Epidemie
Il capo dell’indagine sull’origine del COVID è «convinto» che sia uscito dal laboratorio
Il capo della commissione sulle origini del COVID della preminente rivista scientifica si è detto «convinto» che il virus sia uscito da un laboratorio e afferma che una vera indagine sulla questione è stata di fatto bloccata.
Si tratta di Jeffrey Sachs, nome noto a chi legge Renovatio 21. Economista teorico della shock economy (con cui negli anni Novanta ha fatto danni inenarrabili in Sud America e in Est Europa), programmatore di piani ONU, uomo legato a Soros, consigliere per il clima di papa Francesco. Un bel curriculum, insomma.
Per qualche motivo, il Sachs sembra, stavolta, andare controcorrente rispetto all’establishment.
Sachs ha detto a Current Affairs di essere «abbastanza convinto» che il COVID-19 «sia uscito dalla biotecnologia di laboratorio statunitense» e ha avvertito che la ricerca in corso potrebbe portare ad un’altra pandemia.
Sachs osserva che gli scienziati che hanno respinto la teoria della fuga dal laboratorio lo hanno fatto «prima di aver fatto qualsiasi ricerca», aggiungendo che costoro «stanno creando una narrativa. E stanno negando l’ipotesi alternativa senza guardarla da vicino».
Sachs indica la ricerca sul Gain of Function (guadagno di funzione) e i marcatori genetici trovati nel coronavirus SARS-Cov-2 che mostrano come sia stato manipolato per essere più mortale.
«La cosa interessante, e se così posso dire, è che la ricerca, che era in corso molto attivamente e che veniva promossa, consisteva nell’inserire siti di scissione della furina in virus simili alla SARS per vedere cosa sarebbe successo. Ops!» dice Sachs.
«Non stanno guardando», dice Sachs degli scienziati che respingono l’ipotesi della fuga dal laboratorio. «Continuano semplicemente a dirci: “Guardate il mercato, guardate il mercato, guardate il mercato!» dice, riferendosi al mercato del pesce di Wuhano, ora distrutto. «Ma non affrontano questa alternativa. Non guardano nemmeno i dati. Non fanno nemmeno domande. E la verità è che fin dall’inizio non hanno posto le vere domande».
«Ci sono molte ragioni per credere che quella ricerca fosse in corso. Perché ci sono articoli pubblicati su questo. Ci sono interviste su questo. Ci sono proposte di ricerca».
«Tuttavia il NIH [la sanità nazionale USA, ndr] non sta parlando. Non sta facendo domande. E questi scienziati non stanno mai facendo domande», dice il Sachs.
«Fin dal primo giorno, hanno tenuto nascosta l’alternativa. E quando discutono dell’alternativa, non discutono del programma di ricerca. Discutono di uomini di paglia totali riguardo al laboratorio, non sul tipo reale di ricerca in corso, che consisteva nel piazzare siti di scissione della furina in virus simili alla SARS in un modo che avrebbe potuto creare SARS-CoV-2».
«Quello che sto chiedendo non è la conclusione. Chiedo l’ indagine», esorta Sachs, aggiungendo «Finalmente, dopo due anni e mezzo di tutto questo, è tempo di confessare che potrebbe essere uscito da un laboratorio ed ecco i dati che dobbiamo sapere per trovare sapere se è stato così».
Sachs si rivolge anche a EcoHealth Alliance e Peter Daszak, sottolineando di aver inizialmente nominato personalmente Daszak a presiedere la task force della commissione pandemica di Lancet.
Sachs dice «mi sono reso conto che [Daszak] non mi stava dicendo la verità. E mi ci sono voluti alcuni mesi, ma più lo vedevo, più mi risentivo. E così gli ho detto: “Senti, devi andartene”»,
Sachs aggiunge che una volta che ha licenziato Daszak, altri scienziati hanno iniziato ad attaccarlo.
