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Gerusalemme, Fuoco sacro: Chiese contro Israele per le ‘irragionevoli’ restrizioni al rito

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Le autorità israeliane vogliono un limite inferiore ai 2 mila fedeli (rispetto ai 10 mila tradizionali) in occasione del rituale. E tentano di imporre «l’onere» di emettere inviti. Per il Consiglio ecumenico delle Chiese è «in pericolo» la libertà di culto. Patriarcato greco-ortodosso, armeno e Custodia parlano di limitazioni «irragionevoli».

 

 

In Terra Santa monta la protesta dei leader cristiani per le crescenti restrizioni imposte da Israele alle celebrazioni della Pasqua ortodossa, in calendario il 16 aprile.

 

Dopo la cancellazione dei permessi di viaggio per la comunità di Gaza, a poche ore di distanza è arrivato anche il provvedimento che limita gli accessi ai luoghi di culto nella città santa, in particolare il Santo Sepolcro in occasione del tradizionale rito del Fuoco sacro.

 

L’ultimo appello, in ordine di tempo, è del Consiglio ecumenico delle Chiese (WCC), che segue quello del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, della Custodia di Terra Santa e del Patriarcato armeno che avevano già espresso «grave preoccupazione» per la libertà religiosa.

 

La cerimonia pasquale del fuoco, sottolinea in una nota il reverendo Jerry Pillay, segretario generale WCC, è «una delle più importanti» per la Chiesa ortodossa, ma ha un grande valore per «l’intera comunità cristiana di Terra Santa e per i pellegrini presenti da tutto il mondo».

 

Le restrizioni, prosegue, prevedono «un limite di 2 mila fedeli» che potranno accedere al luogo di culto, con un drastico ridimensionamento rispetto ai 10mila dello scorso anno e dei precedenti, a eccezione di quelli in cui erano in vigore le norme anti-COVID. Il leader cristiano denuncia inoltre «la presenza di 200 poliziotti all’interno della chiesa» e i rigidi «controlli per la sicurezza in tutta la città vecchia» di Gerusalemme che, di fatto, «impediscono l’accesso e la partecipazione alla processione».

 

Fedeli e vertici delle Chiese di Terra Santa considerano tanto «inutili», quanto «dannose» le restrizioni imposte dal governo israeliano e che si sommano alle tensioni in atto da tempo nell’area, unite agli attacchi dell’ultimo periodo contro edifici e luoghi simbolo cristiani.

 

Negli ultimi anni, conclude il rev. Pillay, i leader cristiani hanno diffuso «numerose dichiarazioni congiunte» in cui denunciano la «crescente minaccia» costituita da «estremisti e radicali» che proliferano all’interno «della società israeliana». Da qui l’appello alle massime istituzioni dello Stato ebraico, perché ritirino le «pesanti restrizioni» che «mettono in pericolo la libertà del culto».

 

In precedenza era intervenuto anche il Comitato che unisce armeni, greco-ortodossi e la Custodia, con una nota in cui si denunciava l’impossibilità di coordinamento con le autorità israeliane che stanno imponendo «restrizioni irragionevoli e senza precedenti» all’accesso ai luoghi di culto.

 

La polizia, prosegue il testo, «sta ingiustamente e in modo inappropriato» imponendo alle Chiese «l’onere» di emettere inviti oltre a imporre «ostacoli» che «impediranno ai fedeli di partecipare», soprattutto «i membri della nostra comunità».

 

In conclusione i leader cristiani di Gerusalemme rinnovano l’impegno al rispetto dello status quo e assicurano che le celebrazioni saranno effettuate «come avviene da 2mila anni» senza restrizioni e «chi vuole è libero di venire e partecipare», mentre le autorità «agiscano come meglio credono. Le Chiese intendono essere libere di celebrare e vogliono continuare a farlo in pace».

 

Per giustificare blocchi e restrizioni la polizia ricorda quanto avvenuto nel 2021 al Monte Meron, in occasione del primo raduno religioso post-COVID, quando in occasione di un pellegrinaggio ebraico sono morte nella calca 45 persone. Tuttavia, i leader cristiani ricordano come non siano mai avvenuti incidenti in occasione delle funzioni religiose, anche le più importanti e partecipate, mentre imporre limiti e accessi è solo una violazione alla libertà religiosa frutto di una crescente estremizzazione della leadership politica – e di parte della società – israeliana.

 

Concetti espressi anche dal patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa che, in un’intervista ad AsiaNews nei giorni precedenti la Pasqua, si era detto «contrario all’idea stessa che ci debbano essere dei permessi per andare nei luoghi di culto». «Restrizioni e problemi», aveva aggiunto, sono parte di un «quadro politico» che ha registrato un ulteriore inasprimento col «nuovo governo di estrema destra religiosa. Sono tutti aspetti che fanno parte di un unico contesto».

 

 

 

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

 

Immagine di Mar Sharb via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

 

 

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Lo «spirito di Assisi» riaffermato a Metz, quarto giorno di Leone XIV in Francia

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Dopo Parigi e Lourdes, Leone XIV conclude il suo viaggio in Francia a Metz, lunedì 28 settembre. Un incontro interreligioso, un discorso sull’Europa e una Messa nella cattedrale di Saint-Étienne hanno caratterizzato quest’ultima giornata.

 

Gli studenti accolgono il Papa

Arrivato da Lourdes in mattinata, Papa Leone XIV è stato accolto all’aeroporto di Metz-Nancy-Lorena da una ventina di studenti della scuola privata Marcel Van di Argancy. I bambini avevano preparato una canzone, dei disegni e alcuni doni. Il Papa si è preso del tempo per ascoltarli e salutarli individualmente prima di benedire gli studenti inginocchiati.

 

Questo incontro ha aggiunto un tocco personale a una giornata in gran parte dedicata agli affari europei. La scelta di Metz è dovuta in gran parte a Robert Schuman e alla storia di una regione segnata dalle guerre franco-prussiane. Il cardinale Jean-Marc Aveline ha riferito che, tra le città prese in considerazione, Leone XIV aveva scelto Metz «per via dell’Europa».

