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Cina

La blogger di Wuhan potrebbe morire in carcere

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews

 

 

Zhang Zhan ha raccontato la pandemia a Wuhan durante il lockdown. Condannata a quattro anni di prigione nel dicembre 2020, è in sciopero della fame da oltre un anno. Familiari: rischia di non superare l’inverno. Le organizzazioni per i diritti umani chiedono alle autorità cinesi di liberarla.

 

 

 

Peggiorano le condizioni di salute in carcere di Zhang Zhan. La giornalista indipendente di Shanghai era andata a Wuhan (Hubei) dopo lo scoppio della pandemia da COVID-19, condividendo foto e video sui social network. Arrestata dalla polizia a maggio dello scorso anno, nel dicembre 2020 un tribunale l’ha condannata a quattro anni di prigione per i suoi reportage che raccontavano la vita della città durante il lockdown.

 

La blogger si è sempre dichiarata innocente. Gli avvocati dicono che Zhang ha digiunato per più di un anno, e che le autorità carcerarie la costringono a nutrirsi con un tubo gastrico. In agosto alcuni media hanno riferito che la giornalista ha sofferto di grave malnutrizione e che il suo peso è sceso sotto i 40 chilogrammi.

 

Il fratello: Zhang Zhan è alta 177 centimetri, e ora pesa meno di 40 kg. È così testarda. Rischia di non vivere a lungo. Se non resisterà al prossimo inverno, desidero che il mondo ricordi la sua immagine»

A fine ottobre Zhang Ju (张举), fratello della reporter, ha iniziato a condividere le condizioni di Zhang Zhan su Twitter. Egli ha postato foto di quando sua sorella frequentava l’università: «Zhang Zhan è alta 177 centimetri, e ora pesa meno di 40 kg. È così testarda. Rischia di non vivere a lungo. Se non resisterà al prossimo inverno, desidero che il mondo ricordi la sua immagine».

 

Intervistato da Voice of America, Zhang Ju ha detto che la salute di Zhang Zhan ha subito un danno irreversibile in prigione. Lo scorso agosto un medico gli ha detto che la sorella potrebbe morire. Zhang Ju non voleva irritare le autorità nell’intervista; anche se nutriva poche speranze, egli si aspettava però che concedessero a Zhang Zhan la libertà vigilata per motivi sanitari.

 

Shao Wenxia (邵文侠), madre di Zhang Zhan, ha rotto il silenzio dopo la condanna e ha accusato le autorità di voler togliere la vita alla figlia. Shao si è pentita di aver collaborato con la polizia invece che con l’avvocato, e ha capito di essere stata imbrogliata dalle Forze dell’ordine.

 

Zhang Zhan, 38 anni, è un avvocato e ha conseguito un master in finanza alla Southwestern University of Finance and Economics. Le autorità le hanno revocato la licenza professionale per il suo attivismo umanitario. Nel 2019 la polizia l’ha arrestata a Shanghai per aver sostenuto le proteste a Hong Kong contro la legge sull’estradizione.

 

Oltre a Zhang Zhan, altri tre «cittadini giornalisti» sono stati arrestati a Wuhan per aver raccontato l’epidemia. Di Fang Bin si sono perse le tracce. Le autorità hanno rilasciato Li Zehua e Chen Qiushi. Il secondo ha parlato in modo aperto su Twitter a favore di Zhang Zhan: «Spero sinceramente che riceva cure umane. Se lei muore, siamo tutti criminali». Chen afferma anche di essere ancora sotto sorveglianza da parte della polizia.

 

Reporter senza frontiere e altre organizzazioni umanitarie hanno sollecitato l’immediata liberazione di Zhang Zhan. Lo stesso ha fatto Cai Xia, ex docente della Scuola centrale del Partito Comunista Cinese diventata poi un’accesa critica di Xi Jinping.

 

 

 

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Cina

La Cina sta costruendo una luna artificiale che simula magneticamente la gravità

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La Cina sta pianificando future missioni lunari per competere con la NASA e sta persino lavorando su una «Luna artificiale» per prepararsi meglio alla missione lunare.

 

I ricercatori cinesi stanno sviluppando una struttura in grado di simulare la gravità della superficie lunare, come riporta il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post. La Luna artificiale sarà una camera a vuoto che utilizza un potente campo magnetico per ricreare l’ambiente a bassa gravità. 

 

Il simulatore lunare essere costruito in pochi mesi. Una volta avviato, farà «scomparire» la gravità, ha dichiarato al giornale di Hong Kong Li Ruilin, ingegnere geotecnico presso la China University of Mining and Technology. 

 

La questione riguarda le dimensioni: avrà solo 60 centimetri di diametro. Non abbastanza per ospitare un astronauta.

