Spirito
Cristo Re, il cosmo divino contro il caos infernale. Omelia di Mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica l’omelia nella festa di Cristo Re dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

Israël es tu Rex
Omelia nella festa di Cristo Re
Israël es tu Rex,
davidis et inclyta proles;
nomine qui in Domini,
Rex benedicte, venis.
D’Israele Tu sei il Re,
di David la nobile prole;
Tu che vieni, Re benedetto,
nel Nome del Signore.
Teodolfo di Orléans,
Inno Gloria laus et honor.
Gloria, laus et honor tibi sit, Rex Christe Redemptor. Al canto di questo inno antichissimo, intonato nella Domenica delle Palme dinanzi alle porte serrate della chiesa, la processione del clero e dei fedeli entra solennemente nella nuova Gerusalemme, spalancandone i robusti battenti con il triplice colpo della Croce astile.
La suggestiva cerimonia della seconda Domenica di Passione rievoca l’ingresso trionfale di Nostro Signore nella Città santa, di cui era figura l’ingresso di Salomone (1Re 1, 32-40). Essa ha dunque un’indole eminentemente regale, perché con questa presa di possesso del Tempio, Egli è riconosciuto e osannato come Dio, come Messia e come Re dei Giudei: il Cristo, Χριστός, l’Unto del Signore. La Sua divina Regalità era già stata testimoniata e onorata dai Magi, nella grotta di Betlemme: con l’oro al Re dei Re, l’incenso al Dio Vivo e Vero, la mirra al Sacerdote e Vittima.
Poco meno di cent’anni fa, l’11 Dicembre 1925, il grande Pontefice lombardo Pio XI promulgò l’immortale Enciclica Quas primas, nella quale è definita la dottrina della universale Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo: Egli è Re in quanto Dio, in quanto discendente della stirpe regale della tribù di Davide e per diritto di conquista mediante la Redenzione.
L’istituzione di questa festa non ha in verità introdotto nulla di nuovo. Essa è stata voluta da Pio XI per contrastare e combattere la peste del liberalismo laicista, il massonico Libera Chiesa in libero Stato e la folle presunzione di estromettere Gesù Cristo dalla società civile. Pio XI non fu il solo a ribadire solennemente la dottrina cattolica: prima di lui Clemente XII, Benedetto XIV, Clemente XIII, Pio VI, Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XIV, Pio IX, Leone XIII e San Pio X avevano severamente condannato le logge segrete, la carboneria, la Massoneria e tutti gli errori che i nemici di Cristo avevano sparso e alimentato nel corso degli ultimi due secoli.
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Dopo la grande frattura del Protestantesimo nel Cinquecento, i tre secoli successivi hanno visto affrontarsi in una serie di terribili battaglie la Chiesa Cattolica e l’Antichiesa, cioè la Massoneria: da una parte, il Principe della Pace e le Sue schiere angeliche e terrene; dall’altra, la scelesta turba, la folla sciagurata, aizzata dai mercanti asserviti a Lucifero.
Il mito del «popolo sovrano» ha sepolto sotto le rovine della Rivoluzione secoli di civiltà cristiana, mostrando sino a quali aberrazioni l’uomo potesse giungere. I Martiri di questi secoli di violenze inaudite e di eccidi ancora impuniti ci guardano dai loro scranni in cielo, chiedendo giustizia per il sangue che essi hanno versato, e con il loro silenzio – quasi di notte oscura per la Chiesa, alla vigilia della sua passione – essi osservano increduli i papi di questi ultimi decenni deporre le armi spirituali e cooperare con i nemici di Cristo.
