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Bergoglio sta per chiedere le dimissioni del vescovo che si è opposto ai vaccini fatti con gli aborti

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Papa Francesco si sarebbe incontrato con i funzionari vaticani durante il fine settimana per discutere la richiesta di dimissioni del vescovo Joseph Strickland di Tyler, Texas, noto, tra le altre cose, per la sua posizione totalmente contraria ai vaccini ricavati da linee cellulari di feto abortito. Lo riporta la testata cattolica statunitense The Pillar.

 

Papa Francesco ha incontrato sabato l’arcivescovo Robert Prevost, dell’Ordine di Sant’Agostino (OSA), capo del Dicastero per i vescovi del Vaticano, e l’arcivescovo Christophe Pierre, nunzio apostolico negli Stati Uniti.

 

The Pillar scrive che diverse fonti vicine al dicastero avevano riferito al sito prima dell’incontro che i due prelati, entrambi nominati cardinali da papa Francesco a luglio, avrebbero presentato al papa i risultati di una recente visita apostolica alla diocesi di Tyler oltre alle «azioni pubbliche» del vescovo Strickland a seguito della visita.

 

Si prevede che Papa Francesco chiederà le dimissioni di mons. Strickland, secondo un alto funzionario vicino al Dicastero per i Vescovi.

 

«La situazione del vescovo Strickland è all’ordine del giorno», ha detto il funzionario vaticano a The Pillar, «e l’aspettativa è che il Santo Padre chieda le sue dimissioni – questa sarà sicuramente la raccomandazione che gli verrà rivolta».

 

«Il funzionario aveva predetto che difficilmente il papa avrebbe deciso di deporre Strickland come vescovo della sua diocesi, un atto canonicamente raro, ma ha detto a The Pillar che a papa Francesco sarebbe stato consigliato di incoraggiare il vescovo a dimettersi», ha riferito il quotidiano.

 

«Il consenso nel dicastero è che gli verrà chiesto di prendere in considerazione le dimissioni», ha detto il funzionario. «Questa è stata la sostanza della discussione tra i membri».

 

«A seconda di come risponde il vescovo, la forza di tale incoraggiamento potrebbe aumentare», ha aggiunto il funzionario.

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The Pillar aveva precedentemente riferito che fonti a conoscenza della visita del vescovo Strickland avevano affermato che ai funzionari diocesani e al clero intervistati nell’ambito dell’indagine era stato chiesto informazioni sulle sue potenziali dimissioni e sui possibili successori.

 

Monsignor Prevost è uno dei tre prelati americani membri del Dicastero per i Vescovi, insieme al cardinale Blase Cupich di Chicago e al cardinale Joseph Tobin di Newark, entrambi noti modernisti.

 

La potenziale mossa di Francesco va contro uno dei vescovi più schietti degli Stati Uniti, che ha ottenuto un notevole sostegno sia dall’interno che dall’esterno della sua diocesi per la sua promozione dell’insegnamento cattolico tradizionale.

 

Strickland e la sua diocesi sono stati oggetto di grande attenzione da parte dei media cattolici da quando è stato rivelato che era oggetto di una visita apostolica nel giugno 2023. La sua visita è stata condotta da due vescovi in ​​pensione: il vescovo Dennis Sullivan di Camden, New Jersey, e l’ex vescovo Gerald Kicanas di Tucson, Arizona.

 

Come scrive LifeSite, la visita di monsignor Kicanas ha allarmato i cattolici a causa dei suoi problemi in materia di aborto e omosessualità. Il vescovo emerito arizonese avrebbe difeso il finanziamento dei gruppi pro-aborto da parte dei Catholic Relief Services nel 2012 e, tra le altre cose, è sarebbe stato appoggiato da un gruppo omosessuale nella probabilità che diventasse presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti.

 

Nessun annuncio pubblico riguardante l’esito della visita di Strickland era stato rilasciato al pubblico prima dell’articolo apparso su The Pillar.

 

L’anno scorso, Papa Francesco aveva rimosso il vescovo Daniel Fernández Torres, un altro schietto sostenitore della dottrina cattolico, dalla diocesi di Arecibo, Porto Rico, senza spiegazioni, secondo quanto riferito a causa del suo sostegno alle obiezioni di coscienza contro gli obblighi di vaccinazione contro il COVID.

 

Il papa, tuttavia, non ha disciplinato numerosi vescovi che hanno contraddetto pubblicamente la dottrina cattolica sull’attività omosessuale, sul genere, sulle «benedizioni» dello stesso sesso, sull’ordinazione delle donne e sulla ricezione dell’Eucaristia.

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A marzo, Papa Francesco ha nominato il cardinale gesuita Jean-Claude Hollerich, di Lussemburgo membro del Consiglio cardinalizio dopo che Hollerich aveva affermato di ritenere che l’insegnamento della Chiesa sulla sodomia sia «falso». Francesco ha anche nominato Hollerich relatore generale del suo Sinodo sulla sinodalità.

