacro che stanno per ricevere.

 

Recitano quindi le preghiere iniziali della Messa, fino al Graduale, al loro altare laterale.

 

Litanie dei Santi

Dopo il Graduale, il consacratore pronuncia l’omelia. Quindi i vescovi eletti si siedono rivolti verso l’altare.

 

Il consacratore ricorda loro brevemente il loro ruolo: «Il vescovo deve giudicare, interpretare, consacrare, ordinare, offrire, battezzare e confermare».

 

Invita poi tutti i fedeli alla preghiera. I vescovi si prostrano mentre vengono cantate le Litanie dei Santi.

 

Questo gesto esprime profonda adorazione e totale dipendenza da Dio. Questa consuetudine risale almeno al VII secolo.

 

Al termine delle litanie, il consacratore benedice gli eletti, che rimangono prostrati.

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Imposizione delle Mani

Giungiamo ora al cuore della cerimonia. Secondo un rito originario dell’Oriente e risalente almeno al V secolo, il Libro dei Vangeli viene posto sulle spalle degli eletti. Questo richiama le parole di Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me». Il libro rimarrà sulle loro spalle fino a dopo l’unzione delle mani.

 

Segue poi l’imposizione delle mani da parte dei consacratori. Questo costituisce la sostanza del sacramento. Si noti, tuttavia, che le parole pronunciate in questo momento non costituiscono ancora la forma sacramentale, che verrà pronunciata in seguito.

 

Prefazio consacratorio

Il vescovo consacrante canta quindi questa grande preghiera del prefazio consacratorio, una preghiera molto antica, probabilmente risalente al V secolo. Inizia con il solenne dialogo noto a coloro che assistono alla Messa prima del Canone. Nella sua prima parte, paragona le vesti del Sommo Sacerdote nell’Antico Testamento alle virtù che un vescovo dovrebbe possedere.

 

Segue quindi la frase essenziale del sacramento, recitata da tutti i vescovi consacranti:

 

Comple in sacerdote tuo ministerii tui summam, et ornamentis totius glorificationis instructum, caelestis unguenti rore sanctifica.

 

«Riempi il tuo sacerdote della pienezza del tuo ministero e, rivestito di tutti gli ornamenti della tua gloria, santificalo con la rugiada della tua unzione celeste».

 

È proprio in questo momento che gli eletti diventano vescovi.

 

Unzione del capo

Mentre la schola canta il Veni Creator, il consacrante unge il capo dei nuovi vescovi con il Santo Crisma. Questa unzione rappresenta l’effusione dello Spirito Santo.

 

Il consacrante dice: «per benedizione celeste, il vostro capo sia consacrato e unto nell’ordine dei pontefici».

 

Questo rito sembra risalire all’VIII secolo e ricorda l’incoronazione dei re. Per evitare che il Santo Crisma goccioli, il capo dei nuovi vescovi viene avvolto in un panno chiamato purificatore.

 

Fine del Prefazio Consacratorio

Dopo l’unzione del capo, il consacratore prosegue con il prefazio consacratorio. È un testo magnifico in cui la Chiesa presenta l’immagine del santo vescovo come lo desidera e come chiede a Dio.

 

Chiede: «Che egli sia quel servo fedele e prudente da te stabilito, Signore, sulla tua famiglia, per distribuire loro il cibo a tempo debito e per rendere perfetti tutti gli uomini».

 

«Che sia instancabile nelle sue azioni esteriori e nella sua vita interiore. Possa il fervore dello spirito servirlo; possa odiare la superbia, amare l’umiltà e la verità, senza mai tradirle, né sotto l’influenza della lode né sotto quella della paura».

 

«Possa non fare luce dalle tenebre, né luce dalle tenebre. Possa non chiamare il male bene, né il bene male».

 

«Possa servire i saggi e gli stolti, i dotti e gli ignoranti, affinché porti frutto attraverso il progresso di tutti».

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Unzione delle mani

Dopo un’antifona gregoriana che evoca l’olio che scorre sulla barba di Aronne, il consacratore unge le mani dei nuovi vescovi con il Santo Crisma.

 

«Il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che vi ha benignamente elevato alla dignità episcopale, vi imbeva del suo crisma e del liquido della sua misteriosa unzione».

 

Possa concedervi la fecondità spirituale attraverso l’abbondanza delle sue benedizioni. Possa tutto ciò che benedirete essere benedetto.

 

Possa tutto ciò che santificate essere santificato, e possa l’imposizione delle vostre mani consacrate contribuire alla salvezza di tutti.

 

Poiché le loro mani devono rimanere unite e piatte durante i riti successivi, vengono sostenute da una striscia di stoffa.

