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Guerra in Medio Oriente, il vescovo Strickland scrive una lettera aperta a Donald Trump

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Renovatio 21 pubblica la lettera aperta inviata al presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump da monsignor Giuseppe Strickland, già vescovo di Tyler, Texas, difensore della verità cattolica (sui vaccini fatti con aborti, sul rito tradizionale della Santa Messa) rimosso mesi fa d’imperio dal Vaticano bergogliano. Monsignor Strickland si era già rivolto a Trump durante la campagna elettorale per sottolineare i suoi errori riguardo la fecondazione in vitro. La lettera del vescovo texano è previamente apparsa su LifeSiteNews.

 

Caro signor Presidente,

 

Nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo, vi scrivo come successore degli Apostoli, spinto dal mio dovere di dire la verità nella carità e nella giustizia.

 

Il peggioramento della crisi in Medio Oriente, dalla guerra a Gaza ai crescenti conflitti regionali, comprese le azioni militari statunitensi nello Yemen, richiede un’urgente riflessione morale. Come pastore di anime, non posso rimanere in silenzio mentre migliaia di persone soffrono le conseguenze dell’escalation della violenza.

 

La Chiesa cattolica sostiene la sacra dignità di ogni vita umana, creata a immagine di Dio. Il Catechismo ci insegna che «le azioni deliberatamente contrarie al diritto delle genti e ai suoi principi universali sono crimini» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2313).

 

Ciò si applica a tutte le parti impegnate in una guerra, siano esse nazioni, gruppi militanti o coalizioni. Mentre una nazione ha il diritto di difendersi e proteggere il suo popolo, tali azioni devono rimanere entro i limiti della giustizia, della proporzionalità e della legge morale.

 

A Gaza, l’uccisione indiscriminata di civili, tra cui donne e bambini, ha raggiunto una portata intollerabile. La popolazione palestinese, molti dei quali non hanno alcuna affiliazione con organizzazioni terroristiche, soffre immensamente.

 

La guerra non può essere condotta senza riguardo per gli innocenti. Lo stesso vale per lo Yemen, dove le azioni militari statunitensi contro gli Houthi rischiano di infiammare una situazione già instabile. Ogni missile lanciato, ogni bomba sganciata, minaccia di spingere la regione ulteriormente nel caos, con conseguenze umanitarie incalcolabili.

 

 

Il principio della guerra giusta è chiaro: la guerra deve essere l’ultima risorsa, condotta solo per difesa, con una forza proporzionale e senza mai colpire i civili. Non deve mirare alla conquista o alla rappresaglia, ma al ripristino di una pace giusta.

 

Papa Pio XII ha avvertito che la guerra spesso «crea mali più gravi di quanti ne elimini». Oggi, mentre i conflitti si moltiplicano in Medio Oriente, temo che stiamo assistendo a questa tragica verità dispiegarsi davanti ai nostri occhi.

 

Esorto questa amministrazione a riconsiderare il suo percorso. Se l’America desidera essere una forza per il bene nel mondo, non deve agire con un’aggressione militare incontrollata, ma con giustizia, prudenza e una sincera ricerca della pace. Una nazione non può rivendicare un primato morale mentre contribuisce all’escalation della sofferenza umana.

 

Vi invito a cercare soluzioni diplomatiche, a chiedere la fine immediata della distruzione a Gaza e ad affrontare la crisi in Yemen con moderazione, affinché i fuochi della guerra non consumino ancora più vite innocenti.

 

Gli Stati Uniti sono stati a lungo plasmati dai principi cristiani, eppure si trovano a un bivio. Sceglieranno la via della giustizia e della pace o permetteranno che il ciclo di violenza continui senza controllo?

 

Prego che i nostri leader cerchino la saggezza di Cristo, il Principe della Pace, e lavorino per una giusta risoluzione che rispetti la dignità di tutti i popoli.