 

Più recentemente, il papa ha nominato il cardinale argentino designato Victor Manuel Fernández prefetto del Dicastero (ex Congregazione) per la Dottrina della Fede, nonostante l’eterodossia di Fernández su vari argomenti.

 

Intervenendo in un episodio di luglio del suo podcast The Bishop Strickland Hour, monsignor Strickland ha paragonato la sua visita apostolica all’«essere chiamato nell’ufficio del preside». Tuttavia ha suggerito che sia il risultato della sua testimonianza vocale alla dottrina cattolica:

 

«No, non è qualcosa per cui mi offrirei volontario, per affrontare una visita apostolica. Perché in un certo senso mette un’ombra sulla diocesi, e molte persone sono convinte che ci sia qualcosa di veramente sbagliato. Ma penso di aver affrontato tutto questo perché sono stato abbastanza coraggioso e amo abbastanza il Signore e la Sua Chiesa da continuare semplicemente a predicare la verità».

 

Il vescovo Strickland, 64 anni, è noto per la sua difesa inequivocabile della dottrina cattolico, il deposito di insegnamento che oggi viene spesso confuso dalle dichiarazioni o dai messaggi papali.

 

Le posizioni più pubbliche di Strickland su questioni morali e dottrinali includono l’esortazione a Francesco a negare la Santa Comunione all’ex presidente della Camera degli Stati Uniti Nancy Pelosi per il suo sostegno all’aborto legale, l’accusa al papa di oraicare un «programma volto a minare il deposito della fede» e la condanna dell’aborto legale e la condanna di quella che chiama «blasfemia» pro-LGBT del gesuita padre James Martin, molto vicino a Bergoglio.

 

È stato anche particolarmente schietto sulle controversie morali nella politica e nella cultura degli Stati Uniti, compreso lo spionaggio dei cattolici da parte dell’amministrazione Biden e le manifestazioni pubbliche di gruppi autodefiniti «satanici». Quest’estate, ha parlato ad una protesta contro i Los Angeles Dodgers che ospitavano un gruppo di drag queen anticattoliche chiamate le «Sorelle dell’Indulgenza Perpetua», che si definiscono «suore grottesche».

 

Ma si ritiene che la visita apostolica sia stata particolarmente motivata da un post su Twitter del 13 maggio in cui affermava esplicitamente: «Respingo il suo programma [di Papa Francesco] di minare il Deposito della Fede».

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I lettori di Renovatio 21 conoscono Strickland per l’intransigenza mostrata dal prelato nei confronti dei vaccini ottenuti da linee cellulari di feto abortito.

 

«Preferisco morire piuttosto che beneficiare di qualsiasi prodotto che utilizzi un bambino abortito» aveva dichiarato a inizio 2022, quando la campagna vaccinale mondiale e i sistemi di sottomissione alla siringa genica, come il green pass, impazzavano.

 

Monsignor Strickland aveva cominciato a parlare di rifiuto del vaccino fatto con linee cellulari di feto abortito ancora a inizio 2020, quando si era lontani dalla realizzazione dei vaccini ora in distribuzione globale.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2020 fa il vescovo texano aveva dichiarato su Twitter:

 

«Rinnovo la mia richiesta di rifiutare qualsiasi vaccino sviluppato utilizzando bambini abortiti (…) anche se ha avuto origine decenni fa, significa ancora che la vita di un bambino era finita prima che nascesse e quindi il suo corpo era usato come pezzi di ricambio (…) Tragicamente, le persone non sono a conoscenza o hanno scelto di chiudere un occhio sui progressi della scienza medica che consentono lo sviluppo di vaccini con l’uso all’ingrosso di corpi di bambini abortiti».

 

In una puntata del The Bishop Strickland Show il vescovo texano, mai pago nell’attaccare i «vaccini» COVID contaminati dall’aborto, ha evidenziato anche il fallimento dei vescovi, incapaci di compiere il loro dovere di opporsi agli obblighi totalitari di vaccinazione vaccinazioni.

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«Chierichette» assistono papa Leone XIV alla sua prima messa pubblica a Roma. Proponiamo una prossima con Maria Elena Boschi

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Due chierichette hanno preso parte alla celebrazione della messa presieduta da Papa Leone XIV in una parrocchia di Roma durante il fine settimana.   Domenica, in occasione della sua prima Messa pubblica in una parrocchia romana, Papa Leone ha visitato Santa Maria Regina Pacis, situata nel quartiere costiero di Ostia. Due ministranti femmine hanno assistito alla celebrazione – almeno una delle quali è stata notata mentre indossava scarpe da ginnastica Adidas.  

