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Politica

Distruggere la finestra di Overton

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La finestra di Overton è niente più che una tecnologia di persuasione delle masse, che fa ricadere – e fa evolvere – idee in un semplice «quadro di possibilità politiche» dentro al quale si muove l’opinione pubblica e il legislatore.

L’oggetto di questa tecnica di manipolazione politica, sia ben chiaro, siamo noi.

Mai come negli ultimi anni appaiono evidenti gli effetti dell’adulterazione della realtà e della legge naturale.

L’ingegneria sociale, tramite il potere di chi fa le leggi e l’amplificazione di chi controlla i media, è un fatto compiuto, visibile ad occhio nudo ogni giorno.

 

La Russia reagisce

 

Sotto il dogma dell’evoluzione della società (il cui riflesso teologico è l’evoluzione sociale del dogma: basta leggere i fondi di Mancuso su Repubblica per capire che la cosa è spacciata in modo massivo) l’umanità può accettare qualsiasi pensiero, anche il più anti-umano, nocivo, folle, suicida.

Il lettore di EFFEDIEFFE avrà con buona probabilità già decine di esempi per la mente.

Gli Stati Uniti d’America, la Superpotenza atomica e finanziaria più grande che il pianeta abbia mai conosciuto, hanno dichiarato guerra alla realtà: ecco l’ultima guerra intrapresa dalla democrazia sanguinaria.

I suoi politici, i suoi giornalisti, artisti, e valanghe di povere masse dipendenti dalla TV o da Facebook applaudono – e attuano – la perversione e l’aberrazione, e tutto questo fino a pochi anni fa non era nemmeno vagamente concepibile.

Ne abbiamo parlato  di recente, cercando di analizzare le standing ovation ricevute da Bruce Jenner, il ricco olimpionico divenuto, a sessant’anni suonati e con un discreto numero di mogli e figli, un transessuale pubblico.

 

Tuttavia, vi è un’altra nazione (pure dotata di migliaia di testate atomiche, deo gratias) che pare proprio non voler giocare a questo gioco.

«Possiamo vedere come i Paesi euro-atlantici stanno ripudiando le loro radici – disse Vladimir  Vladimirovič Putin nel leggendario discorso di Valdaj 2013 –  persino le radici cristiane che costituiscono la base della civiltà occidentale. Essi rinnegano i principi morali e tutte le identità tradizionali: nazionali, culturali, religiose e financo sessuali. Stanno applicando direttive che parificano le famiglie a convivenze di partners dello stesso sesso, la fede in Dio con la credenza in Satana. La “political correctness” ha raggiunto tali eccessi, che ci sono persone che discutono seriamente di registrare partiti politici che promuovono la pedofilia. In molti Paesi europei la gente ha ritegno o ha paura di manifestare la sua religione. Le festività sono abolite o chiamate con altri nomi; la loro essenza (religiosa) viene nascosta, così come il loro fondamento morale. Sono convinto che questo apre una strada diretta verso il degrado e il regresso, che sbocca in una profondissima crisi demografica e morale».

 

No, la Russia non si piega allo stupro delle coscienze ora in atto.

 

È proprio dalla Russia pare venire oggi l’interesse per la finestra di Overton.

Ad aprire le danze, fu il premiato regista Nikita Sergeevič Mikhalkov, che dedicò al tema la 71a puntata del suo videoblog Besogon.tv, dando un titolo piuttosto diretto: «Kak sdelat’ iz čeloveka “nečeloveka”. Okno Overtona – amerikanskaja tekhnologija manipuljatsii massovym soznanijem i priucheniya ljudej k neprijemlemomu» – traducendo: «Come creare uomini “non umani”. La finestra Overton – una tecnologia americana per manipolare la coscienza delle masse e per abituare la gente all’inaccettabile». (1)

 

Overton e la manipolazione del sentire politico

 

Mikhalkov non è uno qualsiasi: l’intera sua famiglia appartiene alla parte più elitaria dell’establishment culturale russo da più di un secolo. Il padre è il poeta che scrisse l’inno sovietico per poi riscriverlo per la nuova Russia. Il fratello Andrej Končalovskij (che assunse il nome della madre per sfuggire al senso di nepotismo della famiglia) è regista acclamato di film para-hollywodiani e di opere liriche. Il nipote Yegor è il maestro dei poliziotteschi moscoviti (film come Antikiller sono blockbuser in patria); tramite la madre Natalja Petrovna Konchalovskaja Nikita è imparentato con dinastie di pittori.

Ha vinto un leone d’oro a Venezia (con il film Urga – territorio d’amore) e pure, nel 1995, un Oscar per il miglior film straniero (Il Sole ingannatore).

Insomma, Mikhalkov parla da uno scranno che immaginiamo piuttosto contiguo al potere moscovita.

 

Credo vi sia un senso – politico e geopolitico, e metafisico –  se dalle eleganti rifiniture del suo studio il cineasta sviscera questo schema di condizionamento sociale studiato da Joseph P. Overton.

Joseph «Joe» Overton, già Senior Vice-President del Mackinac Center for Public Policy, un think tank del Michigan che si occupa di politiche liberiste e che è percepito come «conservatore», definì la sua teoria a metà degli anni Novanta.

Overton morì piuttosto giovane. Nato nel 1960, morì in un incidente aero – si schiantò con un ultraleggero, dicono le cronache.

La teoria che lo rese famoso, quindi, uscì postuma. Overton, a cui i suoi colleghi ancora si riferiscono con un misto di simpatia e deferenza, voleva semplicemente studiare gli effetti sulla popolazione dei think tank e delle centrali di influenza del processo politico.

 

Secondo lo schema che formulò, ogni idea concepibile in politica (ma non solo) ricade giocoforza in un intervallo di possibilità che la rende più o meno recepibile dalla società. L’uomo politico lo sa, e a meno che non voglia effettuare un suicidio politico passando per estremista, si attiene alle idee che la Finestra di Overton ritiene accettabili.

 

Secondo lo schema, ogni idea evolve secondo sei diversi stadi: Unthinkable («impensabile», cioè inaccettabile, vietato); Radical («radicale», cioè ancora vietato ma con delle eccezioni); Acceptable («accettabile», cioè non in dissonanza cognitiva totale con il pensiero del soggetto); Sensible («sensata», cioè razionale, dotata di spiegazioni); Popular («popolare», «diffusa», cioè accettata da larga parte della società, rinforzata dai media); Policy («legislazione», «legalizzata», cioè l’idea è divenuta parte concreta della politica statale).

 

Conoscendo questo diagramma di evoluzione del sentire politico, si rende facile la comprensione di come qualsiasi tabù possa essere infranto e «liberato» nella società grazie alla tecnica di graduale cambiamento (la vecchia tecnica della rana bollita, se alzi la temperatura di colpo salta fuori dalla pentola, se aumenti di un grado alla volta resta immobile sino a farsi lessare), utilizzando magari anche tecniche di shock: all’apparire degli estremisti (coloro che vorrebbero qualcosa che dapprima ci pare «impensabile»), una soluzione di compromesso pare sempre più accettabile, sensata, pronta per essere diffusa e quindi legalizzata.

 

Si avanza per gradi. Dalla terra incognita di quanto la società può trovare disgustoso e deplorevole, piano piano verso ciò che è da ritenersi giusto, anzi più che giusto: da proteggersi con le leggi dello Stato.

Saltano alla mente, ovviamente, gli esempi della sodomia ora resa fatto naturale, e del relativo matrimonio per i sodomiti invocato ora a gran voce dall’Occidente tutto..

