Economia
Il banco cripto Binance accusato di aver sequestrato fondi di «tutti i palestinesi» su richiesta israeliana
Il principale exchange di criptovalute Binance è stato accusato di aver sequestrato «tutti i fondi di tutti i palestinesi» su richiesta delle Forze di difesa israeliane (IDF). L’exchange ha negato l’accusa, insistendo sul fatto di aver preso di mira solo un numero «limitato» di account per «fondi illeciti».
L’accusa è stata sollevata lo scorso lunedì per la prima volta da Ray Youssef, CEO del mercato di criptovalute peer-to-peer NoOnes e co-fondatore della piattaforma di criptovalute Paxful. L’imprenditore di criptovalute ha postato su X un’accusa diretta a Binance, che a suo dire avrebbe sequestrato i fondi di tutti i palestinesi.
«Binance ha sequestrato tutti i fondi di tutti i palestinesi come da richiesta dell’IDF. Si rifiutano di restituire i fondi. Tutti gli appelli sono stati respinti», ha affermato Youssef, citando diverse fonti e una lettera delle autorità israeliane che si dice sia stata fatta circolare da Binance.
Binance has seized all funds from all Palestinians as per the request of the IDF. They refuse to return the funds. All appeals denied.
Your funds are SAFU at @noonesapp tho.
In accordance with the authority delegated to me by the Minister of Defense, according to Section 61(a)… pic.twitter.com/RYlsFmlh2i
— Ray Youssef (@ray_noOnes) August 26, 2024
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La lettera, firmata nel novembre 2023 dall’Ufficio nazionale israeliano per il finanziamento del terrorismo, Paul Landes, sarebbe stata citata dalla piattaforma in risposta agli utenti palestinesi che avevano fatto ricorso contro il blocco. I documenti citano una legge israeliana che consente all’esercito di emettere un «sequestro temporaneo di proprietà di un’organizzazione terroristica dichiarata», comprese le criptovalute.
Si prevede che la misura non avrà ripercussioni solo sui palestinesi, ma anche sui cittadini degli altri Paesi confinanti con Israele, ha affermato Youssef.
«Tutti i palestinesi sono colpiti e, a giudicare da come stanno andando le cose, tutti i libanesi e i siriani riceveranno lo stesso trattamento. Non le tue chiavi, non le tue monete», ha affermato Youssef.
Binance ha fermamente respinto le accuse, con il suo attuale CEO Richard Teng che ha liquidato i rapporti come diffusione di «FUD», cioè «paura, incertezza e dubbio».
FUD. Only a limited number of user accounts, linked to illicit funds, were blocked from transacting. There have been some incorrect statements about this.
As a global crypto exchange, we comply with internationally accepted anti-money laundering legislation, just like any other…
— Richard Teng (@_RichardTeng) August 28, 2024
«Solo un numero limitato di account utente, collegati a fondi illeciti, sono stati bloccati dalle transazioni. Ci sono state alcune dichiarazioni errate a riguardo», ha scritto Teng su X mercoledì, ribadendo la conformità della piattaforma con la «legislazione antiriciclaggio accettata a livello internazionale».
Il boss di Binance, tuttavia, non ha elaborato il numero di utenti interessati o il volume di fondi «congelati» sui loro account. I palestinesi hanno solo una presenza minore sulla piattaforma.
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La quota di traffico dalla Palestina ammontava a solo circa lo 0,05% del traffico totale nell’ultimo anno, ha riportato la testata specializzata in criptovalute Cointelegraph, citando i dati statistici raccolti dalla fonte di analisi del sito web SimilarWeb.
Come riportato da Renovatio 21, tre mesi fa il fondatore di Binance Changpeng Zhao – noto come CZ – è entrato in galera per scontare una pena detentiva di quattro mesi in California a seguito del suo accordo con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.
Il CZ sette mesi prima si era dimesso da Binance e dichiarato colpevole rispetto ad accuse penali e civili in un accordo negoziato con la giustizia americana.
Come riportato da Renovatio 21, Binance ad inizio anno aveva subito un significativo deflusso di fondi. In seguito, la SEC (l’organo di controllo sulla Borsa di Wall Street) aveva chiesto ad un tribunale federale di emettere un ordine restrittivo per congelare le attività statunitensi di Binance. Il banco, cinque mesi fa, è stato vietato in Nigeria. Un anno fa era andato in bancarotta anche il banco di criptovalute BlockFi.
Da un anno si registra un crollo gli investimenti sulle società basate sulle crypto, mentre un’altra grande società di criptovalute, Coinbase, ha minacciato di lasciare gli USA.
Un segno concreto al settore è stato comunque dato dal candidato presidenziale Donald J. Trump che alla convention del partito Libertarian ha promesso di graziare Ross Ulbricht, a suo modo considerabile pioniere dei bitcoin in quanto creatore della piattaforma Dark Web di scambio di sostanze illegali Silk Road.
Nello stesso discorso il Trump ha promesso di giammai istituire una CBDC.