 

Rispettosamente in Cristo,

 

+ Joseph E. Strickland

Vescovo emerito

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Spirito

«Questo è un pasticcio canonico»: sacerdote spiega perché la scomunica a preti e fedeli laici FSSPX è invalida

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Il canonista padre Gerald Murray ha spiegato venerdì perché un recente documento del Vaticano, che mira ad estendere le scomuniche episcopali contro la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) anche a sacerdoti e laici, rappresenti un grave errore canonico. Lo riporta LifeSite. «Questa è una vera e propria confusione canonica», ha dichiarato Murray al conduttore del canale televisivo cattolico EWTN Raymond Arroyo,. «Una nota esplicativa può chiarire il contenuto di un decreto, ma non può aggiungervi nulla. Il decreto, quindi, non affermava che i sacerdoti fossero scomunicati. Pertanto, la nota esplicativa non può farlo, avendo quindi effetto legale».   «Si è trattato di un errore canonico da parte degli autori di questo documento. È molto deplorevole. Lo stesso vale per i laici», ha affermato don Murray.   Murray ha ripetutamente sottolineato che il decreto vaticano del 2 luglio era formulato in modo molto preciso. Solo i sei vescovi che avevano partecipato alle consacrazioni illecite hanno subito una scomunica latae sententiae dichiarata pubblicamente.   «L’atto scismatico dei vescovi è stato quello di ordinare o farsi ordinare vescovi», ha spiegato. «Questo è abbastanza chiaro. È un fatto pubblico. È verificabile. La Santa Sede non ha dichiarato nel decreto che alcuno dei sacerdoti abbia commesso un atto scismatico».   Il sacerdote statunitense ha chiarito la distinzione giuridica: i sacerdoti «non sono stati dichiarati scomunicati nel decreto. Pertanto, non sono considerati scomunicati dal Vaticano (…) Ora, potrebbero essere scismatici e incorrere in una scomunica automatica per il fatto di essere scismatici, ma finché ciò non viene dichiarato, non ha effetto pubblico», ha spiegato il presbitero di Nuova York. «E, naturalmente, sappiamo che la Fraternità ha sempre sostenuto di non essere scismatica. Quindi, si potrebbe dire che i sacerdoti potrebbero agire in buona fede nel fare tale affermazione».   Murray ha osservato che la scomunica automatica per scisma esiste nel diritto canonico, ma richiede una dichiarazione formale per avere effetto pubblico. «C’è una scomunica automatica per chi è scismatico, ma finché non viene dichiarata, non ha effetto pubblico».   Rivolgendosi ai laici della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Murray ha sottolineato che qualsiasi sanzione deve basarsi su un atto concreto piuttosto che su presunte disposizioni interiori. «Nel decreto c’è un avvertimento. Lo chiamiamo avvertimento canonico a non aderire allo scisma. È solo un avvertimento.»   «Ora, la domanda successiva è: cosa si dovrebbe fare nello specifico per non aderire a uno scisma? Questo livello di specificità non è dato. Deve essere un’azione. Non può essere un atteggiamento mentale, perché non si giudica la mente delle persone se non è espressa a parole», ha ammonito il prete neoeboraceno, affrontando poi l’affermazione contenuta nella nota esplicativa secondo cui le confessioni e i matrimoni amministrati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X sarebbero invalidi. Tali affermazioni, ha spiegato, non possono prevalere sulle precedenti concessioni papali di facoltà.  

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«I sacerdoti della San Pio X, durante il pontificato di Francesco, avevano la facoltà di ascoltare le confessioni impartite da Papa Francesco, e ciò è stato formalizzato in un decreto o in un documento papale. Un atto della Congregazione per la Dottrina della Fede in una nota esplicativa non può annullare ciò che ha fatto papa Francesco», ha affermato. «Quindi gli autori hanno perso l’occasione».   Don Murray si è mostrato altrettanto critico nei confronti dei due documenti di riconciliazione pubblicati insieme al decreto. Le linee guida per i sacerdoti prevedono di trovare un ordinario disposto ad accettarli, di scrivere al papa, di firmare una professione di fede che includa l’accettazione della legittimità del Novus Ordo e di completare un periodo di prova.   Per i laici, i documenti presuppongono che i frequentatori abituali delle cappelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X o i membri delle organizzazioni associate non partecipino alla comunione completa e debbano firmare dichiarazioni simili per ottenere la riconciliazione.   «Il documento sui laici, in sostanza, presuppone che i laici che frequentano regolarmente la Messa presso la Fraternità San Pio X o che appartengono a una delle sue organizzazioni siano fuori dalla piena comunione con la Chiesa e abbiano bisogno di essere riconciliati e riportati in piena comunione con essa», ha osservato don Murray. «Ma un momento. Non sono stati scomunicati. Pertanto, non sono soggetti a una pena canonica che incida sulla loro piena comunione».   «E l’idea che si perda la piena comunione perché si è d’accordo con alcune delle cose che dice la Congregazione, non è accettabile», conclude padre Murray  