Ciò era totalmente fuori dallo spettro del possibile per la società di pochi anni fa. Poi, gradualmente, ecco che l’omosessualità – che era malattia per l’OMS sino al 1990 e reato in molti paesi occidentali – si è fatta largo sino al cuore dello Stato.

Riflettete: la stessa parola «omosessuale», termine pseudo-scientifico, è stata introdotta nella fase in cui l’idea da impensabile e radicale doveva divenire accettabile, sensata. La razionalizzazione della sodomia, lo sappiamo, passò attraverso l’occupazione materiale dei Convegni delle Associazioni Psichiatriche (come l’American Psichiatric Association) da parte degli attivisti LGBT, con successiva cancellazione dell’omofilia dalla lista delle malattie sessuali del Manuale Diagnostico- Statistico dei disordini mentali (1973)

Tuttavia, l’uranismo è oramai penetrato come «possibilità» anche nella mente del più bigotto conservatore (vuoi essere più cattolico del Papa? Chi sei tu per giudicare) per cui non si tratta dell’esempio adeguato.

 

Mikhalkov prova a simulare una finestra di Overton per aberrazione dalla quale ora, in teoria, la società dovrebbe essere immune. Le cose, come vedremo, non stanno esattamente così.

 

Unthinkable

 

Allo stato attuale, il tema del cannibalismo pertiene al regno dell’impensabile è nella fase «totalmente inaccettabile», non è discutibile sulla stampa e non si ammette in alcun modo tra gli esseri umani. Apparizioni mediatiche del fenomeno – come nel caso del ribelle anti-Assad che divorava il cuore del suo nemico o gli innumeri episodi di «cannibalismo militare» nei conflitti africani – sono mostrati con terrore e disgusto, a volte perfino – per opportunità politica – celati al grande pubblico.

 

Radical

 

L’idea passa dunque da totalmente inaccettabile alla fase «vietato, ma con deroghe». Diviene insomma una realtà pur radicalmente lontana, tuttavia esistente.

Entrano qui in gioco la tendenza, tutta illuminista, a dichiarare che i tabù vanno discussi, analizzati. È in questo momento che entrano in gioco solitamente gli scienziati: nel nostro caso, saranno gli antropologi, gli psicologi, perfino i nutrizionisti. Si organizza un bel convegno sul tema, poi un altro, poi un terzo. Si parla delle tribù della Papuasia.

In TV a notte fonda e nei Cineclub cominciano a riprogrammare capisaldi del genere come pellicole trash tipo Cannibal Holocaust o il più elegante Il Profumo della Signora in nero.

In questo momento della finestra, assieme al dibattito «scientifico», emergono immediatamente gruppi oltranzisti, chiassosi estremisti le cui posizioni stanno in fondo alla finestra: immaginate una «Associazione di Liberi Cannibali» che chiede di poter mangiare chi vuole senza essere giudicata dalla morale e dalla legge.

Nonostante l’idea pare essere ancora lontana dalla società, questa fase permette la sua penetrazione nella membrana del pensiero collettivo. Non esistono tabù, e questo fenomeno, per quanto tremendo, esiste – lo dice la scienza! -, e bisogna farsene una ragione. L’emersione di gruppi di cannibali dichiarati ci fa capire che – elemento importante, conosciuto da sempre dal potere che alleva i suoi estremismi domestici – l’idea ha delle sue sfumature, si può scegliere comodamente un’opzione moderata.

 

Acceptable

 

Nella fase successiva, il concetto del cannibalismo passa da «vietato, ma con eccezioni» alla dimensione dell’«accettabile». La scienza continua a spingere, e al fenomeno viene fatto un rebranding: non si parla più di cannibalismo, si usa la parola scientifica «antropofagia». Anche questa parola, tuttavia, nel corso di questo momento della finestra, è suscettibile di essere cambiata nuovamente: ecco a voi introdotta la parola «antropofilia» – pensate al sodomismo, ad un certo punto studiato come «omofilia» (termine che è però troppo contiguo a «parafilia», cioè perversione) e divenuto quindi «omosessualità», un termine scientifico che è di per sé una contradictio in adiecto, in quanto il sexus è etimologicamente «ciò che fabbrica, che tesse» (Dizionario Pianigiani) oppure «ciò che separa, ciò che distingue l’uomo dalla donna» (così la pensavano gli etimologi Benfrey, Corrsen, Pott). Il sesso, quindi non può essere omos, cioè «lo stesso».

Eppure, la parola oramai è entrata nel vocabolario comune, come fosse sempre esistita (nel citato dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani, del 1907, proprio non esiste), e ogni altra parola è ritenuta offensiva: provate a dire, come si poteva neanche trenta anni fa, «invertito», «sodomita», «pederasta».

Queste parole scientifiche, inoltre, hanno la possibilità di creare infiniti derivati: omosessualità diviene «omosessuale», «gli omosessuali», «l’omosessualismo», «omosex», fino alla contrazione «omo» (o all’inglese «homo»). In fondo, il significato «che si accoppia con lo stesso» non suona male, non vi sono echi di punizioni bibliche, di dark room o di virus HIV, è un puro concetto.

Così anche gli antropofili non evocano, con questo bel nome, il sacrificio umano, la carne squarciata, le interiora consumate avidamente: no, è etimologicamente la «passione per gli umani» a definirli. L’aberrazione viene qui disincarnata, concettualizzata, neutralizzata nel suo disgusto organolettico.

È in questa fase che subentra il richiamo al «precedente storico», ad un fatto mitico (reale o inventato, o tutt’e due pettinati alla meglio) che legittimi sub specie aeternitatis l’idea un tempo proibita. Ecco che, in ambiente di retaggio cattolico, vi potranno essere mille riferimenti alla Messa come atto di antropofagia. Il cannibalismo non può che essere accettato, perché in fondo, viene celebrato dalla popolazione più pia ogni settimana.

L’illegittimità dell’idea, quindi, è indebolita per sempre: pur non essendo ancora libera di correre per la società, essa viene ritenuta legittima in un determinato recinto storico-antropologico.

 

Sensible

 

Si passa quindi allo step successivo, quello che dall’idea lava per sempre la patina di inaccettabilità: il concetto viene trasformato in «sensato», «ponderato», «razionale», legato ad una necessità «fisiologica», «naturale», «biologica». Ecco nuovi studi che affermano che il desiderio di mangiare carne umana può essere dovuto ad una predisposizione genetica dell’individuo: esistono già studi, del resto, che abbinano la dieta carnivora a determinati gruppi sanguigni.

Qui si introduce poi il tema d’attualità, quello che spinge l’individuo a fantasticare delle «insuperabili circostanze» nelle quali il destino potrebbe piazzarlo. Immaginate la carestia, o una situazione in cui un essere umano «deve avere il diritto di fare la scelta». Pro-choice: pensate al famoso  «disastro aereo delle Ande» (1972), quando 16 sopravvissuti, dispersi nelle altitudini della Cordigliera, decisero, per sopravvivere, di cibarsi dei morti. Ecco pronta la programmazione TV del film tratto da questo episodio di cronaca, Alive, con il giovane Ethan Hawke: la pellicola ti porta inevitabilmente a vedere il cannibalismo come fatto di pura razionalità, mostrato dal regista anche con una certa pudicizia, al punto che potrebbe anche non capirsi cosa sta accadendo, e il tutto comunque si dimentica facilmente grazie al luminoso finale di salvezza.

Il cannibalismo (pardon, «antropofilia») salva le vite umane. Altro che cosa orrida e inconcepibile.

