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Epidemie

COVID, Bergoglio appoggia la chiusura delle chiese

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Emerge da un libro appena stampato che Bergoglio ha sostenuto la decisione dei governi di vietare le messe durante i primi mesi della crisi, pur riconoscendo che molti cattolici hanno subito un «doloroso digiuno eucaristico». Lo riporta Lifesitenews.

 

Papa Francesco ha contribuito alla prefazione di un libro di riflessioni personali sulla pandemia di COVID-19 scritto dal cardinale Walter Kasper, prelato tedesco noto per la sua visione liberale in fatto di teologia. Kasper è uno dei rappresentati più alti di quella Conferenza Episcopale tedesca ci ha abituato ai bei gesti di cardinali che finanziano l’invasione degli africani.

 

Emerge da un libro appena stampato che Bergoglio ha sostenuto la decisione dei governi di vietare le messe durante i primi mesi della crisi

Il libro, pubblicato in Italia dalla Libreria Editrice Vaticana, è intitolato Comunione e speranza: testimoniare la fede ai tempi del Coronavirus. Per il mercato di lingua spagnuola , il titolo è Dios en la pandemia.

 

Si tratta di una raccolta di saggi curata dal cardinale Kasper, 87 anni, e dal fondatore indo-tedesco del Walter Kasper Institute, p. George Augustin, 64 anni.

 

Tra i collaboratori c’è l’arcivescovo Bruno Forte, il teologo pro-LGBT che ha introdotto il tema dell’omosessualità al Sinodo per la famiglia .

 

Alla luce di queste parole, è più facile comprendere tanti quadretti dipinti durante il lockdown dalla chiesa cattolica oramai vuota ed inutile, de-virilizzata ed immobile, impotente ed impazzita

Nell’introduzione vergata da Bergoglio, egli  supporta la decisione dei governi di vietare la celebrazione pubblica delle messe durante i primi mesi della crisi, riconoscendo che molti cattolici avevano subito un «doloroso digiuno eucaristico».

 

Francesco ha anche riconosciuto che le Messe trasmesse in streaming «non sono un sostituto della presenza viva del Signore nella celebrazione dell’Eucaristia» e ha espresso la sua soddisfazione per il fatto che in molti luoghi ai cattolici è stato permesso di ritornare alla Messa di persona.

 

Alla luce di queste parole, è più facile comprendere tanti quadretti dipinti durante il lockdown dalla chiesa cattolica oramai vuota ed inutile, de-virilizzata ed immobile, impotente ed impazzita.

 

Renovatio 21 ha tentato di prendere nota delle follie più eclatanti: dai documenti ecopagani dove mai compare la parola «Dio» o «Gesù Cristo», alla resistenza simbolica offerta per la legge anti-omotransfobia (che potrebbe rendere le Bibbie illegali), al dolore dei fedeli lasciati senza il sacro, delle  al caso delle messe interrotte dalle forze dell’ordine durante il COVID, lo scandalo delle cremazioni di massa con fedeli disintegrati senza nemmeno ricevere i sacramenti (o quantomeno una funzione religiosa con i parenti), al tema dei candidati vaccini COVID  fatti con i feti abortiti di cui paiono interessarsi solo singoli vescovi, ai fedeli lasciati soli, ai parroci lasciati soli.

San Carlo Borromeo indiceva processioni nel bel mezzo della peste di Milano. Oggi abbiamo Bergoglio che chiude le chiese e poi se ne vanta pure

 

L’amuchina gel nelle acquasantiere qualcuno, del resto, ce l’ha messa: è la mano di Bergoglio e della sua banda, un manipolo di timorati dal virus che vanno ringraziati per averci dimostrato quanto la chiesa moderna sia compostamente sottomessa al mondo, e quindi sia un ente secondario, un’orpello della società del tempo libero, un residuo vestigiale di una civiltà passata nella quale non credono più nemmeno i professionisti stipendiati (i preti).

