Militaria
Hegseth: gli Stati Uniti non finanzieranno più i membri ricchi della NATO
Gli Stati Uniti non «sovvenzioneranno» più la difesa degli alleati «ricchi», ha dichiarato il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, riaccendendo una disputa di lunga data tra Washington e i membri europei della NATO sulle spese militari.
Le dichiarazioni sono state rilasciate venerdì durante un importante vertice sulla sicurezza tenutosi a Singapore.
Lo Hegseth ha collegato la spinta dell’amministrazione Trump verso una maggiore spesa per la difesa da parte degli alleati alla sua più ampia strategia di spostamento delle risorse verso l’Indo-Pacifico e di contrasto a quella che ha definito «egemonia» cinese nella regione.
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«L’era in cui gli Stati Uniti sovvenzionavano la difesa delle nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati. Cerchiamo alleanze basate sulla responsabilità condivisa, non sulla dipendenza», ha dichiarato Hegseth al Dialogo annuale di Shangri-La dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici, secondo una dichiarazione ufficiale del Dipartimento della Difesa.
Nel 2014 i membri della NATO si sono accordati per spendere almeno il 2% del PIL per la difesa, ma molti paesi dell’UE non sono riusciti a raggiungere l’obiettivo per anni. L’ex presidente Barack Obama aveva dichiarato in un’intervista del 2016 che «i free rider [cioè i «portoghesi», quelli che non pagano il biglietto, ndr] mi irritano», esortando i membri a spendere di più.
Secondo i dati ufficiali della NATO, tutti i 32 membri hanno raggiunto per la prima volta l’obiettivo del 2% nel 2025. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno rappresentato ancora il 60-62% della spesa militare totale del blocco lo scorso anno.
Durante una sessione di domande e risposte successiva al suo discorso a Singapore, lo Hegseth ha definito i contributi del 2% come «parassitismo».
Lo scorso anno, i membri della NATO hanno concordato di impegnarsi a destinare il 5% del PIL alla difesa e alla sicurezza entro il 2035, includendo un obiettivo di base per la difesa del 3,5%. Diversi governi hanno messo in discussione tale obiettivo. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha definito un obiettivo del 5% «irragionevole» e «controproducente». Anche Belgio e Slovacchia hanno espresso preoccupazione per l’entità dell’aumento.
La disputa si è estesa oltre la questione delle spese militari, poiché alcuni governi dell’UE si sono opposti alle richieste di Washington relative al conflitto con l’Iran. La Spagna si è opposta all’azione militare contro l’Iran e ha rifiutato di consentire alle forze statunitensi di utilizzare basi comuni per operazioni offensive, mentre Francia e Germania hanno invocato la via diplomatica.
In seguito, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha criticato gli alleati della NATO per la loro risposta, affermando che è «davvero scioccante» che i Paesi che sostengono gli obiettivi americani «non vogliano aiutare».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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Caccia USA lancia missile contro nave mercantile diretta in Iran
— U.S. Central Command (@CENTCOM) May 30, 2026
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Il successore di Orban esclude l’invio di armi in Ucraina
L’Ungheria non fornirà armi né equipaggiamento militare all’Ucraina, ha dichiarato giovedì il neoeletto primo ministro del paese, Peter Magyar, poco dopo l’incontro con il segretario generale della NATO Mark Rutte a Bruxelles.
Il partito di centro-destra ungherese Tisza ha sconfitto il Fidesz di Viktor Orban il mese scorso, ottenendo una maggioranza parlamentare di due terzi. I funzionari dell’UE, che in precedenza avevano criticato Orbán definendolo un politico filo-Cremlino, hanno espresso il loro sostegno a Magyar prima delle elezioni e si prevedeva che avrebbe annullato molte delle politiche del governo precedente.
Magyar, tuttavia, è politicamente molto più vicino a Orban di quanto gli oppositori dell’ex primo ministro vorrebbero ammettere. «Ho informato il Segretario Generale che l’Ungheria non sta fornendo armi o equipaggiamento militare all’Ucraina», ha dichiarato Magyar in un post su X.
La ministra degli Esteri ungherese Anita Orbán, membro del partito Tisza, aveva precedentemente affermato che l’Ungheria «è a favore della pace» e rifiuta l’invio di truppe o armi in Ucraina.
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L’ultimo commento di Magyar è stato accolto positivamente a Mosca. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, ha dichiarato venerdì che «se una delle parti afferma di non ritenere necessario gettare benzina sul fuoco, ciò non può che essere ben accolto».
Le autorità russe descrivono da tempo il conflitto in Ucraina come una guerra per procura orchestrata dall’Occidente e hanno condannato il continuo aiuto militare fornito a Kiev dai suoi sostenitori occidentali, avvertendo che esso mina gli sforzi di pace.
Nonostante la sua campagna elettorale si sia basata su legami più stretti con l’UE, alcune delle prime mosse di Magyar suggeriscono una continuità con l’approccio di Orbán. Si è opposto all’accelerazione del processo di adesione dell’Ucraina all’UE e ha tenuto l’Ungheria fuori dall’ultima iniziativa di finanziamento del blocco per l’Ucraina.
All’inizio di questo mese, l’Ungheria ha ripristinato il divieto di importazione di prodotti agricoli ucraini dopo che il nuovo governo aveva «accidentalmente» lasciato scadere le restrizioni. Bruxelles ha sostenuto che tali divieti sono illegali perché la politica commerciale rientra nella competenza dell’UE. L’anno scorso, la Commissione europea avrebbe valutato la possibilità di intraprendere azioni legali contro gli Stati membri per misure simili, ma non ne è seguito alcuno.
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Immagine di Elekes Andor via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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Zelens’kyj intitola un’unità militare ai collaborazionisti nazisti massacratori di civili polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale
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