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Né scismatici né disobbedienti

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Di fronte alla profusione di dichiarazioni, articoli e interviste in cui la Fraternità San Pio X viene ritenuta responsabile di una frattura all’interno della Chiesa, di una gravissima disobbedienza nei confronti del Santo Padre, di un vero e proprio scisma, riteniamo opportuno scrivere qualche riga per cercare di fare chiarezza. Il nostro metodo sarà sempre lo stesso: non le impressioni, non i «sentito dire», non le elucubrazioni dell’opinionista di turno, ma la teologia cattolica, attinta alle sue fonti: il Magistero perenne della Chiesa e l’insegnamento dei grandi teologi e canonisti.

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1. La Fraternità San Pio X non è scismatica

Il cardinale Tommaso de Vio (detto il Gaetano, 1469-1534), uno dei più insigni teologi di tutti i tempi, dice esplicitamente: «Disobbedire, anche ostinatamente, al Sommo Pontefice non costituisce uno scisma. Ciò che costituisce uno scisma, è non voler sottomettersi a lui come capo di tutta la Chiesa» (Commento alla Somma Teologica di S. Tommaso, II-II, q. 39, a. 1, n. III).

 

Che differenza c’è fra una disobbedienza semplice, che non comporta scisma, e una disobbedienza con ribellione, che implica mancanza di sottomissione e comporta scisma? Il card. Gaetano lo spiega chiaramente. Io posso disobbedire a un ordine del papa per tre motivi: 1) perché non mi piace o trovo ingiusto ciò che mi comanda; 2) perché penso che ce l’abbia ingiustamente con me; 3) perché non lo riconosco come mio superiore. Nei primi due casi non c’è scisma, nel terzo sì (ibid., n. VII).

 

La differenza è palese. Se non riconosco il papa come mio superiore, non sarò pronto ad ubbidirgli in nessun caso, a prescindere da che cosa mi ordini. Se invece riconosco il papa come mio superiore, posso certo disobbedirgli in questa o quella cosa, ma resto comunque pronto ad obbedirgli, e quindi non sono scismatico. Altrimenti chiunque disobbedisse a un precetto del papa, per esempio rifiutando di digiunare nei giorni previsti o di andare a Messa la domenica, sarebbe scismatico.

 

Il che è assurdo. «Succede spesso, infatti, che uno non voglia eseguire gli ordini del proprio superiore, pur continuando a riconoscerlo come superiore» (ibid.). Questa dottrina del card. Gaetano è seguita da tutti i canonisti e teologi posteriori, senza eccezione.

 

Ora, se si tiene conto dell’atteggiamento della Fraternità e delle dichiarazioni dei suoi superiori, risulta evidente che essa disobbedisce al papa non perché non lo riconosca come proprio superiore, non perché non voglia sottomettersi a lui, ma perché il papa comanda delle cose che la Fraternità non può accettare. Ci troviamo di fronte al caso n. 1 del card. Gaetano. La Fraternità, infatti, recita il nome del papa nella Messa (attestando così che lo riconosce come proprio superiore) e ubbidisce alla Santa Sede nelle materie per le quali non vi sia né certezza né probabilità di modernismo (ad esempio, per le riduzioni dei sacerdoti allo stato laicale, per la richiesta di dispense e grazie che solo il papa può dare, per l’indizione dei giubilei, ecc.) ed è pronta ad ubbidire al papa in tutto, quando egli dia ordini che non suppongono l’adesione alle dottrine moderniste del Vaticano II e del postconcilio.

