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Geopolitica

Gli Stati Uniti sequestrano un’altra petroliera battente bandiera straniera

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Gli Stati Uniti hanno confiscato un’ulteriore petroliera nel Mar dei Caraibi, sospettata di trasportare petrolio venezuelano in violazione delle sanzioni imposte al Paese sudamericano, hanno dichiarato funzionari militari americani.

 

L’operazione si inserisce nella strategia del presidente Donald Trump volta a intensificare il controllo sulle esportazioni di greggio venezuelano, in seguito al raid del 3 gennaio che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro.

 

Nelle scorse settimane, forze armate statunitensi e Guardia Costiera hanno sequestrato cinque navi in acque internazionali, tra cui la petroliera Marinera, battente bandiera russa, intercettata a nord-ovest della Scozia. La Russia ha duramente condannato quell’azione, qualificandola come una violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

 

Giovedì il Comando Sud degli Stati Uniti ha annunciato su X che la petroliera in questione – identificata come Veronica e registrata sotto bandiera guyanese – è stata abbordata in un’«operazione all’alba». Secondo il comunicato, la nave rappresentava «l’ultima petroliera ancora attiva in violazione della quarantena imposta dal presidente Trump alle imbarcazioni sanzionate nei Caraibi».

 

Il post includeva un video aereo in bianco e nero, di qualità granulosa, che pareva mostrare le truppe calarsi dal ponte di una petroliera direttamente da un elicottero.

 

 

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Il Comando Sud degli Stati Uniti non ha reso nota la posizione esatta dell’abbordaggio. Secondo i dati di tracciamento marittimo, la petroliera Veronica – lunga 815 piedi (circa 249 metri) – era stata avvistata per l’ultima volta circa 12 giorni prima al largo delle coste venezuelane.

 

«Il Dipartimento della Guerra resta fermo nella sua missione di contrastare le attività illecite nell’emisfero occidentale», ha dichiarato il Comando Sud, precisando che il sequestro rientra nell’operazione Southern Spear.

 

Reuters ha riferito questa settimana che il Dipartimento di Giustizia statunitense ha avviato una serie di procedimenti civili di confisca non resi pubblici presso tribunali federali, richiedendo mandati di sequestro per decine di altre petroliere sospettate di aggirare le sanzioni e di trasportare greggio proveniente dal Venezuela, dall’Iran e dalla Russia. L’azione legale fa parte di una strategia più ampia finalizzata a imporre un controllo sulle esportazioni di petrolio venezuelano.

 

Dopo la cattura di Maduro, il presidente Trump ha dichiarato che Washington avrebbe «gestito» il Venezuela durante una fase di transizione e che necessita di «accesso totale… al petrolio e alle altre risorse del Paese». Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha aggiunto che gli Stati Uniti intendono mantenere il controllo sulle vendite di petrolio venezuelano «a tempo indeterminato».

 

Le iniziative americane hanno provocato una forte condanna a livello internazionale. La Russia ha definito il rapimento di Maduro una «flagrante violazione» del diritto internazionale, rinnovando la propria solidarietà al Venezuela «di fronte alle evidenti minacce neocoloniali e all’aggressione armata esterna» e chiedendo l’immediato rilascio del presidente catturato.

 

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Geopolitica

Attacco con drone iraniano alla base britannica a Cipro: la UE è ora ufficialmente nel conflitto

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Un drone iraniano ha colpito una base militare britannica a Cipro, hanno confermato funzionari britannici. L’attacco avviene su suolo UE, in quanto Cipro è un Paese membro dell’Unione.   Il ministero della Difesa britannico ha dichiarato che l’attacco alla base RAF (Royal Air Force) Akrotiri è avvenuto intorno a mezzanotte, ora locale, e non ha provocato vittime. Un portavoce del governo cipriota ha affermato che l’attacco ha causato «lievi danni».   La base RAF di Akrotiri è la principale base aerea britannica per le operazioni in Medio Oriente. È anche classificata come territorio sovrano britannico. Ore prima dell’attacco, il primo ministro britannico Keir Starmer annunciò che il suo governo aveva autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare le basi britanniche nella regione per attaccare obiettivi iraniani.