 

San Carlo Borromeo indiceva processioni nel bel mezzo della peste di Milano. Oggi abbiamo Bergoglio che chiude le chiese e poi se ne vanta pure.

Se chi apre una chiesa lo fa per servire Cristo, chi chiude una chiese – anzi tutte le chiese – per chi lo fa?

 

Se chi apre una chiesa lo fa per servire Cristo, chi chiude una chiese – anzi tutte le chiese – per chi lo fa?

 

 

 

 

Immagine di Long Thiên via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

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Epidemie

Lettera di mons. Viganò all’avvocato antipandemico in carcere

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha mandato un messaggio di solidarietà all’avvocato tedesco avvocato Reiner Füllmich, arrestato il 13 ottobre 2023 all’aeroporto di Francoforte, al rientro dal Messico (dove si trovava e da cui era stato espulso), con l’accusa di appropriazione indebita di fondi donati.

 

Il tribunale regionale di Göttingen lo ha condannato il 24 aprile 2025 a 3 anni e 9 mesi di reclusione. Al momento della condanna (24 aprile 2025) l’avvocato noto in Germania per la sua battaglia contro le restrizioni pandemiche aveva già trascorso circa 18 mesi in carcere preventivo.

 

Il tribunale ha deciso di non conteggiare 5 mesi di quella custodia cautelare sulla pena finale, perché secondo i giudici aveva deliberatamente allungato il processo.

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Füllmich ha sempre negato di aver sottratto i fondi: ha dichiarato di averli spostati per «proteggerli» da un possibile sequestro dello Stato. Il tribunale non ha accettato questa versione.

 

In un video andato in diretta streaming  venerdì 7 luglio 2026 in collegamento telefonico con l’avvocato Füllmich, dal minuto 1:25:11 al minuto 1:27:37, viene letto il mio messaggio di spirituale vicinanza e di solidarietà mandato a Füllmich da monsignore.

 

«Caro dottor Reiner Fuellmich, con profondo dolore e indignazione apprendo che Lei continua a languire in carcere, privato della libertà da quasi tre anni per aver osato indagare e denunciare pubblicamente le menzogne e i crimini compiuti durante la cosiddetta “pandemia”» scrive il prelato.

 

«La Sua detenzione prolungata, al di là di ogni pretesto giuridico, costituisce un atto di persecuzione politica. Chi ha avuto il coraggio di cercare la verità e di dar voce a milioni di persone private dei propri diritti fondamentali viene oggi trattato come un nemico dello Stato, mentre coloro che hanno architettato e imposto una delle più gravi operazioni di controllo sociale e di danno all’umanità restano impuniti e spesso onorati».

 

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«La giustizia che confonde la ricerca della verità con un reato costituisce una collaborazione con il tiranno» continua l’arcivescovo.

 

«Le esprimo la mia piena solidarietà e la mia preghiera. La Sua testimonianza non è vana. La verità, per quanto calpestata, non può essere cancellata.
Chiedo a tutti gli uomini di buona volontà di elevare la voce perché sia liberato immediatamente e perché sia resa giustizia a quanti, come Lei, hanno pagato e stanno pagando il prezzo della propria integrità morale e intellettuale» scrive Sua Eccellenza nella lettera.

 

«Non è l’avvocato Fuellmich che dovrebbe essere in carcere, ma coloro che hanno perpetrato il più grande crimine contro l’umanità dei nostri tempi.
Dio La sostenga e La liberi presto».

 

«Auspico che l’appello lanciato per la liberazione del dott. Füllmich non rimanga inascoltato» ha aggiunto l’arcivescovo su X.

 

Come riportato da Renovatio 21, monsignor Viganò quattro anni fa aveva dato una lunga intervista all’avvocato in cui delineava la questione del colpo di Stato globale rappresentato dalla pandemia COVID e del sovvertimento e della dissoluzione della società cristiana.