 

Quindi la Fraternità non è in nessun modo scismatica. È però disobbediente? Si può infatti non essere scismatici, ma gravemente disobbedienti. A questa domanda risponderemo al punto n. 3.

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2. Le consacrazioni episcopali compiute senza mandato apostolico non sono un atto scismatico e non rendono la Fraternità scismatica

Bisogna, innanzi tutto, ricordare che fino al Basso Medioevo, la consacrazione episcopale non era riservata al papa. Ciò significa che, ordinariamente, il papa non nominava i vescovi e neppure confermava la nomina fatta da altri. La riserva papale della nomina o della conferma dei vescovi risale alla fine del XIII sec. e si afferma soltanto a partire dal secolo successivo.

 

Qualcuno potrebbe obiettare che, nell’antichità, le consacrazioni episcopali avvenivano senza l’intervento del papa, ma non contro la sua volontà. Anche questo non è sempre vero. All’epoca di S. Agostino abbiamo l’esempio di vescovi ordinati come coadiutori di una diocesi che aveva già il proprio vescovo ordinario oppure di vescovi trasferiti da una sede all’altra, contro le prescrizioni dei Concili ecumenici e quindi contro la volontà del papa, che quei Concili aveva approvati. Molti hanno fatto osservare l’irregolarità, ma nessuno ha parlato di scisma. In epoca più recente, nel XII e XIII secolo, abbiamo il caso di vescovi, provenienti soprattutto dagli Ordini mendicanti, che venivano consacrati senza rispettare la regolare procedura canonica, trasgredendo quindi la volontà del papa. Anche in questo caso, la Santa Sede intervenne per mettere ordine, ma nessuno fu trattato da scismatico. Tornerò su questo argomento in un articolo apposito.

 

Da tutto ciò si evince che la riserva al papa della consacrazione episcopale non è di diritto divino, ma di diritto ecclesiastico. Ciò che è diritto divino, è che il vescovo sia in comunione col papa. Ma abbiamo appena visto al n. 1 che i vescovi della Fraternità, non essendo scismatici, sono, a tutti gli effetti, in comunione col papa.

 

Nessun teologo o canonista (almeno fino al Vaticano II) menziona la consacrazione episcopale senza mandato apostolico tra gli esempi di atti scismatici. Nel diritto canonico tradizionale, fino al 1951, la consacrazione episcopale senza mandato era punita semplicemente con una sospensione: essa, quindi, non era considerata uno scisma, che era sanzionato con la scomunica. Anche dopo il 1951, quando la pena fu aggravata da sospensione a scomunica, nessun teologo o canonista sostenne che qualunque consacrazione episcopale senza mandato costituisse uno scisma. L’idea che la consacrazione episcopale senza mandato sia un atto scismatico è stata formulata per la prima volta in occasione delle consacrazioni di mons. Lefebvre nel 1988, e non ha precedenti nella tradizione canonica o teologica.

 

Da ultimo, si potrebbe forse considerare scismatica o almeno tendente allo scisma una consacrazione senza mandato che avesse la pretesa di conferire al nuovo vescovo il potere di giurisdizione episcopale, cioè che volesse conferirgli il potere di essere a capo di una diocesi e di governare sacerdoti e fedeli. Poiché, secondo la dottrina chiaramente insegnata da Pio VI e Pio XII, il vescovo riceve il proprio potere di giurisdizione non attraverso la consacrazione, ma attraverso la missione canonica del papa (il Vaticano II, invece, insegna il contrario…), pretendere di conferire a un vescovo il potere di giurisdizione contro la volontà del papa sarebbe un’usurpazione dei suoi poteri e quindi tenderebbe verso lo scisma.

 

La Fraternità San Pio X, però, non ha mai avuto la pretesa di conferire ai suoi vescovi il potere di giurisdizione. I vescovi della Fraternità non hanno, in quanto vescovi, nessun potere sui fedeli o sui sacerdoti. Hanno solo il potere d’ordine, quello cioè di amministrare i sacramenti (cresima, ordine sacro) e i sacramentali riservati ai vescovi. Ora, questo potere lo ricevono non dal papa, ma direttamente da Dio, mediante la consacrazione. Di conseguenza, non c’è nessuna usurpazione di un potere proprio del papa e nessuna tendenza allo scisma.

