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Essere genitori

Fine delle scuole private. Castrazione della classe media

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Ci è capitato di leggere la lettera ai genitori di un dirigente scolastico di una scuola privata.

 

Si tratta di una scuola elementare paritaria – una scuola privata, una scuola «cattolica». Forse la quota mensile è un po’ alta, ma non sono noti casi di genitori che non apprezzino quella scuola;  l’insegnamento, impartito in maniera bilingue, è di incontrovertibile qualità.

 

La riprova è la presenza di quantità di bambini di famiglie dalla Cina: il culto millenario dell’istruzione, forse un retaggio del mandarinato e dei suoi esami terribili , fa sì che i cinesi siano pronti a spendere qualsiasi somma pur di assicurare ai figli la miglior scuola possibile. Non vi sono tuttavia solo bambini cinesi in quella scuola: ci sono bambini americani, e sudasiatici. Anche qui, dinanzi ad un figlio che studia bene, famiglie disposta a sacrificare qualsiasi porzione del proprio stipendio – si tratta, parimenti, della situazione di moltissimi genitori italiani, specie adesso.

 

Scrivere ad un simile pubblico, ci rendiamo conto, è qualcosa di delicato.

 

Nella missiva si dà conto di quello che oramai è chiaro ad ogni famiglia, ad ogni cittadino italiano: i costi per tenere aperto (qualsiasi cosa: un’industria, un negozio, una casa) sono raddoppiati. Cioè, sono divenuti insostenibili.

 

Ai genitori dei bambini viene spiegato che, tra costi di pandemia e bolletta energetica alle stelle, la retta di ogni alunno sarebbe quasi da raddoppiare. Si comunica che l’ente privato ha già venduto parte della proprietà per sanare il deficit – ma questo era qualche mese fa in una situazione totalmente diversa, e già disperata.

 

Quindi, ecco che si parla, cercando di scongiurarla, della possibilità che alcuni bambini non finiscano il ciclo scolastico, nell’infausta prospettiva che la scuola (appoggiata su un Istituto vecchio di secoli) chiuda per sempre.

 

Il dirigente non sa cosa dire, non sa cosa fare  – come tutti. Invoca il «dialogo» con i genitori, che forse vuol dire prepararli a rette più alte, tuttavia – c’è da credere – neanche quello potrebbe bastare: anche raddoppiando le rette di tutti gli allievi (ammesso che con una manovra del genere le famiglie non fuggano in massa) nessuno può avere certezza che nel giro di poche settimane il gas non raddoppi un’altra volta, e con esso il petrolio, l’elettricità, l’acqua – tutto.

 

C’era da aspettarselo. In un momento in cui è impossibile tener aperta un’azienda, come si può tener aperta una scuola? Pensate: tutte quelle aule da riscaldare, la mensa, la palestra, tutte quelle lavagne luminose (LIM) da alimentare.

 

Nella situazione in cui ci hanno cacciati, lasciar aperto un istituto scolastico può essere una follia. Certo: se questo è privato. Perché se la scuola è pubblica, che problema c’è: la bolletta la paga lo Stato. La scuola pubblica non chiuderà mai. Non vi saranno lettere tristi ed allarmate ai genitori. Non ci saranno aumenti delle rette – non ci sono le rette.

 

Usando la logica, possiamo capire cosa può succedere.

 

Il bambino che non andrà più alla scuola privata – perché i genitori non sono in grado di reggere un aumento della retta, perché l’Istituto chiude – finirà alla scuola pubblica.

 

Non si tratta di un’evenienza causuale. Se riflettete, ciò è perfettamente compreso dal disegno dello Zeitgeist: il pubblico divora il privato – il privato sopravvive solo se accetta gli interessi del pubblico, come da Vangelo del Grande Reset.

 

Ciò che è indipendente, deve essere reso dipendente – ciò che è libero deve essere sottomesso.

 

Non si tratta solo di argomenti filosofici: si tratta di effetti concreti che vanno in senso apertamente contrario alle scelte delle famiglie.

 

Per esempio: è inutile pensare che in molte scuole private (in Italia, scuole sedicenti «cattoliche», anche se vedono la cosa con imbarazzo sempre più insopportabile) il bambino viene iscritto per tentare di preservarlo dalle follie che sono state caricate nella scuola pubblica negli ultimi anni: gender, «affettività», indottrinamenti forzati (non vogliamo nemmeno immaginare quale lavaggio del cervello ucronazista sia stato fatto a molti bambini in questi mesi). Psicologi allo sbaraglio, spettacoli teatrali osceni, «gite del massaggio» (ce l’hanno raccontato anni fa, stentiamo ancora a crederci), percorsi verso gli steroidi per bloccare la pubertà già belli che pronti.

