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Economia

Fine del dollaro: «Preparatevi per un mondo di valute multipolari»

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«La China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) e la francese TotalEnergies hanno annunciato il 28 marzo il loro primo accordo sul gas naturale liquefatto in yuan appena concluso, gestito attraverso lo Shanghai Petroleum and Natural Gas Exchange. Questa particolare borsa è stata creata nel 2020 con un’area specifica per i pagamenti in RMB» [o renminbi, o yuan: la valuta cinese, ndr, ha riportato China Daily commentando il deal dello scorso 28 marzo, che ammonta a quasi 65.000 tonnellate di GNL, importate dalla Francia tramite Emirati Arabi Uniti.

 

Come riportato da Renovatio 21, con l‘accordo franco-cinese siamo davanti ad un evento simbolico, ad un punto di svolta. La Cina ostenta il risultato, la Francia invece non ha ancora confermato, ma lo stesso presidente Macron sarà in Cina la settimana prossima.

 

«Prepare for a Multipolar Currency World», «preparatevi ad un mondo di valute multipolari» è il titolo di un articolo del Financial Times che racconta i passi in questa direzione, dal passaggio di Putin al commercio in renminbi  con l’Asia, l’Africa e l’America Latina, i sauditi, il Brasile e «la Francia ha appena effettuato la sua prima vendita di gas naturale liquido in RMB».

 

Ironia della sorte, sostiene il pezzo di FT, la crisi bancaria ha rafforzato il dollaro attraverso un aumento della domanda di swap sul dollaro – cosa non del tutto vera: il dollaro è sceso di circa il 7% rispetto al suo indice per due trimestri consecutivi ed è sceso del 7% rispetto allo yuan, il che non è incluso nell’indice del dollaro, il cosiddetto DXY, durante quel periodo, compreso un piccolo ulteriore calo dall’8 marzo.

 

Tuttavia, l’uso di RMB è supportato da qualcosa di concreto: il commercio. Citando un documento del Center for Economic and Policy Research, FT scrive che «con l’espansione del commercio cinese negli ultimi anni, anche l’uso del RMB è aumentato. Tanto che, infatti, ora supera l’utilizzo dell’euro per la fatturazione commerciale, il che è “sorprendente, dato il basso grado di apertura del conto capitale della Cina», afferma il CEPR. E sostiene che «contrariamente alla saggezza convenzionale, la mancanza di apertura del conto capitale potrebbe non impedire completamente al RMB di svolgere un ruolo più forte come valuta internazionale e di riserva» e la valuta viene «utilizzata nella fatturazione e nel regolamento del commercio estero e dei pagamenti della Cina» e «una rete globale di compensazione e pagamenti».

 

È importante sottolineare che FT non sta discutendo la prospettiva di una nuova valuta commerciale basata sulle materie prime, ma quella di un nuovo ruolo dello yuan come valuta di riserva.

 

È rilevante, tuttavia, che la testata debba ammettere che, contrariamente ai dogmi del libero mercato, il RMB come valuta di riserva è possibile in un regime di controllo dei capitali. Non solo, ma una parte del commercio mondiale più grande dell’euro è già finanziata in RMB, quindi, il commercio potrebbe ribaltare la situazione a medio termine e questo sarà uno shock per gli Stati Uniti, afferma.

 

Facendo riferimento all’accordo di ieri tra Brasile e Cina per effettuare transazioni commerciali e finanziarie direttamente, sia in yuan cinesi che in reais brasiliani, e senza il dollaro USA come intermediario, il giornale del Partito Comunista Cinese in lingua inglese Global Times del 30 marzo ha indicato il fenomeno più ampio, di un numero crescente di Paesi che si muovano verso la de-dollarizzazione, cercando di commerciare in valute diverse dal dollaro e di diversificare le proprie riserve di valuta estera.

 

Il quotidiano pechinese sostiene che ciò è dovuto al fatto che il dollaro ha deviato dal suo ruolo post-Bretton Woods di veicolo dominante di pagamento, regolamento e investimento, e ora opera invece come «uno strumento di ricatto politico e coercizione».

