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Scoprire la Liturgia delle Consacrazioni Episcopali

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A pochi giorni dalle consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026 a Écône, questo video presenta la liturgia tradizionale della consacrazione dei vescovi. Attraverso i principali riti della cerimonia, scoprite il significato delle preghiere, dei gesti liturgici e dei simboli che manifestano la pienezza del sacerdozio.

 

I sottotitoli sono disponibili in diverse lingue. Cliccate su ⚙️ e poi su “Sottotitoli” per selezionare la vostra lingua.

 

 

Capitoli

00:00 — Introduzione
00:43 — Una liturgia antichissima, radicata nella Tradizione
01:58 — La materia e la forma della consacrazione episcopale
02:35 — Svolgimento generale della cerimonia
03:57 — Processione d’ingresso ed esame degli eletti
05:12 — Inizio della Messa
06:12 — Litanie dei Santi
07:50 — Imposizione delle mani
08:27 — Prefazio consacratorio
09:28 — Unzione del capo
10:15 — Fine del prefazio consacratorio
11:04 — Unzione delle mani
12:23 — Presentazione delle insegne
13:23 — Offerte
13:48 — Proseguimento e conclusione della Messa
14:24 — Intronizzazione e Acclamazione

 

Trascrizione

Introduzione

Il 1° luglio a Écône si terrà la consacrazione episcopale di quattro vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Mentre i sacerdoti Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel de Sivry e Marc Hanappier riceveranno la pienezza del sacramento dell’Ordine sacro. In questo video non ripercorreremo le complesse ragioni che autorizzano tale atto. Su questo argomento sono già stati pubblicati numerosi studi.

 

Il nostro obiettivo è più semplice: cercare di comprendere meglio la cerimonia in sé, coglierne la ricchezza e, di conseguenza, capire meglio cosa la Chiesa si aspetta da un vescovo e trarre maggior beneficio spirituale da questa grande liturgia.

 

Vediamo quindi insieme come si svolge una consacrazione episcopale secondo la Tradizione della Chiesa.

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Una liturgia antichissima, radicata nella Tradizione

La cerimonia di consacrazione episcopale è descritta in un libro liturgico chiamato Pontificale. Questo libro contiene tutti i sacramenti, le consacrazioni e le benedizioni riservate al vescovo.

 

La liturgia che conosciamo oggi, almeno nella tradizione pontificale, è frutto di un lunghissimo periodo di sviluppo. Come tutta la liturgia cattolica, si è evoluta gradualmente nel corso dei secoli sotto la guida dello Spirito Santo e della sapienza della Chiesa.

 

L’elemento essenziale della consacrazione, l’imposizione delle mani accompagnata dalla preghiera, risale direttamente agli Apostoli.

 

Negli Atti degli Apostoli, capitolo 13, troviamo probabilmente un’allusione a questa consacrazione: «mettete da parte per me Barnaba e Paolo per l’opera che sto per affidare loro. Poi, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li mandarono».

 

Anche San Paolo ricorda a Timoteo e Tito la grazia ricevuta attraverso l’imposizione delle mani.

 

Poi, dall’antichità in poi, e ancor più nel Medioevo, la Chiesa ha arricchito questo rito essenziale con numerose cerimonie secondarie. Gradualmente, queste cerimonie si svilupparono e si organizzarono sempre più fino al XIII secolo, quando un Pontificale Romano descrisse una cerimonia molto simile a quella che conosciamo oggi.

 

Materia e Forma della Consacrazione Episcopale

Nel 1947, Papa Pio XII cercò di chiarire alcuni dubbi sorti riguardo alla materia e alla forma del sacramento dell’Ordine sacro.

 

Ricordiamo che ogni sacramento ha sia materia che forma. La materia è il gesto o l’elemento concreto del sacramento, ad esempio l’acqua versata per il battesimo. La forma sono le parole pronunciate.

 

Pio XII ricordò quindi a tutti che, per la consacrazione episcopale, la materia è l’imposizione delle mani da parte del vescovo consacrante, e la forma è una frase specifica del prefazio consacratorio, che vedremo a breve.

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Svolgimento generale della cerimonia

Come tutte le ordinazioni, la consacrazione dei vescovi avviene durante la Messa. Ciò manifesta il profondo legame tra il sacerdozio e il Santo Sacrificio. L’intera Messa è concelebrata dal consacrante e dal consacrato.