Da quegli scranni ci guardano anche i Pontefici guerrieri che – anche a costo della propria vita, come Pio VI, imprigionato da Napoleone e morto di stenti in carcere – seppero affrontare a testa alta i più feroci attacchi contro Dio, contro il Papato, contro la Gerarchia Cattolica, contro i fedeli. Se la Storia non fosse stata falsificata dai momentanei vincitori di questa guerra – come avviene ancora oggi – nelle scuole i nostri figli studierebbero non la presa della Bastiglia, non le menzogne dell’epopea del Risorgimento, non le gesta di mercenari cospiratori o di ministri corrotti, ma le fasi del genocidio contro i Cattolici delle Nazioni un tempo cristiane.
Quando venne istituita la festa di Cristo Re, la Chiesa Cattolica non poteva più avvalersi della cooperazione dei Sovrani cattolici, che nelle leggi civili e penali avevano fatto osservare i principi del Vangelo e della Legge naturale. La prima autorità dell’ancien régime a cadere fu infatti la Monarchia di diritto divino, che attinge alla Regalità di Cristo la potestà vicaria nelle cose temporali.
La seconda autorità cadde pochi decenni dopo, e fu quella dei pontefici asserviti alla Rivoluzione. Con la deposizione della tiara papale, Paolo VI suggellò l’abdicazione della potestà di Cristo nelle cose spirituali e la resa alle ideologie anticristiche e anticattoliche della Sinagoga di Satana. «Anche noi, più di ogni altro abbiamo il culto dell’uomo», disse Montini alla chiusura del Vaticano II (1). E sotto le volte della Basilica Vaticana echeggiarono queste parole: «La Chiesa si è quasi dichiarata l’ancella dell’umanità», parole che solo pochi anni prima avrebbero scandalizzato qualsiasi Cattolico.
Paolo VI – e con lui il predecessore Giovanni XXIII – furono gli iniziatori del processo di liquidazione della Chiesa di Cristo e su di essi incombe la responsabilità di aver disarmato la Cittadella e averne spalancate le porte per meglio farvi entrare il nemico, salvo poi ipocritamente denunciare che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio» (2). E nulla si salvò da quell’operazione di disarmo: né la dottrina, né la morale, né la liturgia, né la disciplina.
Così venne sfigurata anche la festa di Cristo Re, la cui data fu spostata alla fine dell’anno liturgico, assumendo una valenza escatologica: Cristo Re del mondo a venire, non delle società terrene. Perché la Signoria del Verbo Incarnato non doveva rappresentare un ostacolo al dialogo con «l’uomo contemporaneo» e con l’idolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
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I fautori di questo smantellamento suicida ebbero a rallegrarsi che finalmente si fosse posto fine al trionfalismo postridentino di una Chiesa che voleva convertire il mondo a Cristo, e non adattare la divina Rivelazione all’antievangelo dell’Antichiesa; di una Chiesa che onorava il proprio Signore come Re universale e a Lui voleva condurre tutte le anime, perché nel regnum Christi esse potessero vivere nella pax Christi.
Scelesta turba clamitat: regnare Christum nolumus (3) – cantiamo nel magnifico inno della festa odierna – La folla scellerata schiamazza: Non vogliamo che Cristo regni! Questa bestemmia è il grido di battaglia delle orde di Lucifero, dei figli delle tenebre; lo stesso grido che risuonò quando lo spirito ribelle e orgoglioso di Satana vomitò il suo Non serviam. Un grido che sovverte il κόσμος divino, fondato in Nostro Signore Gesù Cristo, nel Dio incarnato per obbedienza all’Eterno Padre, e per obbedienza morto sulla Croce propter nos homines et propter nostram salutem.
Alla fine dei tempi, ormai prossima, l’Anticristo contenderà a Cristo proprio la Sua universale Signoria, cercando di sedurre i popoli con prodigi e falsi miracoli, addirittura simulando la propria resurrezione. Affascinante, seducente, simulatore, orgoglioso, pieno di sé, l’Anticristo combatterà la Santa Chiesa senza esclusione di colpi, ne perseguiterà i Ministri e i fedeli, ne adultererà la dottrina, ne corromperà i chierici facendone dei propri servi.