 

Popular

 

Quinta fase: da «sensato» a «diffuso», e cioè pubblicamente accettato. Qui intervengono, pesantemente, i dibattiti sui media. Gli intellettuali disquisiscono del cannibalismo come fatto mitico e come tendenza. I talk show intervistano un ragazza di buona famiglia che dichiara di essere cannibale, magari anche con una certa moderazione: «mangio solo cadaveri o persone consenzienti». Nei film e (soprattutto oggi) nelle serie TV tra i personaggi positivi (se non tra i protagonisti) spunta un cannibale, con relativa storia di discriminazione alle spalle. Immagini di cannibalismo compaiono nei video dei cantanti del momento, sui cui gusti alimentari un po’ si chiacchiera.

Viene rivelato che sono «antropofili» numerosi musicisti, attori, politici, VIP di ogni sorta. La serie Hannibal viene rifatta con finalmente il protagonista, il brutale ma raffinato assassino antropofago Hannibal Lecter, reso protagonista senza più comprimari, un eroe positivo e basta.

Poi, si delinea la strategia della pistola puntata: quanti ragazzi si suicidano, perché sono cannibali e la famiglia, la società, non possono capire? È la minaccia che non è mancata nel discorso di Bruce Jenner (che ora si dovrebbe chiamare Caytlin) alla cerimonia della TV sportiva ESPN che lo premiò per il suo coraggio. Molti maschi che vorrebbero andare in giro vestiti da donna, assumere ormoni e mutilarsi gli organi sessuali oggi stesso sono costretti ad amazzarsi, ha detto l’olimpionico mutante. E la colpa è solo nostra, della società, dei «cosiddetti sani». La storia dei suicidi è tutt’ora probabilmente l’unico – fallace – argomento messo in campo dalle sigle LGBT per giustificare l’«emergenza omofobia». La rivoltella della discriminazione è pronta a tirare sull’innocente incompreso: più tempo attendiamo, più aumenta il numero dei morti.

Così, un’emergenza per i cannibali suicidi comincia a monopolizzare il discorso pubblico.

A questo punto gruppi antropofagi un tempo ritenuti oltranzisti ora sono entrati appieno nello spettro delle possibilità politica, sia pure con le loro sfumature. L’idea di base è che una grossa parte della popolazione sia cannibale, un’altra, ancora più vasta, lo è in modo latente, sino all’apparizione di una teoria per cui tutti gli uomini nascono in potenza antropofagi, devono solo decidere se esserlo o meno (esattamente come la sessualità per la teoria del gender, sì).

Qui si scatenano gli attivisti. Parafrasando un recente slogan della propaganda di Sodoma, «Il cannibalismo esiste, fattene una ragione». In fondo, si tratta solo di persone culinariamente creative, spesso più raffinate della media. Si sparge la voce che chi odia i cannibali sotto sotto lo è. E poi ribadiamo ancora una volta la suprema saggezza relativista: «chi siamo noi per giudicare?»

Si comprende che il cannibalismo, a questo punto, è divenuto una variante naturale dell’umanità. Discriminarne i portatori diviene cosa odiosa e ingiusta. Chi disprezza gli «antropofili» è per logica dell’etimo «antropofobo». Cioè, chi odia il cannibalismo odia l’uomo.

L’amore per il prossimo passa attraverso la consunzione della sua carne: ecco che anche la Chiesa «in dialogo con il mondo» recepisce il portato di giustizia umanitaria di questo fenomeno.

È a questo punto che cominciano a programmarsi leggi a protezione del fenomeno: una legge dovrà punire l’«antropofobia», un’altra insegnare il cannibalismo sin dall’asilo, un’altra ancora dovrà sancire il diritto alla «libertà di alimentazione» degli «antropofili».

È davanti a questa ebollizione della massa desiderante, convinta vi sia un bisogno civile «non più rinviabile» che entra in scena il corpo politico, che tenta di cavalcare come deve la novità, fedele a quell’imperativo di «imprenditoria dell’opinione» che forma lo Stato democratico. Nelle fasi precedenti i protagonisti erano gli attivisti e think tank, fondazioni transnazionali, ONG, media: gli evocatori delle «potenze dell’aria» di cui si parla nel Vangelo. Con i politici l’idea comincia ad incarnarsi, ad assumere un sostrato materiale. Vi erano, forse, nei previ momenti del processo, delle figure politiche, ma si tratta di early adopters, precursori, una minoranza rispetto alla massa umana che costituisce il legislatore, la quale, come tutte le masse è pigra, poco fantasiosa, passiva, specialistica quanto vuota, altisonante quanto volubile ed inetta.

Il politico medio che vuol stare a galla capisce che in qualche modo con il cannibalismo ci deve avere a che fare. E quindi, ecco realizzate le leggi che trasformeranno il tabù in fenomeno mainstream protetto dalla giurisprudenza e dalle forze dell’ordine.

 

Policy

 

Nell’ultima fase assistiamo alla trasformazione definitiva dell’idea, da diffusa a legalizzata. La propagazione sui media è virale, così come i dibattiti in sede parlamentare: l’idea riceve piena importanza politica. I cannibali sono oramai totalmente umanizzati, quindi fatti oggetto di diritti inalienabili.

Qui entrano in campo direttamente le lobby; le ricerche scientifiche storico-antropologiche lasciano il passo a statistiche sociologiche riguardanti il presente più stretto. I sondaggi tastano l’umore del popolo democratico: legalizzare il cannibalismo, sì o no?

Con il giusto clima socio-politico, magari pure con una bella spintarella dall’ONU o da Bruxelles,  arriva la prima legge. Vietato discriminare i cannibali, mai più l’«antropofobia» che fa suicidare tanti poveri «antropofili». Poi le scuole, con libri per bambini ricchi di disegni di grande chiarezza illustrativa. Infine la libertà di mangiare carne umana quandunque il cittadino lo desideri, certo con alcuni «paletti» tipici della civiltà del compromesso (come la Democrazia Cristiana): il consumato deve essere morto, o aver redatto una richiesta di eutanasia almeno una settimana prima; il consumato può essere anche sano e vivente purché si compili un contratto con il consumatore che autorizzi a quest’ultimo di cibarsi delle carni del contraente, come pare succedere spesso in Germania, patria del cannibalismo consenziente: il primo caso fu quello di Armin Meiwes, di recente abbiamo visto anche la storia di Detlev Guentzel, poliziotto antropofago che si mangiò, non senza il permesso dell’interessato, Wojciech Stempniewicz, un consigliere comunale della CDU (appunto, la DC tedesca).

 

Finestra sull’ecosistema del Male

 

Ora, il lettore capirà a quante realtà lo schema di Overton sia stato già applicato.

Per il sodomismo mondialista, e le relative nozze, siamo già vicini a chiudere la finestra.

Abbiamo assistito, nel giro di pochi anni, a tutta la trafila. Da idea reietta è divenuta oggetto di studio (lo studio psichiatrico dell’omosessualità, prima incoraggiato poi militarizzato dai militanti LGBT), poi fenomeno chiacchierato («sai che anche quello…» «Come Giulio Cesare!»), poi ancora fatto razionale («se uno nasce così…»), quindi tema popolare (gli omosessuali al Cinema e in TV, da In&Out a Un Posto al sole; gli stilisti invertiti innalzati ad esempio perfino per i cattolici, come nel caso di CL e Dolce&Gabbana), infine legge di Stato: ddl Scalfarotto, ddl Fedeli (ora riassorbito e già votato nel decreto «Buona Scuola»), ddl Cirinnà.