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Oltre alle scarpe ginniche del noto marchio tedesco, notiamo anche gli occhiali fumé, che conferiscono probabilmente, come sosteneva il cantautore siculo, «carisma e sintomatico mistero», sia pur non mistero in senso religioso, o forse sì.   Il tema delle donne ammesse a servire all’altare è, come tutto nella Chiesa cattolica, assai risalente. Una lettera di papa Gelasio I (492-496) ai vescovi della Lucania, del Bruzio (Calabria) e della Sicilia già decretava il divieto alle donne di servire all’altare: Il punto più noto della lettera è la ferma condanna dell’abuso, riscontrato in quelle regioni, che vedeva le donne servire presso gli altari sacri (partecipando a ministeri riservati agli uomini). Gelasio definisce tale pratica un disprezzo delle cose divine.   La Costituzione apostolica Etsi Pastoralis, emanata da Papa Benedetto XIV il 26 maggio 1742 (spesso citata insieme all’enciclica Allatae Sunt del 1755 per ribadire la disciplina), proibisce esplicitamente alle donne di servire all’altare durante la celebrazione della Messa. Quivi Benedetto XIV cita la Lettera IX di papa Gelasio (c. 26) ai vescovi della Lucania, che condannava la «cattiva pratica» introdotta dalle donne che servivano il sacerdote alla celebrazione della Messa. La norma stabilisce che le donne non devono osare servire all’altare e che devono essere del tutto rifiutate per questo ministero.   Tale norma è caduta progressivamente in disuso in era Wojtylana, quando negli anni 1980 già si intravedevono chierichette in parrocchia. Il semaforo verde ufficiale arrivò nel 1994, dopo l’interpretazione del 1992 dove il Pontificio Consiglio per l’Interpretazione dei Testi Legislativi chiarì che il Codice di Diritto Canonico (canone 230 § 2) permetteva a tutti i laici, senza distinzione di sesso, di svolgere funzioni liturgiche come il servizio all’altare.   Con una Lettera Circolare del 15 marzo 1994, la Congregazione per il Culto Divino confermò ufficialmente ai vescovi diocesani la facoltà di autorizzare le donne a servire all’altare. Si ebbe quindi nel 2021 la formalizzazione: sebbene la pratica fosse ormai diffusa, è stato papa Francesco a istituzionalizzare definitivamente il ruolo femminile con il motu proprio Spiritus Domini, aprendo alle donne i ministeri «istituiti» di Accolitato e Lettorato, che prima erano riservati solo agli uomini.   L’aver fatto la «chierichetta» fu rivendicato nel caso dell’ex ministro della Repubblica Maria Elena Boschi, epperò favorevole ai matrimoni omosessuali ed adozioni annesse. La Boschi, dicono vecchie cronache, avrebbe fatto pure la catechista.   A questo punto Renovatio 21 fa una proposta al Vaticano, chiedendo l’attenzione di Tucho Fernandez e anche del papa Leone: non essendoci più distinzione, e non essendo certe posizioni bioetiche più di tanto ostative, non richiamare la Boschi a servire una messa papale?   Nel frattempo, ci auguriamo che la FSSPX consacri non 4, ma 100 vescovi, così da essere pronti a tornare a Roma quando l’osceno, grottesco castello di carte della chiesa modernista crollerà nell’ignomina, nel ridicolo, nello schifo ulteriore.

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Cammino Sinodale Tedesco: lo scisma è compiuto

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Dopo la sesta e ultima Assemblea Sinodale e l’istituzione della «Conferenza Sinodale», il futuro del Cammino Sinodale è ormai segnato: senza un vigoroso intervento di Roma, sarà uno scisma. Non futuro, né possibile, né addirittura iniziato: no, uno scisma puro e semplice, una rottura venata di eresia contro la costituzione divina della Chiesa.

 

Uno sguardo agli ultimi due anni

Dalla visita ad limina dei vescovi tedeschi nel novembre 2022, le discussioni tra Roma e la Conferenza Episcopale Tedesca (DBK) si sono concentrate sul «Consiglio Sinodale» istituito dal Cammino Sinodale – una struttura composta da vescovi e laici che avrebbe supervisionato l’apostolato in Germania – il 10 settembre 2022. Questo consiglio è oggetto di discussioni in corso, poiché Roma ha sottolineato l’impossibilità di affidare un ruolo magisteriale o disciplinare ai laici.

 

A seguito di un incontro a Roma nel 2023, una lettera di tre cardinali, datata 16 gennaio 2023, indirizzata all’episcopato tedesco, ha messo in guardia contro il Consiglio Sinodale e ha proposto ulteriori incontri a Roma. Dalla prima riunione del 26 luglio 2023, se ne sono tenute altre tre: il 22 marzo 2024 e il 28 giugno dello stesso anno, e infine il 12 novembre 2025.

 

La dichiarazione congiunta, pubblicata mercoledì 12, ha reso noto che il futuro organismo, precedentemente denominato «Consiglio sinodale», è ora denominato «Conferenza sinodale», su richiesta della Curia. Sono stati esaminati la natura giuridica di questo organismo, la sua composizione, il grado di partecipazione e di diritto di voto dei laici, nonché i suoi effettivi poteri in relazione alle conferenze episcopali.

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Gli Statuti della Conferenza Sinodale

Ma già il 22 novembre, una riunione del Comitato Sinodale, responsabile dell’attuazione delle decisioni delle Assemblee del Cammino Sinodale, ha pubblicato la bozza degli Statuti della Conferenza Sinodale, che sarebbero stati adottati dopo l’approvazione dei vescovi della Conferenza Episcopale Tedesca (DBK), del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK) e del dicastero competente.