Quello che vediamo accadere nella sfera civile e religiosa da almeno da due secoli, in un continuo crescendo, è la preparazione di questo piano infernale, volto a spodestare Nostro Signore, a rifiutarLo come Dio, come Re e come Sommo Sacerdote, a calpestare empiamente l’Incarnazione e l’opera della Redenzione.
Con la festa di Cristo Re noi cooperiamo al ripristino dell’ordine, del κόσμος divino contro il χαός infernale. Restituiamo a Cristo la corona che già Gli appartiene, lo scettro che Gli ha strappato la Rivoluzione. Non perché stia a noi rendere possibile la restaurazione dell’ordine, di cui sarà artefice unico Nostro Signore, ma perché non è possibile prendere parte a questa restaurazione senza che noi vi contribuiamo.
Ai tempi della prima Venuta del Salvatore, il regno di Israele e il tempio non avevano né un Re legittimo, né legittimi Sommi Sacerdoti: l’autorità civile e religiosa era ricoperta da personaggi di nomina imperiale. Nella seconda Venuta alla fine del mondo questa vacanza dell’autorità sarà ancora più evidente, perché Nostro Signore ricomporrà in Sé tutte le cose – Instaurare omnia in Christo (Ef 1, 10) – in un momento storico in cui sarà il Male a dominare in tutti gli ambiti della vita quotidiana, in tutte le istituzioni, in tutte le società.
E sarà una vittoria trionfale, schiacciante, totale, inesorabile, su tutte le menzogne e i crimini dell’Anticristo e della Sinagoga di Satana.
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Facciamo nostra la preghiera dell’inno Te sæculorum Principem:
O Christe, Princeps Pacifer,
Mentes rebelles subjice:
Tuoque amore devios,
Ovile in unum congrega.
O Cristo, Principe che porti la vera Pace: sottometti le menti ribelli e riunisci in un solo ovile quanti si sono allontanati dal Tuo amore. E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
26 Ottobre MMXXV
D.N.J.C. Regis
Dominica XX post Pent., ultima Octobris
NOTE
1) Cfr. Discorso di Paolo VI alla IX Sessione Pubblica del Concilio Vaticano II, 7 Dicembre 1965.
2) Paolo VI, Omelia nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, 29 giugno 1972.
3) Inno Te sæculorum Principem nella festa di Cristo Re.
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Immagine di Dominikosaurus via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Spirito
Leone XIV afferma che non dovremmo «chiuderci nelle nostre sicurezze religiose»
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Spirito
Mons. Strickland: mons. Lefebvre e la crisi della fede nel soprannaturale
Renovatio 21 riporta le parole del vescovo emerito di Tyler, Texas, Joseph P. Strickland, pronunciate durante il podcast dello scorso 14 agosto 2026 e intitolato «Una Chiesa senza Dio».
Una domanda mi pesa sul cuore ed è difficile da porre: «Stiamo diventando una chiesa senza Dio?»
Naturalmente, non intendo dire che Dio abbia abbandonato la sua Chiesa. Gesù Cristo ha promesso che le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Né intendo dire che non ci siano innumerevoli cattolici fedeli, santi sacerdoti, religiosi, vescovi, padri e madri che amano profondamente Dio e si sforzano ogni giorno di vivere la fede cattolica.
Vorrei dire un’altra cosa.
Mi chiedo se non abbiamo gradualmente sviluppato un modo di concepire la Chiesa – un modo di governarla, di parlarne, di celebrare il culto al suo interno e di determinarne le priorità – che funziona sempre più come se il soprannaturale non fosse più la sua realtà centrale. Perché il cattolicesimo è soprannaturale, altrimenti non è nulla.
