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Cristo Re, il cosmo divino contro il caos infernale. Omelia di Mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia nella festa di Cristo Re dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

 

 

Israël es tu Rex

Omelia nella festa di Cristo Re

 

 

 

Israël es tu Rex,
davidis et inclyta proles;
nomine qui in Domini,
Rex benedicte, venis.

D’Israele Tu sei il Re,
di David la nobile prole;
Tu che vieni, Re benedetto,
nel Nome del Signore.

Teodolfo di Orléans,
Inno Gloria laus et honor.

 

Gloria, laus et honor tibi sit, Rex Christe Redemptor. Al canto di questo inno antichissimo, intonato nella Domenica delle Palme dinanzi alle porte serrate della chiesa, la processione del clero e dei fedeli entra solennemente nella nuova Gerusalemme, spalancandone i robusti battenti con il triplice colpo della Croce astile.

 

La suggestiva cerimonia della seconda Domenica di Passione rievoca l’ingresso trionfale di Nostro Signore nella Città santa, di cui era figura l’ingresso di Salomone (1Re 1, 32-40). Essa ha dunque un’indole eminentemente regale, perché con questa presa di possesso del Tempio, Egli è riconosciuto e osannato come Dio, come Messia e come Re dei Giudei: il Cristo, Χριστός, l’Unto del Signore. La Sua divina Regalità era già stata testimoniata e onorata dai Magi, nella grotta di Betlemme: con l’oro al Re dei Re, l’incenso al Dio Vivo e Vero, la mirra al Sacerdote e Vittima.

 

Poco meno di cent’anni fa, l’11 Dicembre 1925, il grande Pontefice lombardo Pio XI promulgò l’immortale Enciclica Quas primas, nella quale è definita la dottrina della universale Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo: Egli è Re in quanto Dio, in quanto discendente della stirpe regale della tribù di Davide e per diritto di conquista mediante la Redenzione.

 

L’istituzione di questa festa non ha in verità introdotto nulla di nuovo. Essa è stata voluta da Pio XI per contrastare e combattere la peste del liberalismo laicista, il massonico Libera Chiesa in libero Stato e la folle presunzione di estromettere Gesù Cristo dalla società civile. Pio XI non fu il solo a ribadire solennemente la dottrina cattolica: prima di lui Clemente XII, Benedetto XIV, Clemente XIII, Pio VI, Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XIV, Pio IX, Leone XIII e San Pio X avevano severamente condannato le logge segrete, la carboneria, la Massoneria e tutti gli errori che i nemici di Cristo avevano sparso e alimentato nel corso degli ultimi due secoli.

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Dopo la grande frattura del Protestantesimo nel Cinquecento, i tre secoli successivi hanno visto affrontarsi in una serie di terribili battaglie la Chiesa Cattolica e l’Antichiesa, cioè la Massoneria: da una parte, il Principe della Pace e le Sue schiere angeliche e terrene; dall’altra, la scelesta turba, la folla sciagurata, aizzata dai mercanti asserviti a Lucifero.

 

Il mito del «popolo sovrano» ha sepolto sotto le rovine della Rivoluzione secoli di civiltà cristiana, mostrando sino a quali aberrazioni l’uomo potesse giungere. I Martiri di questi secoli di violenze inaudite e di eccidi ancora impuniti ci guardano dai loro scranni in cielo, chiedendo giustizia per il sangue che essi hanno versato, e con il loro silenzio – quasi di notte oscura per la Chiesa, alla vigilia della sua passione – essi osservano increduli i papi di questi ultimi decenni deporre le armi spirituali e cooperare con i nemici di Cristo.

 

Da quegli scranni ci guardano anche i Pontefici guerrieri che – anche a costo della propria vita, come Pio VI, imprigionato da Napoleone e morto di stenti in carcere – seppero affrontare a testa alta i più feroci attacchi contro Dio, contro il Papato, contro la Gerarchia Cattolica, contro i fedeli. Se la Storia non fosse stata falsificata dai momentanei vincitori di questa guerra – come avviene ancora oggi – nelle scuole i nostri figli studierebbero non la presa della Bastiglia, non le menzogne dell’epopea del Risorgimento, non le gesta di mercenari cospiratori o di ministri corrotti, ma le fasi del genocidio contro i Cattolici delle Nazioni un tempo cristiane.