«Ho chiesto loro: “Quali sono i vostri collegamenti con tutto questo?” Non me l’hanno detto. Poi, quando il Freedom of Information Act ha rilasciato alcuni di questi documenti che il NIH aveva nascosto al pubblico, ho visto che anche le persone che mi stavano attaccando facevano parte di questa cosa. Quindi ho sciolto l’intera task force», osserva Sachs.
«Quindi la mia esperienza è stata quella di vedere da vicino come non parlano. E stanno cercando di tenere gli occhi puntati su qualcos’altro. E lontano anche dal porre le domande di cui stiamo parlando».
Sachs conclude dicendo che «non si fida» dei governi e degli scienziati che stanno respingendo la teoria delle fughe di laboratorio.
«Voglio sapere. Perché anche quello che sappiamo della ricerca pericolosa è sufficiente per sollevare molti interrogativi di responsabilità per il futuro. E per porre la domanda: “Ehi, su quali altri virus state lavorando? Cosa dovremmo sapere?”».
«Voglio sapere cosa si sta facendo. Voglio sapere cosa stanno facendo anche gli altri governi, non solo il nostro. Voglio un po’ di controllo globale su questa roba», insiste ulteriormente Sachs.
Sachs infine chiede «un’indagine di supervisione del Congresso bipartisan che abbia potere di citazione», esortando “Dateci i vostri registri di laboratorio, i vostri quaderni, i vostri file sui ceppi di virus e così via”».
Come ricorda Summit News, questo è ciò che il senatore repubblicano del Kentucky Rand Paul sta perseguendo senza sosta.
Dopo un’audizione iniziale la scorsa settimana davanti alla sottocommissione per la sicurezza interna e gli affari governativi del Senato, Paul ha rivelato che esiste una commissione che dovrebbe supervisionare la sperimentazione di virus potenzialmente letali, ma che è al di sopra della supervisione del Congresso.
«Non conosciamo i nomi. Non sappiamo se si siano mai incontrati e non abbiamo alcuna registrazione dei loro incontri», ha osservato il senatore, aggiungendo «È top secret. Il Congresso non è autorizzato a saperlo. Quindi non siamo sicuri che il comitato esista davvero».
Per quale motivo Sachs si stia comportando in questo modo contrario all’establishment globalista che lo ha cresciuto e sostenuto, non è chiaro. Bisogna ammettere che anche in altre occasioni, come la guerra in Siria, l’uomo usciva dal coro. Anche per le sanzioni e per l’Ucraina, pare che il personaggio legato all’ONU e alle balle sulla sostenibilità ambientale sia andato per la sua strada non sposando la narrazione mainstream.
Tuttavia va anche considerato come un suo antico partner, George Soros, sta combattendo l’ultima, titanica battaglia intrapresa nella sua vita, quella contro Xi Jinping. Per farlo, non ha esitato, pur vecchio e tremante, ad attaccare Xi nelle sue politiche COVID.
Se il rafforzamento dell’ipotesi (oramai certa, per molti) della fuga di laboratorio vada in questo senso, non lo sappiamo.
Tuttavia bisogna considerare che oltre alla Cina qui ad essere attaccato è un pezzo di Stato profondo americano.
Se faccia parte di un piano che al momento non vediamo bene, non sappiamo dirlo.
Renovatio 21 aveva riportato, due anni fa, come Sachs stesse spingendo la Cina verso Biden invece che Trump…
Epidemie
Nuovo virus incurabile compare tra le zecche
Sembra che non passi mese senza sentire notizie sempre più preoccupanti che arrivano dal mondo di una creatura di cui, fino a pochi anni fa, si parlava pochissimo: la zecca. Essa ora si sta, in maniera davvero inquietante, prendendosi la scena riguardo le questioni sanitarie e, per chi uniscono i puntini di questa strana ascesa, perfino politica.
I danni delle zecche sembrano sempre più consistentemente andare al di là della giù di per sé terrificante sindrome di Lyme, per la quale, ovviamente, Pfizer sta preparando il vaccino.