Consideriamo la fede cattolica che i nostri antenati conoscevano. Credevano nel paradiso. Credevano nell’inferno. Credevano negli angeli e nei demoni. Credevano che Satana fosse reale e che anche la guerra spirituale fosse reale. Credevano nei miracoli. Credevano nella Madonna e nell’intercessione dei santi. Credevano che il peccato potesse distruggere la vita di grazia nell’anima. Credevano che la confessione potesse restituire quella vita. Credevano che quando il sacerdote pronunciava le parole della consacrazione all’altare, il pane e il vino diventassero veramente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Gesù Cristo. Credevano nella realtà dell’eternità.
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E poiché credevano in queste cose, vivevano in modo diverso. Costruivano chiese magnifiche perché Dio era lì. Si inginocchiavano perché Dio era lì. Parlavano a bassa voce nelle chiese perché Dio era lì. Si confessavano perché il peccato era reale. Digiunavano perché la penitenza era reale. Pregavano per i morti perché il purgatorio era reale. Recitavano il Rosario perché credevano che la Madre di Dio li ascoltasse veramente. Trascorrevano un’ora in presenza del Santissimo Sacramento perché credevano di trovarsi al cospetto di Gesù Cristo.
I cattolici delle generazioni passate avevano certamente i loro peccati e le loro mancanze. Non c’è mai stata un’età dell’oro in cui tutti erano santi. Ma la vita cattolica veniva compresa all’interno di una cornice soprannaturale. E temo che, per decenni, abbiamo smantellato questa cornice.
Prestate attenzione al linguaggio che si usa oggi nella Chiesa. Sentiamo continuamente parlare di ascolto, dialogo, accompagnamento, inclusione, incontro, sinodalità, cammino comune, fraternità umana.
Questi termini possono avere un significato legittimo. Ascoltare può essere una cosa positiva. Il dialogo può essere necessario. Dobbiamo certamente sostenere le persone con carità e compassione.
Ma dobbiamo chiederci: «dov’è Dio in tutto questo?» Parlando tra di noi, stiamo ancora parlando con Lui?
E quando ascoltiamo, ascoltiamo prima la voce di Dio, oppure ascoltiamo per stabilire se ciò che Dio ha già rivelato non debba, in un modo o nell’altro, essere riconsiderato? La differenza è immensa.
La Chiesa non ha ricevuto il Vangelo da un gruppo di discussione. La verità non ci è stata data per consenso. Gesù Cristo non chiese agli Apostoli di andare nel mondo per scoprire in cosa credesse l’umanità. Disse loro: «andate dunque e fate discepoli tutti i popoli».
Alla Chiesa è stato affidato qualcosa: un deposito di fede, una rivelazione, una verità che viene da Dio. Il nostro compito non è reinventarla. Il nostro compito è riceverla, custodirla, viverla e trasmetterla.
Oltre un secolo fa, papa San Pio X individuò un pericolo che si stava sviluppando all’interno del pensiero cattolico. Lo chiamò Modernismo. Capì che il Modernismo non era semplicemente un’eresia isolata tra le tante, ma che attaccava qualcosa di più profondo: i fondamenti stessi che ci permettono di conoscere e ricevere la verità rivelata.
Se la verità religiosa dipende in ultima analisi dall’esperienza umana, dalla coscienza o dallo sviluppo storico, allora l’uomo diventa gradualmente il giudice della Rivelazione, anziché la Rivelazione essere il giudice dell’uomo.
Ecco perché San Pio X combatté il modernismo con tanto vigore. Ecco perché la Chiesa un tempo richiedeva il giuramento antimodernista. Ed ecco perché uomini come l’arcivescovo Marcel Lefebvre in seguito avvertirono che il modernismo non era scomparso.
Non è necessario approvare tutte le decisioni prese dall’arcivescovo Lefebvre per riconoscere la gravità della questione da lui sollevata. Cosa accade quando la Chiesa comincia ad adattarsi allo spirito dei tempi? Cosa accade quando il desiderio di essere accettata dall’uomo moderno diventa più forte del desiderio di convertirlo?