 

Quando venne istituita la festa di Cristo Re, la Chiesa Cattolica non poteva più avvalersi della cooperazione dei Sovrani cattolici, che nelle leggi civili e penali avevano fatto osservare i principi del Vangelo e della Legge naturale. La prima autorità dell’ancien régime a cadere fu infatti la Monarchia di diritto divino, che attinge alla Regalità di Cristo la potestà vicaria nelle cose temporali.

 

La seconda autorità cadde pochi decenni dopo, e fu quella dei pontefici asserviti alla Rivoluzione. Con la deposizione della tiara papale, Paolo VI suggellò l’abdicazione della potestà di Cristo nelle cose spirituali e la resa alle ideologie anticristiche e anticattoliche della Sinagoga di Satana. «Anche noi, più di ogni altro abbiamo il culto dell’uomo», disse Montini alla chiusura del Vaticano II (1). E sotto le volte della Basilica Vaticana echeggiarono queste parole: «La Chiesa si è quasi dichiarata l’ancella dell’umanità», parole che solo pochi anni prima avrebbero scandalizzato qualsiasi Cattolico.

 

Paolo VI – e con lui il predecessore Giovanni XXIII – furono gli iniziatori del processo di liquidazione della Chiesa di Cristo e su di essi incombe la responsabilità di aver disarmato la Cittadella e averne spalancate le porte per meglio farvi entrare il nemico, salvo poi ipocritamente denunciare che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio» (2). E nulla si salvò da quell’operazione di disarmo: né la dottrina, né la morale, né la liturgia, né la disciplina.

 

Così venne sfigurata anche la festa di Cristo Re, la cui data fu spostata alla fine dell’anno liturgico, assumendo una valenza escatologica: Cristo Re del mondo a venire, non delle società terrene. Perché la Signoria del Verbo Incarnato non doveva rappresentare un ostacolo al dialogo con «l’uomo contemporaneo» e con l’idolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

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I fautori di questo smantellamento suicida ebbero a rallegrarsi che finalmente si fosse posto fine al trionfalismo postridentino di una Chiesa che voleva convertire il mondo a Cristo, e non adattare la divina Rivelazione all’antievangelo dell’Antichiesa; di una Chiesa che onorava il proprio Signore come Re universale e a Lui voleva condurre tutte le anime, perché nel regnum Christi esse potessero vivere nella pax Christi.

 

Scelesta turba clamitat: regnare Christum nolumus (3) – cantiamo nel magnifico inno della festa odierna – La folla scellerata schiamazza: Non vogliamo che Cristo regni! Questa bestemmia è il grido di battaglia delle orde di Lucifero, dei figli delle tenebre; lo stesso grido che risuonò quando lo spirito ribelle e orgoglioso di Satana vomitò il suo Non serviam. Un grido che sovverte il κόσμος divino, fondato in Nostro Signore Gesù Cristo, nel Dio incarnato per obbedienza all’Eterno Padre, e per obbedienza morto sulla Croce propter nos homines et propter nostram salutem.

 

Alla fine dei tempi, ormai prossima, l’Anticristo contenderà a Cristo proprio la Sua universale Signoria, cercando di sedurre i popoli con prodigi e falsi miracoli, addirittura simulando la propria resurrezione. Affascinante, seducente, simulatore, orgoglioso, pieno di sé, l’Anticristo combatterà la Santa Chiesa senza esclusione di colpi, ne perseguiterà i Ministri e i fedeli, ne adultererà la dottrina, ne corromperà i chierici facendone dei propri servi.

 

Quello che vediamo accadere nella sfera civile e religiosa da almeno da due secoli, in un continuo crescendo, è la preparazione di questo piano infernale, volto a spodestare Nostro Signore, a rifiutarLo come Dio, come Re e come Sommo Sacerdote, a calpestare empiamente l’Incarnazione e l’opera della Redenzione.

 

Con la festa di Cristo Re noi cooperiamo al ripristino dell’ordine, del κόσμος divino contro il χαός infernale. Restituiamo a Cristo la corona che già Gli appartiene, lo scettro che Gli ha strappato la Rivoluzione. Non perché stia a noi rendere possibile la restaurazione dell’ordine, di cui sarà artefice unico Nostro Signore, ma perché non è possibile prendere parte a questa restaurazione senza che noi vi contribuiamo.