 

La lettura di questi Statuti è sconcertante. La portata delle responsabilità della Conferenza Sinodale è considerevole. L’articolo 2 (su 12), che le descrive, è di gran lunga il più lungo. Ecco un elenco con commento:

 

Il numero 1 specifica otto compiti. La Conferenza Episcopale «(a) prende posizione su sviluppi importanti all’interno dello Stato, della società e della Chiesa in Germania» – una posizione «ufficiale», che rappresenta quella della Chiesa in Germania?

 

«(b) Delibera e prende decisioni nello spirito dei ‘processi decisionali sinodali’ su questioni importanti della vita della Chiesa che hanno rilevanza sovradiocesana» – quindi, al di sopra dei vescovi.

 

«(c) Incoraggia costantemente l’opera della Chiesa in Germania al servizio dell’evangelizzazione e propone misure per la missione della comunità dei credenti» – finché si tratta di incoraggiamento… ma questo incoraggiamento riguarderà questioni come la benedizione delle coppie dello stesso sesso.

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«(d) Decide sulle priorità, in particolare nei processi di pianificazione strategica e nel bilancio dell’Associazione delle Diocesi Tedesche (VDD), e ne verifica l’attuazione» – in altre parole, detiene le redini del potere. Ricordiamo che le decisioni riguardanti l’utilizzo dei fondi della VDD, che provengono dalle tasse ecclesiastiche, sono soggette al voto unanime dei vescovi.

 

«(e) Istituisce una commissione per gli affari economici ed elegge i suoi membri. La commissione per gli affari economici prepara le deliberazioni della Conferenza sinodale su questioni finanziarie e di bilancio» – poiché i vescovi sono in minoranza nella Conferenza, le decisioni di bilancio saranno ora al di fuori del loro controllo.

 

«(f) La Conferenza sinodale propone persone competenti che partecipino in modo appropriato alle decisioni all’interno delle commissioni episcopali della Conferenza episcopale tedesca, del Consiglio dell’Associazione delle diocesi tedesche (VDD) e delle commissioni specializzate del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK)» – tutto sarà accuratamente controllato.

 

«(g) Per garantire la trasparenza, la Conferenza sinodale riferisce regolarmente al pubblico sulle sue decisioni, ne valuta l’attuazione e quindi rende conto del suo lavoro» – essa riferisce, ma non ha alcun giudice al di sopra di sé.

 

«(h) Elegge un membro del presidium della Conferenza sinodale» – poiché due membri di questo presidium sono ex officio.

 

Al paragrafo 2, si aggiunge che «La Conferenza sinodale utilizza e sperimenta forme di partecipazione dei fedeli, in particolare nella preparazione delle sue decisioni» – tale decisione riguarda i fedeli sono sotto la giurisdizione del vescovo…

 

Al paragrafo 3 si aggiunge che «La Conferenza sinodale può convocare un’assemblea ecclesiastica in conformità con il documento finale del Sinodo dei Vescovi (cfr. n. 127)» – il riferimento non fa assolutamente menzione della convocazione, che ricade sempre sotto l’autorità ecclesiastica.

 

Al paragrafo 4 si specifica che la Conferenza sinodale può essere consultata dalla Conferenza episcopale tedesca (DBK), dal Consiglio delle Chiese tedesco (ZdK) o da sola, per affrontare argomenti specifici.

 

Infine, al paragrafo 5, la Conferenza sinodale ha il compito di contribuire «al rafforzamento delle strutture sinodali e della cultura sinodale in tutti gli ambiti della Chiesa» e di monitorarne lo sviluppo – in breve, essere il cuore sinodale della Chiesa tedesca, oltre ad esserne diventata il capo.

 

I membri della Conferenza sinodale sono, di diritto: a) i membri del Consiglio permanente della Conferenza episcopale tedesca (attualmente 27 vescovi); b) un numero uguale di fedeli eletti dal Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK); c) e un numero equivalente di altri fedeli, due o tre dei quali sono membri di diritto, mentre gli altri sono eletti dalla Conferenza.

 

Concludiamo con l’attuazione delle decisioni, come formulato nell’articolo 7: «I destinatari delle decisioni della Conferenza sinodale sono responsabili dell’attuazione delle decisioni, a loro discrezione, secondo le proprie procedure e in conformità con i propri organi» – poiché tali destinatari possono essere diocesi, i vescovi sono tenuti a riferire a un’assemblea a maggioranza laica. Questo articolo sovverte completamente la costituzione divina della Chiesa.

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La sesta Assemblea del Cammino Sinodale

La sesta e ultima Assemblea del Cammino Sinodale, tenutasi il 29, 30 e 31 gennaio 2026, non ha prodotto molti contenuti. Tuttavia, le poche votazioni approvate sono di grande importanza. Innanzitutto, va notato che la breve decisione che stiamo per riferire ha suscitato notevoli polemiche, tra cui la furiosa opposizione del cardinale Reinhard Marx, proprio colui che ha avviato il Cammino Sinodale.