Dietrich von Hildebrand individuò il problema con notevole chiarezza quando mise in guardia dal porre l’unità al di sopra della verità. In definitiva, infatti, il primato della verità è il primato di Dio. Qui sta il nocciolo della questione.
Quando il soprannaturale comincia a scomparire, le conseguenze si diffondono ovunque. Si pensi al peccato. Se il paradiso e l’inferno sono realtà, allora il peccato mortale è di estrema gravità. Se un’anima può essere separata dalla grazia santificante, avvertire qualcuno del pericolo del peccato non è un atto di odio, ma di amore.
Se vedessi qualcuno camminare verso il bordo di un precipizio, la compassione mi imporrebbe di rimanere in silenzio con il pretesto che le mie urla potrebbero metterlo a disagio? Certo che no. Urlerei proprio perché lo amo.
Per duemila anni, la Chiesa ha chiamato uomini e donne al pentimento perché crede che la loro eternità sia in gioco. Ma cosa succede quando perdiamo questa prospettiva soprannaturale?
Il peccato si trasforma gradualmente in qualcos’altro. Invece di chiederci se un atto sia conforme alla legge di Dio, iniziamo a chiederci se la persona si senta accettata. Gli insegnamenti riguardanti il matrimonio, la sessualità e la persona umana diventano sempre più difficili da proclamare perché la cultura li ha rifiutati.
La Chiesa deve sempre accogliere ogni persona con carità. Ogni essere umano possiede dignità. Nessun cattolico dovrebbe trattare un’altra persona con odio o disprezzo. Ma la carità non può consistere nel dire a qualcuno che ciò che Dio ha chiamato peccato non è più peccato. Questa non è misericordia. Perché se il peccato non è reale, il pentimento diventa inutile. Se il pentimento è inutile, lo è anche il perdono. E se il perdono è inutile, la Croce stessa, in definitiva, diventa inutile.
Perché l’umanità avrebbe bisogno di un Salvatore se il suo problema fondamentale è semplicemente che non ci siamo ascoltati abbastanza a vicenda?
Lo stesso problema può sorgere nei nostri rapporti con le altre religioni. Dobbiamo trattare le persone di tutte le fedi con dignità. Dobbiamo adoperarci per la pace. Dobbiamo opporci all’odio e alla persecuzione. Ma non dobbiamo mai dimenticare la ragion d’essere della Chiesa.
Gesù Cristo non è semplicemente un altro maestro religioso. Egli è il Figlio di Dio. Ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».
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Queste parole non possono essere semplicemente accostate a tutte le altre affermazioni religiose, come se tutte le strade conducessero in definitiva alla stessa cosa. Se Gesù Cristo è veramente Dio, allora l’evangelizzazione è importante. La conversione è importante. Il battesimo è importante. La missione è importante. La salvezza è importante.
Ancora una volta, il soprannaturale cambia tutto.
E questo ci porta ai vescovi.
Parlo in qualità di vescovo e, pertanto, mi rivolgo prima a me stesso.
Ogni vescovo comparirà davanti a Gesù Cristo. Non compariremo davanti a una commissione. Non compariremo davanti ai media. Non compariremo davanti a politici, donatori, consulenti o all’opinione pubblica. Compariremo davanti a Cristo. E saremo ritenuti responsabili delle anime affidate alle nostre cure.
Il vescovo non è semplicemente un amministratore. Non è il direttore di una filiale appartenente a un’organizzazione religiosa internazionale.
La Lumen Gentium stessa ci ricorda che i vescovi non dovrebbero essere considerati semplici vicari del Romano Pontefice. I vescovi sono i vicari e gli ambasciatori di Cristo. Questo dovrebbe far tremare ogni vescovo.
