Morte cerebrale
Donna «cerebralmente morta» dà alla luce un figlio. Quindi morta proprio non lo era
Ha destato scalpore la notizia dell’infermiera di Atlanta di 30 anni, incinta di due mesi, dichiarata cerebralmente morta a seguito di un malore, e «costretta» a vivere per quattro mesi perché la legge vigente in Georgia vieta l’aborto in presenza di battito cardiaco del feto.
Gli ultimi aggiornamenti di cronaca circa questo caso riferiscono che il bambino è nato ed è stato chiamato Chance, ovvero opportunità; quell’opportunità di vivere che però verrà definitivamente negata a sua madre, alla quale verranno tolti i supporti vitali e lasciata morire di stenti, se non depredata degli organi.
Il dibattito a livello mediatico si è concentrato esclusivamente sulla questione aborto: da una parte, i pro-choice che hanno denunciato il trattamento disumano riservato all’infermiera di Atlanta a cui sarebbe stata negata la libertà di scelta (sic!), dall’altra i pro-life, anche quelli nostrani, che hanno esultato perché il piccolo Chance non è stato ucciso, grazie alla restrittiva legge sull’aborto vigente in Georgia.
Null’altro? È normale che un cadavere possa custodire in sé la vita, portare avanti la gravidanza e infine partorire un bambino vivo? È normale che un morto venga tenuto in vita, ossia che se ne procrastini il decesso per consentirgli di dare alla luce un bimbo? Queste e altre palesi incongruenze non sembrano suscitare alcun dibattito, eppure sono di fondamentale importanza ai fini della buona battaglia.
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Come abbiamo già avuto modo di mettere in evidenza a più riprese la morte cerebrale è un costrutto medico che identifica la morte con la cessazione irreversibile delle sole funzioni cerebrali. L’assunto pseudofilosofico che è alla base di tale criterio è quello secondo cui il principio vitale dell’uomo risiede in un organo e nello specifico nel cervello. Pertanto, un encefalo che smette definitivamente di funzionare decreta la morte dell’individuo, il quale rimane un semplice agglomerato di organi senza più coordinamento centrale, tenuto insieme solamente dalle macchine.
Con tale tendenzioso modo di dire si intende che il soggetto non è in grado di mantenersi in vita in modo autonomo, ossia che non è in grado di respirare (o meglio di attivare il respiro spontaneo) né di provvedere al suo sostentamento. A ben vedere, si tratta della medesima condizione in cui si trovano ad esempio gli anziani non auto sufficienti o le persone affette da gravi disabilità. Il piccolo Chance stesso, nato dal ventre della donna clinicamente morta, non è in grado di sopravvivere senza un aiuto esterno. Dunque?
La trentenne di Atlanta ha potuto proseguire la gravidanza perché le sue funzioni vitali erano presenti, su questo non ci sono dubbi: un cadavere propriamente detto non è in grado di attivare alcun processo metabolico, anche se attaccato alle macchine.
Infatti, il corpo della donna deve necessariamente subire significative modificazioni metaboliche per sostenere lo sviluppo del feto, tra cui una maggiore resistenza all’isulina, un aumento del metabolismo basale e alterazioni nel metabolismo dei lipidi e dei carboidrati.
Come è possibile che in un corpo morto siano presenti funzioni così complesse che gli consentano non solo di sopravvivere ma anche di custodire la vita? Se il cervello costituisce il principio vitale di un essere umano cos’è che consente ad un individuo il cui encefalo ha in teoria smesso definitivamente di funzionare di attivare tutti quei processi vitali che richiedono un elevato livello di integrazione?
È possibile che sia solo una questione di «riflessi», che portare avanti una gravidanza sia il frutto di una attivazione casuale, ossia non coordinata, di una serie di processi metabolici interni? È possibile che un morto possa mostrare un così alto livello di integrazione corporea?
La risposta a questi quesiti può essere una sola: no, non è possibile. A meno che non si rinunci all’uso della ragione e si neghi l’evidenza.
La morte cerebrale è evidentemente una truffa che intende privare la persona della sua umanità al fine di poterla eliminare o depredare degli organi. I casi eclatanti, come questo della donna di Atlanta, dovrebbero almeno suscitare qualche interrogativo in più tra coloro che dovrebbero essere deputati a difendere le ragioni della vita.
Non è sufficiente combattere il male e la mistificazione ideologica solo partendo da alcune tematiche e tralasciandone altre.
La necrocultura non opera a compartimenti stagni.
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Startup testa farmaci su cervelli umani appena estratti e mantenuti in vita con macchinari di supporto vitale
Una startup biotecnologica chiamata Bexorg sta estraendo cervelli umani poche ore dopo la morte dei loro proprietari e li sta collegando a speciali macchine di supporto vitale. Lo riporta Science.