 

L’Appello di Metz, nello spirito di Assisi

Presso il Centro Congressi Robert Schuman, papa Leone XIV ha incontrato i membri della Conferenza dei Capi Religiosi di Francia (CRCF), che dal 2010 riunisce leader cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, musulmani e buddisti.

 

Sette rappresentanti hanno letto l’«Appello di Metz», redatto da questi leader religiosi. Il testo è stato poi firmato, alla presenza del Papa, dal Cardinale Jean-Marc Aveline; dal Pastore Christian Krieger; dal Vescovo Dimitrios; da Haïm Korsia, Rabbino Capo di Francia; da Antony Boussemart, copresidente dell’Unione Buddista di Francia; e da Chems-Eddine Hafiz, rettore della Grande Moschea di Parigi. Il Cardinale Aveline lo ha consegnato a due giovani.

 

Il documento fa esplicito riferimento all’incontro organizzato da Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986. Su invito del Papa, i rappresentanti delle diverse religioni del mondo si riunirono lì per una giornata di digiuno e preghiera per la pace. I gruppi non religiosi pregarono secondo i propri riti, molti utilizzando a tale scopo chiese cattoliche o strutture ecclesiastiche. Tutti si riunirono poi davanti alla Basilica di San Francesco, dove i loro rappresentanti offrirono a turno preghiere alla presenza degli altri. Questa giornata senza precedenti diede origine a quello che sarebbe stato definito lo «spirito di Assisi».

 

L’arcivescovo Marcel Lefebvre e l’arcivescovo Antonio de Castro Mayer denunciarono ben più di una semplice ambiguità. Nella loro dichiarazione del 2 dicembre 1986, descrissero Assisi come «il culmine di questa rottura con il precedente magistero della Chiesa» e condannarono un peccato pubblico contro l’unità di Dio, del Verbo Incarnato e della sua Chiesa: «Giovanni Paolo II che incoraggia le false religioni a pregare i loro falsi dèi: uno scandalo incommensurabile e senza precedenti». Invocarono il rinnovamento della Chiesa attraverso la «fedeltà integrale alla Tradizione».

 

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Di fronte a guerre, disuguaglianze e sconvolgimenti ecologici e tecnologici, i firmatari desiderano ora «servire insieme l’intera famiglia umana». Questa fraternità universale, con le sue sfumature massoniche, immagina l’umanità come un tutt’uno in cui le nazioni e i loro beni tendono a passare in secondo piano. I firmatari condannano la discriminazione, gli attacchi contro individui e luoghi di culto, l’incitamento all’odio e il totalitarismo. Giustizia, dignità umana, solidarietà, ospitalità, fraternità e la salvaguardia della nostra «casa comune» delineano quindi il loro programma di pace.

 

Soprattutto, costoro attribuiscono un valore positivo alle false religioni stesse: «Attestiamo che la ricerca della pace, la non violenza e la sollecitudine per gli altri sono profondamente radicate, ognuna a suo modo, in ciascuna delle nostre tradizioni religiose». Questo apprezzamento si estende alle loro pratiche: «Sappiamo per esperienza che il dialogo, la preghiera, la meditazione e varie forme di pratica spirituale aprono la strada alla pace». Le false religioni sarebbero dunque una «via privilegiata» verso la «pace disarmata e disarmante» auspicata da Leone XIV.

 

L’appello propone inoltre una cultura di accoglienza e di educazione alla pace, mobilitando famiglie, scuole, attività ricreative e sportive. Si conclude con tre impegni: proseguire il dialogo, educare i giovani alla comprensione reciproca delle religioni e agire insieme per la giustizia e la pace.

 

Questa presentazione delle religioni e delle loro pratiche come altrettanti percorsi verso la pace perpetua l’errore denunciato nel 1986. La cooperazione pratica tra persone di diverse fedi può servire a un bene reale: aiutare le vittime, rispettare gli impegni o prevenire la violenza. Ciò non ci autorizza, tuttavia, a riconoscere nelle false religioni, in quanto tali, alcuna fecondità spirituale. Le verità naturali che esse custodiscono non giustificano né i loro errori, che sono contrari alla Rivelazione, né i loro culti, che allontanano le persone dal vero Dio.

 

La dichiarazione di mons. Lefebvre e mons. de Castro Mayer denunciava i principi naturalistici e una concezione della dignità umana disgiunta dalla verità e dalla dignità morale. Contrapponeva questi princìpi alla difesa della fede, all’opera missionaria e al regno universale di Nostro Signore Gesù Cristo. A Metz, la prospettiva rimane quella di una comprensione religiosa al servizio della famiglia umana, mentre la salvezza eterna delle anime viene messa da parte.

 

Prendendo la parola successivamente, Leone XIV ha salutato Metz come una città «di confini e di passaggi». Ha evocato Robert Schuman, uomo di fede e democristiano le cui azioni avevano trasformato le antiche divisioni europee in «ponti di speranza». Seguendo il suo esempio, i leader religiosi dovevano testimoniare che è ancora possibile incontrarsi, stringere amicizia e costruire la pace.

 

«Il dialogo non diminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità, aprendoci alla differenza dell’altro», ha affermato il Papa. Citando Francesco e Giovanni Paolo II, ha presentato il dialogo come un passo oltre la diplomazia o la tolleranza, volto all’amicizia e alla pace. Riferendosi a Paul Ricœur, ha descritto l’alterità come una promessa piuttosto che una minaccia.

 

Leone XIV ha denunciato infine la strumentalizzazione della religione: «Invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione è una profanazione di quel nome». Ha chiesto ai leader presenti di «disarmare i cuori e le parole».