 

Per l’aborto fu lo stesso: un’omicidio che va contro lo spirito di una Nazione Cattolica viene fatto oggetto di conferenze e studi sociali; compaiono i gruppi estremisti (i radicali di Pannella e Bonino e gruppi pragmatici come la squadra di mammane capitanata da Eugenia Roccella, ora deputato dei vescovi in Parlamento), quindi  viene discusso («si dice che Grace Kelly…»), poi razionalizzato (si deve procedere in certi frangenti: ecco che esplode il caso Seveso, con Susanna Agnelli che a Montecitorio chiede una deroga per far abortire le donne della cittadina che si supponeva intossicata), quindi idea popolare («l’utero è mio e me lo gestisco io», è un ritornello che dalle studentesse si sposta verso qualsiasi donna si senta infine «liberata»), infine legalizzato pienamente dalle stesse forze che in teoria lo tenevano fuori dal discorso pubblico: la DC crea la 194, pensando che sia un buon compromesso tra il divieto di aborto – ritenuto, dopo tante fasi della finestra, «impossibile da mantenere» – e i cannibali oltranzisti Pannella e Bonino, che vorrebbero l’aborto senza freni. I democrisiani, fieri degli stupidi «paletti» posti, non si rendono conto che accettando l’aborto nel discorso pubblico hanno permesso al pensiero radicale di dilagare sino ad affogare ogni resistenza. Così, l’aborto totale chiesto da Pannella – che ora, infatti, difende alla grande la 194 – si ottiene tramite la resistenza simbolica dei cattolici: i colloqui in consultorio sono fittizi, il periodo prima dell’esecuzione del feticidio diviene un dettaglio trascurabile.

 

In più, con lo sdoganamento di questo vero e proprio cannibalismo infanticida a spese del contribuente, il potere radicale ha caricato i colpi successivi, che ne sono la diligente conseguenza. La produzione di umani in vitro, presupposta dal libero aborto, presuppone a sua volta i matrimoni tra invertiti, che hanno così possibilità di prodursi i figli biotecnologicamente, fecondazione eterologa in vitro e impianto in utero surrogato,quindi eliminazione del bambino difettato, se necessario.

 

Il buco nella diga, grande come il dito di un bimbo, la fa crollare tutta.

 

Ad essere normalizzato fino alla legalizzazione non è più il singolo fatto – come l’aborto – ma un ecosistema del Male in sé. Un clima, un ambiente complesso.

Così, la legalizzazione dei matrimoni omofili, è solo il cavallo di Troia per far entrare nel discorso pubblico – legittimamente e con la protezione armata di Polizia, Carabinieri, Esercito – la congerie di perversioni associate all’omosessualismo: la rinuncia definitiva a pensare all’amore fisico come atto procreativo (love is love, e niente questo ha più a che fare con la fertilità), la voracia sessuale senza limiti (tipica delle dark room e dei pisciatoi pubblici), le pulsioni esibizioniste tradotte in pura  pornografia (come ai gay Pride), la necessità della produzione in vitro delle creature umane (con eugenetica borghese come sopramercato), l’inevitabilità del mercato dei gameti (con casi di incesto genetico in arrivo),  lo schiavismo terzomondiale degli uteri in affitto (che prima o poi, come preconizzato dall’avanguardia gay, sarà sostituito da xeno-gestazioni – ossia bambini incubati dentro a scrofe – o uteri artificiali veri e propri).

 

Come nelle storie, il vampiro ti entra in casa solo se invitato. E tu credi di invitarlo a cena, e poi ti ritrovi con tutta la famiglia azzannata a sangue.

Per quanto incredibile, i democristiani questo non lo hanno ancora capito.

 

Non si pensi che la pedofilia non stia già avviandosi a fase avanzate della finestra. Abbiamo scritto su questo sito di un Convegno presso l’Università di Cambridge (luglio 2014), dove si sostenne che «la pedofilia sia cosa normale tra maschi adulti», poiché «una certa porzione di maschi adulti normali vuole fare sesso con i bambini» e «i maschi normali sono eccitati dai bambini». Poi lo scorso settembre, ecco che spunta, davvero d’un bleu, un articolo del New York Times: lo si spiega sin dal titolo, «Pedophilia, a disorder, not a crime» («pedofilia, un disordine, non un crimine»). Il manuale psichiatrico più seguito al mondo, il DSM, uscito incredibilmente nella sua quinta edizione con il declassamento della pedofilia a «orientamento sessuale» (dopo le proteste, i compilatori dell’American Psychiatric Association provano a ricucire sostenendo che si tratta di un typo, un refuso…)

Abbiamo visto come i radicali – dei veri pionieri assoluti, la cui prescienza ha un ché di davvero preternaturale – già nel 1998 organizzavano convegni per normalizzare politicamente l’inclinazione pedofila: ad organizzare, Pannella e l’ora berlusconiano Daniele Capezzone, con il coinvolgimento di una ressa di deputati e senatori che vanno da Taradash a Vittorio Sgarbi a serque di carneadi del PD (allora DS) o della Lista Pannella o di Forza Italia, più psicanalisti di grido, filosofi, sociologi, imprenditori, giornalisti, uomini di apparato ministeriale, etc. Alla lista, oggi, si aggiungerebbe anche qualche vescovo… (2)

Non so, forse Pannella, che è vecchio e malato, vuole davvero provare a vedere se in vita riuscirà a vedere overtonizzata anche questa immonda aberrazione, e per questo ci parla dei suoi ninfetti.

 

Distruggete la finestra di Overton

 

Terminata questa discesa negli inferi dello Stato moderno, allo scrivente risulta chiara quindi una cosa: per nessuna ragione, nessuna davvero, deve essere consentito l’uso di questo sistema disumanizzante, in grado di trasformare i carnefici in vittime, i mostri in santi, i cannibali in minoranze discriminate.

Si tratta, purtroppo, di un tratto ineliminabile di una strutura politica basata sul consenso, dove chi governa subisce le pressioni di chi è governato, anche quando quest’ultimo è con evidenza turlupinato, sopraffatto da forze altre.

La democrazia e il Male, purtroppo, sembrano essere termini legati da una forza magnetica.

La democrazia, che si vuole sposa del «progresso», non può che soggiacere a questa spirale perversa che porta il legislatore, e il popolo tutto, verso l’abisso più suicida.

 

La democrazia è permeabile ad una tale follia perché essa è ormai la sola irradiazione statuale, peraltro sempre più trascurabile, dell’umanità schiava del  relativismo. Un mondo senza più punti fermi, un mondo senza Verità, può solo produrre uno Stato che tenta di adattarsi al gorgo, invece che nuotare  lontano – anzi,lo Stato relativista non percepisce nemmeno il gorgo, perché gli è stato insegnato che panta rei, tutto scorre.

 

La Fede Cattolica presuppone l’esatto opposto: esiste una Verità, e il mondo – e lo Stato – vi si devono adeguare. Questa verità è fissa, immutabile: è una sola, perché materialmente creatrice del mondo, materialmente rivelata all’umanità in forma umana, materialmente vivificante; ogni aspetto dell’Essere è rivolto ad essa.

Vi è una sola legge naturale, scritta una volta per tutte, scritta sin dentro il nostro cuore, i nostri geni, la nostra esistenza.

 

Lo Stato Cristiano protegge la legge naturale e solo quella, non cambia i suoi codici per venire incontro ai popoli drogati dalla demagogia. Lo Stato Cristiano è esecutore di una dimensione divina che è eterna, non negoziabile, irreversibile, non discutibile.