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Economia
Jaguar Land Rover taglierà 4.000 posti di lavoro
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Economia
Volkswagen licenzia 100.000 lavoratori: «ristrutturazione»
Il più grande gruppo automobilistico europeo, Volkswagen, si prepara a sopprimere circa 100.000 posti di lavoro a livello mondiale, dopo l’intesa tra vertici e sindacati su un ulteriore taglio di 50.000 posizioni entro la fine del decennio, come comunicato dall’azienda. Si tratterebbe di circa un settimo della forza lavoro globale.
Il megataglio, che riguarda anche fabbriche italiani come quella della Ducati, che è di proprietà del colosso germanico dell’automotive, era stato annunziato ancora a giugno, ma era con evidenza nell’aria da ancora più di tempo, con licenziamenti di massa pianificati ancora due anni fa, e l’amministratore delegato che dichiarava che l’azienda non poteva più continuare come prima.
Come gran parte dell’industria tedesca, Volkswagen affronta una crisi finanziaria e operativa pesante, con margini di profitto in forte calo. L’amministratore delegato Oliver Blume ha indicato tra le cause principali l’interruzione delle forniture energetiche russe e la crescente concorrenza cinese.
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La portata della ristrutturazione segna una svolta netta per un’impresa a lungo vista come emblema della potenza industriale della Germania. L’azienda aveva già avviato un piano di riduzione di circa 50.000 posti nei marchi principali, Audi, Porsche e nella controllata software CARIAD, soprattutto tramite uscite volontarie e pensionamenti anticipati. Il nuovo piano di fatto raddoppia quella cifra.
Se applicato per intero, il piano di riduzione del personale, con la perdita di circa 100.000 posti, sarebbe il più ampio ridimensionamento mai attuato da una casa automobilistica globale. Volkswagen occupa circa 650.000 persone nel mondo.
I tagli non si fermano al personale. Il gruppo ha ammesso che gli impianti europei hanno una capacità di oltre 500.000 veicoli all’anno superiore alla domanda attuale. Resta incerto il destino degli stabilimenti di Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm una volta conclusi, tra il 2031 e il 2034, i programmi di produzione in corso. Per i quattro siti non sono ancora stati individuati modelli sostitutivi competitivi.
L’azienda sta rivedendo al ribasso anche altre ambizioni. La gamma di modelli sarà dimezzata e gli investimenti e la spesa in ricerca per il periodo 2027-2031 sono stati limitati a 135 miliardi di euro. Volkswagen si riorganizza puntando a vendite annue di circa 9 milioni di veicoli e a un margine operativo del 9% entro il 2030.
Colpita dai dazi statunitensi e da una domanda altalenante di auto elettriche, la maggiore casa automobilistica europea si trova in difficoltà su più fronti. In patria la crisi è stata aggravata dal rialzo dei costi energetici, dopo che Berlino ha abbandonato il gasdotto russo a basso costo in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, ricorrendo sempre più a importazioni di GNL più onerose, anche dagli Stati Uniti.
Lo shock energetico ha giocoforza eroso il vantaggio competitivo che per decenni aveva caratterizzato la manifattura tedesca. Il Paese ha poi registrato due anni consecutivi di contrazione economica, seguiti da una crescita debole, con le imprese manifatturiere costrette a tagliare produzione, investimenti e occupazione. Due mesi fa l’Istituto di Ricerca Economica di Halle (IHW) aveva esposto dati che registravano il numero più alto di fallimenti aziendali degli ultimi venti anni.
Nel frattempo Volkswagen ha perso posizioni in Cina (dove aveva impianti di produzione in Xinjiang, la turbolenta provincia uigura dove il governo cinese è accusato di utilizzare il lavoro forzato), un tempo il suo mercato principale, a favore di concorrenti locali come BYD e Geely. Le case automobilistiche cinesi si sono inoltre espanse rapidamente in Europa, aumentando la pressione su Volkswagen, che fatica a rendere i propri veicoli elettrici competitivi per prezzo e costi. In Europa, BYD e altri marchi cinesi come Chery, SAIC e Leapmotor hanno tutti raddoppiato la loro quota di mercato nell’ultimo anno.
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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa VW affrontò la crisi dei chip dopo che l’Olanda aveva sequestrato una fabbrica cinese. Allo stesso tempo si parlò di una crisi di liquidità della grande società germanica.
Il gruppo ha progressivamente ridotto la produzione in Germania. Lo scorso dicembre ha interrotto la produzione di veicoli nello stabilimento di Dresda: per la prima volta in novant’anni di storia un impianto tedesco dell’azienda ha sospeso la fabbricazione di automobili.
Come riportato da Renovatio 21, BMW ha dichiarato il mese scorso che taglierà 8.000 posti di lavoro. Anche BASF, Bosch, Continental e altri grandi produttori tedeschi hanno chiuso o ridimensionato i propri siti negli ultimi anni.
Ora il destino del colosso automobilistica sembra essere quello di tornare ad una piena produzione di armi come ai tempi di Adolfo Hitler. Per un bizzarro, ma non inspiegabile, ricorso storico, ora VW valuta un accordo per la fornitura di armi ad Israele, con il governo tedesco che ha dato semaforo verde per un patto col produttore di armi israeliano Rafael.
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Immagine di Daniel Zimmermann via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Economia
Uber abbandona l’Africa
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