Pensiero
Hanno ribaltato anche Fantozzi
Più passano gli anni, più l’immortale capolavoro di Paolo Villaggio – la serie Fantozzi – acquisisce valore. Si tratta oramai di un classico, ben presente nella mente di più di una generazione di italiani.
I più anziani hanno visto i film (specialmente i primi due episodi) fino allo sfinimento. Tuttavia se lo riguarderebbero ancora, per quanto bene poteva descrivere alcuni cascami gerarchici, monarchici del lavoro del dopoguerra.
I meno anziani lo hanno visto in TV ripetute volte, e ammettono che è una visione che li ha segnati, il vero bildungsroman di una generazione, altro che Dostoevskij, altro che Stendahl, altro che I dolori del giovane Werther.
I giovani –perfino talmente giovani da non aver visto le repliche su Italia 1 e Retequattro o da non sapere nemmeno cosa sia un VHS – citano a memoria intere scene del film.
Più passano gli anni, più l’immortale capolavoro di Paolo Villaggio – la serie Fantozzi – acquisisce valore
Fantozzi ha fornito una serie infinita di battute, di gag, di topoi che spuntano nella vita quotidiana dell’italiano di ogni censo.
«Come è umano lei!» se si viene trattati male da qualche caporione del sistema.
«Pekkato tu non pole manciare!» se si prende in giro qualcuno a dieta.
«È un bel direttore, un santo, un apostolo!» se si vuole scherzare su qualcuno che ha il titolo, o sul servilismo di qualcuno nei suoi confronti.
Riguardo ai direttori, c’è la memorabile serqua di superiori subiti da Fantozzi.
C’è l’onorevole Cavaliere Conte Diego Catellani, quello che fa adorare ai sottoposti la statua di sua madre vivente, ed è patito del biliardo – quello che «sabato sera a casa mia. Tutti!».
C’è il Direttore Conte Corrado Maria Lobbiam, quello che presiede ai vari della navi, dove troviamo anche l’azionista della megaditta Contessa Pia Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, nobildonna incapace di rompere una bottiglia per inaugurare l’imbarcazione, ma in grado di tranciare di netto il mignolo di un cardinale.
C’è il Gr. Ladr. Farabut. di Gr. Croc. Mascalz. Assas. Figl. di Gr. Putt. Marchese Conte Piermatteo Barambani Megalom, vero farabutto appassionato di nautica, il quale è però una figura minore, che turlupina Fantozzi addossandogli le responsabilità di uno scandalo finanziario, avendo promosso il ragioniere a Dott. Ing. Lup. Man. Presidente Natural. Prestanom. Om. Di Pagl. Gran. Test. Di Caz. Rag. Fantozzi.
C’è il Megadirettore Clamoroso Duca Conte Pier Carlo ing. Semenzara, che è un assenteista puttaniere sopraffatto dalla superstizione in quanto posseduto dal demone del gioco d’azzardo.
C’è il dottor Ing. Gran Mascalzon di Gran Croc. Visconte Cobram, che ha ruolo di «direttore totale», appassionato di ciclismo e fondatore della cosiddetta Coppa Cobram, che qualche genio ha davvero portato nella vita reale qualche anno fa.
E poi c’è lui, il potentissimo Megadirettore Professor Guidobaldo Maria Riccardelli, amante del cinema espressionista tedesco e soprattutto russo.
È con il Riccardelli che ne Il secondo tragico Fantozzi, scatta una delle scene più memorabili: la rivolta populista contro la cinefilia intellettualoide delle élite.
Conoscerete la storia: il Riccardelli obbliga gli impiegati a vedere pallosissimi film d’autore, che peraltro sono quelli che si studiano ad ogni corso di storia del cinema, e hanno durate non così tremende.
«In vent’anni Fantozzi ha veduto e riveduto: Dies irae di Carlo Teodoro Dreyer – sei ore –, L’uomo di Aran di Flaherty – nove tempi –, ma soprattutto il più classico dei classici, La corazzata Kotiomkin – diciotto bobine – di cui il professor Riccardelli possedeva una rarissima copia personale». (Non è mai stato chiarito il mispelling de La corazzata Potemkin del regista russo Ejezenstein, che qui è chiamato Einstein: forse questioni di diritti d’autore sovietici?)
Come noto, una sera il Riccardelli esagera: durante la partita Italia-Inghilterra, convoca la visione obbligata del film muto russo, e perquisisce i sottoposti che si erano pure ingegnati nel nascondere ovunque (in un gesso, in bocca) le radioline per ascoltare la partita. Parentesi: una cosa del genere è successa davvero (con probabilità senza che fosse un omaggio fantozziano) durante il Festival di Cannes 2021, quando all’anteprima dell’ultimo film del cinefilo Nanni Moretti ritirarono i telefonini a critici e giornalisti – l’ora proiezione coincideva con la finale degli Europei Italia-Inghilterra…
Vessati dall’élitismo intellettuale per l’ultima volta, gli impiegati della megaditta danno vita ad una rivolta sovranista, capitanata da Fantozzi. Il quale dichiara l’immortale formula: «la corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!».
Vessati dall’élitismo intellettuale per l’ultima volta, gli impiegati della megaditta danno vita ad una rivolta sovranista, capitanata da Fantozzi. Il quale dichiara l’immortale formula:
«La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!».
Seguono immagini di una standing ovation trionfale. La voce fuori campo aggiunge le storiche parole: «novantadue minuti di applausi».
Gli applausi dei colleghi di Fantozzi per la cultura popolare hanno assunto un significato specifico: quando la collettività non tollera più una finzione, quando un’insofferenza taciuta trova sfogo per il coraggio di qualcuno, quando il bambino improvvisamente grida «il re è nudo» – ed è vero, il re è senza vestiti
Gli applausi dei colleghi di Fantozzi per la cultura popolare hanno assunto un significato specifico: quando la collettività non tollera più una finzione, quando un’insofferenza taciuta trova sfogo per il coraggio di qualcuno, quando il bambino improvvisamente grida «il re è nudo» – ed è vero, il re è senza vestiti.
I 92 minuti di applausi sono l’espressione che, nei discorsi, preludono ad una rivoluzione, quantomeno delle percezioni: è quando un’imposizione illogica, inumana, accettata solo per sottomissione collettiva, d’un tratto crolla.
Quindi, non è possibile in alcun modo pensare alla rivolta di Fantozzi contro il potere del megadirettore Guidobaldo Maria Riccardelli, quando leggiamo oggi degli applausi scroscianti verso il discorso del neo-vetero-ex-ri-presidente della Repubblica appena reinsediatosi (dopo essersi deinsediato, con tanto di trasloco, vero o fittizio secondo alcuni, iniziato alla volta della Sicilia).
Apprendiamo che il discorso del nuovo già presidente è stato applaudito dai parlamentari 55 volte.
I giornali ci stanno facendo i titoli.
Il Corriere manda in stampa anche un inedito applausometro presidenziale, spalmato diacronicamente con infografica ricca di icone di manine.
Il lettore cerchi di leggere la seguente lista facendo andare nella testa l’enfatica voce del narratore di Fantozzi.
Presidente Alessandro Giuseppe Antonio Pertini detto Sandro, 6 applausi.
Presidente Francesco Maurizio Cossiga, 9 applausi.
Presidente Oscar Luigi Scalfaro, 14 applausi.
Presidente Carlo Azeglio Ciampi, 19 applausi.
Presidente Giorgio Napolitano primo giro, 29 applausi.
Presidente Giorgio Napolitano secondo giro, 32 applausi.
Presidente Sergio Mattarella prima elezione, 40 applausi.
Presidente Sergio Mattarella seconda elezioni, 40 applausi.
Il numero degli applausi cresce aritmeticamente ad ogni elezione, quasi a significare la rotta della Repubblica verso il presidenzialismo o, se volete pensarla male, l’indebolimento del Parlamento – della democrazia rappresentativa – e la conseguente ricerca di una figura forte
Il dato, di per sé, è già interessante: il numero degli applausi cresce aritmeticamente ad ogni elezione, quasi a significare la rotta della Repubblica verso il presidenzialismo o, se volete pensarla male, l’indebolimento del Parlamento – della democrazia rappresentativa – e la conseguente ricerca di una figura forte di riferimento (non vogliamo dire «uomo forte», no).
Quello che ci lascia basiti è che il record di applausi ad un presidente che proviene dalla Prima Repubblica (e da un partito perdente alle elezioni) è scattato in un Parlamento dove il primo partito era accusato di essere «populista», e ha preso i voti per dimostrata, sonante allergia a certe balle del potere.
Il secondo partito – il cui capo prima nel 2015 disse che «Mattarella non è il mio presidente» – invece è definito, oltre che populista, sovranista. Ancora peggio. L’Economist poco dopo scrisse che il ragazzo lombardo era «l’uomo più pericoloso d’Europa».
Di fatto, Mattarella tentennò quando si trattò di permettere un governo, nel 2018, con questi soggetti.
Ricordate? Ad una certa, spuntarono gli incontri, con foto sorridenti, di Mattarella con Cottarelli.
La narrazione per cui La corazzata Kotiomkin è un capolavoro deve rimanere in piedi, nonostante gli abusi, le vessazioni, le contraddizioni le offese insopportabili
Ricordate? Il presidente, mentre Lega e 5 stelle scalpitavano, era arrivato a dire «fiducia a governo neutrale o voto entro autunno». Vi sembra un universo parallelo? Vi riportiamo la cronaca che ne fece La Repubblica.
«L’Italia ha bisogno di un governo, o appoggiate un esecutivo neutrale ma con pieni poteri pronto a sciogliersi appena nascerà in Parlamento una maggioranza, oppure riportate i cittadini alle urne, ma esponendo a gravi rischi il Paese. Il presidente scioglierà la riserva sul premier incaricato della formazione del governo neutrale entro due giorni, poi si andrà a verificarne la fiducia in Parlamento». (Un qualcosa di simile ad un governo neutrale, con la pandemia, infine è arrivato…)
Ricordate? Di Maio parlava di impeachment. In una telefonata TV a Fabio Fazio, il napoletano grillino, riporta ancora sul suo sito Il Fatto Quotidiano, confermava «che i vertici del M5s stavano ragionando della messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica: “Prima attiviamo l’articolo 90 e poi si va alle urne, perché bisogna parlamentarizzare questa crisi”».