 

La condanna della violenza ingiusta è necessaria, ma il desiderio di preservare le «identità religiose» come un bene non ha niente di cattolico. Ad Assisi, i partecipanti avevano già mantenuto le proprie credenze e pratiche: fu l’incoraggiamento dato a queste che mons. Lefebvre e mons. de Castro Mayer condannarono. Il problema non si limita alla confusione tra le religioni. Risiede anche nella loro valorizzazione condivisa, nonostante le contraddizioni con il dogma cattolico, al servizio di una pace presentata come conquista comune. La verità della fede non può diventare una distinzione secondaria in nome della riconciliazione tra i popoli: nulla può essere posto al di sopra di Dio e della sua Rivelazione.

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Difendere la vita «fino alla fine»

Il papa ha proseguito sul tema della protezione della vita. Dopo aver collocato la fecondità delle tradizioni religiose al servizio della pace e della fraternità, l’ha collegata alla loro capacità di proteggere le persone vulnerabili: «La grandezza di una civiltà non si misura dalle sue conquiste materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita: ne affermano il valore sacro».

 

Questa preoccupazione deve tradursi in azioni concrete: «Servire la vita significa circondarla di cura, presenza e tenerezza, specialmente nei momenti di difficoltà, fino alla fine». Questo monito riecheggiava gli interventi del Palazzo dell’Eliseo e di Lourdes contro la morte programmata. Accompagnare i malati fino alla fine della loro vita, anziché porvi fine con il pretesto della compassione, rimane uno dei temi più duraturi del cammino.

 

Leone XIV ha affidato inoltre a coloro che sono «aperti alla trascendenza» la missione di offrire solidi punti di riferimento, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti la dignità umana. In conclusione, ha citato la sua enciclica Magnifica Humanitas: «la Chiesa considera compagni di viaggio tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà e la bellezza».

 

Ha ringraziato i rappresentanti religiosi per la loro presenza, e chiesto a Dio di insegnare loro a vivere sempre più pienamente come suoi figli e come suoi fratelli e sorelle, invitandoli a diventare, ovunque vivano, artefici di pace e testimoni di speranza. Il suo discorso si è concluso con una benedizione.

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Un’Europa cristiana… ma non confessionale

L’incontro successivo, «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità», ha riunito, tra gli altri, Emmanuel Macron, il Principe Alberto II di Monaco, il Granduca Guglielmo di Lussemburgo e diversi leader europei.

 

Leone XIV ha reso omaggio a Robert Schuman, i cui sforzi per la riconciliazione franco-tedesca si espressero nella dichiarazione del 9 maggio 1950. Ha poi offerto una prospettiva storica sull’Europa, una realtà culturale prima ancora che geografica: l’eredità greca e romana, la diffusione del cristianesimo, l’integrazione dei popoli germanici e slavi e gli incontri con altre civiltà.

 

San Benedetto ha occupato un posto speciale. Il Papa ha parlato dell’immensa opera dei monaci a favore dei poveri, dei malati e degli anziani, nonché del loro ruolo nell’istruzione, negli ospedali, nella scienza, nell’architettura, nel diritto e nell’organizzazione delle città: «Senza questo fondamento monastico, la civiltà europea, come la conosciamo, non esisterebbe».

 

Parlando più nello specifico di storia locale, ha ricordato San Crodegango di Metz e la diffusione del canto gregoriano nei territori carolingi. In questo scenario, il Cristianesimo appare come una forza capace di plasmare i popoli, le loro istituzioni e la loro cultura.

 

Leone XIV ha anche citato Schumann sull’uguaglianza di natura dell’umanità, redenta dallo stesso Cristo, sulla dignità del lavoro e sulla legge universale della carità. Alcide de Gasperi gli ha permesso di evocare un patrimonio europeo condiviso, nutrito dalla fraternità evangelica, dalla legge, dalla bellezza, dalla verità e dalla giustizia.

 

Questi richiami sono preziosi in un continente che sta plasmando il proprio futuro dimenticando ciò che deve alla Chiesa. Il Papa ha però subito chiarito che il riferimento al Cristianesimo non era un «criterio confessionale esclusivo»: doveva semplicemente riconoscere l’apertura alla trascendenza come dimensione della persona umana e fonte di civiltà.

 

Ciò che ha costruito il Cristianesimo, tuttavia, non è stata un’indeterminata aspirazione religiosa, bensì la fede in Gesù Cristo, la grazia conferita dai sacramenti e l’azione della sua Chiesa. Ridurre questa eredità a una mera apertura al trascendente significa cancellare ciò che l’ha resa così feconda.

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Radici cristiane senza una società cristiana?

Leone XIV ha proseguito invocando l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e il dialogo tra le istituzioni e le Chiese. Ha collegato esplicitamente la laicità al carattere aconfessionale delle istituzioni civili, auspicando al contempo un’autentica collaborazione e il rispetto della libertà di organizzazione, espressione e culto delle comunità religiose.

 

Ha citato poi i valori proclamati dal Trattato sull’Unione europea: i diritti umani, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto.

 

In questo risiede una delle obiezioni fondamentali della Fraternità San Pio X alla libertà religiosa conciliare riaffermata da Leone XIV e alle illusioni che essa alimenta. I doveri religiosi delle società non si esauriscono nella tutela della libertà dei credenti, poiché Gesù Cristo ha diritti sia sulle nazioni che sugli individui. La distinzione tra potere spirituale e potere temporale non autorizza lo Stato a considerarsi indipendente da Dio e dalla religione da Lui rivelata.

 

La dottrina tradizionale riconosce che le circostanze possono rendere necessaria la tolleranza di falsi culti per evitare un male maggiore, ma tale tolleranza non diventa per questo un principio di indifferenza religiosa da parte delle autorità pubbliche. Riconoscere le radici cristiane è quindi insufficiente se ci si rifiuta di trarne le conseguenze per l’ordine sociale.