 

Ai tempi della prima Venuta del Salvatore, il regno di Israele e il tempio non avevano né un Re legittimo, né legittimi Sommi Sacerdoti: l’autorità civile e religiosa era ricoperta da personaggi di nomina imperiale. Nella seconda Venuta alla fine del mondo questa vacanza dell’autorità sarà ancora più evidente, perché Nostro Signore ricomporrà in Sé tutte le cose – Instaurare omnia in Christo (Ef 1, 10) – in un momento storico in cui sarà il Male a dominare in tutti gli ambiti della vita quotidiana, in tutte le istituzioni, in tutte le società.

 

E sarà una vittoria trionfale, schiacciante, totale, inesorabile, su tutte le menzogne e i crimini dell’Anticristo e della Sinagoga di Satana.

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Facciamo nostra la preghiera dell’inno Te sæculorum Principem:

 

O Christe, Princeps Pacifer,
Mentes rebelles subjice:
Tuoque amore devios,
Ovile in unum congrega.

 

O Cristo, Principe che porti la vera Pace: sottometti le menti ribelli e riunisci in un solo ovile quanti si sono allontanati dal Tuo amore. E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

26 Ottobre MMXXV
D.N.J.C. Regis
Dominica XX post Pent., ultima Octobris

 

 

NOTE
1) Cfr. Discorso di Paolo VI alla IX Sessione Pubblica del Concilio Vaticano II, 7 Dicembre 1965.

2) Paolo VI, Omelia nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, 29 giugno 1972.

3) Inno Te sæculorum Principem nella festa di Cristo Re.

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Nicaragua, il regime confina il clero nelle chiese

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La Chiesa cattolica in Nicaragua si trova ad affrontare una nuova sfida. Secondo le informazioni disponibili, il regime ha ordinato al clero della diocesi di Leon di astenersi dal predicare fuori dalle chiese, un divieto emesso prima di una serie di missioni parrocchiali. Questa direttiva rafforza le drastiche restrizioni imposte alla vita religiosa nel Paese sotto il governo sandinista.   Un’iniziativa diocesana, guidata dal vescovo di Leon e Chinandefga, Socrates René Sandigo, avrebbe dovuto iniziare il 24 gennaio con le tradizionali visite porta a porta nell’ambito delle missioni parrocchiali. Tuttavia, i sacerdoti avrebbero ricevuto dalle autorità istruzioni categoriche di rimanere nelle loro chiese.   Le informazioni sono state inizialmente diffuse dall’avvocatessa e ricercatrice nicaraguense Martha Patricia Molina, divenuta una delle massime autorità per gli osservatori internazionali. Secondo lei, il messaggio è stato recapitato direttamente da agenti di polizia che agivano per conto del regime. Al clero è stato esplicitamente intimato di non lasciare le proprie parrocchie per svolgere attività pastorali.   Fonti vicine alla Chiesa hanno confermato che il divieto è stato applicato attraverso la presenza della polizia e l’intimidazione diretta. Sebbene non sia stato emesso alcun decreto ufficiale, l’ordine verbale sarebbe stato sufficiente a garantirne il rispetto, riflettendo il clima di paura prevalente nelle comunità religiose e tra i fedeli.

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Un segno di indurimento ineluttabile

Il vescovo Socrates René Sandigo è stato spesso considerato uno dei prelati meno aggressivi con il governo, e la sua diocesi ha beneficiato di concessioni limitate e sconosciute altrove, come le processioni nelle zone universitarie, dove sono sistematicamente vietate. L’attuale intervento, tuttavia, suggerisce che questa moderazione non offra una protezione duratura.   Queste restrizioni rappresentano un radicale allontanamento dalla consueta pratica cattolica nella regione. Nell’America ispanica, le missioni parrocchiali e le visite domiciliari non sono un evento occasionale: fanno parte del normale lavoro pastorale, con particolare importanza nelle comunità povere e rurali.   Impedire ai sacerdoti di uscire dai locali della chiesa riduce di fatto la religione alla sfera privata, privandola della sua dimensione sociale e comunitaria. Inoltre, il divieto imposto a León rientra in un modello più ampio.   Negli ultimi anni, il regime di Daniel Ortega e Rosario Murillo ha espulso ordini religiosi, confiscato beni ecclesiastici, imprigionato o esiliato membri del clero e vietato le processioni pubbliche nel Paese. Ciò che distingue questo episodio è il metodo: non si tratta di chiudere le chiese, ma di dettare le modalità di esercizio del ministero.   Per i fedeli di Leon e Chinandega, il messaggio è inequivocabile: la Chiesa può esistere, ma solo entro i limiti imposti dallo Stato. Nel racconto stesso degli eventi, l’ordine di «restare a casa» è presentato come più di una semplice istruzione logistica: il simbolo di un potere determinato a confinare la vita religiosa nel silenzio e tra muri.   Questa politica di esilio pubblico mira da un lato a limitare il più possibile l’influenza della Chiesa nella società e dall’altro a soffocare gradualmente ogni vita cattolica e a far scomparire completamente il cattolicesimo dal paese: obiettivo del profondo sandinismo che sogna di fondare una «nuova società» e un «uomo nuovo», che non può essere legato alla Chiesa, veicolo dell’imperialismo. Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Leone XIV alla Rota Romana: un appello alla verità di fronte agli abusi nelle cause di annullamento del matrimonio