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Monsignore a settembre aveva partecipato all’appello per la liberazione dell’avvocato germanico. «In molti Stati autoproclamatisi “democratici”, le voci che denunciano questo colpo di Stato globale vengono messe a tacere attraverso la censura, l’intimidazione, la psichiatrizzazione e persino l’arresto» aveva scritto su X rilanciando l’appello..

 

«Tra le vittime del regime totalitario che si sta affermando silenziosamente in Europa, Canada, Australia e altre nazioni vassalle delle Nazioni Unite, della NATO, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del Forum Economico Mondiale (tutte entità private finanziate dagli stessi poteri) c’è l’avvocato Reiner Fuellmich, ingiustamente imprigionato e ancora in attesa di un giusto processo. Il suo crimine è aver osato dire la verità in un mondo di menzogne criminali» aveva scritto l’ex nunzio apostolico in USA.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2021Fuellmich aveva intervistato il cardiologo texano Peter McCullough, che aveva accennato a «infertilità e cancro come possibili conseguenze del vaccino». L’avvocato ricevette dal gruppo Doctors for COVID Ethics una lettera di confutazione all’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) che metteva in guardia rispetto ai vaccini genici sperimentali.

 

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Epidemie

Il laboratorio di Wuhan teatro di molteplici fallimenti nello smaltimento dei rifiuti biologici pericolosi prima della pandemia

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.   Un’inchiesta di The New Atlantis ha rivelato che le indagini ufficiali hanno in gran parte ignorato i documenti che attestano ripetuti problemi con i sistemi dell’Istituto di Virologia di Wuhan per la gestione dei rifiuti infettivi: prove che potrebbero avere importanti implicazioni per la teoria secondo cui una fuga da un laboratorio avrebbe causato la pandemia di COVID-19.   Una nuova indagine ha portato alla luce un elemento di prova significativo ma finora trascurato nella ricerca sull’origine del COVID-19 : molteplici falle nel sistema di smaltimento dei rifiuti biologici pericolosi dell’Istituto di Virologia di Wuhan nei mesi precedenti l’inizio della pandemia.   L’inchiesta di The New Atlantis ha rivelato che le indagini ufficiali hanno in gran parte ignorato i documenti che attestavano ripetuti problemi con i sistemi del laboratorio per la gestione dei rifiuti infettivi: prove che potrebbero avere importanti implicazioni per la teoria secondo cui una fuga di materiale dal laboratorio avrebbe causato la pandemia di COVID-19.   L’indagine, condotta da Dan Silver, ex relatore del Programma per il monitoraggio delle malattie emergenti, ha esaminato documenti governativi cinesi pubblicamente disponibili, contratti di appalto, avvisi normativi e resoconti dei media statali che, a suo dire, hanno ricevuto scarsa attenzione da parte di scienziati e investigatori ufficiali impegnati a indagare sulle origini del virus COVID-19.   Le prove non dimostrano che il virus sia emerso da un laboratorio, ha scritto Silver. Tuttavia, rivelano problemi significativi nell’infrastruttura di smaltimento dei rifiuti pericolosi di Wuhan, in Cina, in un periodo in cui diversi laboratori della città stavano conducendo ricerche su agenti patogeni pericolosi.   Tra queste debolezze figuravano gli incendi che hanno costretto alla chiusura due delle tre aziende autorizzate allo smaltimento di rifiuti di laboratorio pericolosi nella provincia di Hubei, l’accumulo, protrattosi per decenni, di rifiuti di laboratorio conservati in modo improprio presso i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie di Wuhan (Wuhan CDC) e pratiche di ricerca sul campo non conformi agli standard di biosicurezza internazionalmente riconosciuti.   Le prove dimostrano che il sistema di laboratori di Wuhan operava «sotto una pressione insolita» nei mesi precedenti allo scoppio dell’epidemia.   Inoltre, come ha scritto Silver, emerge un modello ricorrente di «ambizione istituzionale che avanza più rapidamente rispetto alle infrastrutture e ai protocolli necessari per sostenerla in sicurezza».