 

Analogamente, la riconciliazione tra i popoli d’Europa merita di essere sostenuta anche senza l’approvazione di principio dell’attuale assetto dell’Unione Europea. La cooperazione internazionale deve servire il bene comune delle nazioni e rimanere soggetta alla legge morale, cosa che non sempre accade all’interno delle istituzioni europee. Né i processi democratici né i trattati possono rendere giuste le decisioni contrarie a questa legge: Leone XIV stesso ce lo aveva appena ricordato a proposito dell’eutanasia.

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Immigrazione: l’accoglienza come principio guida

In tema di immigrazione, Leone XIV ha descritto una nuova fase della storia europea, caratterizzata dall’arrivo di persone in fuga da guerre, persecuzioni o povertà. Ha auspicato percorsi legali e sicuri, assistenza alle persone in pericolo, la lotta contro i trafficanti, la protezione delle vittime e autentici processi di accoglienza e integrazione. Ha menzionato inoltre politiche che consentano a tutti di vivere con dignità nel proprio Paese.

 

«Accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole l’opportunità di sviluppare i propri talenti, le proprie capacità e la propria sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa», ha specificato.

 

Questa esigenza di integrazione aggiunge una riserva alla mera logica dell’accoglienza, ma Leone XIV la inquadra nella prospettiva di un «incontro senza precedenti tra popoli e culture», auspicando una «riscoperta creativa delle nostre radici» e un «ascolto attento dell’altro». Il fenomeno migratorio viene quindi presentato principalmente come un’opportunità di incontro, senza esaminare gli sconvolgimenti che la sua portata può imporre alle nazioni europee.

 

Il dovere di aiutare una persona in difficoltà non è sufficiente a giustificare una politica di insediamento permanente, tanto meno a rendere l’immigrazione di massa un bene in sé. La carità non può essere separata dalla giustizia, dalla prudenza e dall’ordine dei doveri. Chi detiene il potere è responsabile di un popolo specifico, di cui deve preservare la sicurezza, la coesione e il patrimonio materiale e spirituale.

 

Le nazioni non sono popolazioni interscambiabili, né le loro patrie sono semplicemente spazi disponibili. L’universalità della Chiesa non richiede la cancellazione dei popoli: li chiama ad accogliere la stessa fede senza abolire le loro legittime appartenenze. La possibilità di vivere con dignità nella propria terra, che Leone XIV ha giustamente menzionato, meritava un ruolo ben più centrale. Aiutare i popoli a superare la guerra, la povertà e la corruzione contribuisce al loro benessere in modo più profondo che considerare la loro partenza come l’orizzonte del loro futuro. Lo sradicamento rimane una prova da prevenire o alleviare, non uno strumento di fraternità universale a costo dello sconvolgimento delle nazioni.

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La pace di fronte all’«illusione del riarmo»

La guerra ha occupato un posto significativo nel discorso. Senza nominare direttamente l’Ucraina, Leone XIV ha deplorato il ritorno in Europa di un «massacro insensato», per poi invocare un dialogo paziente, il coraggio di negoziare e la disponibilità a sacrificare alcune posizioni in nome della pace.

 

Ha respinto un «ingenuo irenismo», mettendo in guardia contro «l’illusione del riarmo». Ha sottolineato inoltre la fedeltà alla parola data, il rispetto degli impegni internazionali e la lotta contro le menzogne ​​tra gli Stati, presentando il multilateralismo come rimedio alla volontà di dominio. Questi chiarimenti ci impediscono di ridurre il suo messaggio a un pacifismo che mira a porre fine ai combattimenti a qualsiasi costo. È tuttavia importante ricordare che la pace non consiste unicamente nell’assenza di guerra: presuppone un ordine giusto. La dottrina cattolica tradizionale non esclude la possibilità di una guerra giusta, in particolare quando si tratta di difendere un popolo dall’aggressione, alle condizioni determinate dalla legge morale. Il negoziato può condurre alla pace; non può però giustificare l’abbandono delle vittime alla legge del più forte.

 

Il discorso si è concluso con un’esortazione ai giovani a costruire la pace, a rifiutare la violenza, ad assumersi le proprie responsabilità e a impegnarsi per il bene comune, anche in politica. Leone XIV ha chiesto loro di non aver paura di formare una famiglia o di mettere al mondo dei figli, e di difendere la vita umana dal primo all’ultimo respiro.

 

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Nella Cattedrale di Saint-Étienne, dal deserto alla Città di Dio

Nel pomeriggio, il Papa ha celebrato la Messa per la pace e la giustizia nella Cattedrale di Saint-Étienne. Era presente anche Emmanuel Macron, che inizialmente aveva programmato di non partecipare ad alcuna Messa durante il suo viaggio.

 

L’omelia si è basata su tre immagini tratte dal libro di Isaia: il deserto, il giardino e la casa. Il deserto rappresentava l’essenziale e il silenzioso, associato alla legge che conduce alla bontà, alla semplicità, alla rinuncia e al sacrificio. Il giardino rappresentava la bellezza di una vita che fiorisce secondo il disegno di Dio. Infine, la casa evocava la pace, dono divino che richiede impegno comunitario e carità.

 

Commentando il Discorso della Montagna, il Papa ha contrapposto il perdono, la misericordia e la magnanimità alla logica della vendetta. Chi cerca vendetta non è necessariamente più forte di chi perdona, così come chi rompe una relazione non è necessariamente più forte di chi accetta lo sforzo della riconciliazione.

 

La storia di Metz e della regione della Mosella, profondamente segnata dalle due guerre mondiali, ha illustrato il coraggio necessario per spezzare la catena del risentimento. Le ferite profonde rendono difficile questo sforzo; non rendono fruttuosa la vendetta.

 

Citando Sant’Agostino, Leone XIV ha evocato la pace della Città Celeste, dove le persone godono di Dio e, in Lui, gli uni degli altri. Questa prospettiva soprannaturale si contrappone a quella dell’incontro interreligioso mattutino, fondato su una fraternità naturalistica comune alle diverse religioni.