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Il 26 gennaio 2026, Leone XIV ha messo in guardia la Rota Romana contro la «compassione incompresa» che indebolisce la verità oggettiva, in particolare nei procedimenti di annullamento del matrimonio. Questo appello al rigore mira a contenere gli abusi derivanti dalle riforme postconciliari, senza correggerne i principi fondamentali.

 

Leone XIV ha ricevuto in udienza i prelati auditori presso il Tribunale Apostolico della Rota Romana lunedì 26 gennaio 2026, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario. In un discorso, il Santo Padre ha posto la loro missione sotto l’espressione di San Paolo: «Veritatem facientes in caritate» (Efesini 4,15), cioè agire nella verità e nella carità.

 

Il papa ha ricordato che queste due dimensioni non sono contrapposte, né devono essere bilanciate secondo criteri pragmatici, ma che trovano la loro più profonda armonia in Dio stesso, che è Amore e Verità.

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«Compassione mal compresa»: un pericolo per la giustizia canonica

Leone XIV osservava che nell’attività giudiziaria si verifica spesso una tensione tra l’esigenza di verità oggettiva e la preoccupazione di carità verso i fedeli. Ma ha avvertito che un’eccessiva identificazione con le vicende spesso travagliate dei singoli può portare a una «pericolosa relativizzazione della verità».

 

Il papa ha sottolineato che questa deriva è particolarmente grave nei casi di nullità matrimoniale, dove una compassione mal indirizzata potrebbe portare a decisioni «pastorali» prive di una solida base oggettiva. Ha anche ricordato il pericolo opposto di una verità fredda e distaccata, che dimentica la misericordia. Ma il punto centrale rimane chiaro: la carità non può mai sostituire la verità.

 

Leone XIV ha inserito ogni attività legale nella prospettiva tradizionale della salus animarum, la legge suprema della Chiesa. Il servizio della verità e della giustizia deve essere un contributo amorevole alla salvezza eterna dei fedeli.

 

Citando Benedetto XVI, esortò i giudici a essere veri «collaboratori della verità» (3 Gv 8), unendo veritas in caritate e caritas in veritate.

 

Questo discorso giunge in un momento in cui i decreti di nullità si sono moltiplicati a tal punto da provocare una crisi di fiducia tra molti cattolici.

 

Prima del Concilio Vaticano II, le dichiarazioni di nullità erano meno frequenti, poiché la giurisprudenza rimaneva strettamente legata all’oggettività del vincolo matrimoniale e al principio tradizionale: matrimonium gaudet favore iuris (il matrimonio gode del favore del diritto).

 

Il discorso di Leone XIV appare quindi come un tentativo di ripristinare il rigore, senza mettere esplicitamente in discussione i principi che avevano portato alla situazione attuale.

 

Sotto Giovanni Paolo II: l’ampliamento soggettivo dei motivi di nullità

Una delle radici del problema risiede nel Codice di Diritto Canonico del 1983, promulgato sotto Giovanni Paolo II.

 

Il canone 1095 ha introdotto motivi legati alla psiche: grave mancanza di discernimento, incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio.

 

Queste formulazioni spesso imprecise hanno aperto la porta a interpretazioni ampie. Come osservava Padre Coache già nel 1986: «si tratta di una significativa ambiguità che autorizzerà e incoraggerà tutti i tentativi di annullamento!» (1)

 

In pratica, questo canone è diventato la base più frequente per le dichiarazioni di nullità, al punto che alcuni tribunali matrimoniali hanno perso credibilità presso i cattolici seri.