Nel corso della storia della Chiesa, ci sono stati momenti in cui i vescovi hanno dovuto resistere a potenti correnti di errore. Si pensi a Sant’Atanasio. Si pensi a San Giovanni Fisher. Si pensi agli innumerevoli vescovi che hanno subito l’esilio, la prigione e persino la morte piuttosto che compromettere la fede.
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Da dove viene questo coraggio? Viene da una fede soprannaturale.
Se questo mondo è tutto ciò che esiste, proteggi la tua posizione. Proteggi la tua reputazione. Proteggi la tua carriera. Evita le controversie. Preserva il tuo benessere.
Ma se l’eternità è reale, tutto cambia. Pertanto, perdere una posizione non è nulla. Perdere la popolarità non è nulla. Perdere l’approvazione dei potenti non è nulla.
L’unica domanda che conta davvero è questa: «Sono stato fedele a Gesù Cristo?»
Anche la Chiesa è diventata stranamente a disagio con l’idea di condanna. Noi preferiamo il dialogo. E, ripeto, il dialogo ha la sua importanza. Ma a volte un pastore deve dire di no.
Questo vale per ogni famiglia. Un padre affettuoso non approva tutto ciò che i suoi figli decidono di fare. A volte l’amore richiede che dica: «No. Questo ti farà male».
Storicamente, la Chiesa ha inteso la condanna dottrinale in modo molto simile. Gli anatemi non erano intesi come espressioni di odio. Stabilivano dei limiti perché la Chiesa credeva che l’errore potesse sviare le anime. Per questo motivo, il concetto talvolta chiamato «anatema caritatevole» merita di essere preso in considerazione.
Se l’eresia può allontanare le anime da Cristo, correggerla è un atto di carità. Se il peccato mortale può separare un’anima da Dio, mettere in guardia contro di esso è un atto di carità. Se ricevere la Santa Comunione indegnamente può costituire sacrilegio, proteggere l’Eucaristia è un atto di carità.
Forse siamo diventati così restii a condannare l’errore non perché abbiamo scoperto una carità superiore a quella dei santi, ma perché abbiamo perso la convinzione che l’errore comporti conseguenze eterne. E se così fosse, ci ritroviamo ancora una volta di fronte allo stesso problema: la perdita del soprannaturale.
Ma non voglio che questo messaggio sia un messaggio di disperazione. Perché sta succedendo qualcos’altro. Ovunque vada, incontro cattolici che hanno fame. Non hanno fame di un nuovo programma, di un nuovo comitato o di un nuovo incontro di ascolto. Hanno fame di Dio.
I giovani cattolici stanno riscoprendo l’adorazione eucaristica. Le famiglie stanno riscoprendo il Rosario. Le persone leggono le vite dei santi. Scoprono i miracoli eucaristici. Scoprono il digiuno e le devozioni tradizionali. Molti sono attratti dalla bellezza e dalla riverenza della Messa tradizionale in latino.
Per quello ?
Non credo che si tratti semplicemente di nostalgia.
Molti di questi giovani non hanno memoria del vecchio mondo cattolico. Non l’hanno mai conosciuto. Ciò che cercano è la trascendenza. Cercano qualcosa che non provenga da loro stessi. Vogliono il mistero. Vogliono la riverenza. Vogliono il sacrificio. Vogliono la verità.
In definitiva, desiderano Dio.
E forse comprendono qualcosa che i pianificatori ecclesiastici hanno dimenticato: se la Chiesa offre al mondo solo ciò che il mondo già può offrire, allora il mondo non ha bisogno di noi. Il mondo ha già organizzazioni umanitarie. Ha movimenti sociali. Ha conferenze. Ha terapisti. Ha organizzazioni di comunità. Ha movimenti politici. Ha innumerevoli opportunità di dialogo.
Ciò che il mondo non può donarsi è la grazia soprannaturale. Il mondo non può assolvere un solo peccato. Il mondo non può consacrare l’Eucaristia. Il mondo non può donarci il Corpo e il Sangue di Cristo. Il mondo non può aprire il cielo.