 

Nella cerimonia di ordinazione sacerdotale, la concelebrazione inizia solo dopo l’ordinazione vera e propria, cioè quando i candidati sono a tutti gli effetti sacerdoti. In questo caso, poiché i futuri vescovi sono già sacerdoti, concelebrano fin dall’inizio della Messa.

 

Concretamente, la cerimonia si articola in diverse fasi principali.

 

Innanzitutto, ancor prima dell’inizio della Messa, si svolge l’esame dei futuri vescovi, ancora chiamati vescovi eletti. Poi, dopo il Graduale, segue la consacrazione episcopale vera e propria, preceduta dalle Litanie dei Santi, come in tutte le ordinazioni dal suddiaconato in poi. La Messa prosegue quindi fino all’offertorio, dove i nuovi vescovi portano le offerte. Infine, dopo la benedizione finale, si svolgono diverse cerimonie aggiuntive.

 

Tradizionalmente, i vescovi eletti sono assistiti da altri due vescovi che fungono da co-consacranti e padrini liturgici. Questa consuetudine risale almeno al Concilio di Nicea del 325. Tuttavia, Pio XII ricordò alla consacrazione che non era necessaria per la validità del sacramento e che in determinate circostanze particolari se ne poteva fare a meno.

 

La processione d’ingresso e l’esame degli eletti

Dopo la processione d’ingresso inizia un rito antichissimo: l’esame degli eletti per verificarne l’idoneità. Per lungo tempo, questo rito fu addirittura separato dalla consacrazione stessa. Nell’Alto Medioevo, quando in Italia, dove le diocesi mantenevano una forte dipendenza dalla Sede Apostolica, veniva eletto un vescovo, il sacerdote eletto dal clero e dal popolo della sua diocesi doveva recarsi a Roma accompagnato da alcune personalità di spicco.

 

Questa delegazione presentava al papa il verbale ufficiale dell’elezione e ne richiedeva l’approvazione e l’ordinazione del candidato. Il papa esaminava quindi il caso, valutava le qualità del vescovo eletto e, di norma, lo consacrava la domenica successiva.

 

È da questa antica pratica che trae origine il rito conservato oggi. Nel coro, i vescovi eletti prendono posto, rivestiti di piviale, rivolti verso l’altare maggiore. Su richiesta del consacratore, viene letto il mandato papale. I vescovi eletti prestano quindi giuramento di fedeltà alla Santa Sede.

 

Il consacratore pone loro alcune domande per verificare la loro ortodossia dottrinale, la loro retta intenzione e la loro volontà di vivere secondo le virtù proprie dell’episcopato.

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Inizio della Messa

Una volta completata questa cerimonia, la Messa inizia con le preghiere ai piedi dell’altare maggiore, che il consacratore e i vescovi recitano all’altare maggiore.

 

Successivamente, i vescovi eletti si recano a un altare laterale predisposto per loro. Lì reciteranno le preghiere della Messa fino alla loro ordinazione ufficiale, dopodiché saliranno all’altare maggiore per concelebrare. Si tolgono il piviale e ricevono la croce pettorale.

 

Cambiano anche la posizione delle loro stole. Precedentemente indossate incrociate come i sacerdoti, ora vengono lasciate pendenti ai lati, come i vescovi.

 

In seguito, indossano le tuniche, semplici paramenti che ricordano quelli indossati dai diaconi e dai suddiaconi. Questo simboleggia la pienezza del sacramento dell’Ordine sacro che stanno per ricevere.

 

Recitano quindi le preghiere iniziali della Messa, fino al Graduale, al loro altare laterale.

 

Litanie dei Santi

Dopo il Graduale, il consacratore pronuncia l’omelia. Quindi i vescovi eletti si siedono rivolti verso l’altare.

 

Il consacratore ricorda loro brevemente il loro ruolo: «Il vescovo deve giudicare, interpretare, consacrare, ordinare, offrire, battezzare e confermare».

 

Invita poi tutti i fedeli alla preghiera. I vescovi si prostrano mentre vengono cantate le Litanie dei Santi.

 

Questo gesto esprime profonda adorazione e totale dipendenza da Dio. Questa consuetudine risale almeno al VII secolo.

 

Al termine delle litanie, il consacratore benedice gli eletti, che rimangono prostrati.