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Papa Leone XIV oggi denuncia la relativizzazione della verità: ma questa relativizzazione non deriva necessariamente da un quadro giuridico già ampliato?

 

Una nuova concezione del matrimonio: il «bonum conjugum» (bene degli sposi)

Ancora più grave, la giurisprudenza recente ha introdotto motivi sconosciuti alla Tradizione, come l’esclusione del bonum conjugum (bene degli sposi).

 

Prima del Concilio Vaticano II, questo concetto non era mai stato considerato causa di nullità. Ma a partire dalla Costituzione Gaudium et spes, che ha definito il matrimonio come «comunità di vita e di amore», alcuni canonisti hanno ampliato la portata stessa del consenso matrimoniale.

 

Così, l’oggetto del consenso non è più solo lo jus in corpus (il diritto al proprio corpo ordinato alla procreazione), come chiaramente definito dal Codice del 1917, ma anche un presunto diritto a una comunione di vita affettiva e interpersonale.

 

Eppure, nel 1944, Pio XII ci aveva ricordato che la vita condivisa (letto, mensa, abitazione) non appartiene alla sostanza del matrimonio, ma alla sua integrità. Anche l’amore coniugale non è mai stato considerato una condizione di validità: «un matrimonio valido può coesistere con la ripugnanza», ha affermato. Era un giudice nel 1925.

 

La tendenza attuale equivale a insinuare: «niente amore, quindi niente matrimonio», esattamente ciò che mons. Marcel Lefebvre denunciò al Concilio. (2)

 

Sotto Francesco: la procedura accelerata, una nuova fonte di fragilità

A queste ampie cause si aggiunge, sotto Francesco, un’importante riforma procedurale: il motu proprio Mitis Iudex (2015), che introduce una procedura breve davanti al vescovo diocesano.

 

Leone XIV ha menzionato esplicitamente questa procedura, chiedendo che la natura prima facie (a prima vista) delle cause fosse valutata con grande attenzione, e ricordando che è la procedura stessa a dover confermare la nullità o richiedere il ricorso alla via ordinaria.

 

Questo richiamo è significativo: il Papa riconosce implicitamente il rischio di una giustizia accelerata, in cui la nullità diventerebbe una soluzione quasi automatica.

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Correggere gli eccessi senza correggere le cause?

Leone XIV ha concluso: «custodire la verità con rigore ma senza rigidità, e praticare la carità senza omissioni».

 

Questo appello è giusto. Ma rimane un’incoerenza: come si può ripristinare pienamente il rigore se i principi giuridici e dottrinali che hanno permesso questi abusi permangono?

 

L’attuale Papa sembra voler mitigare gli effetti negativi delle riforme postconciliari, pur aderendo ai loro orientamenti generali. Tuttavia, la crisi delle nullità matrimoniali può essere risolta solo aderendo alla concezione tradizionale del matrimonio, così come espressa nel Codice del 1917 e nella Casti connubii.

 

Nel frattempo, esiste il rischio concreto che matrimoni validi e indissolubili siano dichiarati nulli, a scapito della verità del sacramento e della pace della coscienza.

 

NOTE

1) Le Droit canonique est-il aimable?, p. 2852

2) Intervento presentato al Concilio il 9 settembre 1965.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX. News

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Arcivescovo vaticano elogia testo luterano come modello

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Il segretario del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani ha affermato che uno dei testi fondanti del luteranesimo offre un modello per riscoprire un terreno comune tra i cristiani in vista di una commemorazione ecumenica programmata per il 2030.   Il 22 gennaio, l’arcivescovo Flavio Pace ha rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista a Vatican News pubblicata in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, riflettendo sulle prossime «commemorazioni ecumeniche», in particolare il 500° anniversario della Dieta di Augusta e della Confessio Augustana – la confessione primaria della Chiesa luterana – nel 2030.   «Ci fu il tentativo dopo la crisi con Martin Lutero di trovare un terreno comune, una professione di fede comune, nell’ambito dei Paesi che noi adesso definiamo della riforma» spiega l’arcivescovo. «È importante commemorare quel testo per riscoprire una base comune e allo stesso tempo riscoprire qualcosa in più per il nostro oggi».