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Il sistema di smaltimento dei rifiuti biologici ha iniziato a sgretolarsi nel maggio 2019.

La normativa cinese classificava gran parte dei rifiuti chimici e biologici prodotti dai laboratori di ricerca in una categoria nota come HW49.   Secondo il rapporto, nel 2019 solo tre aziende nella provincia di Hubei, dove si trova l’ Istituto di Virologia di Wuhan (WIV), erano autorizzate a raccogliere e smaltire tale materiale.   Una di queste aziende, la Wuhan Beihu Yunfeng Environmental Protection, aveva un contratto per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi prodotti dal WIV.   Quel sistema ha cominciato a sgretolarsi nel maggio del 2019.   Il 12 maggio, un incendio ha distrutto i magazzini dello stabilimento di Yunfeng. I vigili del fuoco hanno combattuto contro le fiamme per oltre otto ore, per poi dover tornare il giorno successivo a causa di un secondo incendio. Secondo Silver, l’incidente ha eliminato uno dei pilastri fondamentali del sistema di smaltimento dei rifiuti di laboratorio di Wuhan.   Appena nove giorni dopo, il 21 maggio, si verificò un secondo incendio presso la Hubei Tianyin Environmental Protection, un’altra azienda autorizzata allo smaltimento di rifiuti pericolosi, situata a circa 225 chilometri da Wuhan. Secondo le prime ricostruzioni, l’incendio fu causato da una reazione chimica tra i rifiuti di laboratorio immagazzinati. L’impianto cessò quindi le attività.   Secondo l’indagine, i due incendi hanno lasciato i laboratori di tutta la provincia di Hubei, compresi il WIV e il CDC di Wuhan, con un solo appaltatore autorizzato in grado di smaltire i rifiuti di laboratorio HW49. Tale azienda si trovava a circa 305 chilometri da Wuhan.   Silver sostiene che tali interruzioni avrebbero probabilmente costretto i laboratori a improvvisare, affidandosi a fornitori esterni sconosciuti, a percorsi di trasporto più lunghi o a procedure modificate, pur continuando le attività di ricerca.   «Se tale improvvisazione si è verificata senza una corrispondente riduzione dell’attività di ricerca, il periodo ha rappresentato una finestra di rischio più ampia in cui il margine di errore o di imprevisto era più sottile del solito», ha scritto.

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Il CDC di Wuhan aveva precedenti di violazione delle normative sullo stoccaggio dei rifiuti pericolosi.

Secondo il rapporto, il CDC di Wuhan aveva accumulato per decenni rifiuti di laboratorio pericolosi in violazione delle normative cinesi, che vietano lo stoccaggio di rifiuti pericolosi per più di un anno.   Secondo i documenti relativi agli appalti citati nell’indagine, i rifiuti pericolosi erano stati stoccati presso l’agenzia dal 1994, raggiungendo infine quasi due tonnellate metriche.   La legge cinese vietava lo stoccaggio di rifiuti pericolosi per più di un anno, eppure il materiale accumulato è rimasto in deposito per 25 anni.   In un avviso di appalto emesso nel giugno 2019, mesi prima dello scoppio dell’epidemia di COVID-19, il CDC di Wuhan avrebbe riconosciuto che la scorta rappresentava «rischi per la sicurezza nascosti» e avrebbe richiesto la rimozione dei rifiuti.   Dopo la cessazione delle attività delle due società di smaltimento, l’appaltatore autorizzato rimasto si è aggiudicato il contratto per il trasporto e lo smaltimento del materiale accumulato.

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I campioni di pipistrello sono finiti tra i rifiuti del laboratorio?