A Nuova York in questi giorni è stato confermato il primo caso di virus Bourbon, il che ha spinto i ricercatori a chiedere un’intensificazione della sorveglianza e dei test, in un contesto di avvertimenti secondo cui questa rara infezione trasmessa dalle zecche potrebbe essere più diffusa di quanto si pensi attualmente.
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Scoperto nel 2014 e chiamato così in onore della contea di Bourbon, in Kansas, dove è stato identificato per la prima volta, si ritiene che il virus venga trasmesso dalla zecca della stella solitaria. Non esiste un vaccino o una cura per prevenire o trattare la malattia. I sintomi includono febbre, affaticamento, eruzione cutanea, mal di testa, dolori muscolari, nausea e vomito.
Da quando il virus è stato identificato, sono stati segnalati solo sei casi umani, principalmente negli Stati Uniti centrali. Il primo paziente noto, a cui è stata diagnosticata la malattia in Kansas nel 2014, è deceduto.
Secondo uno studio della Stony Brook Medicine pubblicato il mese scorso, il virus Bourbon «potrebbe presto iniziare a complicare le diagnosi se dovesse diffondersi maggiormente quest’estate e nei prossimi anni».
Tra il 2019 e il 2024, i ricercatori hanno analizzato campioni di sangue prelevati da 107 pazienti che avevano sviluppato febbre e altri sintomi in seguito a recenti punture di zecca nella contea di Suffolk, scoprendo che due di loro presentavano anticorpi contro il virus Bourbon.
Uno dei pazienti, un uomo di 67 anni di Long Island, ha sviluppato sintomi gravi ed è stato ricoverato in ospedale dopo essere stato morso da una zecca della stella solitaria nel 2021. Inizialmente è stato trattato con doxiciclina per sospetta malattia di Lyme, ma la stanchezza e i forti mal di testa non sono migliorati. Alla fine è guarito completamente, ma una nuova analisi dei risultati ha mostrato un aumento di otto volte dei livelli di anticorpi contro il virus Bourbon in un mese, confermando l’infezione.
«A Nuova York e nel Nord-Est degli Stati Uniti sono presenti moltissime zecche della specie Amblyomma americanum. Le popolazioni sono dense e, quando una persona viene infettata dal virus Bourbon, i sintomi sono simili a quelli di altre infezioni trasmesse dalle zecche», ha affermato il dottor Luis Marcos, professore alla Stony Brook Medicine e direttore della clinica per le malattie trasmesse dalle zecche.
«Per questi motivi, è probabile che il virus Bourbon sia più diffuso di quanto pensiamo nella nostra regione, e che altri casi non vengano diagnosticati».
Al momento non è disponibile alcun test diagnostico commerciale e i campioni sospetti a Nuova York devono essere inviati al dipartimento della Salute dello Stato per analisi specializzate. I ricercatori hanno chiesto un ampliamento della sorveglianza e dei test, sostenendo che senza identificare la causa di un’infezione, le possibilità di sviluppare test diagnostici accurati o trattamenti efficaci «sono minime».
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Le zecche della stella solitaria sono aracnidi aggressivi, di colore bruno-rossastro, ematofagi. Le femmine adulte sono riconoscibili per una vistosa macchia bianca sul dorso, mentre le ninfe e le femmine adulte mordono più frequentemente gli esseri umani e diffondono malattie, secondo il CDC.
Precedentemente concentrata nel Sud degli Stati Uniti, questa specie si è diffusa in gran parte della costa orientale e ora si può trovare fino al Maine. I suoi morsi possono trasmettere l’ehrlichiosi, la malattia da virus Heartland e la tularemia.
Tale tipo di zecca è stato anche collegato alla sindrome allergica alle zecche (SAMS) e – significativamente – alla sindrome alfa-gal, un’allergia alla carne rossa.
Qui si innesta un discorso vertiginoso sul possibile uso di aracnidi bioingegnerizzati per far decrementare il consumo di carne, ritenuto dalle élite mondialiste come un grande problema ambientale.