Solo Cristo può salvare. E Cristo ha affidato la sua missione salvifica alla sua Chiesa.
Qual è dunque la risposta? Non è l’amarezza. Non è la rabbia. Non è una nuova fazione cattolica. E, fondamentalmente, ciò di cui abbiamo bisogno non è una Chiesa più rigida.
Abbiamo bisogno di una Chiesa che torni a credere.
Una Chiesa che crede che Gesù Cristo sia veramente presente nel tabernacolo. Una Chiesa che crede che la confessione restituisca la vita alle anime spiritualmente morte. Una Chiesa che crede che la Madonna e i santi intercedano veramente per noi. Una Chiesa che crede che gli angeli siano reali. Una Chiesa che crede che i demoni siano reali. Una Chiesa che crede che i miracoli accadano ancora. Una Chiesa che crede che la Scrittura sia la Parola di Dio. Una Chiesa che crede nella realtà del peccato. Una Chiesa che crede nella realtà della misericordia. Una Chiesa che crede nella realtà del giudizio. Una Chiesa che crede che il paradiso valga la pena di sacrificare tutto per raggiungerlo.
E quindi una Chiesa che abbia il coraggio di dire la verità anche quando ciò le costa qualcosa.
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Le Sacre Scritture ci offrono parole di cui il nostro tempo ha disperatamente bisogno: «Comportatevi da forti, ed abbiate coraggio; non abbiate timore, e non v’impaurite davanti a loro, perchè il Signore Dio tuo è egli stesso il tuo condottiero e non ti lascerà nè t’abbandonerà» (Deuteronomio 31,6).
Perché abbiamo paura? Perché un vescovo dovrebbe avere paura di proclamare ciò che Cristo ha rivelato? Perché un sacerdote dovrebbe avere paura di predicare sul peccato? Perché i genitori dovrebbero avere paura di insegnare ai propri figli che la verità cattolica è veramente vera? Perché i cattolici dovrebbero vergognarsi di parlare di miracoli? Perché dovremmo vergognarci dei santi? Perché dovremmo parlare a bassa voce del diavolo quando la Scrittura parla chiaramente di guerra spirituale? Perché dovremmo scusarci per credere che Gesù Cristo è il Salvatore del mondo?
San Paolo ci dice: «è la nostra lotta col sangue e colla carne, ma contro i dominatori del mondo delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria.» (Efesini 6,12).
O è vero, o non lo è.
Se ciò è vero, forse è giunto il momento che i cattolici inizino a vivere come se lo fosse.
Forse la crisi più profonda del cattolicesimo non è, in definitiva, la crisi liturgica. Non è la crisi sessuale. Non è la crisi delle vocazioni. Non è la crisi dell’autorità episcopale. Non è nemmeno la crisi dottrinale.
Dietro tutte queste crisi si cela forse qualcosa di ancora più profondo: una crisi di fede nel soprannaturale.
Crediamo veramente che Dio abbia parlato? Crediamo che la sua verità rimanga tale anche quando il mondo la rifiuta? Crediamo nella realtà dell’eternità? Crediamo che le anime possano perire? Crediamo che le anime possano essere salvate? Crediamo che Gesù Cristo sia Dio?
Se crediamo veramente in queste cose, le nostre chiese dovrebbero avere un aspetto diverso. La nostra predicazione dovrebbe avere un tono diverso. Il nostro culto dovrebbe assumere una forma diversa. Le nostre famiglie dovrebbero vivere in modo diverso. E i nostri vescovi dovrebbero guidare in modo diverso.
Possiamo avere i nostri sinodi. Possiamo avere i nostri comitati. Possiamo redigere i nostri documenti. Possiamo tenere le nostre riunioni. Possiamo impegnarci nel dialogo. Possiamo ascoltare. Possiamo accompagnare. Ma se, a un certo punto del cammino, Dio diventa secondario, verso cosa stiamo esattamente viaggiando insieme?