 

Ecco il testo controverso, finalmente (e con difficoltà) approvato il 31 gennaio:

 

«1. L’Assemblea Sinodale invita [aufruft] i vescovi diocesani a mettere a disposizione degli organi sinodali delle loro diocesi le risposte delle loro diocesi e a spiegare loro gli sviluppi intervenuti dopo l’inchiesta». Il termine tedesco potrebbe essere tradotto come: si appella, esorta.

 

«2. L’Assemblea Sinodale raccomanda agli organi sinodali delle diocesi di esaminare le risposte delle loro diocesi e di preparare i successivi passi per l’attuazione in collaborazione con il vescovo diocesano». Ma chi è responsabile? Chi collabora con chi?

 

«3. L’Assemblea Sinodale invita la Conferenza Sinodale a monitorare regolarmente l’attuazione delle decisioni prese nell’ambito del Cammino Sinodale».

 

Le opinioni su questa decisione sono divise, a seconda dell’interpretazione che ne viene data. Alcuni ritengono che «invitare» sia insufficiente, altri che sia già eccessivo.

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Un dibattito già risolto da Roma più di sei anni fa

A seguito della decisione di avviare il Cammino Sinodale, presa nel marzo 2019, è stata elaborata una bozza degli Statuti dell’evento. Questi Statuti sono stati sottoposti alla Chiesa Cattolica Romana, che ha sottolineato in particolare che «lo ZdK (Zona delle Chiese) ha accettato di partecipare al processo sinodale “a condizione che siano garantiti l’apertura della consultazione e il carattere vincolante delle decisioni” (Protocollo, n. 3)».

 

Il Pontificio Consiglio per l’Interpretazione dei Testi Legislativi, consultato dal cardinale Marc Ouellet, ha aggiunto: «Come può una Chiesa particolare prendere decisioni vincolanti ‘quando le questioni affrontate riguardano la Chiesa universale’?». Il Pontificio Consiglio ha inoltre affermato che la sua osservazione è rafforzata dal fatto che la composizione del Cammino Sinodale è contraria al diritto cattolico, a causa della parità tra clero e laici.

 

Sentendosi seriamente compromessi su questo punto, gli attori sinodali hanno modificato questo passaggio nella versione finale degli Statuti – che non sarà presentata a Roma – rimuovendo la menzione che lo ZdK partecipa al processo sinodale «a condizione che siano garantiti la trasparenza della consultazione e il carattere vincolante delle decisioni» (Protocollo, n. 3).

 

Espulso dalla porta, questo articolo è rientrato dalla finestra, e lo ZdK può ora vantarsi di possedere un potere di governo ecclesiastico almeno pari a quello della DBK. Una vittoria che pone la Chiesa in Germania in una posizione oggettivamente scismatica.

 

E domani? Gli Statuti della Conferenza sinodale sono stati approvati dallo ZdK e sono in attesa dell’approvazione della DBK a febbraio, in occasione della riunione primaverile dei vescovi tedeschi.

 

Dopodiché, tutto dipenderà da Papa Leone XIV e dalla Curia. Approveranno questi Statuti? La posta in gioco è considerevole: sia per la Chiesa in Germania, che potrebbe continuare a sprofondare nello scisma o ricevere una scossa salutare, sia per la Chiesa universale, che potrebbe vedere affermarsi un focolaio di un’epidemia pestilenziale, o di essere rassicurata dall’attuazione di rimedi che la proteggeranno.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Dermot Roantree via Wikimedia pubblicata secondo licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

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Mons. Strickland: «non posso rimanere in silenzio» mentre la confusione nella Chiesa si aggrava

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Renovatio 21 pubblica questo scritto del già vescovo di Tyler, Texas, Giuseppe Strickland, apparso su LifeSiteNews.   Fratelli e sorelle miei in Cristo,   Ci sono momenti nella vita della Chiesa in cui un pastore sente un peso che non può essere ignorato. Non una pressione politica. Non una tempesta mediatica. Ma un silenzioso e insistente senso di responsabilità davanti a Dio. La sensazione che il silenzio, per quanto confortevole possa sembrare, non sia più fedele.   Stiamo vivendo un momento simile.   La Chiesa non è abbandonata. Cristo rimane il suo Capo. È presente nell’Eucaristia. È fedele alle sue promesse. Eppure, molti fedeli si sentono inquieti. Si sentono disorientati. Faticano a trovare le parole per esprimerlo, ma avvertono che qualcosa di prezioso è stato indebolito, qualcosa di essenziale è stato oscurato.   Percepiscono confusione, non solo nel mondo, ma anche all’interno della Chiesa stessa. E la confusione non è mai neutra.   Nella Sacra Scrittura, il Signore si rivolge al profeta Ezechiele e gli affida una grave responsabilità. Lo chiama sentinella. A una sentinella non viene chiesto di predire il pericolo o di inventare minacce. Le viene semplicemente comandato di rimanere vigile, di vedere chiaramente e di avvertire quando il pericolo si avvicina. Se non lo fa, il Signore dice che il sangue di coloro che sono stati colpiti sarà chiesto conto alla sua mano.