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Imposizione delle Mani

Giungiamo ora al cuore della cerimonia. Secondo un rito originario dell’Oriente e risalente almeno al V secolo, il Libro dei Vangeli viene posto sulle spalle degli eletti. Questo richiama le parole di Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me». Il libro rimarrà sulle loro spalle fino a dopo l’unzione delle mani.

 

Segue poi l’imposizione delle mani da parte dei consacratori. Questo costituisce la sostanza del sacramento. Si noti, tuttavia, che le parole pronunciate in questo momento non costituiscono ancora la forma sacramentale, che verrà pronunciata in seguito.

 

Prefazio consacratorio

Il vescovo consacrante canta quindi questa grande preghiera del prefazio consacratorio, una preghiera molto antica, probabilmente risalente al V secolo. Inizia con il solenne dialogo noto a coloro che assistono alla Messa prima del Canone. Nella sua prima parte, paragona le vesti del Sommo Sacerdote nell’Antico Testamento alle virtù che un vescovo dovrebbe possedere.

 

Segue quindi la frase essenziale del sacramento, recitata da tutti i vescovi consacranti:

 

Comple in sacerdote tuo ministerii tui summam, et ornamentis totius glorificationis instructum, caelestis unguenti rore sanctifica.

 

«Riempi il tuo sacerdote della pienezza del tuo ministero e, rivestito di tutti gli ornamenti della tua gloria, santificalo con la rugiada della tua unzione celeste».

 

È proprio in questo momento che gli eletti diventano vescovi.

 

Unzione del capo

Mentre la schola canta il Veni Creator, il consacrante unge il capo dei nuovi vescovi con il Santo Crisma. Questa unzione rappresenta l’effusione dello Spirito Santo.

 

Il consacrante dice: «per benedizione celeste, il vostro capo sia consacrato e unto nell’ordine dei pontefici».

 

Questo rito sembra risalire all’VIII secolo e ricorda l’incoronazione dei re. Per evitare che il Santo Crisma goccioli, il capo dei nuovi vescovi viene avvolto in un panno chiamato purificatore.

 

Fine del Prefazio Consacratorio

Dopo l’unzione del capo, il consacratore prosegue con il prefazio consacratorio. È un testo magnifico in cui la Chiesa presenta l’immagine del santo vescovo come lo desidera e come chiede a Dio.

 

Chiede: «Che egli sia quel servo fedele e prudente da te stabilito, Signore, sulla tua famiglia, per distribuire loro il cibo a tempo debito e per rendere perfetti tutti gli uomini».

 

«Che sia instancabile nelle sue azioni esteriori e nella sua vita interiore. Possa il fervore dello spirito servirlo; possa odiare la superbia, amare l’umiltà e la verità, senza mai tradirle, né sotto l’influenza della lode né sotto quella della paura».

 

«Possa non fare luce dalle tenebre, né luce dalle tenebre. Possa non chiamare il male bene, né il bene male».

 

«Possa servire i saggi e gli stolti, i dotti e gli ignoranti, affinché porti frutto attraverso il progresso di tutti».

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Unzione delle mani

Dopo un’antifona gregoriana che evoca l’olio che scorre sulla barba di Aronne, il consacratore unge le mani dei nuovi vescovi con il Santo Crisma.

 

«Il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che vi ha benignamente elevato alla dignità episcopale, vi imbeva del suo crisma e del liquido della sua misteriosa unzione».

 

Possa concedervi la fecondità spirituale attraverso l’abbondanza delle sue benedizioni. Possa tutto ciò che benedirete essere benedetto.

 

Possa tutto ciò che santificate essere santificato, e possa l’imposizione delle vostre mani consacrate contribuire alla salvezza di tutti.

 

Poiché le loro mani devono rimanere unite e piatte durante i riti successivi, vengono sostenute da una striscia di stoffa.

 

Presentazione delle Insegne

Successivamente, i nuovi vescovi ricevono le prime insegne del loro ufficio.

 

Secondo un rito attestato fin dal X secolo, il consacratore presenta quindi il pastorale, simbolo di autorità e di sostegno alla debolezza umana.

 

Un’antica preghiera, un tempo utilizzata durante la trasmissione del pastorale, recitava: «Ricevi il pastorale, segno di sacro governo, affinché tu possa rafforzare i deboli, confermare coloro che vacillano, correggere i malvagi e guidare i giusti sulla via della salvezza eterna, e affinché tu possa avere il potere di elevare i meritevoli e correggere gli indegni con l’aiuto del Signore».