 

Presentazione delle Insegne

Successivamente, i nuovi vescovi ricevono le prime insegne del loro ufficio.

 

Secondo un rito attestato fin dal X secolo, il consacratore presenta quindi il pastorale, simbolo di autorità e di sostegno alla debolezza umana.

 

Un’antica preghiera, un tempo utilizzata durante la trasmissione del pastorale, recitava: «Ricevi il pastorale, segno di sacro governo, affinché tu possa rafforzare i deboli, confermare coloro che vacillano, correggere i malvagi e guidare i giusti sulla via della salvezza eterna, e affinché tu possa avere il potere di elevare i meritevoli e correggere gli indegni con l’aiuto del Signore».

 

Il consacratore presenta quindi l’anello episcopale, simbolo di inviolabile fedeltà alla Chiesa, Sposa di Dio.

 

Infine, prende il Libro dei Vangeli, posto aperto sulle spalle dei nuovi vescovi, li invita a toccarlo con le mani e poi dà loro il bacio della pace.

 

Prima di riprendere la Messa, le mani e il capo dei nuovi vescovi vengono purificati ed essi prendono posto presso i rispettivi altari laterali.

 

Offerte

Dopo che il diacono ha cantato il Vangelo e il Credo, i nuovi vescovi offrono al consacratore due candele accese, due pani e due botti di vino. Questo rito risale al XII secolo.

 

Il pane e il vino richiamano ovviamente la materia del sacrificio eucaristico. Il nuovo vescovo si offre così come illuminatore e sacerdote del popolo cristiano.

 

Proseguimento e conclusione della Messa

Durante la parte restante della Messa, i nuovi vescovi concelebrano con il loro consacratore a lato dell’altare maggiore. Insieme, recitano tutte le preghiere della Messa, in particolare quelle di consacrazione.

 

La preghiera dell’Hanc Igitur, immediatamente prima della consacrazione, viene modificata per indirizzare specificamente la preghiera della Chiesa verso i nuovi vescovi.

 

Dopo l’Agnus Dei, ricevono il segno della pace dal loro consacratore e lo trasmettono poi ai vescovi ausiliari.

 

Al momento della Comunione, il consacratore riceve solo metà dell’ostia e condivide l’altra metà, donandola ai nuovi vescovi. Allo stesso modo, tutti ricevono la Comunione dallo stesso calice.

 

Intronizzazione e Acclamazione

Dopo la benedizione finale della Messa, si svolgono gli ultimi riti secondari della cerimonia. Questi sono anche i più recenti, risalenti al XIII secolo.

 

Il consacratore pone innanzitutto la mitra sui nuovi vescovi. Chiede quindi a Dio che possano apparire intimidatori agli avversari della verità grazie alla potenza dei due Testamenti.

 

Poi consegna loro i guanti episcopali. Poiché le mani simboleggiano l’azione, questi guanti rappresentano la purezza d’intenti che il vescovo deve mantenere in tutte le sue azioni.

 

Segue l’insediamento. Il consacratore e i vescovi assistenti conducono i nuovi vescovi per mano e li fanno sedere sulla cattedra davanti all’altare.

 

Il consacratore intona quindi il grande inno di ringraziamento, il Te Deum. Durante l’inno, i nuovi vescovi si aggirano tra i fedeli, impartendo le loro benedizioni. Infine, rientrati nel presbiterio, impartiscono la loro prima benedizione papale.

 

La cerimonia si conclude con un gesto di gratitudine. I nuovi vescovi salutano il loro consacratore tre volte con tre genuflessioni, augurandogli una lunga vita.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Mons. Strickland: l’amore, non la sfida, è stata la forza trainante di mons. Lefebvre e della FSSPX

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Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Joseph Strickland apparse su The Pillars of Faith.  

«Se avessi tutta la fede, al punto da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sarei nulla».

1 Corinzi 13,2

  Nei momenti di grande tensione all’interno della Chiesa, dobbiamo ricordare che ogni giudizio emesso deve in ultima analisi servire alla salvezza delle anime. La verità non può mai essere separata dalla carità, né la carità dalla verità.   Mentre proseguono le discussioni sulla Fraternità Sacerdotale San Pio X, credo sia necessario porsi una domanda che vada oltre le argomentazioni canoniche o le controversie storiche. Cosa ha mosso questi sacerdoti e fedeli nel corso degli ultimi 50 anni?