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Quell’immagine mi è rimasta impressa nel cuore per un po’ di tempo. Perché i vescovi non sono chiamati solo ad amministrare le istituzioni o a mantenere la calma. Siamo chiamati a vigilare, a custodire e, quando necessario, a parlare, anche quando parlare costa.   Il pericolo più grande che la Chiesa deve affrontare oggi non è la persecuzione dall’esterno. La Chiesa ha sopportato imperatori, rivoluzioni, prigioni e martiri. È sopravvissuta a ben peggiori di critiche o ostilità.   Il pericolo più profondo oggi è la confusione interiore. Confusione su ciò che la Chiesa insegna. Confusione su ciò che può cambiare e ciò che non può. Confusione sulla natura della misericordia, sull’obbedienza, sull’adorazione, sul peccato, su Dio stesso.   La maggior parte dei fedeli cattolici non è ribelle. Non è arrabbiata. Cerca semplicemente di essere fedele e chiede chiarezza.   Si chiedono perché un insegnamento chiaro venga così spesso sostituito da un’ambiguità attenta. Si chiedono perché parlare chiaro venga considerato divisivo, mentre il silenzio venga elogiato come pastorale. Si chiedono perché ciò che un tempo sembrava solido ora sembri negoziabile.   E questa confusione tocca ogni cosa, ma in nessun luogo è avvertita più profondamente che nel culto della Chiesa: il Santo Sacrificio della Messa.   La liturgia non è solo un aspetto tra i tanti della vita della Chiesa. È il cuore. È il luogo in cui la Chiesa impara chi è Dio e chi è in relazione a Lui. Il culto forma la fede. Il modo in cui preghiamo plasma il nostro modo di pensare, di vivere e di comprendere la verità.   Nel corso degli anni, molti fedeli hanno avvertito una perdita di sacralità nella liturgia. Una perdita di riverenza. Una perdita di verticalità: quella sensazione di essere attratti verso l’alto, verso Dio, anziché ripiegati su noi stessi.   Si accorgono che il silenzio è quasi svanito. Che lo stupore è stato sostituito dall’informalità. Che l’altare può sembrare più una tavola di riunione che un luogo di sacrificio. Che Dio non sembra più inequivocabilmente al centro.   Non si tratta di nostalgia. Non si tratta nemmeno di rifiutare la Messa o di negare la validità dei Sacramenti. Si tratta piuttosto di riconoscere una conseguenza spirituale: quando il senso del sacro svanisce, la fede si indebolisce. Quando il culto diventa orizzontale, l’anima dimentica lentamente il cielo.   Tutto questo non è accaduto dall’oggi al domani. E non è nato dal nulla.   Lo stesso Concilio Vaticano II ha invocato la continuità, lo sviluppo organico, la fedeltà a quanto era stato tramandato. Ha messo in guardia esplicitamente contro innovazioni inutili e contro rotture con la tradizione.   Eppure, negli anni successivi a quel concilio, furono introdotti cambiamenti che andarono ben oltre le previsioni dei Padri conciliari. Bozze liturgiche sperimentali, che non ottennero una chiara approvazione, influenzarono comunque gli sviluppi successivi. Si diffusero pratiche che il concilio non aveva mai imposto. E col tempo, la forma lasciò il posto all’informe, la disciplina all’improvvisazione, la trascendenza alla familiarità.   Non parlo di questo per condannare, ma per riconoscere la realtà. Non puoi guarire ciò che ti rifiuti di nominare.   Quando l’adorazione perde il suo centro, tutto il resto inizia a deviare. La dottrina diventa più difficile da articolare. L’insegnamento morale diventa scomodo. La chiamata al pentimento si attenua. E la misericordia viene silenziosamente separata dalla verità.   Oggi sentiamo molto parlare di misericordia, e giustamente. Senza misericordia, nessuno di noi resisterebbe. Ma la misericordia è stata ridefinita. Troppo spesso viene presentata come affermazione senza conversione, accompagnamento senza direzione e compassione senza verità.   Questa non è la misericordia di Cristo.   Cristo perdona i peccati, ma chiama sempre le anime al pentimento. Guarisce, ma avverte anche. Consola, ma parla chiaramente di peccato, giudizio e vita eterna.   Una Chiesa che si rifiuta di avvertire le anime del pericolo non è misericordiosa. Le sta abbandonando.   Negli ultimi mesi, la Chiesa ha assistito a un concistoro di cardinali, e sono previsti ulteriori incontri. Per molti cattolici, questi eventi sembrano lontani e astratti. Ma non sono insignificanti. Plasmano la futura leadership della Chiesa. Rivelano le priorità. Influenzano il modo in cui la Chiesa insegnerà, celebrerà e governerà nei decenni a venire.   Ecco perché questo momento è importante.   Le decisioni prese senza un’onesta comprensione storica, senza una chiara diagnosi delle ferite della Chiesa, rischiano di aggravare la confusione anziché guarirla. Il silenzio non preserva l’unità. L’elusione non protegge la comunione. La verità pronunciata con carità sì.   Molti cattolici oggi si confrontano con una domanda dolorosa: come rimanere obbedienti senza tradire la verità. Come rimanere fedeli senza tacere. Come amare la Chiesa riconoscendone le ferite.   La vera obbedienza non è cieca sottomissione alla confusione. È fedeltà a Cristo e alla Chiesa, come essa ha sempre insegnato. I santi lo hanno capito. Sono rimasti nella Chiesa. Hanno sopportato l’incomprensione. Hanno parlato con riverenza e con coraggio.   L’obbedienza non ci chiede mai di negare la realtà. Non ci chiede mai di tacere di fronte all’errore. Non ci chiede mai di fingere che la confusione sia chiarezza.