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La Confessio Augustana, scritta dal teologo luterano Filippo Melantone e presentata nel 1530 all’imperatore Carlo V, è uno dei testi fondanti del luteranesimo. Lo scopo era dimostrare ai cattolici che non intendevano creare una nuova Chiesa, ma affrontare i presunti «abusi teologici» e, a loro avviso, tornare alla fede della Chiesa primitiva. Tra le pratiche condannate c’erano la ricezione della Santa Comunione sotto la sola specie del pane, il celibato sacerdotale, la concezione della Messa come sacrificio, la visione tradizionale della Confessione, la dottrina della penitenza e l’unità tra Chiesa e Stato.   La Chiesa cattolica rispose alla Confessio con un’opera dettagliata preparata dai teologi pontifici, nota come Confutatio Augustana. In essa, la Chiesa affrontò le tesi luterane e chiese un ritorno alla piena dottrina cattolica romana. Questi temi furono poi ripresi e sviluppati nel Concilio di Trento.   Le osservazioni di Pace si allineano a un approccio ecumenico che vede come necessario «ricominciare» da un terreno comune o da un punto di riferimento fondamentale, spesso identificato con il credo niceno-costantinopolitano. Lo stesso papa Leone XIV sembra condividere questa visione: nella sua recente lettera apostolica In Unitate Fidei, ha minimizzato la verità di fede del Filioque, definendola una controversia teologica che ha «perso la sua ragion d’essere».   Leone XIV sottolinea che l’attuale ricerca dell’unità «non implica un ecumenismo che tenti di tornare allo stato precedente alle divisioni». Piuttosto, egli immagina un percorso ecumenico che «guarda al futuro» e «cerca la riconciliazione attraverso il dialogo, condividendo i nostri doni e la nostra eredità spirituale».   Quest’anno, la celebrazione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha coinciso con le catechesi di papa Leone XIV sul Concilio Vaticano II, in particolare sulla costituzione dogmatica Dei Verbum. Pace ha osservato che il Concilio Vaticano II ha sottolineato la rivelazione divina non solo come un insieme di proposizioni, ma come un incontro relazionale tra Dio e l’uomo, una prospettiva che, a suo dire, ha informato il dialogo ecumenico contemporaneo.   Secondo monsignor Pace, «La Dei verbum è in qualche modo il completamento della Dei filius che era del Concilio Vaticano I» spiega l’arcivescovo, «dove effettivamente la concentrazione era su queste verità di tipo intellettuale (…) La Dei verbum completa e colloca questa verità dentro la dimensione relazionale»   L’arcivescovo Pace ha spiegato che la commemorazione della Dieta di Augusta del 2030 avrà luogo in un anno già segnato da altri anniversari significativi, tra cui il bimillenario tradizionalmente associato all’inizio del ministero pubblico di Gesù Cristo.   «Sono numerose le iniziative ecumeniche trasversali che vorrebbero porre al centro una lettura condivisa del Discorso della Montagna. Spero che questo anniversario sia un anno fruttuoso non solo per le relazioni con i luterani, ma anche per altri temi ecumenici», ha affermato il prelato.   Il Pace ha anche ricordato che la Settimana di preghiera si concluderà con la celebrazione dei Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma, il 25 gennaio, presieduta da papa Leone XIV. Secondo Pace, la basilica ha un antico significato ecumenico.

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Si tratta della la basilica che «ha anche visto quest’anno la visita di re Carlo e la concessione del titolo di Confrater, per cui è una basilica che è legata comunque all’ecumenismo (…) È anche la basilica del Concilio, dove è stato annunciato il Vaticano II, ha osservato Pace, nonché quella in cui Paolo VI, nel 1966, consegnò il proprio anello episcopale all’allora arcivescovo anglicano di Canterbury, Michael Ramsey».   Le celebrazioni vaticane pro-lutero risalgono ai tempi di Ratzinger, ed esplosero con Bergoglio che piazzò pure una statua dell’eresiarca nel Sacro Palazzo.   Lutero era fino a non troppi anni fa definito dai cattolici come il porcus saxoniae, il «maiale della sassonia». Ora, nell’inversione conciliare, il porco viene invece celebrato dalla stessa Chiesa che egli aveva tentato di distruggere – e forse è celebrato appunto perché Roma è ora distrutta, vinta, occupata.

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