 

Tutto sommato però sarà sufficientemente grande per i ricercatori che vogliono testare determinate apparecchiature e strumenti per vedere la loro reazione all’ambiente a bassa gravità, risolvendo eventuali problemi prima di un vero allunaggio. 

 

«Alcuni esperimenti come un test di impatto richiedono solo pochi secondi», ha detto Li al giornale di Hong Kong. «Ma altri come il test di scorrimento possono richiedere diversi giorni».

 

Come riporta Futurism, è interessante notare che la struttura è stata in parte ispirata da precedenti ricerche condotte dal fisico russo Andrew Geim, il quale fece «fluttuare» una rana con un magnete. L’esperimento è valso a Geim il premio Ig Nobel (cioè, «ignobile») in fisica, un premio satirico assegnato a ricerche scientifiche insolite. 

 

È sorprendente che un bizzarro esperimento come quello dello scienziato russo possa ispirare la costruzione di una camera antigravitazionale. 

 

La corsa internazionale verso la Luna si sta intensificando in grande stile e la Cina si pone tra i paesi più avvantaggiati nella sfida cosmonautica che poche potenze al mondo sono in grado di portare avanti.

 

Come ripete Renovatio 21, l’accesso allo spazio sarà un fattore determinante per la sovranità dei Paesi nei prossimi anni.

 

 

 

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Cina

Lo «scudo microchip» per l’indipendenza di Taiwan da Pechino

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews.

 

 

L’isola è il più grande produttore mondiale dei preziosi componenti usati per le principali tecnologie civili e militari. Cina e USA entrambi dipendenti dalla produzione taiwanese. Un’invasione cinese metterebbe a rischio la filiera tecnologica globale. Esperti: la «polizza» chip non esclude lo scoppio di un conflitto.

 

 

Con la pandemia e il relativo incremento nella richiesta di articoli tecnologici, Taiwan ha ampliato la produzione di microchip.

 

Secondo TrendForce, nel 2021 il mercato globale dei preziosi componenti elettronici è salito a quasi 79 miliardi di euro. Il 64% è riconducibile a vendite taiwanesi; il 92% se si considerano i chip più avanzati: secondo molti osservatori, una polizza assicurativa per la sopravvivenza di Taipei come Stato di fatto indipendente dalla Cina comunista.

 

Taiwan Semiconductor Manufacturing Company Ltd (TSMC) produce il 90% dei chip (o semiconduttori) usati nel globo. È l’11ma impresa al mondo per capitalizzazione di mercato. Nel 2021 ha investito 26 miliardi di euro, quasi il doppio del budget di Taipei per la propria difesa.

 

Il 64% è riconducibile a vendite taiwanesi; il 92% se si considerano i chip più avanzati: secondo molti osservatori, una polizza assicurativa per la sopravvivenza di Taipei come Stato di fatto indipendente dalla Cina comunista

L’export di Taiwan verso la Cina è arrivato a 110 miliardi di euro nel 2021, una crescita di quasi il 23% rispetto all’anno precedente. L’incremento delle vendite di componentistica elettronica è stato del 23,3%.

 

Secondo dati del Congresso USA, nel 2020 dalla Cina è arrivato il 60% della domanda mondiale di semiconduttori. Più del 90% dei microchip usati dal gigante asiatico è importato o prodotto in territorio cinese da aziende straniere (compresa TSMC). Come riporta Reuters, nei primi tre mesi del 2021 metà dell’export taiwanese diretto in Cina erano chip.

 

Per ridurre la dipendenza dai microchip prodotti a Taiwan, da tempo Pechino ha annunciato un rafforzamento della propria industria del settore: i dati sugli acquisti tecnologici da Taipei mostrano per ora il fallimento dei propositi cinesi. Secondo diversi analisti, l’industria dei chip cinesi è indietro di una decina d’anni rispetto a quella taiwanese, un gap che tende ad allargarsi.

 

Al momento paiono insuperabili le capacità taiwanesi di produrre chip a meno di 10 nanometri, utilizzati in diverse tecnologie civili e militari, soprattutto nell’intelligenza artificiale. Di solito però i componenti sono sviluppati e disegnati da laboratori statunitensi. TSMC ha già avviato la produzione pilota di semiconduttori a 3 nanometri e la ricerca per realizzarne a 2 nanometri. Secondo le autorità taiwanesi, compagnie locali e straniere progettano d’investire nell’industria nazionale dei chip 94 miliardi di euro da qui al 2025.

Più del 90% dei microchip usati dal gigante asiatico è importato o prodotto in territorio cinese da aziende straniere (compresa TSMC). Come riporta Reuters, nei primi tre mesi del 2021 metà dell’export taiwanese diretto in Cina erano chip.