Come riportato da Renovatio 21, anni fa aveva destato scalpore la proposta di un bioeticista legato al WEF di bioingegnerizzare esseri umani con intolleranza alla carne in nome della lotta al cambiamento climatico. Nella sua proposta il dottor Matthew Liao, direttore del Centro per la bioetica del College of Global Public Health presso la New York University, nominava specificatamente la zecca della stella solitaria.
«La gente mangia troppa carne. E se dovessero ridurre il loro consumo di carne, allora aiuterebbe davvero il pianeta», aveva dichiarato il professor Liao. «Quindi ecco un pensiero. Quindi si scopre che ne sappiamo molto: abbiamo queste intolleranze», ha continuato il Liao. «Per esempio ho un’intolleranza al latte. E alcune persone sono intolleranti ai gamberi. Quindi forse possiamo usare l’ingegneria umana per dimostrare che siamo intolleranti a certi tipi di carne, a certi tipi di proteine bovine».
«C’è questa cosa chiamata zecca della stella solitaria che se ti morde diventerai allergico alla carne. Quindi è qualcosa che possiamo fare attraverso l’ingegneria umana. Possiamo forse affrontare problemi mondiali davvero grandi attraverso l’ingegneria umana».
Indurre l’intolleranza alla carne con la bioingegneria umana. Per il bene dell’ambiente
Parola del dottor Matthew Liao, bioeticista legato al World Economic Forum
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— Renovatio 21 (@21_renovatio) August 23, 2023
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La sindrome alfa-gal è stata indicata come causa din un caso degli anni scorsi. La saliva della zecca contiene una molecola di zucchero chiamata alfa-gal. Questa stessa molecola si trova nella carne di molti mammiferi, tra cui maiali e bovini. Il morso della zecca può scatenare una risposta immunitaria eccessiva, che porta a reazioni allergiche quando l’alfa-gal viene nuovamente a contatto con l’organismo. Alcune persone sviluppano orticaria, diarrea o vomito dopo aver mangiato un hamburger o della pancetta, o dopo aver consumato latticini.
Le zecche insomma, come le zanzare, potrebbero rientrare in un vasto programma eugenetico mondiale.
Le inquietanti dichiarazioni del bioeticista legato al WEF sono da collegarsi con recenti rivelazioni, sempre più credibili, di programmi di guerra biologica tramite le zecche: secondo alcuni, la malattia di Lyme potrebbe quindi essere uscita da un laboratorio americano che utilizzava le zecche come vettore epidemico-militare.
Va notato come le zecche, e la malattia di Lyme, si stiano diffondendo ora in tutta Europa, Italia compresa, così come ossessivi programmi vaccinali portati innanzi dalla regioni – si tratta, tuttavia, dell’encefalopatia, non del Lyme, per cui la protezione offerta è quantomeno limitata.
Lo scorso anno, un po’ a scoppio ritardato, il governatore della Florida Ron DeSantis ha pubblicamente respinto l’idea che gli esseri umani possano essere modificati geneticamente per sviluppare un’allergia alla carne rossa come un modo per limitare il consumo di carne e proteggere l’ambiente.
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Immagine di Robert Webster via Wikimedia pubblicata su licenza CC-BY-SA-4.0
Epidemie
Ciclosporiasi, l’epidemia di «diarrea esplosiva» uccide due michiganoani
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Epidemie
I bambini nati durante il lockdown mostrano una ridotta funzione esecutiva all’età di 4 anni: studio
Secondo un nuovo studio, i bambini nati durante il primo lockdown dovuto alla pandemia mostrano una ridotta funzione esecutiva, un indicatore chiave del controllo comportamentale, all’età di 4 anni.
La funzione esecutiva può essere concettualizzata come una sorta di «sistema di gestione» del cervello che consente all’individuo di svolgere compiti cognitivi di livello superiore come la pianificazione, la concentrazione, la memoria, il controllo degli impulsi e l’adattamento di piani e comportamenti in risposta al mutare delle circostanze.
Le funzioni esecutive sono principalmente associate alla regione della corteccia prefrontale del cervello. Le difficoltà nelle funzioni esecutive sono solitamente associate a condizioni come il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), l’invecchiamento e le lesioni cerebrali. Possono verificarsi anche riduzioni transitorie a seguito di stress e privazione del sonno.