La Chiesa non ha bisogno di assomigliare di più al mondo per salvare il mondo. Ha bisogno di diventare più pienamente ciò che Gesù Cristo ha stabilito che essa sia.
Abbiamo bisogno che i confessionali tornino a essere pieni. Abbiamo bisogno che le famiglie preghino il Rosario. Abbiamo bisogno del digiuno. Abbiamo bisogno della penitenza. Abbiamo bisogno di riverenza davanti alla Santa Eucaristia. Abbiamo bisogno di sacerdoti che predichino le verità eterne. Abbiamo bisogno di vescovi disposti a soffrire per queste verità. Abbiamo bisogno di chiese dove chiunque varchi la soglia senta immediatamente: Dio è qui.
Ciò che spaventa non è solo che il mondo abbia imparato a vivere senza Dio. Gran parte del mondo lo ha chiaramente fatto. La possibilità spaventosa è che anche la Chiesa possa imparare a funzionare senza di Lui.
Una chiesa brulicante di attività. Una chiesa piena di conversazioni. Una chiesa piena di programmi, processi, riunioni e documenti. Eppure, una chiesa in cui il Dio soprannaturale era stato in qualche modo silenziosamente relegato ai margini.
Fratelli e sorelle, non possiamo permettere che ciò accada. La risposta non è un nuovo programma. La risposta è Gesù Cristo.
Rimettiamolo al centro. Ritorniamo al Suo Cuore Eucaristico. Ritorniamo alla confessione. Ritorniamo alla preghiera. Ritorniamo alla Sacra Scrittura. Ritorniamo alla fede che ci è stata tramandata. Ritorniamo alla Madonna. Ritorniamo ai santi. Ritorniamo al sacrificio. Ritorniamo alla riverenza. Ritorniamo al soprannaturale.
E non abbiate paura. Perché il mondo non ha bisogno di una Chiesa senza Dio, ma della Chiesa di Gesù Cristo, la Chiesa del Dio vivente.
Possa il Signore darvi forza, la Madonna proteggervi con il suo manto e possiate rimanere saldi nella vera fede, qualunque prova vi attenda.
E che Dio Onnipotente vi benedica, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
E così sia.
Vescovo Joseph E. Strickland,
Vescovo emerito
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Immagine di Jim, the Photographer e Stv26 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic; immagine tagliata, rimodificata ed estesa digitalmente
Spirito
Lo Spirito Santo non si contraddice
VIII. Lo Spirito Santo, santificatore delle anime e anima della Chiesa
67. Io professo che lo Spirito Santo, terza Persona della Santissima Trinità, vero Dio con il Padre e il Figlio, ha parlato per mezzo dei profeti, ha ispirato le Scritture, ha santificato i giusti, ha formato l’umanità del Verbo incarnato nel grembo verginale di Maria, ed è stato visibilmente inviato a Pentecoste per manifestare la Chiesa e darle vita fino alla fine dei tempi. 68. Credo che, inviato dal Padre e dal Figlio, egli rimanga nella Chiesa fino alla fine dei tempi, secondo la promessa del Signore. Egli è l’anima increata della Chiesa, non come forma sostanziale che annullerebbe la distinzione tra Cristo e i suoi membri, ma come principio invisibile e causa efficiente della sua vita soprannaturale, della sua unità di professione di fede e di culto, della santità del suo governo e del suo Magistero, e della sua fecondità nelle opere. 69. Affermo che tutta la vita della Chiesa dipende dalla sua azione. È lui che assiste il Magistero ecclesiastico, specialmente quello del Papa, affinché esso custodisca, dichiari e spieghi senza errore il deposito rivelato: non perché inventi nuove dottrine, ma perché penetri più profondamente, nello stesso senso e nello stesso significato, la verità già rivelata da Dio agli Apostoli.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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