 

I ritardi della Cina nello sviluppare la produzione domestica, sommati alle sanzioni Usa nei confronti delle imprese hi-tech cinesi, portano le autorità taiwanesi a pensare che le importazioni di microchip da parte di Pechino continueranno a crescere. Contribuisce a questo trend anche la domanda di semiconduttori delle imprese straniere presenti sul territorio cinese.

 

Il risvolto della medaglia è che così Taipei non riuscirà a realizzare uno dei suoi principali obiettivi: emanciparsi dal mercato cinese e diversificare i propri partner commerciali. Per il momento l’isola ha ridotto la sua quota d’investimenti nella Cina continentale: nei primi 11 mesi del 2021 è stata di 4,2 miliardi di euro, un calo annuo del 14,5%.

 

La Cina considera Taiwan una «provincia ribelle», e non ha mai escluso di riconquistarla con l’uso della forza.

 

L’isola è di fatto indipendente da Pechino dal 1949; all’epoca i nazionalisti di Chiang Kai-shek vi hanno trovato rifugio dopo aver perso la guerra civile sul continente contro i comunisti, facendola diventare l’erede della Repubblica di Cina fondata nel 1912 (che a sua volta aveva messo fine al bimillenario impero cinese).

 

Inizialmente una dittatura a partito unico (il Kuomintang di Chiang), tra fine anni ’80 e metà anni ’90 del secolo scorso Taiwan è diventata una vibrante democrazia, oltre che un’economia di mercato molto dinamica.

Come i cinesi, anche gli USA dipendono dai microchip made in Taiwan, fatto che rende l’isola indispensabile a entrambe le potenze in competizione

 

Agli occhi della leadership cinese, la presidente taiwanese Tsai Ing-wen è una pericolosa secessionista. Tsai non riconosce il «principio dell’unica Cina», secondo il quale esiste una sola Cina, quella rappresentata dal governo di Pechino.

 

Come i cinesi, anche gli USA dipendono dai microchip made in Taiwan, fatto che rende l’isola indispensabile a entrambe le potenze in competizione.

 

Nel 2021 la scarsità di semiconduttori – dovuta all’alta domanda di prodotti tecnologici generata dalla pandemia – ha creato problemi per la produzione di molti beni, come le automobili: un avvertimento di cosa potrebbe accadere alla filiera tecnologica globale se la produzione taiwanese si arrestasse per un conflitto.

 

Gli USA hanno legami diplomatici ufficiali con Pechino, ma senza accettare la posizione cinese secondo cui Taiwan è parte della Cina. Con il Taiwan Relations Act, gli Stati Uniti hanno promesso di difendere Taipei, soprattutto con forniture militari.

 

I taiwanesi parlano del loro «scudo di silicio» contro un colpo di mano cinese e a garanzia del sostegno statunitense. Esperti, soprattutto negli Usa, ammoniscono però che l’interdipendenza economica spesso non basta a prevenire lo scoppio di guerre

Adottato nel 1979 dopo il formale riconoscimento diplomatico della Cina comunista, il provvedimento non specifica l’effettiva natura dell’impegno USA: una «ambiguità strategica» che produce continue tensioni con il governo cinese.

 

In caso di conflitto gli scenari sono cupi per Washington come per Pechino. Con la riconquista dell’isola da parte cinese, gli USA potrebbero perdere le forniture di chip. Anche se l’invasione riuscisse, la Cina rischierebbe invece di trovare gli stabilimenti della TSMC distrutti, vittime dei combattimenti.

 

Per questo motivo, i taiwanesi parlano del loro «scudo di silicio» contro un colpo di mano cinese e a garanzia del sostegno statunitense. Esperti, soprattutto negli Usa, ammoniscono però che l’interdipendenza economica spesso non basta a prevenire lo scoppio di guerre.

 

 

 

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Cina

Davos, possibile anteprima del discorso del presidente cinese Xi Jinping: la difesa della globalizzazione

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Un articolo della testata in lingua inglese legata al Partito Comunista Cinese Global Times fornisce un’anteprima delle osservazioni di Xi Jinping, che saranno fatte lunedì alla sessione virtuale del Forum economico mondiale di Davos Agenda 2022.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’evento anche quest’anno avverrà in modalità virtuale.

 

«Su invito di Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, Xi parteciperà all’evento lunedì, ha annunciato venerdì il portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying» scrive il Global Times.

 

«Su invito di Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, Xi parteciperà all’evento lunedì»

«Gli osservatori hanno affermato che poiché il mondo è ancora una volta al bivio per affrontare il COVID-19, la Cina, con i suoi contributi alla prevenzione globale del COVID-19 e allo sviluppo economico stabile, potrebbe offrire approcci e saggezza cinesi non solo nella ripresa, ma anche nella resistenza all’erosione del protezionismo e dell’unilateralismo» scrive il giornale del PCC riguardo al discorso che Xi terrà in collegamento video.