L’indagine riprende in esame anche il lavoro di Tian Junhua, ricercatore del CDC di Wuhan e ora suo direttore generale, le cui spedizioni di campionamento sui pipistrelli hanno attirato l’attenzione internazionale dopo l’inizio della pandemia.   Silver osserva che i media statali cinesi avevano dipinto Junhua come un eroe scientifico per aver raccolto campioni di pipistrelli nelle grotte.   Tuttavia, un video pubblicato in seguito dal Washington Post lo mostrava mentre maneggiava i pipistrelli indossando solo guanti sottili e una mascherina chirurgica: dispositivi di protezione che molti esperti di biosicurezza considererebbero inadeguati per la raccolta di virus sconosciuti.   Secondo il New York Times, Junhua ha ammesso di aver dimenticato di usare i dispositivi di protezione individuale e di essere stato schizzato di sangue di pipistrello in diverse occasioni.   Secondo il rapporto, i campioni biologici raccolti durante tali attività sul campo sarebbero stati probabilmente restituiti al CDC di Wuhan per le analisi e potrebbero essere finiti tra i rifiuti di laboratorio che l’agenzia faticava a smaltire correttamente.  

Una cronologia trascurata

Nell’autunno del 2019, molti dei problemi visibili sembravano essere stati risolti.   Il CDC di Wuhan ha svuotato in gran parte il suo deposito di rifiuti prima di trasferirsi nella nuova sede vicino al mercato del pesce di Huanan all’inizio di dicembre 2019.   Il WIV si è inoltre adattato dopo aver perso il suo principale appaltatore per lo smaltimento dei rifiuti, sebbene i documenti pubblici forniscano pochi dettagli su come siano cambiate le attività del laboratorio durante quel periodo, secondo quanto riportato nel documento.   Quando, settimane dopo, iniziarono a comparire a Wuhan casi inspiegabili di polmonite, gli investigatori internazionali si concentrarono principalmente sull’identificazione del virus, sul tracciamento della sua diffusione e sulla ricerca di potenziali fonti animali.   Silver sostiene che le interruzioni nello smaltimento dei rifiuti di laboratorio verificatesi all’inizio del 2019 siano state in gran parte ignorate dalle indagini successive, nonostante fossero documentate nei registri pubblici. Ha suggerito che dovrebbero essere incluse nelle indagini sulle origini del virus e anche nell’indagine condotta nel febbraio 2021 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).   Secondo Silver, il team dell’OMS ha riconosciuto che il trasferimento del CDC di Wuhan in una nuova struttura nel dicembre 2019 potrebbe aver interrotto le attività di laboratorio. Tuttavia, il team ha riferito che i funzionari cinesi non hanno identificato incidenti significativi associati al trasferimento.   Il rapporto non faceva menzione delle precedenti violazioni dell’agenzia in materia di rifiuti pericolosi né delle interruzioni alla rete di smaltimento dei rifiuti della provincia di Hubei.   Silver ha osservato che persino il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato, dopo la pubblicazione del rapporto, che sarebbero stati necessari ulteriori dati prima di poter giungere a conclusioni definitive sull’origine della pandemia.

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Le prove non dimostrano la presenza di una perdita. «Si tratta di fragilità sistemica»