 

Il consacratore presenta quindi l’anello episcopale, simbolo di inviolabile fedeltà alla Chiesa, Sposa di Dio.

 

Infine, prende il Libro dei Vangeli, posto aperto sulle spalle dei nuovi vescovi, li invita a toccarlo con le mani e poi dà loro il bacio della pace.

 

Prima di riprendere la Messa, le mani e il capo dei nuovi vescovi vengono purificati ed essi prendono posto presso i rispettivi altari laterali.

 

Offerte

Dopo che il diacono ha cantato il Vangelo e il Credo, i nuovi vescovi offrono al consacratore due candele accese, due pani e due botti di vino. Questo rito risale al XII secolo.

 

Il pane e il vino richiamano ovviamente la materia del sacrificio eucaristico. Il nuovo vescovo si offre così come illuminatore e sacerdote del popolo cristiano.

 

Proseguimento e conclusione della Messa

Durante la parte restante della Messa, i nuovi vescovi concelebrano con il loro consacratore a lato dell’altare maggiore. Insieme, recitano tutte le preghiere della Messa, in particolare quelle di consacrazione.

 

La preghiera dell’Hanc Igitur, immediatamente prima della consacrazione, viene modificata per indirizzare specificamente la preghiera della Chiesa verso i nuovi vescovi.

 

Dopo l’Agnus Dei, ricevono il segno della pace dal loro consacratore e lo trasmettono poi ai vescovi ausiliari.

 

Al momento della Comunione, il consacratore riceve solo metà dell’ostia e condivide l’altra metà, donandola ai nuovi vescovi. Allo stesso modo, tutti ricevono la Comunione dallo stesso calice.

 

Intronizzazione e Acclamazione

Dopo la benedizione finale della Messa, si svolgono gli ultimi riti secondari della cerimonia. Questi sono anche i più recenti, risalenti al XIII secolo.

 

Il consacratore pone innanzitutto la mitra sui nuovi vescovi. Chiede quindi a Dio che possano apparire intimidatori agli avversari della verità grazie alla potenza dei due Testamenti.

 

Poi consegna loro i guanti episcopali. Poiché le mani simboleggiano l’azione, questi guanti rappresentano la purezza d’intenti che il vescovo deve mantenere in tutte le sue azioni.

 

Segue l’insediamento. Il consacratore e i vescovi assistenti conducono i nuovi vescovi per mano e li fanno sedere sulla cattedra davanti all’altare.

 

Il consacratore intona quindi il grande inno di ringraziamento, il Te Deum. Durante l’inno, i nuovi vescovi si aggirano tra i fedeli, impartendo le loro benedizioni. Infine, rientrati nel presbiterio, impartiscono la loro prima benedizione papale.

 

La cerimonia si conclude con un gesto di gratitudine. I nuovi vescovi salutano il loro consacratore tre volte con tre genuflessioni, augurandogli una lunga vita.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine da FSSPX.News

 

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Pensiero

Ecône e il vero ordine mondiale

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Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.   La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.   Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.

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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.   Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.     Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.   È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.   Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.   «On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.   La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.  

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.     Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.   Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.   Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?   In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.   A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.   La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.   «Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»   Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.   Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».   I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.

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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».   Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.   A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).   Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.     «Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».   La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.   Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.   In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.

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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.   Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.   Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.   E così sia.   Roberto Dal Bosco

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Spirito

L’allenatore della Spagna è cattolico e prega ogni giorno

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Luis de la Fuente, allenatore della nazionale di calcio spagnola, è un cattolico devoto.

 

Il mister spagnuolo ha dichiarato lunedì, al termine di una conferenza stampa il giorno prima della vittoria contro la Francia che ha garantito l’accesso alla finale dei Mondiali FIFA 2026, di pregare ogni giorno in segno di ringraziamento e per chiedere l’aiuto di Dio, ma non per la vittoria sugli avversari.

 

Durante una conferenza stampa del 13 luglio, un giornalista ha accennato alla fede dell’allenatore e gli ha chiesto per cosa stesse pregando in vista della semifinale contro la Francia. De la Fuente ha sottolineato di pregare ogni giorno, non per ottenere aiuto nella vittoria contro gli avversari ai Mondiali, ma per ringraziare di avere un altro giorno da vivere, per la salute e per altre ragioni non legate al calcio.