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Per comprendere la Fraternità, dobbiamo ricordarne le origini. L’arcivescovo Marcel Lefebvre non intraprese questo cammino perché fosse facile, né perché gli procurasse onore o pace. Qualunque sia il giudizio su ogni sua decisione, pochi negherebbero che egli soffrì immensamente a livello personale. Credeva che i preziosi tesori affidati da Cristo alla Sua Chiesa – il Santo Sacrificio della Messa, la venerabile celebrazione dei sacri misteri, la formazione dei santi sacerdoti e gli insegnamenti perenni della Fede Cattolica – fossero in pericolo di essere sminuiti. La sua risposta nacque da un profondo desiderio di preservare e tramandare ciò che generazioni di cattolici avevano ricevuto con gratitudine.   Questo amore per il sacro patrimonio della Chiesa ha continuato a ispirare molti sacerdoti, religiosi e famiglie di fedeli che hanno accettato incomprensioni e sacrifici perché credevano che questi tesori meritassero di essere preservati per le generazioni future.   Osservando onestamente la loro storia, si vedono uomini e donne che hanno sacrificato grandi cose perché credevano di preservare i tesori affidati alla Chiesa da Cristo stesso: il Santo Sacrificio della Messa, la riverenza dovuta alla Santa Eucaristia, la dottrina perenne della Fede Cattolica e le sacre tradizioni tramandate nei secoli.   Se ogni decisione presa lungo il cammino sia stata prudente è una questione che i cattolici ragionevoli possono discutere. Ma è difficile negare l’amore che ha ispirato innumerevoli sacrifici, vocazioni, famiglie e anime fedeli che hanno desiderato solo rimanere vicine a Nostro Signore e fedeli al deposito della fede.   La Chiesa ha sempre riconosciuto che la disciplina esiste per la guarigione, la riconciliazione e il bene delle anime. Essa non dovrebbe mai essere esercitata in modo da oscurare il sincero amore che molti nutrono per Cristo e la Sua Chiesa.   Questo è anche un momento di onesta riflessione. In tutto il mondo, numerose contestazioni pubbliche alla dottrina e alla morale cattolica hanno generato grande confusione tra i fedeli. I cattolici si chiedono, naturalmente, perché coloro che rifiutano apertamente gli insegnamenti consolidati della Chiesa spesso non subiscono quasi nessuna correzione, mentre coloro il cui desiderio più profondo è quello di preservare la sacra eredità della Chiesa sono visti con le pene più severe. Tali domande non dovrebbero essere ignorate, ma dovrebbero trovare risposta con giustizia, saggezza e carità.   Nessun cattolico dovrebbe rallegrarsi della divisione. Ogni cattolico fedele dovrebbe pregare per la piena e visibile unità. Ma l’unità non si rafforza con il sospetto, né con la paura, bensì con la fiducia reciproca, l’umiltà e il riconoscimento dell’amore sincero ovunque esso si trovi.   Il Signore ci ha insegnato che il comandamento più grande è l’amore: amore per Dio e amore per il prossimo. Se partiamo da questo, parleremo diversamente gli uni con gli altri, giudicheremo con maggiore attenzione e cercheremo la riconciliazione con più fervore.   Affidando questa questione alla Divina Provvidenza, chiedo a ogni cattolico di pregare, non solo per i fedeli della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ma anche per il Santo Padre, per i vescovi e per tutti coloro a cui è stata affidata la grave responsabilità di pascere il gregge di Cristo.

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Possa ciascuno di noi esaminare il proprio cuore davanti al Cuore di Gesù. Possano coloro che si sono adoperati per preservare le sacre tradizioni della Chiesa continuare ad agire con umiltà, fedeltà e amore. E possano coloro che devono prendere decisioni per la Chiesa universale scrutare a fondo il cuore di chi li ha preceduti, riconoscendo non solo le loro azioni, ma anche l’amore che ha ispirato tali sacrifici.   Il Sacro Cuore di Gesù non è diviso contro se stesso. Il Suo Cuore è la fonte di verità e amore, giustizia e misericordia. È a quel Sacro Cuore che ora dobbiamo rivolgerci. Se il Cuore di Cristo ci guida, allora la verità non sarà mai pronunciata senza carità, la giustizia non sarà mai esercitata senza misericordia e l’autorità sarà sempre diretta alla salvezza delle anime.   Possa la Madonna, Madre della Chiesa, intercedere per tutti i suoi figli, affinché rimaniamo saldi nella pienezza della fede cattolica, amandoci gli uni gli altri con la stessa carità del suo Divin Figlio.   «Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e l’amore; ma la più grande di esse è l’amore». (1 Corinzi 13, 13)   E Dio Onnipotente vi benedica, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.   + Joseph E. Strickland, Vescovo emerito  

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