 

Cosa significa tale uso strumentale dell’egemonia del dollaro? Consente agli Stati Uniti di imporre arbitrariamente sanzioni unilaterali ad altri Paesi, ma «può anche raccogliere ricchezza globale ed esportare i propri rischi nel resto del mondo attraverso politiche monetarie irresponsabili».

 

Il Global Times afferma che le stesse politiche degli Stati Uniti hanno prodotto «l’inevitabile tendenza alla fine del dominio del dollaro», che sta tormentando a molti strateghi ed esperti economici americani. Tuttavia, i governi devono solo guardare a ciò che gli Stati Uniti hanno fatto alla Russia – congelando i suoi beni, imponendo sanzioni radicali, tagliandola fuori dal sistema SWIFT – per sapere che non vogliono esporsi al rischio di utilizzare il dollaro, che gli Stati Uniti usano come «uno strumento per guadagni geopolitici».

 

Più gli Stati Uniti ricorrono a queste tattiche, «più desiderosa sarà la comunità internazionale di sbarazzarsi dell’eccessiva dipendenza dal dollaro (…) cercando di sostituire il sistema SWIFT per evitare la coercizione monetaria degli Stati Uniti», osserva il quotidiano comunista cinese.

 

Non solo il Sudafrica, le 10 nazioni dell’ASEAN, l’Arabia Saudita e l’India cercano alternative al dollaro, ma anche alcuni alleati degli Stati Uniti stanno riducendo le loro riserve di debito in dollari e diversificando le loro riserve di valuta estera.

 

Il Global Times conclude che, mentre nessuno si aspetta che il dollaro venga scaricato dall’oggi al domani come la valuta più utilizzata al mondo, la tendenza verso il commercio di valute diverse dal dollaro è «immutabile».

 

Come Renovatio 21 ripete da molto tempo, la de-dollarizzazione dell’economia mondiale è oramai avviata. E non c’è essere umano che possa sapere gli effetti di questo sulla stabilità politica e militare del mondo.

 

 

 

 

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Economia

Ci attendono ulteriori shock globali: parla il capo del FMI Georgieva

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Il mondo dovrà probabilmente affrontare ulteriori shock globali nel prossimo futuro, senza alcuna tregua all’orizzonte. È l’avvertimento di Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale

 

Intervenendo lunedì al podcast di Bloomberg «Leaders with Francine Lacqua», Georgieva ha espresso la sua preoccupazione per il fatto che «non abbiamo ancora pienamente compreso che il mondo sarà così». «Non arriveremo mai a un punto in cui gli shock saranno scomparsi», ha aggiunto la bulgara.

 

«Collettivamente, non abbiamo apprezzato la reazione negativa contro la globalizzazione» ha dichiarato la direttrice del FMI, osservando che le comunità di tutto il mondo sono state «svuotate perché i loro posti di lavoro sono scomparsi e non hanno ricevuto sufficiente attenzione», avvertendo che la rapida introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali e produttivi potrebbe esacerbare queste tendenze.

 

Nel suo World Economic Outlook pubblicato a metà aprile, il FMI ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita globale per il 2026, portandole dal precedente 3,4% al 3,1%, a causa del forte aumento dei prezzi del petrolio provocato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

 

Il FMI ha dichiarato di prevedere una crescita più lenta sia negli Stati Uniti che nell’Eurozona, con quest’ultima che dovrà affrontare «l’impatto negativo del conflitto in Medio Oriente» e gli «effetti persistenti» dell’aumento dei prezzi dell’energia a seguito dell’escalation del conflitto in Ucraina.

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Al contrario, le previsioni per la Russia hanno subito una revisione al rialzo di 0,3 punti percentuali rispetto alla stima del FMI di gennaio.

 

La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e i successivi attacchi di rappresaglia del Paese in tutto il Medio Oriente hanno fatto impennare i prezzi globali del petrolio. Le ostilità nella regione hanno interrotto il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, una rotta fondamentale per le forniture globali di petrolio e gas.

 

Di fronte all’aumento dei prezzi dell’energia, i funzionari di tutta l’UE hanno proposto di ripristinare i legami energetici con la Russia. Bruxelles, tuttavia, si è rifiutata di rinunciare al suo piano di eliminare completamente i combustibili fossili russi entro il 2027.