 

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«Prego ogni giorno, ma non perché sono a un Mondiale o perché sto cercando di ottenere un determinato risultato», ha detto l’allenatore. «Lo ringrazio ogni giorno, ogni giorno quando mi sveglio, per il fatto che sto bene. Per il fatto che posso guardarmi allo specchio e dire: «Un altro giorno in cui posso godermi la vita». Sono grato per queste piccole cose».

 

«E prego ogni giorno, non per chiedere ulteriore aiuto… sarebbe ingiusto chiedergli di aiutare me e non il mio avversario», ha aggiunto. «Chiedo altre cose, soprattutto buona salute, e qualsiasi altra cosa mi dia la possibilità di continuare a combattere».

 

Martedì la Spagna ha battuto la Francia per 2-0, qualificandosi per la finale dei Mondiali contro l’Argentina, in programma domenica 19 luglio. La nazionale spagnola, allenata da De la Fuente, aveva già vinto il campionato europeo UEFA del 2024.

 

De la Fuente ha professato apertamente la sua fede cattolica in numerose occasioni. Nel 2024, durante gli Europei, l’allenatore ha dichiarato che la sua decisione di farsi il segno della croce prima di ogni partita «non è superstizione, è fede».

 

Nel corso di un’intervista rilasciata nel 2023 al quotidiano spagnolo El Mundo, De la Fuente ha approfondito ulteriormente la sua fede, affermando che ci sono «mille ragioni per credere in Dio» e che senza di Lui «nulla nella vita ha senso».

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Immagine di Junta de Andalucía via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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«Il concilio è rivoluzione»: omelia della prima messa pontificale del vescovo Michel de Sivry

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Data l’11 luglio 2026 nella chiesa di San Giuseppe a Bruxelles.   Carissimi fratelli nel sacerdozio, venerabili fratelli, care sorelle, cari fedeli,   È una grande gioia celebrare oggi questa prima messa pontificale in questa chiesa di San Giuseppe, patrono della Chiesa universale.   Siamo colmi di gratitudine dopo queste consacrazioni episcopali, che non sono altro che un atto di fedeltà alla Santa Chiesa Cattolica e alla Tradizione Cattolica. Un pensiero speciale va al nostro caro fondatore, Sua Eccellenza l’Arcivescovo Lefebvre, il cui coraggio, la cui prudenza e la cui fede sono ora per noi un esempio.   Ringrazio i miei cari colleghi per la loro presenza e la loro amicizia sacerdotale. Alcuni sono venuti da lontano per partecipare a questa prima Messa. Vorrei ringraziare i nostri fratelli, le nostre sorelle e voi, miei cari fratelli, per questa ondata di fede e carità che ci ha accompagnato alle consacrazioni.   Sappiate che tutte queste preghiere e questi sacrifici ci hanno sostenuto grandemente e ci danno tanto entusiasmo per intraprendere questo ministero episcopale. Siamo lieti di accogliere la vostra richiesta di ricevere i sacramenti secondo la tradizione della Chiesa.   Continuiamo dunque quanto delineato per la Santa Chiesa da papa San Pio X all’inizio del XX secolo: Omnia instaurare in Christo, «Restaurare ogni cosa in Cristo». Questa è la nostra missione particolare e provvidenziale, che dobbiamo proseguire.

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Sacramenti per custodire intatto il deposito della fede