Tutto è stato ribaltato, rovesciato, invertito. I sani devono essere curati. I malati, invece, non si curano. Le forze dell’ordine si occupano dei cittadini invece che dei criminali. Il razzismo va combattuto con ogni mezzo, ma è lecito discriminare chi non si è vaccinato – a breve anche chi non si è vaccinato abbastanza
L’articolo 90 della Costituzione è qualcosa di pazzesco, di abissale, di completamente inedito per la storia della Repubblica: «il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune [cfr. art. 55 c.2], a maggioranza assoluta dei suoi membri».
In pratica, discutevano davvero di impeachment. Non sappiamo dire se poi avrebbero avuto i numeri per farlo. Ma quello era, nella bolgia degli elettori pentastellati aizzati a dovere che su internet si lasciavano andare ad improperi illegali.
I rappresentati che facevano questi discorsi ora si spella le mani in Parlamento, davanti alla stessa figura per cui invocavano l’articolo 90.
Cosa è successo?
Beh, lo sappiamo tutti. Il mondo è cambiato. L’esistenza di tanti eletti grillini pure.
È cambiato tutto anche per noi. Tutto è stato ribaltato, rovesciato, invertito.
Solo una cosa: credono che, quando si volgeranno agli elettori, prenderanno gli stessi applausi?
I sani devono essere curati. I malati, invece, non si curano.
Le forze dell’ordine si occupano dei cittadini invece che dei criminali.
Il razzismo va combattuto con ogni mezzo, ma è lecito discriminare chi non si è vaccinato – a breve anche chi non si è vaccinato abbastanza.
Credono che faranno loro una Ola quei (tanti, tantissimi) cittadini che a causa della Corazzata Kotiomkin hanno perso diritti costituzionali, i diritti umani, e giù giù fino alla perdita del tetto e del cibo, il primo povero gradino fisiologico della piramide di Maslow…
Ieri ci hanno detto che siamo liberi, hanno riaperto tutto: per comprare i giornali che lo dicono dobbiamo esibire il green pass in edicola, al supermercato non è detto che possiamo comprare il giornale, perché è un «bene non essenziale».
Tutto è sottosopra. La democrazia, è sottosopra. In senso letterale: il sotto è completamente soggiogato dal sopra, e in teoria dovrebbe essere il contrario. Anche perché, se invertiamo lo schema della democrazia, sappiamo cosa dobbiamo aspettarci: il totalitarismo, la schiavitù. Malattie metastoriche verso le quali, per decenni, siamo stati vaccinati con dosi multiple, continue. E invece…
Così, anche gli applausi rivoluzionari di Fantozzi sono perduti. La carica politica del ragioniere è stata invertita.
La narrazione per cui La corazzata Kotiomkin è un capolavoro deve rimanere in piedi, nonostante gli abusi, le vessazioni, le contraddizioni le offese insopportabili.
La corazzata Kotiomkin va applaudita: è ad essa, non alla verità, che devono andare i 92 minuti di battimani.
Credono davvero che il popolo si guarderà un’altra volta la Kotiomkin?
Solo una cosa: credono che, quando si volgeranno agli elettori, prenderanno gli stessi applausi?
Credono che quella parte della popolazione, che ha rigettato La corazzata Kotiomkin sin dai primi mesi del biennio pandemico, riserverà loro cori di approvazione?
Credono che faranno loro una ola quei (tanti, tantissimi) cittadini che a causa della Corazzata Kotiomkin hanno perso diritti costituzionali, i diritti umani, e giù giù fino alla perdita del tetto e del cibo, il primo povero gradino fisiologico della piramide di Maslow…
Credono davvero che il popolo si guarderà un’altra volta la Kotiomkin?
Credono davvero che resteremo schiavi delle loro cagate?
Roberto Dal Bosco
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
Sostieni Renovatio 21
E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Aiuta Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
Sostieni Renovatio 21
Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
Aiuta Renovatio 21
Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine generata artificialmente
-



Bioetica2 settimane faKennedy lo ribadisce: sì, i vaccini sono fatti con gli aborti
-



Morte cerebrale2 settimane faMorte cerebrale: donatore o no, decidono loro quando sei morto
-



Pensiero2 settimane faDall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
-



Spirito2 settimane faLeone XIV afferma che non dovremmo «chiuderci nelle nostre sicurezze religiose»
-



Pensiero1 settimana faLo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
-



Oligarcato2 settimane faPapa Leone nomina consultori che sostengono l’«ordinazione» delle donne e l’agenda di Davos
-



Salute2 settimane faI malori della 35ª settimana 2026
-



Sport e Marzialistica2 settimane faParacadutista russo realizza il record saltando da 11 mila metri