 

Il giornale non fa menzione del lockdown draconiano che in questi giorni ha colpito la megalopoli di Xi’an e Tianjin, a poche ore dall’inizio delle Olimpiadi invernali della vicina Pechino. Nulla viene detto dei blackout che hanno colpito il Paese impensierendo gli investitori occidentali, né viene detto alcunché dei messaggi pubblici ai cittadini cinesi affinché preparino scorte per l’inverno.

 

Tuttavia, largo spazio è dato alla geopolitica vaccinale del Dragone. Alla fine di novembre, ci viene detto, la Cina aveva fornito circa 180 milioni di dosi dei suoi vaccini COVID alle nazioni africane. Un totale di 2 miliardi di dosi sono state promesse per il 2022.

 

Sul fronte economico, si prevede che la Cina rappresenterà oltre il 26% della crescita economica globale nel 2022. C’è sostanza quindi per vantare che «nel 2022 per la Cina il FMI prevede una crescita del PIL del 5,6% , superiore alla crescita media del 4,9%».

 

Quindi, la reiterazione del modello che ha permesso la crescita del potere cinese, cioè delocalizzazione della produzione per le imprese occidentali: «per rafforzare la sua economia, una Cina aperta offre importanti opportunità storiche alle aziende di tutto il mondo per condividere i dividendi dello sviluppo cinese».

 

L’articolo prosegue dichiarando che un decoupling tra USA e Cina non è auspicabile: «le società e gli investimenti americani continuano ad affluire nel mercato cinese, il che dimostra che la tendenza alla globalizzazione economica è irreversibile e la politica di “disaccoppiamento” del governo degli Stati Uniti è controproducente, hanno affermato gli osservatori del mercato».

«La tendenza anti-globalizzazione nei Paesi sviluppati è dilagante, ma la Cina sta diventando un’importante forza trainante per l’apertura del mercato e la globalizzazione economica»

 

«La tendenza anti-globalizzazione nei Paesi sviluppati è dilagante, ma la Cina sta diventando un’importante forza trainante per l’apertura del mercato e la globalizzazione economica» scrive Global Times citando un ricercatore dell’Istituto cinese per la Riforma Economica. «Il mondo deve resistere al protezionismo commerciale e sbarazzarsi della guerra fredda e del pensiero anti-globalizzazione, al fine di creare condizioni migliori per la ripresa».

 

La difesa a spada tratta della globalizzazione da parte del Partito Comunista Cinese non sorprende nessuno: è grazie ad essa che la Cina ha potuto assurgere al ruolo di superpotenza – commerciale, politica, militare.

 

Basta ricordare l’edizione del World Economic Forum di Davos del 2017, a pochi giorni da quello che per i globalisti è stato shock del secolo, e cioè l’elezione alla Casa Bianca di Donald J. Trump. Xi fu accolto, dai politici e dai banchieri, dai mega-industriali e dai loro giornali, come un salvatore – il salvatore della globalizzazione. Memorabile e onestissimo il titolo che da noi fece il giornale di Confindustria: «Xi Jinping a Davos difende la globalizzazione».

 

La difesa a spada tratta della globalizzazione da parte del Partito Comunista Cinese non sorprende nessuno: è grazie ad essa che la Cina ha potuto assurgere al ruolo di superpotenza – commerciale, politica, militare

La globalizzazione è cinese o non è. La globalizzazione, di fatto, è sinizzazione: coincide con l’ingresso del gigante orientale in ogni nostra attività. Storicamente, coincide con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che fu avviata ai tempi del cosiddetto «Ulivo mondiale» (Clinton, Blair, Prodi).

 

La globalizzazione cinese è coincisa con l’ascesa della dottrina di politica economica neoliberista, divenuta dogma inattaccabile, tanto che i suoi nemici vengono chiamati con espressioni dispregiative come «sovranisti» e «populisti», parole di sapore costituzionale incredibilmente divenute insulti.

 

Il risultato della globalizzazione cinese è stato la cancellazione della manifattura nei Paesi occidentali, e la conseguente distruzione della classe media.

 

Il risultato della globalizzazione cinese è stato la cancellazione della manifattura nei Paesi occidentali, e la conseguente distruzione della classe media

Questo è avvenuto grazie al tradimento della classe dirigente – politici, industriali, intellettuali – di ogni Paese occidentale, che nemmeno ora, con la rovina economica espansasi anche alle altre classi sociali, non mette in discussione il modello neoliberale della globalizzazione cinese.

 

La storia non è però finita. Xi tiene duro, nonostante il virus di Wuhan. Sa che i vertici occidentali lo vogliono ancora assecondare, blandire – hanno voglia di sottomettersi.

 

Tuttavia, non è scritto da nessuna parte che le cose continueranno in questo senso.

 

 

 

 

 

Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

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