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«Gli Stati Uniti hanno chiesto il permesso di utilizzare le basi britanniche per quello specifico e limitato scopo difensivo», ha affermato lo Starmer. «Abbiamo deciso di accettare questa richiesta per impedire all’Iran di lanciare missili nella regione».   Lo Starmer ha affermato che la decisione è stata presa alla luce degli attacchi dell’Iran contro i paesi della regione che non avevano preso parte all’operazione Epic Fury, l’operazione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Oltre a lanciare attacchi missilistici e con droni in tutta la regione, l’Iran ha attivato forze locali, tra cui gli Houthi nello Yemen e Hezbollah in Libano.   Come riportato da Renovatio 21, una milizia sciita irachena sostenuta dall’Iran nelle scorse ore ha attaccato le truppe statunitensi a Baghdad. Non si segnalano vittime. Il gruppo, noto come Saraya Awliya al-Dam, è una delle numerose milizie sciite irachene sostenute dall’Iran e opera nel Paese dalla caduta di Saddam Hussein, nel 2003.   Nel fine settimana, il presidente Trump ha dichiarato che offrirà al regime iraniano diverse «vie di fuga» dall’operazione Epic Fury.   In un’intervista telefonica con la testata americana Axios di sabato, Trump ha dichiarato: «Posso andare avanti e prendere in mano l’intera faccenda, oppure concluderla in due o tre giorni e dire agli iraniani: ‘Ci rivediamo tra qualche anno se iniziate a ricostruire» il programma nucleare «In ogni caso, ci vorranno diversi anni per riprendersi da questo attacco», ha aggiunto Trump.   Cipro è un Paese membro dell’UE, per cui le conseguenze dovrebbero interessare, in teoria, gli apparati militari UE. L’isola ospita Typhoon inglesi e fa parte del cosiddetto triumvirato del Mediterraneo orientale con Israele e Grecia. Recentemente è stata interessata da una serie di iniziative per potenziare la difesa, come la decisione di costruire una nuovissima base per sommergibili e la nascita del progetto Cyclops, laboratorio da 5 milioni di dollari per la lotta al terrorismo e il monitoraggio dei porti.

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Anche per questa ragione la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è affrettata a telefonare al presidente cipriota Nikos Christodulides: «sebbene la Repubblica di Cipro non fosse l’obiettivo, vorrei essere chiara: siamo tutti uniti, fermi e inequivocabili al fianco dei nostri Stati membri di fronte a qualsiasi minaccia», ha scritto in un post su X la presidente della Commissione europea.   I commissari Kallas e Kubilius sono in stretto contatto con il governo di Nicosia, che nel frattempo già da questa notte aveva aumentato il livello di prontezza della Guardia Nazionale che ha proceduto a un richiamo parziale del suo personale oltre al rafforzamento della difesa antiaerea.   Come riportato da Renovatio 21, Ursula e la Commissione sono stati scherzati pesantemente in rete per l’annuncio di sabato secondo cui le riunioni per la crisi si sarebbero svolte il lunedì, cioè dopo il fine settimana.

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Immagine di Peter Gronemann via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Manifestanti colpiti da arma da fuoco fuori dal consolato americano in Pakistan

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Almeno sei persone sono rimaste uccise domenica mattina negli scontri avvenuti fuori dal consolato statunitense a Karachi, in Pakistan, mentre protestavano contro il bombardamento dell’Iran e l’uccisione dell’ayatollah Khamenei.

 

«La polizia e le forze paramilitari hanno utilizzato manganelli e gas lacrimogeni per disperdere la folla che aveva rotto le finestre del complesso diplomatico nella città portuale meridionale» riporta il giornale The Indipendent.

 

Summaiya Syed Tariq, chirurgo della polizia presso il principale ospedale pubblico della città, ha affermato che sei corpi, insieme a diversi feriti, sono stati trasportati lì. Karachi, la città più grande del Paese, è il capoluogo della provincia meridionale del Sindh. «La polizia e le autorità hanno dichiarato che altre otto persone sono rimaste ferite durante gli scontri.»