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Questo non è il momento della disperazione. Cristo non ha abbandonato la Sua Chiesa. Ma è il momento della vigilanza. Il momento del coraggio. Il momento in cui i vescovi devono insegnare con chiarezza, i sacerdoti devono celebrare con riverenza e i fedeli devono rimanere con i piedi per terra, in preghiera e saldi.   La Chiesa non sarà rinnovata dalla paura. Non sarà guarita dall’ambiguità. Non sarà rafforzata dal silenzio.   Sarà rinnovata dalla verità, rafforzata dalla riverenza e guarita dalla fedeltà a Cristo.   Perché a questo punto la crisi della Chiesa non può più essere spiegata con la mancanza di informazione. I fatti non sono nascosti. La storia non è inaccessibile. I frutti sono visibili in ogni diocesi: nei seminari vuoti, nella catechesi confusa e nei cattolici che non sanno più cosa insegna realmente la Chiesa.   Ciò che stiamo affrontando ora non è una crisi di conoscenza. È una crisi di volontà.   Per oltre mezzo secolo, vescovi, teologi e leader della Chiesa hanno avuto tutto il tempo per studiare l’accaduto, per esaminare cosa era stato previsto, cosa è stato attuato e cosa ha portato buoni frutti – e cosa no. La perdita di riverenza non è passata inosservata. Il crollo della fede nella Presenza Reale è stato documentato decenni fa. L’appiattimento del culto, la banalizzazione del sacro, la scomparsa del silenzio – niente di tutto ciò è stato una sorpresa.   Eppure, ben poco è stato corretto. Non perché non fosse possibile. Ma perché la correzione è costosa.   È molto più facile parlare in termini generali che indicare le cause. È molto più sicuro affermare le intenzioni che giudicare i risultati. È molto più comodo ripetere frasi sul “camminare insieme” che dire, chiaramente, che questo è fallito e che le anime ne stanno pagando il prezzo.   A un certo punto, ripetere sempre le stesse cose diventa una forma di disonestà. Ed è qui che ci troviamo ora.   Quando i cardinali si incontrano, quando i vescovi si riuniscono, non partecipano semplicemente a momenti cerimoniali. Esercitano vera autorità. Stanno plasmando il futuro della Chiesa. E quando quei momenti trascorrono senza un onesto bilancio, il messaggio è chiaro, anche se inespresso: sappiamo che c’è un problema, ma non siamo disposti ad affrontarlo.   Quel silenzio parla.   Dice ai sacerdoti che la riverenza è facoltativa. Dice ai seminaristi che la chiarezza è pericolosa. Dice ai fedeli che ciò che sentono nel cuore deve essere ignorato. E col tempo, insegna alla Chiesa ad abbassare le sue aspettative – in termini di adorazione, di dottrina, di santità stessa.   Ecco perché il momento attuale è così importante.