 

Molti di coloro che iscrivono il bambino ad una scuola privata sanno che qualcosa di questa massa nera filtrerà anche in classe di loro figlio, tuttavia – magari per il fatto che pagano, e molto – i genitori credono di avere una barriere in più, e di poter andare in ufficio dal preside (che tecnicamente dovrebbe essere cattolico) a battere il pugno sul tavolo: qualcosa che è semplicemente impossibile nel caso della scuola pubblica.

 

Questo scudo, pagato fior di quattrini, potrebbe ora sfumare per sempre. Il bambino obbligato alla scuola pubblica sarà esposto giocoforza ai programmi ministeriali stile «Buona Scuola», giornate antiomofobia, etc. E il genitore che vorrà protestare se il bambino torna a casa dicendo che gli uomini si possono sposare fra loro verrà tacciato di essere bigotto, con l’incubo della telefonate all’assistente sociale dietro l’angolo (ricordate il caso Bibbiano?).

 

Ma vorremmo dire qualcosa di ancora più sgradevole.

 

Inutile pensare che in molte scuole private il bambino viene iscritto per tentare di preservarlo dalla multicultura. Attenzione: non stiamo parlando di un rifiuto delle classe multietniche, ma , dell’idea che a scuola vi possa essere più di una cultura. La riprova sono i cinesi e i bengalesi di cui parlavano poco sopra: nessun genitore autoctono si lamenta di quello. I bambini cinesi e i bengalesi non sono alla scuola privata per imporre la loro cultura, ma, al contrario, per essere assimilati con la maggior certezza possibile dalla nostra.

 

Ciò non è vero nella scuola pubblica, dove l’assimilazione è praticamente impossibile, e vi sono con evidenza casi – nelle scuole dove non vi sono più studenti italiani – in cui vi si è rinunciato completamente.

 

Il bambino africano, magari, viene da una «cultura» dove la disciplina e l’obbedienza non sono sempre premiate, e nella scuola pubblica è piuttosto libero di esprimerla. Ecco che allora può mancare di rispetto all’insegnante, che magari vuole solo che stia attento, o picchiare i compagni, specie quelli percepiti come più deboli. Ognuno può aver sentito di casi del genere, con il contorno dell’omertà del personale scolastico, che teme di essere tacciato di razzismo e che quindi finge di non vedere sberle e insulti, comportamenti antisociali e quant’altro.

 

E il problema non finisce più: specie avvicinandosi all’adolescenza, quali comportamenti sembrano più degni di ammirazione, se non quelli spericolati? Ecco che possiamo trovarci con un’intera generazione modellata sulle disfunzioni sociali dell’immigrazione maghrebina. La musica trap dà conto di quanto sto dicendo in questo momento.

 

Vogliono immettere anche vostro figlio nella multicultura tossica del XXI secolo, nel fango mentale di Kalergi: e l’operazione sembra davvero quella di rimuovere ogni resistenza.

 

Se qualcuno poteva sperare, svenandosi, di cercare (ribadiamo: cercare) di proteggere la propria prole da tutto questo, ora sappia che le probabilità di farcela diminuiscono: senza scuole private può rimanere solo il salto nel vuoto radicale nell’Homeschooling, che non è però (organizzativamente, psicologicamente) alla portata di tutti.

 

Comprendiamo che siano di fronte all’ennesimo esempio della trasformazione totale in corso. Ogni cosa va riassorbita nel sistema più grande, e resa serva dell’autorità ultima, senza più corpi intermedi.

 

Ciò che è indipendente, va reso dipendente… ciò che è libero va reso allo Stato moderno. Va sottomesso.

 

Nella scuola privata, insomma, stiamo vedendo in quest’ora folla quello che abbiamo visto negli ultimi 30 anni nei riguardi della classe media: e cioè, demolizione controllata, programmatica distruzione.

 

La classe media, che con le sue fabbrichette e le sue Partite IVA era la classe libera per definizione, è stata disintegrata con un piano durato decenni. Le è stata tolta la manifattura, spostata tutta in Asia. È stata tassata fino all’impossibile. Le è stato prosciugato ogni risparmio.

 

Impossibile pensare che non vi fosse un disegno dietro tutto questo: ecco lo squalo che entra nella vasca dei pesci piccoli, e se li pappa tutti in un boccone. Economicamente, un trasferimento di danaro immane dalle famiglie piccolo-medio borghesi alla Cina, a Amazon, a qualsiasi soggetto forte della globalizzazione.

 

C’è tuttavia anche una cifra morale, umana, come obbiettivo della distruzione della classe media: l’eliminazione della porzione di popolazione più libera di pensare, di produrre iniziative, idee – rivoluzioni.