 

Per questo ritengo che ogni forza voglia richiamarsi ad una politica cristiana debba con ogni energia rifiutare la trappola della tirannia del consenso.

Il compito di ogni cristiano è di procedere, con la preghiera o con la propria energia politica, alla distruzione della finestra di Overton.

 

E di creare le basi per l’instaurazione di un unico processo politico: l’intronazione di Gesù Cristo Re dell’Universo.

Roberto Dal Bosco

NOTE

 

1) Il primo a portare al grande pubblico la finestra di Overton è stato, nel 2010, il conduttore radiotelevisivo vicino al Tea Party Glenn Beck. Lo strambo e sanguigno opinionista mormone-libertario  (ed ex cattolico) dedicò al fenomeno diverse trasmissioni televisive, vedendone però solo le possibilità manipolative in ambito del dibattito interno statunitense (Obamacare sì, Obamacare no). Beck ha anche pubblicato un thriller (con probabilità scritto da uno dei suoi collaboratori) chiamato appunto The Overton Window.

 

2) Alcuni nomi dei partecipanti al Convegno radicale sulla pedofilia sono riportati qui di seguito. Trattandosi spesso di persone centrali per il discorso politico ed intellettuale del Paese, leggerli vengono le vertigini ancora ora. La bipartizanship sulla questione pedofila, in un Paese che per venti anni si è diviso su qualsiasi quisquilia, è davvero encomiabile.

«Barbara ALBERTI (scrittrice), Marco BARBUTI (Presidente Associazione Italiana Internet Providers), Giorgio Maria BRESSA (Psichiatra), Ernesto CACCAVALE (Eurodeputato Forza Italia), Manlio CAMMARATA (Direttore di Interlex), Cinzia CAPORALE (Bioeticista), Aldo CAROTENUTO (Docente della Psicologia della Personalita’ all’Universita’ di Roma), Elena COCCIA (Avvocato), Pasquale COSTANZO (Docente di Diritto costituzionale all’Universita’ di Genova), Stefano CRISPINO (Presidente Ordine psicologi del Lazio), Luigi DE MARCHI (Psichiatra), Giuseppe DE RITA (Presidente CNEL), Ruggero GUARINI (Giornalista e scrittore), Sebastiano MAFFETTONE (Docente di Filosofia politica all’Universita’ di Palermo), Claudio MANGANELLI (Componente dell’Autorita’ per la tutela dei dati personali), Adelmo MANNA (Docente di Diritto penale all’Universita’ di Bari), Armando MASSARENTI (Responsabile della pagina “scienza e filosofia” del supplemento culturale de “Il Sole 24 Ore”), Mauro MELLINI (Avvocato), Piero MILIO (Senatore Lista Pannella), Paolo NUTI (Direttore MC-Link), Anna OLIVERIO FERRARIS (Psicologa), Angelo Maria PETRONI (Docente di Filosofia della Scienza all’Universita’ di Bologna), Lorenzo PICOTTI (Docente di Diritto penale all’Universita’ di Friburgo),  Antonio PILATI (membro Autorita’ Garante per le Telecomunicazioni), Iuri Maria PRADO (Avvocato), Piero ROCCHINI (Psichiatra), Stefano RODOTA’ (Presidente dell’Autorita’ per la tutela dei dati personali), Rosario SAPIENZA (Ricercatore CENSIS), Luigi SARACENI (Deputato DS), Sergio SEMINARA (Docente di Diritto penale commerciale all’Universita’ di Pavia), Vittorio SGARBI (Deputato Gruppo Misto), Vincenzo SINISCALCHI (Deputato DS), Marco TARADASH (Deputato di FI), Vittorio ZAMBARDINO (Responsabile editoriale di “Repubblica Internet”)»

 

Articolo apparso previamente su EFFEDIEFFE.COM

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È stata senza ombra di dubbio la storia-tormentone dell’estate 2026. Sapete, ogni anno, con la stagione delle vacanze, emerge una vicenda, che ha tinte di giallo e/o rosa, tiene impegnati i giornali e in teoria anche l’opinione pubblica. È la traslazione giornalistica del «Tormentone estivo», concetto musicherello introdotto nei primissimi anni Sessanta da Nico Fidenco («Legata ad un granello / di sabbia») e proseguito con Edoardo Vianello («Siamo i Vatussi / gli altissimi negri»), Donatella Rettore («Voglio andare ad Alghero / in compagnia di uno straniero»), i Righeira («Vamos a la playa / oh oh oh oh»).

 

Il tormentone estivo giornalistico del 2001 fu la storia dell’arcivescovo Milingo e della moglie coreana Maria Sung, uniti in matrimonio dal reverendo Moon. Nel 2002 vi era il delitto di Cogne. Nel 2004 la scomparsa di Denise Pipitone, nel 2022 la rottura tra Totti e Ilary, nel 2024 il caso del ministro Sangiuliano e della pompeiana Boccia. Sono solo esempi, per far capire: il mistero e il crimine si alternano, o si fondono, con questioni familiari, erotico-amorose, o giù di lì.

 

Il tormentone 2026 è, senza dubbio, quello del giornalista Sigfrido Ranucci, sovrano re di Report. Dobbiamo capire che quella del Ranucci – che già di per sé parte con, spiegava bene l’ex sindaco sceriffo di Salerno ed ex governatore della Campania Vincenzo de Luca, un nome «nibbelungigo» – era una storia da ascriversi alla categoria della favola.

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Eccerto: il principe Ranucci guidava l’esercito della giustizia italiana. Per il popolino piddino, e non solo, Report rappresentava la vera autorità di giudizio della Nazione: un’illazione lanciata in un servizio della trasmissione valeva più di mille sentenze di Cassazione. Se il principe Ranucci, con l’eterno placido sorrissetto, la camicia per qualche ragione scollacciata, la erre moscia unita alla zeta talvolta problematica («Rendsi»), diceva una mezza cosa, si poteva star certi che era vero e giusto. Perché Report non temeva nulla, e lo faceva per il bene della verità e del popolo. Report era Robin Hood. Come non fidarsi?

 

Chi scrive, e chi legge, magari sarà pure caduto una volta nella trappola: «oh bravi, finalmente attaccano sull’OMS!» Poi, usciti dallo stordimento televisorico (la TV è fatta per questo: per narcotizzarvi, inzigarvi, ipnotizzarvi) uno ci ripensa: ma davvero, con l’ondata di morte e di follia sulle strade, menano il torrone per mesi sulla storia del paper pandemico fatto ritirare? Sarebbe questa la verità? Sarebbero questi gli eroi?

 

Gli eroi, i cavalieri del principe Ranucci, sembrano godere di una libertà assoluta: le accuse fatte negli anni ad individui ed istituzioni saranno costate un numero spropositato di querele, ma questi vanno avanti comunque – chiaro che qui parliamo quasi per invidia, perché chi fa un giornale sa che la libertà di parola esiste solo se c’è un grande editore che ti paga le spese processuali, e in questo caso il grande editore siamo noi, i contribuenti. Beati.

 

Gli stessi cavalieri reportisti, ha scritto Il Tempo, godrebbero anche di un altro privilegio pazzesco: uno stipendio lordo spropositato, una cifra alla quale non sappiamo se vogliamo credere. Certo che è partita subito la smentita: sono delle partite IVA, ci sono i costi operativi. Ci sono i viaggi (facciamogli scoprire Ryanair e AirBnB) il noleggio di mezzi (tipo?) il montaggio (che se non si fa in RAI, si fa a casa con un portatile) e troupe (ma davvero vanno via con più di un cineoperatore? Noi avevamo ammirato servizi se sembravano davvero fatti dal giornalista da solo, una telecamerina per fare i totali e altre due sul tavolo per i primi piani: fantastico).