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3. La Fraternità San Pio X non è neppure disobbediente

L’obbedienza, nella dottrina cattolica, non è un assoluto. Neppure quella al Sommo Pontefice. Come insegna San Tommaso, «l’abuso d’autorità può avvenire […] perché ciò che viene comandato dal superiore è contrario al fine per il quale l’autorità è stata istituita, come quando egli ordina un atto peccaminoso, contrario alla virtù che l’autorità è destinata a promuovere e custodire; e in tal caso non solo non si è tenuti a obbedire al superiore, ma si è anche tenuti a non obbedirgli, come i santi martiri affrontarono la morte per non obbedire agli ordini empi dei tiranni» (II Sent., d. 44, q. 2, a. 2). La stessa cosa è insegnata da Leone XIII nell’enciclica Diuturnum illud (29 giugno 1881).

 

Anzi, se l’ordine ingiusto del superiore può costituire un pericolo per la fede, anche la disobbedienza dev’essere pubblica. È sempre San Tommaso che lo afferma: «C’è da dire che, quando vi fosse un pericolo imminente per la fede, anche i prelati dovrebbero essere ripresi pubblicamente dai loro sudditi. Per questo S. Paolo, che era sottoposto a S. Pietro, lo rimproverò pubblicamente a motivo dell’imminente pericolo di scandalo riguardo alla fede. E, come dice la Glossa, riferendo le parole di S. Agostino, a commento del II capitolo dell’Epistola ai Galati, “Pietro stesso offrì ai superiori un esempio: che, qualora si fossero allontanati dalla retta via, non disdegnassero di essere corretti anche da coloro che sono loro inferiori”» (Summa theologiae, II-II, q. 33, a. 4, ad 2).

 

Il grande teologo domenicano Juan de Torquemada (1388-1468) sintetizza quanto abbiamo detto finora, dicendo: «Se il Romano Pontefice comanda qualcosa che è di per sé cattivo, cioè contrario alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime, in tali casi la separazione dal Romano Pontefice mediante la disobbedienza non è illecita e, di conseguenza, non deve essere chiamata scisma» (Summa de Ecclesia, l. IV, p. I, c. 1). Non si potrebbe essere più chiari. E, lo ripetiamo, non si tratta della dottrina di un teologo isolato, ma dell’insegnamento unanime di tutti.

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4. La Fraternità ha agito rettamente a causa dello stato di necessità in materia di fede

Ora, si può dire che l’ordine del papa al quale la Fraternità ha rifiutato di obbedire sia «di per sé cattivo» o addirittura «peccaminoso»? Dopo tutto, rinunciare a delle consacrazioni episcopali non è un atto cattivo. Di conseguenza, decidendo di procedere comunque, la Fraternità forse non è caduta nello scisma, ma ha comunque commesso un atto gravissimo di disobbedienza.

 

Rispondiamo che l’atto di rinunciare a delle consacrazioni episcopali, preso in sé e astrattamente, non è cattivo; se invece lo consideriamo nelle sue circostanze attuali e concretamente, allora è cattivo e peccaminoso. Nella situazione presente della Chiesa, se la Fraternità San Pio X non avesse proceduto alle consacrazioni del 1° luglio, si sarebbe trovata di fronte a un dilemma: o scomparire, o accettare, almeno di fatto, la nuova liturgia e le false dottrine del Vaticano II e del postconcilio.

 

Senza le consacrazioni del 1° luglio, la Fraternità, fra qualche anno, sarebbe rimasta priva di vescovi, per morte naturale di coloro che attualmente rivestono questa carica. Senza vescovi, niente ordinazioni sacerdotali e quindi, a lungo andare, niente Messa tradizionale, niente sacramenti tradizionali, niente insegnamento della dottrina cattolica nella sua integralità. L’unica alternativa sarebbe stata quella di chiedere dei vescovi a Roma, oppure di far ordinare i sacerdoti da vescovi diocesani oppure ancora di mandare i fedeli dai sacerdoti delle parrocchie.