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Chagall e l’«armonia delle differenze»

Il papa ha ricordato i principi trasmessi dall’eredità cristiana: la sacralità della vita, l’importanza primaria della famiglia, la cura dei poveri, l’accoglienza dello straniero e il rispetto per gli anziani. Ha menzionato l’opera monastica e San Crodegango, invitando i fedeli a tramandare questa eredità.

 

Con i suoi 6.500 metri quadrati di vetrate, la cattedrale, «lanterna del buon Dio», gli ha offerto l’immagine conclusiva della sua omelia: una vera e propria Biblia pauperum, una Bibbia per immagini che alimenta la preghiera e la meditazione.

 

Ma Leone XIV ha presentato anche le vetrate di Marc Chagall, pittore ebreo che lavorò sia per edifici cattolici che protestanti, come un «straordinario simbolo ecumenico e di dialogo interreligioso». Ha interpretato questa diversità come un mosaico di pace, prima di affermare che il futuro dell’Europa risiede nell’«armonia delle differenze».

 

La diversità di popoli, culture ed espressioni artistiche può arricchire una singola civiltà. Lo stesso non si può dire delle religioni: le loro contraddizioni riguardo a Dio, a Gesù Cristo e alla salvezza non possono creare un’«armonia delle differenze». Il valore artistico di un’opera, a prescindere dalla religione del suo creatore, non può rendere una cattedrale una testimonianza della legittimità del pluralismo religioso.

 

Leone XIV ha ricordato poi a tutti che le strutture della Chiesa hanno significato solo se contribuiscono a portare la luce del Vangelo nel mondo. Ha affidato Metz alla Madonna e ai santi patroni della diocesi, esprimendo la speranza che questa comunità rimanga un «faro di speranza» per la Francia, l’Europa e il mondo.

 

Al termine della Messa, ultimo evento pubblico del viaggio, ha ringraziato le autorità civili, i vescovi, i sacerdoti, i consacrati, i fedeli e i volontari che avevano organizzato le quattro giornate.

 

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In aereo, diversi chiarimenti

Durante il volo Metz-Roma, Leone XIV ha ricordato in particolare due episodi: l’entusiasmo dei giovani allo Stade de France e le grazie ricevute a Lourdes dagli ammalati. Ha parlato di giorni pieni di benedizioni, quasi di miracoli, e della presenza di Dio che toccava i cuori.

 

Interrogato sulle vittime di abusi incontrate a Lourdes, ha chiarito la sua posizione sulla presunta natura «sistemica» del fenomeno. Pur non negando che alcune organizzazioni possano aver agito in modo abusivo, si è rifiutato di usare questa etichetta indiscriminatamente. Ha sottolineato che l’abuso è innanzitutto un problema umano e che, all’interno della Chiesa, può colpire le vittime anche nella loro fede.

 

Questa distinzione è importante. I crimini dei membri della Chiesa e le mancanze di coloro che ricoprono posizioni di autorità devono essere riconosciuti e puniti; non possono essere attribuiti alla santità della Chiesa, alla sua dottrina o ai suoi sacramenti.

 

Sul tema della laicità, il Papa ha difeso i suoi interventi contro l’eutanasia: insegnare la legge morale e applicare il Vangelo alla vita umana non significa impegnarsi in una competizione partitica. Ha affermato di essere venuto a predicare Gesù Cristo, «la via, la verità e la vita», piuttosto che a interferire nella politica francese.

 

Ha inoltre affrontato la crisi abitativa, ha auspicato negoziati tra Russia e Ucraina, ha denunciato i profitti dell’industria bellica e ha condannato le minacce nucleari. Riguardo all’intelligenza artificiale, ha esortato a prendere sul serio i rischi evidenziati dagli esperti e ha menzionato la commissione vaticana istituita per studiarne usi, benefici e pericoli.

 

L’ultima domanda, riguardante la Germania, era di natura più prettamente politica. Questa domanda è giunta dopo gli spettacolari successi elettorali dell’AfD: a settembre, il partito aveva appena vinto due elezioni regionali, con il 43,8% in Sassonia-Anhalt e poi con il 38,2% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ottenendo anche significativi progressi a Berlino. Senza nominarlo esplicitamente, ma con un’allusione trasparente, il giornalista ha collegato l’ascesa di movimenti definiti estremisti al declino religioso della Germania e alla messa in discussione del consenso europeo.

 

Leone XIV ha ritenuto opportuno studiare il legame tra questi fenomeni. Ha osservato che l’estrema destra tedesca si sta frammentando, e «un gruppo in particolare», a suo avviso, sta diventando «ancora più estremista» degli altri. Ha poi menzionato l’associazione di alcune di queste posizioni con «una particolare forma di religione» che, secondo lui come secondo i leader cattolici e protestanti tedeschi, «non costituisce un’autentica espressione del cristianesimo». Il papa ha contrapposto questi movimenti ai valori evangelici di comprensione, compassione e accompagnamento, in contrapposizione a «odio» e «divisione».

 

La risposta riecheggia una retorica ormai familiare nel discorso ecclesiastico e politico europeo: apertura e accompagnamento vengono facilmente identificati con le esigenze del Vangelo, mentre le reazioni basate sull’identità o sul nazionalismo sono sospettate di paura, isolazionismo o divisione. Ma questa interpretazione moralistica ignora in gran parte le realtà che spiegano l’ascesa di questi movimenti: immigrazione di massa, insicurezza, sconvolgimenti culturali e rifiuto di alcune politiche dell’Unione Europea.

 

Gli stessi risultati tedeschi sono l’espressione politica di queste preoccupazioni. Prenderle sul serio non significa appoggiare l’AfD, ma piuttosto riconoscere che una parte considerevole della popolazione rifiuta politiche le cui conseguenze vengono vissute concretamente, a volte crudelmente, nella propria vita. Ascoltarle e rispondere alle loro richieste è anche una questione di carità ben ponderata. «Comprensione», «compassione» e «sostegno» non possono essere riservati ad alcuni ignorando la sofferenza di altri.