 

Il costo al contribuente, immaginiamo, non sarebbe solo fatto di queste cifre (che terrebbero in piedi, cadauno, chissà quante piccole testate) ma quello degli avvocati delle battaglie reportistiche: tutti i servizi che partono da qualsiasi argomento, e che arrivano inevitabilmente ai fahashistih e alla ‘Ndrangheta, con nomi e cognomi, qualche querela l’hanno mica tirata su?

 

Che importa, tuttavia, all’Italiano suddito dello Stato-partito: l’eroismo ha i suoi costi. Ai cavalieri andrà pure finanziata l’armatura, e magari pure un castelluccio, no? La favola dei reporterri vendicatori, gli Avengers dell’informazione democratica, deve andare avanti. In essa è contenuto un significato più grande: quello della veridizione della TV e quindi dello Stato stesso. Se c’è qualcuno che dice il vero, allora il sistema non è totalmente marcio – qualcosa va ancora creduto.

 

Non stiamo parlando di bazzecole: è in gioco più dell’informazione, dell’intrattenimento, dello scandaletto fomentato da ogni servizio. È in gioco la credibilità stessa del potere dello Stato-partito. Qualcosa che non ha prezzo, perché se questa viene a mancare, esso perde tutto, perché senza il collante della fiducia, pur minima, può essere disobbedito, rovesciato, disintegrato. La favola, la narrazione, serve a questo.

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Ora, con quello che si è scoperchiato quest’estate la favola sembra aver ceduto il passo ad altri generi narrativi. In particolare, la storia di Report sembra essersi agganciata al cosiddetto «cinema di genere», specialmente italiano – quei filoni di cinema infimo prodotto intorno agli anni Settanta, che hanno purtroppo numerosi sostenitori, che si dividevano in varie celebri sottocategorie.

 

C’era, ad esempio, la commedia sexy (Giovannona Coscialunga disonorata con onore, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, Spaghetti a mezzanotte, Cornetti alla crema), erede italiana del vaudeville, genere teatrale del XVII secolo: intrighi con mogli, amanti nascosti nell’armadio, etc. Impossibile non pensarvi leggendo le ultime, con le compagne dei protagonisti coinvolte nella vicenda. Dalle intercettazioni, la compagna italo-argentina del faccendiere avrebbe scoperto che questo aveva un’amante estetista brasileira, facendo partire l’erinnica furia e la spontanea presentazione ai magistrati.

 

Il lato sexy è arricchito, e reso contorto, dal riaffiorare di un libro classificato come autobiografico di Ranucci (ma che davvero?) che, definito dalla fondatrice di Report Milena Gabbanelli come «un gran rubacuori» (ma che davverodavvero?). In una trasmissione dove Ranucci è intervistato viene letto un passaggio: una stagista della trasmissione «si toglie la camicia, si sfila le scarpe, sbottona i pantaloni aderenti facendoli scivolare giù, con un sinuoso ondeggiare dei fianchi. La sua pelle liscissima tradisce una cura ossessiva per il corpo. Dopo aver indugiato con malizia, perché ispezioni ogni centimetro del suo corpo, sale su di me allunga la mano destra a coprirmi occhi e bocca. In pochi minuti raggiunge l’orgasmo».

Risatine e qualche applauso del pubblico in sala. «Ma dico scusa, dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fate fare?» sbotta il Ranucci. Il pubblico intelligentissimo sghignazza e batte le mani più sonoramente.

 

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Tuttavia nel libro, che parlarebbe di inchieste ma che sarebbe costellato di racconti personali come questo, vi sarebbero pennellate molto più oscure. Nel testo viene narrato l’incontro con la stagista della trasmissione, la successiva relazione, la gravidanza interrotta (come?) e la tragica morte della donna, investita da un’auto nel 2014. La donna avrebbe scoperto sull’iPad un’email ad un’altra donna. La ragazza sarebbe fuggita dalla stanza di albergo venendo investita da un SUV.

 

Selvaggia Lucarelli, of course, ci è zompata sopra. Ranucci si è difeso dicendo che si stava fraintendendo una parte romanzata del memoir. Noi non sappiamo che dire, e rimaniamo con le domande: perché un giornalista in un libro di retroscena delle inchieste che ha seguito deve aggiungere passaggi sulla sua vita erotica? Non è terrificante la storia della morte della ragazza? Perché raccontarla così?

 

C’era poi in Italia un altro genere dei filmacci di genere, ed era quello degli spy movie all’italiana, detti anche «Eurospy», che erano di fatto cloni degli 007 che vedevano in quegli anni successi strepitosi (Agente 077 missione Bloody Mary, Agente 077 dall’Oriente con furore e Missione speciale Lady Chaplin): lo stesso Quentin Tarantino, genio storico-cinematografico oltre che cinematografico tout court, ha reso omaggio al filone nel capolavoro recente Once Upon a Time in Hollywood.

 

Ebbene, la storia del finto attentato a Ranucci, che sarebbe stato organizzato per propellerlo verso la politica sino alle altissime sfere dello Stato – il principe diventa tale! – sembra tratta da lì, da una cattiva pellicola di spie. Tanti elementi ci sono: il complotto, la manipolazione dell’opinione pubblica mentre il manovratore manovra dietro le quinte, l’intrigo internazionale, con proprietà in Zimbabwe e in Africa. C’è pure l’archetipica figura dell’henchman, lo scagnozzo grande e grosso che protegge il villain cervellone del piano diabolico: ecco un immenso camerunense con nome portoghese, che, dicono i giornali, sarebbe una bodyguardia con addestramento militare nelle forze speciali di chissà quali Paesi, dice al Corriere un ex socio zimbawiano del faccendiere. Ora è latitante in Africa: è stato accusato dalla Procura di Roma di essere stato l’intermediario chiave e l’organizzatore logistico dell’attentato dinamitardo

 

Beh, c’è questo selfie, del 2022, dove il principe Ranucci sta con la presunta «spalla» della presunta Spectre del ristorante Cefalù (dove, nelle paparazzate risalenti, era finito pure tra i due amiconi anche l’immancabile figura vaticana, monsignor Gianni Fusco, avvocato rotale e docente di teologia). Confidando a Lavitola di trovarsi in un momento di forte difficoltà, Sigfrido gli aveva chiesto ironicamente come battuta: «Me lo puoi prestare?», scherzando proprio sulla sua imponente stazza fisica e sulle sue capacità di guardia del corpo.

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Ma veniamo al main character: Lavitola, a chi scrive e chi legge i giornali, e alla magistratura era notissimo: da anni. L’uomo ha una lunga storia di inchieste e condanne passate. Prima dell’arresto per il caso del presunto attentato a Sigfrido Ranucci, il suo nome è rimasto legato per anni a diversi filoni d’indagine e scandali politici della Seconda Repubblica.

 

Lavitola fu coinvolto riguarda la «casa di Monte Carlo», uno scandalo politico che scosse la politica italiana nell’estate 2010, durante il quarto governo Berlusconi, e che contribuì alla fine della carriera politica di Gianfranco Fini, allora presidente della Camera. «Nel settembre di quell’anno il quotidiano diretto da Lavitola pubblicò un documento del governo dello stato caraibico di Saint Lucia, diffuso poi da altri quotidiani. Secondo quel documento il vero proprietario di una società off-shore che aveva comprato da Alleanza Nazionale un appartamento nel principato di Monaco era Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, che in quella casa abitava», ricorda Il Post.