 

Come riportato da Renovatio 21, il FMI due mesi fa aveva dichiarato che la guerra in Medio Oriente avrebbe innescato uno shock energetico globale.

 

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Immagine di Friends of Europe via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

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Economia

Le guerre finanziate in deficit potrebbero mandare in rovina il sistema finanziario occidentale

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Gli effetti della guerra iraniana in economia potrebbero avere carattere globale ed epocale.   Il Financial Times del 4 giugno ha pubblicato un importante articolo dal titolo «L’impero del debito di Trump. In questo secolo gli Stati Uniti si sono imbarcati in guerre di scelta e hanno contratto ulteriori debiti per finanziarle. La cosa potrebbe non finire bene». L’articolo presenta un’argomentazione molto simile a quella del Council on Foreign Relations di inizio settimana, concentrandosi in questo caso sull’espansione bellica degli Stati Uniti, senza però menzionare il riarmo europeo.   «Gli Stati Uniti stanno finalmente per soccombere all’eccesso di indebitamento imperiale?» esordisce l’articolo, che sottolinea l’abitudine imperiale «acquisita dagli Stati Uniti in questo secolo, di indebitarsi per finanziare le guerre di oggi» e indica come prova del problema il fatto che «il presidente Donald Trump ha presentato al Congresso una richiesta di bilancio per la difesa nazionale per il 2027 di ben 1.500 miliardi di dollari, il doppio rispetto alla cifra del 2020».   Questo ha contribuito all’indebolimento del dollaro come valuta di riserva mondiale, poiché ha generato una bolla del debito insostenibile, chiosa EIRN.

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«Tra il 2008 e il 2021, i responsabili delle riserve delle banche centrali hanno acquistato il 63% del debito aggiuntivo emesso dai governi del G7, secondo uno studio pubblicato quest’anno per il think tank finanziario Group of Thirty da Agustín Carstens, Klaas Knot e Stijn Claessens, rispettivamente ex presidenti delle banche centrali di Messico e Paesi Bassi ed ex alto funzionario del FMI» scrive FT.   «Tuttavia, di recente le banche centrali hanno iniziato a ridurre i propri bilanci, svalutando la componente in dollari delle loro riserve e cercando alternative, tra cui oro, materie prime e le valute più liquide dei paesi avanzati più piccoli. Alla fine dello scorso anno, i metalli preziosi rappresentavano il 27% di tutte le riserve delle banche centrali a livello globale, in aumento rispetto al 20% dell’anno precedente. I titoli di Stato sono scesi dal 25% al 22% nello stesso periodo.»   «Questo lascia un vuoto che è stato sostanzialmente colmato dagli hedge fund, perlopiù di proprietà americana ma spesso considerati investitori stranieri a causa delle loro sedi in paradisi fiscali come le Isole Cayman. Molti possiedono titoli del Tesoro nell’ambito di “operazioni di valore relativo” ad alta leva finanziaria, finanziate da prestiti a breve termine che devono essere costantemente rinnovati» avverte l’articolo.   William White, ex capo economista della Banca dei Regolamenti Internazionali, sottolinea che «questo sistema funziona bene, finché non smette di funzionare». Lo White sostiene che «l’acquisto di debito pubblico da parte di istituzioni non bancarie come gli hedge fund dipende a sua volta dal loro accesso a finanziamenti a breve termine come il mercato repo (…) Qualora una qualsiasi perturbazione interrompesse tale accesso (…) potrebbe facilmente seguire un’intensa spirale di deleveraging».   Il deleveraging (in italiano riduzione della leva finanziaria) è il processo attraverso il quale un’azienda, un privato o un intero Stato riduce il proprio livello di indebitamento complessivo.   «I recenti shock derivanti dalle richieste di margini e garanzie da parte degli hedge fund hanno reso il mercato dei titoli del Tesoro più fragile e una potenziale fonte di rischio sistemico» conclude FT. L’amministrazione Trump «potrebbe trovarsi ad affrontare una turbolenza del mercato del debito simile a quella che ha fatto cadere l’ex primo ministro britannico Liz Truss dopo il suo fallimento senza finanziamenti». Un «mini» bilancio di tagli fiscali nel 2022.