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Un altro concistoro. Un altro rimodellamento della leadership. Un’altra opportunità per affrontare la realtà, o per evitarla ancora una volta.   E l’evitamento ha sempre delle conseguenze.   Perché quando i leader si rifiutano di agire, il peso si sposta verso il basso. I parroci sono lasciati a gestire aspettative impossibili. I fedeli cattolici sono costretti a scegliere tra silenzio e sospetto. I giovani concludono che la Chiesa non crede realmente a ciò che afferma di insegnare.   Questa non è unità. Questa è lenta erosione.   Bisogna dirlo chiaramente: il problema non è più che cardinali e vescovi non sappiano. Il problema è che molti hanno deciso che è più sicuro non agire.   È più sicuro non correggere gli abusi liturgici. È più sicuro non ripristinare la riverenza. È più sicuro non difendere verità impopolari. È più sicuro non rischiare di essere etichettati come «rigidi» o «divisivi».   Ma un pastore che sceglie la sicurezza anziché la verità non protegge il gregge. Lo lascia esposto. Ed è qui che l’obbedienza è stata pericolosamente fraintesa.   Obbedienza non significa fingere che le ferite non siano ferite. Non significa elogiare la confusione come complessità. Non significa sottomettere il culto e l’insegnamento della Chiesa allo spirito del tempo.   La vera obbedienza è fedeltà a Cristo, anche quando la fedeltà comporta sofferenza.   I santi non rimasero in silenzio quando la fede fu oscurata. Non aspettarono il permesso per difendere ciò che la Chiesa aveva sempre insegnato. Parlarono con riverenza, sì, ma parlarono!   E molti ne hanno pagato il prezzo.   Se siamo onesti, quel prezzo è esattamente ciò che molti temono oggi. Non la persecuzione, ma la perdita di prestigio. Non il martirio, ma l’emarginazione. Non la morte, ma l’essere silenziosamente messi da parte.   Ma la Chiesa non è stata fondata sulla sicurezza della carriera. È stata fondata sul sacrificio.   Ecco perché la perdita del sacro non può essere trattata come una questione secondaria. Non è una questione estetica. Non è generazionale. È teologica.   Quando il culto non esprime più chiaramente il sacrificio, la trascendenza e il primato di Dio, la Chiesa stessa inizia a dimenticare chi è. E quando i leader si rifiutano di correggere questa deriva – non perché non la vedano, ma perché non vogliono affrontarla – il danno si aggrava.   A un certo punto, l’amore per la Chiesa deve essere più forte della paura delle conseguenze. A un certo punto, vescovi e cardinali devono decidere se accontentarsi di gestire il declino o essere disposti a soffrire per il rinnovamento. Questo non è un invito alla ribellione. È un invito alla responsabilità.   Perché la sentinella non viene giudicata in base all’ascolto o meno del popolo. Viene giudicata in base all’avvertimento. E l’ora dell’avvertimento non si avvicina più. È già arrivata!   E quindi voglio dirlo chiaramente, e lo dico prima a Dio e poi a te.   NON POSSO RESTARE IN SILENZIO.   Non perché mi creda più saggio degli altri. Non perché mi consideri superiore alla Chiesa. Ma perché sono un vescovo – e un vescovo non appartiene a se stesso.   Sono stato incaricato di custodire ciò che non ho creato. Di tramandare ciò che non ho inventato. Di avvertire quando il pericolo minaccia le anime, anche quando quell’avvertimento è sgradito.   Arriva un momento in cui ripetere un linguaggio cauto diventa un modo per sottrarsi alle responsabilità. Quando la pazienza diventa rinvio. Quando la moderazione diventa rifiuto.   Credo che ormai quel momento sia passato.   Quindi, finché Dio mi concederà respiro e ufficio, avvertirò. Parlerò quando il silenzio sarà più facile. Nominerò la confusione quando sarà mascherata da complessità. Difenderò il sacro quando sarà trattato come facoltativo. Insisterò sul fatto che il culto debba porre Dio, non noi stessi, al centro.

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Non lo dico con rabbia. Lo dico con dolore. E con determinazione.   Perché un giorno un vescovo si troverà davanti a Cristo e renderà conto non di quanto bene ha evitato il conflitto, ma di se ha protetto il gregge a lui affidato.   Se vengo ignorato, così sia. Se vengo criticato, così sia. Se vengo messo da parte, così sia.   Ma non mi presenterò al Signore e dirò che ho visto il pericolo e ho scelto il silenzio.   Ai miei fratelli vescovi, lo dico con rispetto e urgenza: non abbiamo bisogno di ulteriori studi, di ulteriori processi o di dichiarazioni formulate con maggiore attenzione. Abbiamo bisogno di coraggio. Abbiamo bisogno di onestà. Abbiamo bisogno di recuperare il sacro timore di Dio.   Ai sacerdoti dico: custodite l’altare. Amate la liturgia. Insegnate la verità anche quando vi costa.   Ai fedeli dico: non perdetevi d’animo. Cristo non ha abbandonato la Sua Chiesa. Rimanete radicati. Rimanete riverenti. Rimanete fedeli. Pregate per i vostri pastori, soprattutto quando vengono meno.   E a tutti noi dico questo:   Il guardiano non è responsabile di come reagiscono le persone. È responsabile se ha dato o meno l’allarme.   E intendo lanciare l’allarme con ancora più determinazione, con ancora più coraggio e con ancora più ardore nei prossimi giorni.   Che Dio mi conceda la grazia di farlo con umiltà, fedeltà e perseveranza, fino al giorno in cui mi chiamerà a rendere conto.   E ora, mentre concludiamo, vi chiedo di fermarvi un attimo e di mettervi in ​​silenzio davanti al Signore.   Possa Dio Onnipotente guardare con misericordia la Sua Chiesa, ferita ma amata.   Possa Egli rafforzare tutti coloro che sono confusi, stanchi o spaventati.   Possa Egli purificare la nostra adorazione, ripristinare la riverenza verso i nostri altari e volgere nuovamente i nostri cuori verso ciò che è eterno.   Il Signore conceda coraggio ai suoi vescovi, fedeltà ai suoi sacerdoti e perseveranza a tutti i fedeli che lo cercano nella verità.   Che Egli vi protegga dallo scoraggiamento, vi custodisca dall’errore e vi mantenga saldi nella fede tramandata dagli apostoli.   E che Dio Onnipotente vi benedica e vi custodisca, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.   Joseph E. Strickland Vescovo emerito

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Immagine di American Life League via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 4.0
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