 

In ciascuna di queste alternative, sarebbe stato necessario accettare, almeno di fatto, le false dottrine del Concilio e del postconcilio. Lo vediamo anche ora. Il Dicastero della Dottrina della Fede, in appendice al decreto di scomunica pubblicato il 2 luglio, impone a tutti coloro che vogliono tornare «in comunione con Roma» di firmare un formulario nel quale si dichiara di accettare il Vaticano II nell’interpretazione data dal Magistero attuale e ci si impegna a non criticare mai gli insegnamenti del papa.

 

Di conseguenza, senza le consacrazioni episcopali, la Fraternità sarebbe stata costretta ad accettare dottrine come la libertà religiosa, l’ecumenismo, la collegialità, l’illiceità della pena di morte, la possibilità che due divorziati risposati ricevano la comunione o che una coppia omosessuale venga benedetta; o almeno ad accettarle di non criticarle pubblicamente. Si capisce, dunque, che l’ordine del papa, considerato nelle sue circostanze concrete, comanda un atto che è cattivo in sé e peccaminoso, poiché non è mai lecito accettare o rinunciare a criticare ciò che va contro la fede.

 

A questo riguardo, è bene ricordare che le posizioni dottrinali della Fraternità non sono opinioni. Non sono preferenze, sensibilità, gusti. Sono la dottrina cattolica, insegnata in modo definitivo dal Magistero ecclesiastico di sempre. Basta leggere gli atti di tutti i Papi e di tutti i teologi preconciliari per rendersene conto. Non è possibile rinunciarvi, perché fanno parte del patrimonio della fede. Quando il papa ci chiede il contrario, è chiaro che il suo ordine, come dice Torquemada, è contrario «alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime». E quindi non solo possiamo, ma dobbiamo disobbedirgli.

 

Rispondiamo a un’ultima obiezione: «voi non siete nessuno per dire che alcuni insegnamenti del Concilio e del postconcilio si oppongono alla dottrina tradizionale: questo giudizio spetta solo all’autorità suprema, cioè al papa». Ma, se così fosse, che senso avrebbero le parole di Torquemanda e di tutti gli altri teologi, i quali affermano che qualunque cristiano ha il diritto di disobbedire al papa quando questi comanda qualcosa di oggettivamente cattivo?

 

Quando Alessandro VI, sotto pena di scomunica, proibì alla sua amante Giulia Farnese di abbandonare la convivenza con lui e di ricongiungersi al legittimo sposo, ella era forse tenuta ad obbedirgli, perché non spettava a lei giudicare la conformità degli atti papali con la legge divina? E ancora: quando i cattolici conservatori si oppongono alla comunione ai divorziati risposati o all’approvazione degli atti omosessuali, usurpano forse un potere che compete solo al papa?

 

In conclusione, la Fraternità non è né scismatica né disobbediente. Le scomuniche lanciate contro di essa non hanno nessun effetto, perché, laddove non c’è delitto, non ci può essere neppure la pena corrispondente. La ferita c’è, ma non siamo noi ad averla causata.

 

Siamo fiduciosi, anzi, siamo certi – in virtù delle promesse che Gesù ha fatto alla sua Chiesa – che un giorno le autorità della Chiesa torneranno all’autentica dottrina cattolica e riconosceranno la nostra completa innocenza.

 

Don Daniele Di Sorco

FSSPX

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Leone nomina vescovo che aveva approvato le «benedizioni» omo e affermato che la sodomia «non è peccaminosa»

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Papa Leone XIV martedì ha nominato monsignor Christian Würtz, vescovo ausiliare della diocesi di Friburgo in Brisgovia, in Germania, noto per il suo sostegno alle «benedizioni» omosessuali e per le sue posizioni contrarie all’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità, come nuovo vescovo di Eichstätt.   Monsignor Würtz, 55 anni, era tra i 38 vescovi tedeschi che nel 2023 votarono a favore di un documento che sanciva le «benedizioni» per le «coppie» omosessuali, nonché per i divorziati risposati.   Sei mesi prima, il Würtz aveva appoggiato il documento eterodosso del Cammino sinodale tedesco sulla «Rivalutazione dottrinale dell’omosessualità», che definiva erroneamente gli atti omosessuali «non peccaminosi» e «non intrinsecamente malvagi».