 

Fu poi condannato per tentata estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi a 2 anni e 8 mesi, con richieste di denaro all’ex premier per non divulgare informazioni sul cosiddetto «caso escort» alle «cene eleganti». Nel 2014 fu condannato in via definitiva per tentata estorsione a un anno e quattro mesi.

 

Per la sua attività giornalistica ed editoriale con L’Avanti!, testata un tempo del Partito Socialista Italiano, è stato condannato a tre anni e otto mesi di reclusione nel 2015 per finanziamenti pubblici illeciti attraverso società riconducibili a lui. Al rientro in Italia nel 2012 ricevette anche un’ordinanza di custodia cautelare legata alla truffa sui finanziamenti pubblici all’editoria per la gestione del suo quotidiano. Fu quindi radiato dall’albo dei giornalisti.

 

E quindi, il principe del giornalismo italiano, va a cena con uno radiato al sacro albo del mestiere? (Quello a cui uno dei cavalier serventi ranucciano, la vegana santorina Giulia Innocenzi, dopo aver fallito l’esame da professionista, effettivamente non è iscritta)

 

E qui veniamo al vero problema di fondo secondo noi. Lo scandalo non riguarda tanto il caso giudiziario: quello che rileva è la dissonanza cognitiva: questa è la compagnia dei principi? Ma James Bond va a cena con la Spectre? Si fa i selfie con i suoi esponenti?

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Il problema, per i giornali e forse per tutti, in verità è tutto qua. Se il principe è amichetto del drago, mica è più una favola, né un film di genere.

 

Epperò Renovatio 21 ricorda un altro dettaglio che apre ad altri scenari. E altre domande.

 

Lavitola ce lo ricordiamo soprattutto per lo scandalo «panamense» di inizio anni Duemila, una storia di presunte tangenti a politici locali per la costruzione di carceri e l’acquisizione di appalti ed elicotteri. Qui Lavitola sarebbe arrivato allo stesso presidente di Panama, Ricardo Martinelli. In quegli anni giornali di sinistra ne parlarono moltissimo, perché pensavano fosse un modo per colpire Berlusconi, tanto più che Lavitola avrebbe soggiornato con il presidente mesoamericano nella mitica Villa Certosa, l’indimenticabile magione berlusconiana sarda con vulcano finto e tunnel sottomarino per il sommergibile di Putin (quest’ultima forse una leggenda metropolitana, mentre del vulcano fake, azionabile col telecomando, incredibilmente non vi è alcuna foto).

 

È raccontando del tempo trascorso in Sardegna da Lavitola e Martinelli che esce qualcosa di interessante.

 

Scrive il Corriere della Sera del 17 aprile 2012: «le intercettazioni svelano come Lavitola abbia “pagato le vacanze del presidente Martinelli e altre tre persone in Sardegna dal 18 al 21 agosto 2011 all’hotel Cala di Volpe”». Lavitola e un manager di grande impresa pubblica intercettati quindi «”concordano il 18 agosto come giorno per fare l’incontro con il premier a Villa Certosa”. In realtà Berlusconi non va in Sardegna ma gli ospiti vengono accolti comunque nella residenza presidenziale e agli atti è allegata una telefonata dello stesso Berlusconi a Lavitola».

 

«Poi il faccendiere parla con Martinelli, lo chiama “fratello” e, sottolinea il giudice, “si raccomanda con il presidente panamense di fare delle foto da inviare al suo giornale per dimostrare che è stato ospite di Berlusconi”».

 

I giornalisti corrieristi autori del pezzo finivano l’articolo così, con tale petardo. «Fratello». Era perché si volevano davvero bene? Era un’«amicizia fraterna», come quella tra Ranucci e il faccendiere, così come definita ripetutamente sui quotidiani ora?

 

Oppure «fratello» significava qualcosa d’altro? C’è da dire che il Lavitola non è che abbia fatto mistero di certe sue passione per la fratellanza.

 

Scrive SkyTG24 nel 2011: «”mi sono iscritto alla massoneria a 18 anni” – Sollecitato dai giornalisti presenti in studio, ha raccontato dell’iscrizione, a 18 anni, alla massoneria. “Mi sembrò, leggendo un libro, che fosse il miglior apprendimento per imparare a stare zitti”. “Per quasi due anni sono stato apprendista, il grado più basso – ha ricordato Lavitola – e non conosco gli altri gradi. In quel periodo la mia famiglia ebbe grossi problemi finanziari tanto che furono altri a pagarmi la quota per la Loggia».

 

Panama, come tutti i Paesi sudamericani, hanno delle élite dove i grembiuletti abbondano.

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A questo punto si è inserito, a luglio lo stesso Grande Oriente d’Italia. «Ranucci ha riabilitato l’amicizia con i massoni», ha dichiarato a Il Foglio il gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. La cosa, dice il venerabile Antonio Seminario «non ci dispiace. Ma nemmeno gli chiediamo di esserlo. Però sa, tutto questo è soltanto un riflesso del nostro magnifico Paese».

 

Tutto vero: magnifico Paese fondato dai massoni con una guerra anticattolica ottocentesca, poi continuata con la fratricida Grande Guerra Mondiale, e poi ancora con trame che, fa Licio Gelli a certe oscurità calabresi e sicule, non si sono esaurite mai.

 

Il venerabile Seminario (che è una vertice della massoneria italica, non un evento educativo: tuttavia immaginiamo la vertigine semiotica di un seminario condotto dal Seminario) reagiva ad un audio privato pubblicato da La Verità, dove il Sigfrido parlava della presenza di «mafia e massoneria dentro la RAI».

 

«Anche dentro la Rai c’è un po’ di mafia, un po’ di massoneria (…) è da dentro che si fanno le battaglie». Epperbacco.

 

Cioè fateci capire. Cioè dentro-dentro? Quanto vicino? Cioè solo dentro, o anche fuori?

 

Che film stiamo vedendo? È solo un dramma di un uomo di successo che cade in disgrazia? Sigfrido e la sua Götterdämmerung, il crepuscolo degli dei del goscismo audiovisivo nazionale a spese del contribuente?

 

Oppure intorno alla favola del principe Ranucci, e in quella più vasta di quelli col grembiuletto rosso, c’è qualcosa di più?

 

Qualcosa che, nell’Italia Bella Addormentata, non si può ancora dire?

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di Arezzo TV via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

 

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Politica

«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente

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Lo scrittore Camillo Langone ha ricordato sul Foglio la grande campagna politico-pubblicitaria del 1999 per portare al Quirinale Emma Bonino.   «Scrivere quello che penso di una persona appena morta non è possibile. Magari fra un mese, in sede di trigesimo, e però fra un mese prego di avere qualcosa di più divertente da scrivere» scrive Langone. «Mi piacerebbe nondimeno elencare tutti coloro che nel 1999 firmarono affinché la persona appena morta diventasse presidente della Repubblica e intitolare questo elenco “Il tradimento dei chierici”, volendo stare alto, oppure “Il culturame contro la vita”, abbassando un po’ il livello».   «Passati 27 anni, molti dei firmatari sono defunti e a loro non posso più rinfacciare nulla, a cominciare da Indro Montanelli (comunque a novant’anni sarai pur libero di andare all’aceto)» continua lo scrittore parmigiano.   «Però sono vivi sostenitori come Achille Bonito Oliva e Alessandro Cecchi Paone, Margherita Buy (Jasmine Trinca non era ancora su piazza) e Cristina Comencini (Carlo Calenda era ancora alla Ferrari), tutti abbastanza prevedibili, così come i quasi (quasi) imprevedibili Franco Cardini, Ernesto Galli della Loggia, Eugenia Roccella».