Miei cari fratelli, queste consacrazioni episcopali non sono in alcun modo un atto «della natura» o un atto veramente «scismatico». Queste consacrazioni sono tutt’altro che «scismatiche». I nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X non hanno giurisdizione territoriale.   Non siamo scismatici perché riconosciamo che papa Leone XIV è effettivamente il capo visibile della Chiesa. E preghiamo per lui ogni giorno, e continueremo a pregare per lui ogni giorno al momento del Santo Sacrificio della Messa.   Non siamo scismatici perché crediamo con tutto il cuore in tutte le verità che la Chiesa ha insegnato, in tutte le verità che il nostro Signore Gesù Cristo ci ha trasmesso. E siamo pronti a suggellarle con il nostro sangue.   Non siamo scismatici perché accettiamo, professiamo e riceviamo i sette sacramenti che Nostro Signore Gesù Cristo ci ha donato per santificarci e andare in Paradiso.   Miei cari fratelli, come sapete, dobbiamo tutti andare in Cielo. Questo è il nostro scopo qui sulla terra. Tutto il nostro essere, la nostra anima, il nostro corpo, ogni cosa ci chiama al Cielo. Siamo fatti per il Cielo. È nostro dovere. È nostro dovere lavorare ogni giorno alla nostra santificazione, alla nostra santità. È nostro dovere!   Ma se abbiamo questo dovere, abbiamo anche dei diritti: il diritto di ricevere i mezzi appropriati per raggiungere il nostro scopo. Questi mezzi sono la fede, i sacramenti, la disciplina e la legge della Chiesa. Questi sono mezzi ordinari e sufficienti per santificarci e diventare santi.   E questi metodi sono stati usati per duemila anni di Tradizione, dagli apostoli, dai martiri, dai confessori, dalle vergini. Ebbene, noi vogliamo conservarli. Vogliamo conservare questa fede degli apostoli. Vogliamo conservare questi stessi sacramenti. Vogliamo conservare questa stessa disciplina.

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Concilio Vaticano II: La rottura nel cuore della crisi

Purtroppo, come abbiamo visto dal Concilio Vaticano II in poi, questa fede, questi sacramenti, questa disciplina sono stati annacquati e profondamente alterati. A tal punto che, tristemente, ci distolgono dal nostro scopo e ci impediscono di essere santificati come i membri della Chiesa sono sempre stati santificati attraverso duemila anni di Tradizione.   Come sapete, il cardinale Suenens, che conosciamo bene, disse del Concilio: «Il Concilio è il 1789 nella Chiesa». In altre parole, questo Concilio è una rivoluzione. È una rivoluzione. Yves Congar, il teologo, in particolare esperto di libertà religiosa, disse che il Concilio è la Rivoluzione d’Ottobre nella Chiesa. La Chiesa ha avuto la sua Rivoluzione d’Ottobre con il Concilio Vaticano II.   E in effetti, quando esaminiamo questi testi in modo sintetico, non possiamo fare a meno di notare che essi sono in contrasto con il costante insegnamento della Chiesa.   La Gaudium et Spes, ad esempio, la costituzione che regola i rapporti tra la Chiesa e il mondo: il cardinale Ratzinger definì questo testo un «contro-sillabo». Il Sillabo , scritto nel 1864 da papa Pio IX, era un catalogo che condannava gli errori moderni: liberalismo, naturalismo, separazione tra Chiesa e Stato e secolarismo. Definendo la Gaudium et Spes un contro-sillabo, il cardinale Ratzinger affermò una rottura con gli insegnamenti di Pio IX e, con essi, con l’intera Tradizione.   Dignitatis Humanae, libertà religiosa. Questo testo conciliare ci dice che per legge naturale, per volontà di Dio, nessuno può essere impedito dallo Stato di confessare, di manifestare la propria fede o religione, qualunque essa sia, non solo in privato ma anche in pubblico. In altre parole, la Chiesa dice allo Stato che deve accettare l’errore anche al suo interno.   E così, paesi come l’Italia, la Spagna e la Colombia sono stati costretti da Roma a rimuovere il termine «cattolico» dalle loro costituzioni. Ai capi di Stato cattolici è stato chiesto di rimuovere il termine «cattolico» dalle loro costituzioni per essere coerenti con questa libertà religiosa. Questo testo, Dignitatis Humanae, rappresenta una netta rottura con Mirari Vos di Gregorio XVI , Libertas di Leone XIII e Quas Primas di papa Pio XI . C’è una rottura. La Chiesa ha sostenuto la secolarizzazione degli Stati.   Abbiamo anche Unitatis Redintegratio e Nostra Aetate, riguardanti l’ecumenismo, che insegnano che in ogni religione, qualunque essa sia, vi sono elementi di santificazione che, nella misura in cui vi aderiamo sinceramente, conducono alla salvezza. Tutte le religioni, quindi, attraverso questi elementi di santificazione, possono condurre alla salvezza. Perciò non possiamo più condannare queste false religioni perché contengono elementi di salvezza. Ci impegneremo nel dialogo per arricchirci a vicenda. Non parliamo più di conversione, ma di dialogo.   Ebbene, questo testo contraddice l’insegnamento di papa Pio XI nella sua enciclica Mortalium Animos. Pio XI afferma esattamente il contrario, e con lui, l’intera Tradizione Cattolica. Un esempio recente di ecumenismo è la dichiarazione di papa Francesco sulla fraternità umana ad Abu Dhabi, in cui afferma che le false religioni sono state volute da Dio.   Infine, abbiamo la Lumen Gentium, al capitolo 3, che afferma che nella Chiesa ci sono due soggetti di potere universale: il papa e il collegio episcopale, unito al papa. Ma il papa, in quest’ultimo caso, è solo primum inter pares, un’autorità morale. Questo testo è chiaramente in contrasto con la Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I.   E poiché il potere può essere condiviso, oggi stiamo vivendo questa sinodalità, questo cammino sinodale, in cui ci viene insegnato che il popolo di Dio è un’entità teologica, il che significa che di solito può essere illuminato dallo Spirito Santo, e che l’autorità deve ascoltare questo popolo di Dio ed esserne portavoce. E poiché il popolo di Dio evolve nel suo pensiero, nel suo comportamento e nella sua moralità, l’autorità deve adattarsi. Così, la verità si evolve. Abbiamo questo cammino sinodale tedesco, ad esempio, che sostiene l’ordinazione delle donne al diaconato, il matrimonio dei sacerdoti ed è estremamente aperto al matrimonio tra persone dello stesso sesso.   Infine, di recente, il cardinale Fernandez, nella Mater Populi Fidelis, minimizza significativamente la mediazione universale di Maria e chiede alla Chiesa di non usare mai più il termine «corredentrice» per riferirsi a Maria, sebbene papa San Pio X abbia autorizzato questo termine e Pio XI lo usi esplicitamente. Benedetto XV ha spiegato questa corredenzione, l’ha insegnata, e ora ci viene chiesto di smettere di usarla.   Cari fratelli, ci troviamo dunque di fronte a una questione di coscienza, come disse l’arcivescovo Lefebvre. Chi dobbiamo seguire? Dobbiamo seguire questi nuovi sviluppi, questa rottura, oppure dobbiamo, con prudenza, seguire ciò che la Santa Chiesa Cattolica ha sempre creduto, insegnato e praticato? Noi scegliamo questa prudenza, la fedeltà alla Tradizione Cattolica.