 

Dopo quattro giorni, cosa rimarrà?

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Questi quattro giorni hanno portato alla luce una Francia cattolica che molti consideravano una presenza marginale. I giovani allo Stade de France, la folla parigina, i pellegrini di Lourdes e i fedeli di Metz hanno dimostrato un autentico attaccamento al Papa, alla preghiera e al patrimonio cristiano del loro Paese.

 

L’evento ha avuto risonanza ben oltre le fila dei cattolici praticanti. France Télévisions ha annunciato che 23 milioni di telespettatori francesi hanno seguito il viaggio, in tutto o in parte, sui suoi canali e piattaforme, mentre i video condivisi sui social media hanno totalizzato oltre 80 milioni di visualizzazioni. Queste cifre misurano la portata del pubblico, non l’adesione alla fede; tuttavia, testimoniano un notevole interesse in una società il cui clima culturale e ideologico dominante è profondamente ostile al cattolicesimo.

 

Anche la reazione politica si è divisa tra diversi schieramenti tradizionalmente opposti. Alcuni si sono concentrati sulla difesa della vita e della famiglia, mentre altri hanno enfatizzato gli appelli alla pace, all’apertura e al dialogo. Questa buona volontà, tuttavia, non significava unanimità dottrinale, né implicava che i funzionari presenti avessero rinunciato alle loro posizioni contrarie alla morale cattolica. Piuttosto, le reazioni politiche rivelano come ciascun gruppo abbia tratto dalla visita solo ciò che era in linea con le proprie convinzioni.

 

Alcune parole hanno davvero nutrito gli animi: l’invito alla conversione e alla penitenza, la riparazione dei peccati, l’offerta delle sofferenze, la grazia della Redenzione, l’intercessione della Madonna e la vita eterna. La difesa degli infermi contro la falsa compassione che conduce alla morte è stata ribadita fermamente.

 

Ma il solo fervore non basta a dimostrare che una crisi vecchia di oltre mezzo secolo sia stata superata. I grandi assembramenti delle precedenti visite papali, attorno all’altare della nuova Messa – i cui problemi fondamentali permangono anche quando celebrata con cura e solennità – non hanno arrestato il processo di scristianizzazione. I veri frutti della santificazione si misurano nella conversione delle anime, nelle vocazioni, nella fedeltà delle famiglie, nella trasmissione del catechismo e nella vita sacramentale.

 

Le difficoltà dottrinali permangono e continuano a produrre le loro disastrose conseguenze. Presenti sullo sfondo durante i primi tre giorni, sono esplose a Metz come uno spettacolo pirotecnico conciliare: la falsa nozione di fraternità umana, di dialogo interreligioso e di secolarismo degli Stati vi sono state espressamente e categoricamente riaffermate. I graditi richiami di Lourdes non le eliminano.

 

Che ci piaccia o no, il continuo aggravarsi della crisi rende sempre più difficile eludere le obiezioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X al Concilio e alle riforme che ne sono scaturite. Tali questioni non possono essere ridotte a semplici sensibilità contrapposte, poiché toccano realtà vitali per la Chiesa: la fede, il culto, la sua costituzione divina e gerarchica e i diritti di Gesù Cristo.

 

Questo viaggio ha dimostrato che in Francia ci sono ancora anime che anelano alla verità, alla preghiera e al sacrificio. Sarebbe un grave errore rispondere a questo anelito con un nuovo adattamento a un mondo che le ha private proprio di questi doni. Il rinnovamento cattolico esige che la pienezza delle verità della fede torni a essere il principio-guida costante della predicazione e dell’azione della Chiesa.

 

La folla ci ha ricordato che la Francia non ha dimenticato Cristo, ma la sua rinascita dipenderà dal posto che Gli spetterà.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Spirito

Mons. De Sivry ai frati: «Siate fieri della vostra vocazione»

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A Flavigny-sur-Ozerain, la festa di San Michele è stata celebrata il 29 settembre con le vestizioni, cinque prime professioni e una professione perpetua. Nel presidere la cerimonia, il vescovo Michel Poinsinet de Sivry ha dedicato la sua omelia alla specifica vocazione dei frati: religiosi consacrati a Dio, a immagine degli angeli, nella castità consacrata e nel discreto servizio del sacerdozio.   Reverendo Rettore, cari confratelli sacerdoti, cari fratelli, carissime sorelle, carissime famiglie, e soprattutto cari frati, che tra pochi istanti riceverete l’abito, pronuncerete i vostri voti per la prima volta, li rinnoverete e uno di voi li pronuncerà definitivamente;   sono davvero molto felice di poter presiedere questa cerimonia pontificale, la mia prima in questo splendido seminario di Flavigny, il seminario dove è iniziata la mia formazione sacerdotale. E sono ovviamente molto felice che questa cerimonia sia dedicata ai nostri cari frati, che si dedicano al sacerdozio attraverso il servizio del Santo Sacrificio della Messa e attraverso il servizio reso ai nostri sacerdoti.   Ringrazio il nostro caro fondatore, mons. Lefebvre, per aver donato alla Santa Chiesa Cattolica, per aver donato alla nostra Fraternità, dei veri angeli custodi, che prendono a modello l’Arcangelo San Michele.   Cari frati, siate fieri della vostra vocazione. Questo è ciò che dice mons. Lefebvre. Egli vi chiama alla fierezza e vi chiede di non avere nostalgia di una vita contemplativa o sacerdotale. Perché il nostro caro fondatore vede in questa vocazione di frate una via per assimilarvi allo spirito di Nostro Signore Gesù Cristo.   Ed è proprio a questo che ci invita san Paolo nella sua Epistola ai Filippesi: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti», dice, «di cui fu rivestito Cristo Gesù». Abbiate gli stessi sentimenti.   Ebbene, la vocazione di frate vi permette di assumere la stessa mentalità che animava l’anima di Nostro Signore Gesù Cristo.   Perché cos’è stata la vita di Nostro Signore Gesù Cristo? È stata innanzitutto un’opera di separazione. Questo è ciò che san Paolo ci rivela nella sua Epistola agli Ebrei. Ci rivela le prime parole pronunciate da Nostro Signore Gesù Cristo entrando nel mondo: «Tu non hai voluto», disse al Padre suo, «olocausto o sacrificio, ma tu mi hai dato un corpo. Ed eccomi, Padre, per fare la tua volontà».   Fin dai primissimi istanti della sua esistenza, Nostro Signore Gesù Cristo è separato dal mondo e consacrato a Dio. Da quel momento in poi, tutta la sua esistenza consisterà nel compiere la volontà del Padre sulla terra.