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«In quell’antico, degradante appello la firma che mi dispiace di più è quella di Pupi Avati: tu quoque, Pupi? Brutta cosa il gregarismo. Fra un mese la cosa più bella sarebbe scrivere l’elenco di coloro che, pur interpellati, non firmarono» conclude l’autore del Manifesto della destra divina.   Orbene, prima di arrivare a quanti, eroicamente, non misero la firma per la superabortista al tribunale (10 mila bambini eliminati con le sue proprie mani, vantava), ci siamo chiesti se vi era ancora da qualche parte la lista completa dei firmatari: online, cercandola pure a fondo, non l’abbiamo trovata.   Abbiamo potuto mettere insieme un po’ di nomi ricavandoli dagli infiniti «coccodrilli» di questi giorni e da altri articoli comparsi negli anni. La lista non è lunghissima, ma comunque interessante. Caveat: non siamo sicuri di tutti questi nomi, perché in rete non c’è traccia della lista completa.  
  • Indro Montanelli — decano del giornalismo italiano, cantore a suo tempo del colonialismo italiano
  • Angelo Panebianco — politologo, editorialista del Corriere della Sera (il giornale del conservatorismo italiano, tipo)
  • Rita Levi-Montalcini — scienziata, Premio Nobel, senatrice a vita, attivista abortista
  • Antonio Baldassarre — costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale
  • Maurizio Costanzo — presentatore e giornalista, già nelle liste della P2
  • Lucio Dalla — indimenticato cantautore felsineo, associato talvolta all’omosessualità (mai dichiarata) o all’Opus Dei (smentito)
  • Margherita Hack — astrofisica televisiva, ateissima, figlia di pionieri italiani della Teosofia
  • Umberto Veronesi — oncologo «laico», già ministro, teorizzatore di un futuro bisessuale con il laboratorio come unica forma di riproduzione di individui sani
  • Danielle Mitterrand — vedova del noto presidente francese (cioè la vedova-vedova, non una delle amanti)
  • Franca Rame — attrice e moglie di Dario Fo, poi eletta al Senato nel 2006 con il partito biodegradabile Italia dei Valori (IdV) guidato da Antonio Di Pietro.
  • Edoardo Bennato — popolare cantante partenopeo
  • Franco Battiato — esoterico cantante etneo
  • Raffaele La Capria — scrittore e sceneggiatore dei film di Francesco Rosi
  • Oliviero Toscani — fotografo e pubblicitario dei Benetton, figlio del fotografo che fece gli scatti dei cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto
  • Caterina Caselli — cantante e soprattutto discografica milanese
  • Bernardo Bertolucci — regista premio Oscar, con alcuni film che ci chiediamo come possano essere passati sugli schermi per i contenuti allucinanti (e non parliamo di Ultimo Tango a Parigi, ma, ad esempio, de La luna)
  • Catherine Spaak — attrice, cantante, conduttrice televisiva e ballerina belga naturalizzata italiana
  • Claudia Koll — attrice di una pellicola di Tinto Brass, poi convertitasi al medjugorismo.
  • Iva Zanicchi — cantante detta «l’Aquila di Ligonchio», storica conduttrice della trasmissione di Rete 4 «Ok il prezzo è giusto»
  • Mario Monicelli — regista, poi finito suicida
  • Claudia Cardinale — attrice italo-tunisina, moglie di un regista senatore di Alleanza Nazionale
  • Vittorio Gassman — attore, che dichiarava la depressione e la sua cura psichiatrica apertis verbis.
  • Marco Tardelli — ex calciatore trionfatore del Mundial del 1980
  • Giorgio Celli — etologo televisivo bolognese
  • Salvatore Veca — filosofo della politica punto di riferimento filosofico della sinistra non marxista
  • Ernesto Illy — fedele valdese e imprenditore del caffè

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Ci colpiscono qui i nomi non dei para-intellettuali salariati dal sistema, non delle dive di passaggio, non degli artisti perversi, non dei ricconi parastatali, ma di figure ascritte alla destra italiana.   Segno che, anche quella, era già tre decadi fa catturata totalmente dalla Necrocultura: anche i «conservatori» volevano presidente degli italiani una tizia che rivendicava di averne abortiti più di 10 mila. Un’esercito di futuri cittadini spariti nel sangue a colpi di pompa della bicicletta. Loro, e i loro figli – italiani.   Abbiamo scritto che è giusto che la Bonino abbia funerali di Stato – perché lo Stato moderno è fondato sulla Morte.   Forse era giusto pure che la Bonino divenisse presidente della Repubblica. Le cose più si slatentizzano, meglio è.  

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Immagine di CoroRP via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
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Politica

Trump: l’Irlanda sarà riunificata

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha predetto che la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, che fa parte della Gran Bretagna, finiranno per riunirsi.

 

La Repubblica d’Irlanda divenne indipendente dalla Gran Bretagna nel 1922, mentre sei contee del Nord-Est rimasero nel Regno Unito e formarono l’Irlanda del Nord.

 

Dopo l’incontro di sabato a Dublino con il primo ministro irlandese Micheál Martin, Trump ha detto ai giornalisti che gli piacerebbe «vedere l’Irlanda riunificata». «Penso che sarebbe un grande successo per tutti se ciò accadesse. Accadrà prima o poi. Tanto vale che accada ora», ha aggiunto, indicando in Martin «l’uomo giusto… per dare il via al processo».

 

Pur ammettendo che «il Regno Unito avrà ovviamente qualcosa da dire al riguardo», Trump ha ribadito che un’Irlanda unita «sarebbe una cosa fantastica», aggiungendo di essere «amico» con il primo ministro irlandese e definendo i rapporti tra Washington e Dublino i migliori di sempre.

 

Più tardi, nella residenza dell’ambasciatore statunitense, Trump ha riconosciuto che le sue parole potevano essere controverse, osservando che «è una di quelle domande per cui, a prescindere da ciò che si dice, non esiste una risposta valida».

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All’inizio dell’anno aveva già parlato di una possibile «fusione» tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, richiamando il buon rapporto tra Martin e la vice prima ministra dell’Irlanda del Nord Emma Little-Pengelly.

 

I predecessori di Trump alla Casa Bianca hanno sostenuto lo status quo fissato dall’Accordo di Belfast del 1998, mediato dagli Stati Uniti e noto anche come Accordo del Venerdì Santo. Quell’intesa mise in gran parte fine a circa trent’anni di violenza politica in Irlanda del Nord tra l’IRA e altri gruppi minori favorevoli alla riunificazione con l’Irlanda, i gruppi lealisti che volevano restare nel Regno Unito e le forze di sicurezza britanniche.

 

L’accordo prevede un percorso verso la riunificazione se la maggioranza in Irlanda del Nord lo sostenesse. In quel caso il Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord dovrebbe indire un referendum.

 

Sabato, in un post su X, Gavin Robinson, leader del Partito Unionista Democratico, ha criticato le ultime parole di Trump. «Il presidente Trump sa meglio di chiunque altro che le elezioni contano… L’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito perché questa è la volontà democratica consolidata del suo popolo», ha scritto. L’Irlanda del Nord «continuerà a scegliere il Regno Unito e la sicurezza che offre».

 

Durante la sua prima visita in Irlanda del Nord il mese scorso, anche il primo ministro britannico Andy Burnham ha definito un referendum sulla riunificazione «fuori discussione».

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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