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I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 205 bambini nati in Gran Bretagna tra il 23 marzo e il 23 giugno 2020. I bambini sono stati sottoposti a valutazioni standardizzate all’età di quattro anni per una varietà di tratti dello sviluppo, tra cui il linguaggio espressivo e ricettivo, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale. Gli scienziati hanno quindi confrontato le valutazioni con quelle di un altro gruppo nato e valutato prima della pandemia.
Lo studio ha dimostrato che, sebbene alcuni parametri relativi alla coorte pandemica fossero nella norma, come la struttura delle frasi, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale, un numero significativamente maggiore di bambini ha mostrato una ridotta funzione esecutiva. Anche i punteggi molto bassi relativi alla struttura delle parole sono risultati più frequenti.
Lo studio si aggiunge a un crescente numero di prove che dimostrano come le restrizioni sociali imposte dalla pandemia abbiano avuto gravi effetti negativi sullo sviluppo infantile. Uno studio condotto su bambini scozzesi, ad esempio, ha mostrato un aumento del 6,6% nella percentuale di bambini piccoli con almeno un problema di sviluppo durante le 72 settimane di misure di distanziamento sociale.
Un altro studio ha dimostrato che i lockdown hanno interrotto lo sviluppo di un’abilità sociale fondamentale nei bambini piccoli: lo sviluppo della teoria della mente, che permette ai bambini di assumere la prospettiva di un’altra persona.
Come riportato da Renovatio 21, un anno fa uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports suggerisce che i lockdown e le altre misure adottate per prevenire la diffusione del COVID-19 hanno causato danni gravi e potenzialmente irreversibili ai bambini in età prescolare.
Anche il maggiore quotidiano del pianeta, il New York Times, già quattro anni fa ammise il danno procurato dai lockdown ai bambini. L’articolo, pubblicato a metà novembre, si intitola «Ecco le prove sorprendenti della perdita di apprendimento».
La lista dei danni dei lockdown sui bambini studiati dall’accademia è oramai imponenti. Il danno è autoevidente, a partire dal chiaro ritardo nell’apprendimento di alcuni a certi disegni disturbanti emersi.
Uno studio britannico aveva rilevato che molti bambini che iniziano la scuola elementare hanno abilità verbali gravemente sottosviluppate, e molti non sono nemmeno in grado di pronunciare il proprio nome.
La canadese York University ha rilevato in uno studio che i bambini ora «hanno difficoltà di riconoscere i volti a causa della mascherina».
Come riportato da Renovatio 21, una logopedista statunitense ha asserito di aver osservato un aumento del 364% delle segnalazioni di pazienti neonati e bambini piccoli che abbisognano di aiuto per il linguaggio non sviluppato.
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Un altro studio ha rivelato come i punteggi medi di quoziente intellettivo tra bambini nati durante la pandemia siano crollati di ben 22 punti mentre le prestazioni verbali, motorie e cognitive hanno tutte sofferto a causa del lockdown. La dannosità delle mascherine a livello respiratorio è stata sottolineata anche dall’agenzia tedesca per la protezione dei consumatori.
Secondo un rapporto di Ofsted, istituzione governativa britannica, la mascherina ha creato una generazione di bambini con problemi nel linguaggio e nelle relazioni.
Vi sarebbero poi problemi al sistema immunitario dei piccoli costretti alla clausura. Pochi mesi fa è emerso come bambini venivano colpiti, fuori stagione, da tre virus contemporaneamente – qualcosa di assolutamente raro, prima.
Qualcuno così propone una connessione tra l’inusuale aumento delle epatiti fra i bambini e le restrizioni pandemiche.
Inoltre, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science, i lockdown hanno portato 60.000 bambini britannici alla depressione clinica. Un’analogo aumento della depressione giovanile è stata rilevata in Italia dall’ISS.
In Italia si sta assistendo anche al fluire di un’aneddotica significativa sull’aumento della violenza fra i giovani.
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