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«Il frate piange lo spirito del mondo»

In effetti, la vocazione dei frati è innanzitutto un’opera di separazione. Questo è ciò che significherà, tra poco, la vestizione. Il frate è separato dal mondo, e questa separazione è segnata da questa veste nera, abito di lutto. Il frate piange lo spirito del mondo.   Questa separazione non è un vuoto. Al contrario, permette ai frati di essere ricolmi dello Spirito di Dio, lo Spirito di Nostro Signore Gesù Cristo.   E questa separazione conduce quasi naturalmente all’oblazione. Come l’offertorio, durante il Santo Sacrificio della Messa, conduce alla consacrazione, all’oblazione di Nostro Signore Gesù Cristo sull’altare, così anche questa separazione conduce a questa oblazione.   E questa oblazione è simboleggiata dai voti che i frati pronunciano: il voto di povertà, il voto di castità e il voto di obbedienza.   Attraverso il voto di obbedienza, il frate vive ora sotto la guida della volontà di Dio, come espressa negli statuti dei frati e attraverso i loro superiori.   Attraverso il voto di castità, di verginità, il frate si consacra interamente a Dio. E forse è proprio questo che vorrei sottolineare stamattina: questo voto di verginità, di verginità consacrata.   San Gregorio di Nissa disse queste parole: «Come l’anima è al di sopra del corpo, come i vasti cieli sono al di sopra dei pianeti, come l’esistenza dei beati, la loro stabilità, è al di sopra della nostra fugace esistenza, come Dio è al di sopra dell’uomo, così anche», disse, «la verginità è al di sopra del matrimonio».   Sant’Ambrogio disse: «Il matrimonio cristiano è santo solo perché permette alla Chiesa di avere al suo interno generazioni pure di vergini». Ecco perché il matrimonio è santo.   E in effetti, questa verginità fu consacrata da Nostro Signore Gesù Cristo. Questo è ciò che leggiamo nel Vangelo di Matteo. Dopo aver restituito al matrimonio la sua dignità originaria, Nostro Signore Gesù Cristo disse alla folla che lo circondava: «Alcuni si faranno eunuchi per il regno di Dio. Chi può comprendere, comprenda».   E in effetti, queste parole scossero moltitudini. Suscitarono generazioni di Lucia, Caterina, Francesco e Domenico. Queste parole suscitarono un esercito di vergini.   Questa verginità consacrata non è altro che il culmine, la fioritura di un’anima, un’anima che ha ricevuto il battesimo, che ha ricevuto la grazia di Nostro Signore Gesù Cristo. Attraverso il battesimo, l’anima ha ricevuto questa vita divina, questo carattere, questa potenza passiva con cui ha ottenuto il diritto di partecipare all’esercizio del bene comune.   L’anima consacrata, al momento della professione di fede, è sotto l’autorità del sacerdote. Attraverso questo battesimo, l’anima è totalmente consacrata a Dio. Tutte le sue facoltà sono ordinate a Dio.   Ora, il consacrato dedica non solo l’anima, ma anche il corpo. Il corpo seguirà questo impulso dell’anima e sarà così totalmente consacrato a Dio. Questo corpo sarà quindi un’ostia pura, un’ostia immacolata, un’ostia senza macchia. Questo è ciò che leggiamo nel Canone della Messa.   Ora, cari fratelli, quando partecipate alla Messa, rinnovate questo bellissimo voto di verginità consacrata. Rinnovatelo insieme a queste parole di Nostro Signore Gesù Cristo, che offre se stesso al Padre, che offre quest’ostia, quest’ostia immacolata.   Questa verginità consacrata glorifica Dio Padre sulla terra. Perché non c’è prova d’amore più grande, dice Nostro Signore, che dare la propria vita per coloro che si amano. Ebbene, questa consacrazione è l’autentica manifestazione, la prova dell’amore che abbiamo per Nostro Signore Gesù Cristo, per la Santa Chiesa Cattolica. Ci doniamo corpo e anima.

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«Dietro il sacerdozio, ci sono sempre i frati»

Questa verginità consacrata ci rende simili agli angeli. Perché gli angeli, i buoni angeli, sono presenti nel momento del Santo Sacrificio della Messa. E contemplano ciò che san Tommaso d’Aquino chiama il Panis angelicus, il pane degli angeli. Gli angeli si nutrono di questa contemplazione di Nostro Signore Gesù Cristo, di questa visione di Nostro Signore Gesù Cristo nel momento del Santo Sacrificio della Messa. E questa visione li nutre, nutre il loro spirito.   Cari frati, ogni volta che partecipate al Santo Sacrificio della Messa, imitate gli angeli nella loro contemplazione. Trovate in questa contemplazione un nutrimento solido e santo che vi rinnovi, che vi permetta di perfezionare e accrescere in voi questa carità per Nostro Signore Gesù Cristo.   Gesù Cristo vi ha amato per primo, e voi Gli rispondete con questo voto di verginità. Rinnovate, rinnovate costantemente questa consacrazione.   E poi gli angeli, nel momento del Santo Sacrificio della Messa, servono l’altare in modo misterioso e invisibile. Leggiamo nel Canone, nell’Offertorio, che l’angelo porta le nostre preghiere a Dio. Il servizio degli angeli è un servizio estremamente discreto, ma quanto è straordinario, quanto è efficace!   Ebbene, cari fratelli, questo è ciò che ci chiede mons. Lefebvre: imitare gli angeli nel servizio del sacerdozio. Servire il sacerdozio con umiltà e discrezione.   Cari fratelli, quando vedete il sacerdote all’altare, quando lo vedete prendersi del tempo nel confessionale, quando partecipate a queste conferenze spirituali che vi nutrono, quando il sacerdote porta la comunione agli ammalati, ricordatevi che tutto ciò è possibile perché, dietro questo servizio sacerdotale, c’è il servizio del frate, che permette al sacerdote di liberarsi dai fardelli materiali per poter esercitare pienamente il suo sacerdozio.   Dietro il sacerdozio ci sono sempre i frati, c’è l’opera dei frati.