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A quel punto la Federal Reserve potrebbe essere obbligata ad acquistare titoli del Tesoro per sostenere il mercato. Se la banca centrale viene obbligata ad acquistare titoli del Tesoro per sostenere il mercato, l’economia subisce una monetizzazione del debito. Questo scenario cancella l’indipendenza della banca centrale e avvia un meccanismo di allentamento quantitativo (QE) forzato.   La Fed creerebbe così nuova moneta per comprare i titoli. Questo denaro entrerebbe direttamente nel sistema bancario privato, con conseguente crollo dei tassi d’interesse: l’acquisto massiccio farebbe salire il prezzo dei titoli di Stato. Di conseguenza, il loro rendimento finanziario diminuisce, ed eccoci alla fase più critica: la svalutazione del dollaro: l’enorme immissione di nuova valuta sul mercato riduce il potere d’acquisto e il valore del dollaro rispetto ad altre monete.   Siamo quindi di fronte ad un nuovo capitolo della catastrofica saga della de-dollarizzazione?

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Economia

Putin insiste sul fatto che il gas russo potrebbe tornare a fluire in Germania «domani»

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Nel suo ampio dialogo con i capi delle principali agenzie di stampa mondiali presenti all’incontro SPIEF, il presidente russo Vladimir Putin ha discusso delle relazioni con la Germania, della guerra in Ucraina e del ruolo degli Stati Uniti negli sforzi per raggiungere una soluzione negoziata del conflitto.

 

«Come sapete, i gasdotti Nord Stream sono stati distrutti, giusto? Ma un tratto del Nord Stream 2 è rimasto intatto e integro. Attraverso di esso, il gas russo potrebbe essere pompato nella Repubblica Federale di Germania già a partire da domani. Basterebbe – e non sto scherzando – premere un pulsante e il gas inizierà a fluire» ha dichiarato Putin rispondendo a una domanda del capo dell’agenzia germanica Deutsche Presse-Agentur (DPA), Martin Romanczyk.

 

«Tuttavia questo richiede una decisione del governo della Repubblica Federale (…) Ed è qui che arriviamo al punto cruciale: una questione politica, una questione di sovranità. Perché questo sistema non solo è stato distrutto – lo considero un atto di terrorismo di Stato, e credo che siate d’accordo – ma, anche se un tratto è rimasto intatto e operativo, è comunque soggetto alle sanzioni statunitensi. Se il governo tedesco raggiungerà un accordo con i suoi partner, le sanzioni saranno revocate, premeremo il pulsante e il gas inizierà a fluire – anche domani, se necessario».

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«Gli alti prezzi dell’energia stanno minando la competitività dell’economia tedesca e danneggiando l’Unione Europea nel suo complesso… Con un aumento della capacità, potremmo fornire fino a 25, e potenzialmente 28 miliardi di metri cubi di gas all’anno, a partire da domani… Altrimenti, lo reindirizzeremo verso altri mercati e lo venderemo ad altri partner» ha ribadito il presidente della Federazione Russa.

 

Interrogato sulla possibilità che la Germania o l’UE potessero svolgere un ruolo di mediatori nel conflitto ucraino, Putin è stato categorico: «come può l’Unione Europea o i singoli Paesi membri dell’Unione Europea essere un mediatore se assecondano direttamente gli sforzi del Paese con cui siamo in conflitto armato? Che tipo di mediatori possono essere? Se si vuole essere un mediatore, bisogna essere neutrali (…) Francamente, trovo difficile capire come la Russia possa fidarsi di persone che, per anni, hanno parlato della necessità di infliggere una sconfitta strategica alla Russia».

 

«Credo che l’UE potrebbe effettivamente contribuire a trovare una soluzione. A mio avviso, una soluzione dovrebbe essere raggiunta nell’ambito degli accordi presi ad Anchorage, e la parte ucraina ne è pienamente consapevole» ha aggiunto in risposta ad un’altra domanda.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

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