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Perché la Fraternità non si definisce scismatica

Certo, purtroppo, siamo stati scomunicati, come sapete, con un decreto del 2 luglio. Ma, in realtà, miei cari fratelli, non sono stati scomunicati i singoli individui, bensì la Tradizione cattolica, ciò che insegniamo. Siamo stati scomunicati da uomini di Chiesa le cui idee sono state condannate – e continuano ad essere condannate – da duemila anni di Tradizione.   Inoltre, questa scomunica non è legalmente giustificata. La legge non può essere ignorata. Il Codice di Diritto Canonico del 1983 stabilisce, al canone 1323 § 4, che una persona che agisce per necessità non può incorrere in sanzioni canoniche. Questo canone afferma inoltre che se tale stato di necessità non esiste oggettivamente, ma la persona che ha agito credeva veramente di trovarsi in uno stato di necessità, allora non possono essere imposte sanzioni. Ora, miei cari fratelli, come abbiamo detto, è lo stato di necessità che ci obbliga a ricevere i sacramenti. È per la salvezza delle nostre anime. È per la salvezza delle vostre anime. Perché desiderate ricevere – e questo è legittimo, è un vostro diritto – tutto ciò che hanno ricevuto i vostri padri, tutto ciò che hanno ricevuto gli apostoli, tutto ciò che hanno ricevuto i confessori e le vergini, voi desiderate riceverlo. E avete il diritto di farlo. Avete tutto il diritto di farlo.   Naturalmente, questa sanzione ci ferisce profondamente perché siamo cattolici, perché siamo devoti al Santo Padre, perché siamo devoti ai vescovi, perché siamo devoti ai sacerdoti. Siamo toccati nel nostro cuore di bambini da queste sanzioni. Ma le sopportiamo. Le sopportiamo come una croce per la Santa Chiesa Cattolica.   Miei cari fratelli, soprattutto, non nutrite rancore. Al contrario, custodite questa profonda carità nei vostri cuori e, soprattutto, rimanete in pace. Dobbiamo rimanere in pace. Ne abbiamo il diritto. Siamo obbligati a compiere un atto grave e straordinario perché siamo costretti a farlo. Non abbiamo scelta.