 

Le proteste sono avvenute poche ore dopo la conferma che l’ayatollah Khamenei, leader supremo dell’Iran, è stato ucciso in un attacco aereo congiunto tra Stati Uniti e Israele sulla capitale iraniana, Teheran. Il Pakistan è per numero di fedeli il secondo Paese sciita del mondo, anche se nella nazione islamica asiatica la maggioranza è saldamente sunnita.

 

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In una regione settentrionale del Paese è stato dato alle fiamme un ufficio delle Nazioni Unite. A Lahore, centinaia di persone si sono radunate per protestare davanti al consolato statunitense.

 

Ci sono state proteste anche nel Kashmir amministrato dall’India e in Iraq. Il presidente Trump ha descritto l’uccisione di Khamenei come «la più grande opportunità per il popolo iraniano di riprendersi il proprio Paese», avvertendo che le ritorsioni avrebbero provocato una reazione massiccia.

 

«L’Iran ha appena dichiarato che oggi colpirà molto duramente, più duramente di quanto abbia mai fatto prima… TUTTAVIA, MEGLIO CHE NON LO FACCIANO, PERCHÉ SE LO FOSSERO, LI COLPIREMO CON UNA FORZA MAI VISTA PRIMA!»

 

La Guardia Rivoluzionaria iraniana ha minacciato la sua «operazione offensiva più intensa» contro le basi israeliane e americane.

 

Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Qalibaf, ha dichiarato: «avete oltrepassato la nostra linea rossa e dovete pagarne il prezzo. Vi infliggeremo colpi così devastanti che sarete costretti a implorare».

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Geopolitica

Trump: diverse «vie di fuga» per l’Iran

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Il presidente Trump offrirà al regime iraniano diverse «vie di fuga» dall’Operation Epic Fury, la campagna militare congiunta USA-Israele che ha già eliminato la Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei, e gran parte della leadership senior dell’Iran.   «Posso andare avanti a lungo e prendere in mano l’intera faccenda, oppure concluderla in due o tre giorni e dire agli iraniani: “Ci rivediamo tra qualche anno se iniziate a ricostruire»il programma nucleare, ha detto in un’intervista telefonica con Axios sabato.   «In ogni caso, ci vorranno diversi anni per riprendersi da questo attacco», ha aggiunto Trump. I commenti suggeriscono che il presidente Trump sia ancora aperto a una soluzione diplomatica.   Un’operazione breve seguita da nuovi ultimatum rappresenterebbe un risultato radicalmente diverso dal cambio di regime che alcuni funzionari statunitensi e israeliani hanno descritto come obiettivo, osserva Axios. Un alto funzionario statunitense ha affermato che il piano operativo congiunto USA-Israele prevede una massiccia campagna di bombardamenti di cinque giorni. Il presidente ha dichiarato alla testata americana che il programma potrebbe cambiare in risposta agli eventi sul campo, inclusa la sorte di alti funzionari iraniani.   Trump ha affermato che le due ragioni principali degli attacchi sono state il fallimento dei recenti negoziati sulle ambizioni nucleari dell’Iran, guidati dalla parte americana da Steve Witkoff e Jared Kushner, e la storia dell’Iran di finanziamento del terrorismo e delle guerre per procura negli ultimi cinque decenni.   «Gli iraniani si sono avvicinati e poi si sono ritirati: si sono avvicinati e poi si sono ritirati. Da questo ho capito che non vogliono davvero un accordo», ha detto Trump, sostenendo che il regime aveva ricostruito alcuni dei suoi impianti nucleari distrutti lo scorso giugno durante l’Operazione Midnight Hammer («Martello di Mezzanotte»).   Trump ha affermato che Midnight Hammer ha permesso che l’operazione in corso avesse luogo e che l’Iran avrebbe potuto già disporre di un’arma nucleare se quegli attacchi non fossero stati lanciati.   Il presidente statunitense ha inoltre confermato di aver parlato con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo gli attacchi di sabato, oltre che con i leader di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e con il segretario generale della NATO Mark Rutte.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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