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«La verginità è ciò che rende possibili le vittorie»

La verginità ci permette di elevare il livello morale della nazione, della patria, della società civile. E oggi abbiamo bisogno di queste anime vergini che elevano il livello morale della nazione, che sono testimoni autentiche, appagate e felici, e che affermano che questa castità è possibile, che questa santità è raggiungibile, poiché la incarnano ogni giorno attraverso la loro vocazione.   La verginità prega per coloro che non pregano. Essa espia. Rende grazie per coloro che non rendono grazie. La verginità è ciò che attira la misericordia di Dio nel mondo. Le anime vergini pregano per il mondo, espiano per il mondo.   La verginità è ciò che rende possibili le vittorie. E conosciamo le vittorie di Santa Genoveffa, quelle di Santa Giovanna d’Arco: anime vergini che hanno ottenuto vittorie, che hanno vinto battaglie.   Questo è ciò che ci aspettiamo dai nostri frati e suore: che, attraverso di loro, in questa crisi della Chiesa, possiamo ottenere vittorie per l’onore di Nostro Signore Gesù Cristo, per l’onore della Beata Vergine Maria.   La verginità guarisce. Si dedica alla cura degli infermi. La verginità insegna. Insegna nelle nostre scuole. Si dedica alla formazione delle anime. La verginità costruisce. Costruisce chiese, costruisce cattedrali. La verginità è ciò che ha plasmato la nostra civiltà cristiana, e ne siamo molto orgogliosi.   Cari frati, questa verginità è purtroppo sottoposta a intensi attacchi, a volte anche molto feroci. Cari frati, state attenti a questo mondo digitale, che deve rimanere uno strumento e che purtroppo può danneggiare questa bella verginità consacrata. Questo mondo digitale ci inonda di notizie e, a poco a poco, se non stiamo attenti, ci dà uno spirito mondano e ci impedisce di praticare la contemplazione.   Questo mondo digitale, se non stiamo attenti può danneggiare, distruggere la nostra offerta, la nostra consacrazione. Cari fratelli, un modo efficace per contrastare questa battaglia è il voto di obbedienza. L’obbedienza è il modo più efficace per comprendere appieno questo mondo digitale.   Infine, questa verginità è feconda, come quella della Beata Vergine Maria, come quella di San Giuseppe. Questa verginità, attraverso la preghiera e le buone opere, è estremamente feconda.   Perciò, questa mattina, chiediamo specialmente per voi, cari frati, che la vostra vocazione sia feconda, che vi salvi e, dopo di voi, salvi centinaia di anime, al servizio di Dio e per la gloria di Nostro Signore Gesù Cristo.   + Michel Poinsinet de Sivry Vescovo   Articolo previamente apparso su FSSPX.News    

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Spirito

Papa Leone definisce la Messa tridentina come una «preferenza personale»: frecciatina alla FSSPX?

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Papa Leone XIV sembra aver lanciato una frecciatina alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) durante un’omelia dei Vespri di venerdì nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Lo riporta LifeSite.

 

Durante l’omelia, Leone XIV ha parlato della liturgia, affermando che il Concilio Vaticano II ha «approfondito» il nostro patrimonio liturgico e chiedendo che «le celebrazioni liturgiche siano sempre svolte con dignità e riverenza».

 

La liturgia è «un riflesso della vita», ha detto Leone. «La gioia eucaristica mette radici e si diffonde ovunque si ristabilisca l’armonia, ovunque si rinnovi la dignità, ovunque l’autorità si trasformi in servizio e ovunque la libertà possa rifiorire. Questo è il dono più grande che possiamo condividere».

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«Pertanto, anteponete la comunione con il successore di Pietro e con la Chiesa alle vostre preferenze personali, per favorire l’unità del popolo di Dio. Così, insieme, daremo testimonianza profetica della possibilità di un mondo riconciliato», ha proseguito Leone.

 

La sua enfasi sulla «comunione» con il papa e sulla sua preminenza rispetto alle «preferenze personali» potrebbe facilmente essere letta come un riferimento, rispettivamente, alla Fraternità Sacerdotale San Pio X e alla Messa in latino . La Fraternità Sacerdotale San Pio X è nota per celebrare esclusivamente la Messa tradizionale, ma si distingue soprattutto per il suo rifiuto di apparenti errori nei documenti del Concilio Vaticano II. Leone XIV ha «scomunicato» i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X quest’estate, dopo le consacrazioni episcopali della Fraternità senza l’approvazione del papa.

 

Era inevitabile che Leone nel suo viaggio francese finisse per dire qualcosa riguardo allo «scisma» di cui accusa la FSSPX. La Francia rappresenta storicamente il cuore pulsante e il distretto più importante della comunità lefebvriana a livello globale.

 

La Fraternità, fondata dal vescovo francese Marcel Lefebvre, in Francia ha 46 priorati e 186 cappelle o luoghi di culto, e decine di migliaia, se non pià, fedeli regolari. La FSSPX gestisce inoltre ben 63 scuole sul territorio francese, e tre centri per ritiri spirituali.

 

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Immagine di James Bradley via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

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