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«Non vedo l’ora di iniziare il mio nuovo incarico», ha dichiarato Würtz (a sinistra nella foto) in un comunicato ufficiale della diocesi.   «È una splendida coincidenza che la mia nomina avvenga nel giorno della festa di San Willibaldo, patrono della diocesi di Eichstätt. Spero che, con la mia esperienza e le mie capacità, potrò contribuire anch’io alla costruzione del Regno di Dio a Eichstätt e camminare al fianco della gente di questa diocesi», ha aggiunto. «Ringrazio papa Leone per la fiducia che mi ha accordato e non vedo l’ora di conoscere le persone di questa diocesi».   Würtz è nato il 31 maggio 1971 a Karlsruhe, nell’Arcidiocesi Metropolitana di Freiburg im Breisgau. Ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università statale di Heidelberg. Dopo essere entrato nel Collegium Borromaeum a Friburgo, ha studiato Filosofia e Teologia presso le Università di Friburgo e di Erbipoli (che i tedeschi, e purtroppo anche gli italiani, chiaman Würzburg). Successivamente, ha conseguito il Dottorato in utroque iure.   Il 26 aprile 2019 è stato nominato Vescovo titolare di Germania di Dacia e Ausiliare di Friburgo in Brisgovia, ricevendo l’ordinazione episcopale il 30 giugno successivo.   Poco dopo la sua ordinazione episcopale, monsignor Würtz ha tenuto un incontro con i membri del movimento Maria 2.0, nato in Germania per chiedere varie riforme nella Chiesa, tra cui l’accesso delle donne al sacerdozio. Dopo aver conversato con le manifestanti, ha consegnato loro una lettera personale e un gomitolo di filo rosso come simbolo del dialogo, un gesto che è stato valutato positivamente dalle rappresentanti del movimento.   Nel maggio 2025, come rettore del seminario di Friburgo, ha ricevuto le richieste simboliche di ammissione presentate da nove studentesse di Teologia che protestavano contro la riserva del sacerdozio ministeriale agli uomini.   Würtz ha definito quell’iniziativa «un buon segnale dell’impegno e della serietà con cui queste donne affrontano la loro vocazione e il loro cammino nella Chiesa», pur ricordando che non poteva ammetterle a causa della normativa vigente della Chiesa. Successivamente ha tenuto un incontro con le studentesse, che entrambe le parti hanno descritto come rispettoso e costruttivo.   In seno alla Conferenza Episcopale Tedesca, è Membro della Commissione Pastorale e di quella per le questioni caritative. Finora, Rettore del Seminario Maggiore Collegium Borromaeum di Friburgo e Vicario episcopale per le Alte Scuole.

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Nel settembre 2022 ha votato a favore del documento che proponeva una rivalutazione dottrinale dell’omosessualità, in cui si affermava che l’orientamento omosessuale non costituisce una scelta personale e si chiedeva una maggiore accoglienza e integrazione delle persone omosessuali nella vita ecclesiale.   In quella stessa assemblea ha sostenuto anche il testo sulla cosiddetta «diversità di genere», che invitava le diocesi a rivedere vari aspetti pastorali e amministrativi per facilitare l’inclusione delle persone transgender e intersessuali.   Mesi dopo, nel marzo 2023, ha nuovamente votato a favore del documento che proponeva l’introduzione di celebrazioni di benedizione per coppie dello stesso sesso e per divorziati risposati, una delle iniziative più controverse del Cammino Sinodale.   Oggi monsignor Würtz assume la diocesi di Eichstätt, suffraganea dell’arcidiocesi di Bamberga, fondata a metà dell’VIII secolo e che ha come patrono san Willibaldo. Attualmente conta 334.517 cattolici, distribuiti in 253 parrocchie, organizzate in 74 unità pastorali e otto decanati.  

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