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L’Immacolata Concezione, un modello di fedeltà nelle avversità

Carissimi fratelli, oggi vi ho chiesto di celebrare la Messa dell’Immacolata Concezione, perché mi sembra che la Beata Vergine Maria riassuma in sé questa vittoria di Nostro Signore Gesù Cristo sul mondo, su Satana e sul peccato.   E proprio questo mistero dell’Immacolata Concezione dovrebbe custodire le nostre anime in questa ferma speranza, in una grande gioia interiore. Maria, come sappiamo, ha vinto il peccato perché è immacolata. Papa San Pio X disse: «O Vergine, immacolata nel corpo e nell’anima». La Vergine Maria è immacolata nell’anima perché, come sappiamo, non ha mai contratto il peccato originale, né alcuna imperfezione.   La Vergine Maria possiede questa pienezza di sovrabbondanza attraverso la quale è mediatrice di tutte le grazie. Maria è santa nel suo corpo, vergine nel suo corpo. Il suo corpo è veramente il Tempio dello Spirito Santo, la nuova Arca dell’Alleanza che racchiude in sé nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo fatto carne.   Maria, per ciò che è e per le sue opere, ha vinto il peccato. E poi San Pio X aggiunge che Maria è vergine nella fede, immacolata nella fede. La Vergine Maria ha avuto una vita difficile. Tuttavia, nonostante le circostanze avverse in cui ha vissuto, Maria non ha mai dubitato per un solo istante della divinità, dell’umanità e della regalità di suo Figlio, nostro Signore Gesù Cristo.   Fin dal momento dell’Annunciazione – e sua cugina Elisabetta lo avrebbe poi proclamato – credette alle parole dell’Angelo. Credette di essere stata concepita immacolata. Credette che il Verbo fosse il Figlio di Dio. Credette che anche suo figlio sarebbe stato Re. La Vergine Maria credette. Credette per tutta la vita nella divinità di nostro Signore Gesù Cristo.   Ai piedi della croce, la Beata Vergine Maria non dubitò mai, nemmeno per un istante, che questa fosse la via per compiere l’opera della Redenzione. E questa fede della Vergine Maria la sostenne, permettendole di rimanere in grande pace interiore. Imitiamo la Beata Vergine Maria nella nostra fede, affinché questa fede ci mantenga saldi e in pace interiore, perché ne abbiamo bisogno.   E poi, la Vergine Maria è immacolata nel suo cuore, nel suo amore, dice San Pio X. Maria ha amato Dio tre volte Santo. Ha amato Dio Padre perché è una creatura così santa e bella. Ha amato Dio Padre con tutto il suo cuore come una creatura. Ha amato Dio Figlio, Dio suo Figlio, come una madre. Ha amato suo figlio con una perfezione di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra madre, poiché nulla ha ostacolato l’amore che provava per suo figlio, vero Dio, vero uomo. E poi ha amato Dio Spirito Santo perché era la sua sposa. La Beata Vergine Maria ha mantenuto questa grande serenità attraverso la sua santità.   In conclusione, ascoltiamo ciò che ci dice san Pietro nella sua seconda epistola: «Coloro che vi calunniano, i pagani, vedendo le vostre buone opere, glorifichino Dio che è nei cieli».   La migliore risposta che possiamo dare a questa difficile situazione, allo shock delle sanzioni, sarà quella di rispondere con la santità della nostra vita, imitando la Beata Vergine Maria. La santità della nostra vita sarà la migliore testimonianza della vitalità e della verità della Tradizione Cattolica. E così, quando il Santo Padre deciderà di ristabilire ogni cosa in Cristo, potremo umilmente affidargli questa Tradizione che abbiamo scelto di preservare.   Perché questa Tradizione è il rimedio, la risposta ai mali moderni. Ebbene, la conserviamo per il Santo Padre. La conserviamo per la Santa Chiesa Cattolica. Custodiamola nei nostri cuori affinché un giorno possiamo far parte di quelle schiere di confessori e forse di martiri. Chiediamo questa grazia alla Beata Vergine Maria Immacolata e al nostro caro fondatore, l’Arcivescovo Lefebvre. Amen.   Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.   Amen.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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