 

È possibile avere una società del controllo solo se si neutralizza la classe media, cioè il vasto corpo che sta tra i vertici e il proletariato che ora, tra tatuaggi e viaggi alle Baleari, non ha più prole, e si trova sempre più artificialmente africanizzata dal manovratore.

 

Ecco che la distruzione della classe media non poteva che essere conditio sine qua non del Nuovo Ordine Mondiale.

 

Distruggendo le scuole private, lo avete capito, stanno castrando la classe media – ossia la sua capacità di riprodursi.

 

Avevate in mente la deindustrializzazione, l’impoverimento collettivo portato dalla globalizzazione. Non avevate pensato che avrebbero toccato anche i vostri bambini: sbagliavate, i bambini sono il futuro, quindi la cosa che ai maledetti interessa di più.

 

Del resto ve lo ripetono da tempo, apertis verbis: i vostri figli non vi appartengono, sono innanzitutto dello Stato moderno.

 

Che li vuole vaccinati, tribalizzati, resettati.

 

Sarà così. Fino a che non reagirete.

 

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Essere genitori

Il Canada propone il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni

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Il governo canadese ha avanzato una proposta di legge che proibirebbe l’accesso ai social media per i ragazzi sotto i 16 anni, prevedendo possibili deroghe per le piattaforme in grado di dimostrare l’adozione di «adeguate misure di sicurezza».

 

Mercoledì, Ottawa ha reso nota tramite un comunicato stampa questa iniziativa normativa, denominata Safe Social Media Act (Legge sulla sicurezza dei social media).

 

Una volta approvata, la norma costringerebbe i gestori delle piattaforme social a introdurre sistemi di verifica dell’età e a limitare l’esposizione dei minori a contenuti pericolosi, tra cui lo sfruttamento sessuale dei minori, immagini intime non consensuali, incitamento all’autolesionismo, bullismo, incitamento all’odio, violenza e materiale terroristico o estremista.

 

Il provvedimento regolamenterebbe altresì i chatbot basati sull’IA, obbligandoli a «mitigare il rischio» di esiti nocivi, e imporrebbe alle piattaforme un sistema più efficace di segnalazione nelle situazioni di crisi, per esempio quando gli utenti manifestano l’intenzione di fare del male a se stessi o ad altri.

 

Verrà inoltre creato un nuovo ente di regolamentazione della sicurezza digitale incaricato di vigilare sull’applicazione e sul rispetto delle regole.

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«Abbiamo visto le gravissime conseguenze che i danni online possono avere. Con l’evoluzione delle tecnologie, dobbiamo garantire che le nostre leggi si adeguino, perché i genitori non possono affrontare queste sfide da soli», ha dichiarato il ministro della Cultura canadese Marc Miller nel comunicato stampa del governo.

 

La proposta giunge in un contesto di crescente impegno internazionale per disciplinare l’attività online dei minori.

 

Alla fine dello scorso anno, l’Australia è diventata il primo Paese a vietare ai minori di 16 anni l’accesso alle principali piattaforme di social media, tra cui Facebook, Instagram, TikTok e YouTube. Brasile e Indonesia hanno introdotto limitazioni analoghe a maggio.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Francia ha avviato un iter legislativo per proibire l’uso dei social media ai minori di 15 anni, benché la misura non abbia ancora completato il percorso parlamentare. Anche altri Stati, tra cui Regno Unito, Austria e Danimarca, stanno elaborando restrizioni simili.

 

Negli ultimi mesi, i giganti dei social media come Meta Platforms, TikTok e YouTube sono stati al centro di critiche sempre più aspre, anche in seguito a una rilevante causa per responsabilità da prodotto intentata a Los Angeles, basata sull’accusa di aver progettato intenzionalmente le proprie piattaforme per generare dipendenza nei bambini.

 

Nei documenti depositati in tribunale si sostiene inoltre che Facebook non abbia sorvegliato in modo adeguato gli account coinvolti nello sfruttamento sessuale e nel traffico di minori, con alcuni contenuti illeciti che sarebbero rimasti online nonostante fossero state segnalate 16 violazioni.

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Essere genitori

I bambini che libereranno Faccetta nera

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Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.   In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.  

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  Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)   E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».   Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.   Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.   Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…   Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.

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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.   La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.   Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.   Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.   Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.   Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?   E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?   In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.   Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.   In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.

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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…   Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?   Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.   Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.   Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.   Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.

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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.     Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.   Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».     Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme. C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?   Roberto Dal Bosco

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Epidemie

Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID

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Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.

 

La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.

 

Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.

 

I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.

 

«Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.

 

«Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».

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La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.

 

Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».

 

Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».

 

I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.

 

«I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.

 

«Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».

 

Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.

 

La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.

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