Sebbene queste masse di tessuto rosato non presentino più attività elettrica, la maggior parte delle loro funzioni vitali rimane intatta, consentendo agli scienziati di testare farmaci sperimentali, come potenziali trattamenti per il morbo di Alzheimer, come mai prima d’ora. Ci si aspetterebbe che i cervelli disincarnati siano senza dubbio morti. Tuttavia, stando alle notizie, un cervello estratto e collegato a una delle macchine di supporto vitale brevettate da Bexorg, BrainEX, resta «sospeso tra la vita e la morte». I cervelli vengono mantenuti in funzione grazie a un polmone artificiale, ossigenazione renale, sangue e altri fluidi.
La cifra frankesteiniana dell’operazione fa rabbrividire perfino i «laici», spinti a domandarsi se essa rifletta «la scomoda labilità del confine tra vita e morte» scrive Futurism, testata legata alla transumanista Singularity University.
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Brendan Parent, uno dei sei esperti di etica di Bexorg, sostiene che non vi devono essere dubbi. I cervelli estratti sono quasi privi dell’attività neuronale coordinata necessaria per una coscienza minima, ha dichiarato a Science. Per prevenire l’inquietante eventualità che alcuni cervelli producano attività elettrica, vengono anche trattati con l’anestetico propofol, assicura. «Naturalmente, il fatto stesso che si debba ricorrere a una simile misura potrebbe risultare meno rassicurante e più inquietante» chiosa Futurism.
Il fine, anche di questo esperimento, ci viene puntualmente ricordato, è il bene biologico dell’umanità garantito dall’industria farmaceutica. Il CEO di Bexorg, Zvonimir Vrselja, ha affermato che i cervelli presentano decenni di esposizione ambientale, una storia di trattamenti farmacologici e altri fattori che li rendono un mezzo di test più realistico per i farmaci. «Si ottengono cellule che sono state lì per 60-80 anni», ha dichiarato il Vrselja a Science.
«È un enorme passo avanti rispetto ai modelli murini», ha dichiarato a Science Bruna Bellaver, che studia la neurodegenerazione all’Università di Pittsburgh.
Bexorg è la stessa startup che sei anni fa dimostrò di poter mantenere in vita cervelli di maiale decapitati per 36 ore utilizzando un prototipo della sua macchina BrainEX. Gli sforzi si inseriscono in quegli esperimenti estremi di rianimazione dell’organismo che hanno come conseguenza, nemmeno tanto recondita, lo squartamento ancora più esseri umani per i trapianti, cioè per quella che è più corretto chiamare predazione degli organi.
Come riportato da Renovatio 21, otto anni fa alcuni scienziati avevano comunicato i loro studi compiuti su dei suini riguardo la possibilità di riattivare il corpo dopo la morte.
Le ramificazioni bioetiche e biologiche di tali tecnologia sono abissali. In primis, abbiamo la possibilità di attuare un trapianto di cervello, o di corpo, che potrebbe consentire ad alcuni di cambiare identità corporea e, secondo la volontà transumanista, vivere più a lungo.
In secundis, si aprono voragini sulla questione della coscienza e della cosidetta «morte cerebrale» (una convenzione artefatta che medici di Harvard inventarono negli anni Sessanta per iniziare la filiare della predazione degli organi con il lucroso business dei trapianti).
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Se un cervello non è completamente morto, è giusto tenerlo in vita? Non si tratta di una forma di negromantico sfruttamento dell’essere umano? Curioso come la scienza medica impartisce l’eutanasia (o l’anestesia, necessaria agli espianti: perché un corpo a cui ancora batté il cuore reagisce allo squartamento con convulsioni naturali) qui invece vada verso il suo contrario, l’animazione extracorporea.
Un dibattito su questo tipo di argomento non sembra esserci, come vi sono solo accenni a discussioni sulla questione degli animali umanizzati con cellule cerebrali umane: la visione moderna si può chiedere se la bestia, dotata di neuroni dell’uomo, soffra appunto come un uomo, o meriti uno status giuridico diverso, simile a quello del cittadino.
Dubbi bioetici a parte, la macelleria chimerica della scienza moderna continua a pieno regime: perché la bioetica, dice la celebre critica di Richard Neuhaus poi ripresa in Italia dal defunto cardinale Elio Sgreccia, si riduce ad un «Permission Office» (un ufficio permessi, un passacarte burocratico). I comitati etici, che potrebbero non esistere ancora a lungo, smettono di riflettere sul bene profondo della persona e si limitano a verificare meri requisiti legali, trasformandosi in sportelli dove i ricercatori si recano solo per «ritirare un timbro di autorizzazione». Senza un solido fondamento morale (che Sgreccia individuava nella difesa della persona umana), la bioetica rischia di concedere qualsiasi permesso, rendendo lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile.
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