Silver ha affermato che le prove da lui raccolte non dimostrano una fuga dal laboratorio. Tuttavia, ha suggerito che i documenti evidenziano debolezze sistemiche nella supervisione della biosicurezza e nella gestione dei rifiuti pericolosi, che avrebbero meritato un esame più approfondito durante le indagini sulle origini della pandemia.   «Il significato di questi eventi non risiede principalmente nell’attribuzione di responsabilità o nella ricerca di colpevoli», ha scritto Silver. «Riguarda la fragilità del sistema».   La questione di come il SARS-CoV-2 sia entrato per la prima volta nella popolazione umana rimane irrisolta.   La Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi del Senato degli Stati Uniti, presieduta dal senatore Rand Paul (repubblicano del Kentucky), continua a indagare sulla questione. Ha emesso mandati di comparizione nei confronti di diverse agenzie federali e ha tenuto audizioni in merito.   Una delle questioni chiave riguarda il ruolo svolto dagli Stati Uniti nel finanziamento della ricerca sul guadagno di funzione presso il WIV durante il mandato del dottor Anthony Fauci come direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID).   Fauci ricopriva la carica più alta presso il NIAID quando, secondo quanto riferito, l’agenzia finanziò una ricerca sul guadagno di funzione, condotta da ricercatori cinesi e statunitensi, presso il WIV.   Documenti ottenuti tramite richieste ai sensi del Freedom of Information Act, insieme ai risultati di un’indagine del Congresso, hanno rivelato che Fauci e altri hanno anche cospirato per promuovere la teoria delle «origini naturali» e per insabbiare i finanziamenti del governo statunitense alla ricerca sul guadagno di funzione.   La scorsa settimana, la Sottocommissione permanente per le indagini del Senato sulla sicurezza interna ha dichiarato di aver ottenuto una copia dell’iPhone di Fauci dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS), secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.   Sempre la scorsa settimana, la Commissione per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi ha votato per dichiarare Fauci colpevole di oltraggio al Congresso e deferirlo al Dipartimento di Giustizia per un possibile procedimento penale, dopo che si era avvalso del Quinto Emendamento per ben 111 volte durante l’udienza della scorsa settimana sulle origini del COVID-19.   Silver ha concluso che, a prescindere dal fatto che il COVID-19 abbia avuto origine da una trasmissione naturale, da un incidente di laboratorio o da un’altra via, gli investigatori dovrebbero continuare a esaminare tutte le prove disponibili, compresi i documenti pubblici che attestano le difficoltà affrontate dal sistema di laboratori di Wuhan prima dello scoppio dell’epidemia.   «La storia completa deve ancora essere raccontata», ha scritto.   Brenda Baletti Ph.D.   © 11 agosto 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.   Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.  

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Immagine di Ureem2805 via Wikimedia pubblicata su licenza Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata.
 
           
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Epidemie

Nuovo virus incurabile compare tra le zecche

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Sembra che non passi mese senza sentire notizie sempre più preoccupanti che arrivano dal mondo di una creatura di cui, fino a pochi anni fa, si parlava pochissimo: la zecca. Essa ora si sta, in maniera davvero inquietante, prendendosi la scena riguardo le questioni sanitarie e, per chi uniscono i puntini di questa strana ascesa, perfino politica.

 

I danni delle zecche sembrano sempre più consistentemente andare al di là della giù di per sé terrificante sindrome di Lyme, per la quale, ovviamente, Pfizer sta preparando il vaccino.

 

A Nuova York in questi giorni è stato confermato il primo caso di virus Bourbon, il che ha spinto i ricercatori a chiedere un’intensificazione della sorveglianza e dei test, in un contesto di avvertimenti secondo cui questa rara infezione trasmessa dalle zecche potrebbe essere più diffusa di quanto si pensi attualmente.

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Scoperto nel 2014 e chiamato così in onore della contea di Bourbon, in Kansas, dove è stato identificato per la prima volta, si ritiene che il virus venga trasmesso dalla zecca della stella solitaria. Non esiste un vaccino o una cura per prevenire o trattare la malattia. I sintomi includono febbre, affaticamento, eruzione cutanea, mal di testa, dolori muscolari, nausea e vomito.

 

Da quando il virus è stato identificato, sono stati segnalati solo sei casi umani, principalmente negli Stati Uniti centrali. Il primo paziente noto, a cui è stata diagnosticata la malattia in Kansas nel 2014, è deceduto.

 

Secondo uno studio della Stony Brook Medicine pubblicato il mese scorso, il virus Bourbon «potrebbe presto iniziare a complicare le diagnosi se dovesse diffondersi maggiormente quest’estate e nei prossimi anni».

 

Tra il 2019 e il 2024, i ricercatori hanno analizzato campioni di sangue prelevati da 107 pazienti che avevano sviluppato febbre e altri sintomi in seguito a recenti punture di zecca nella contea di Suffolk, scoprendo che due di loro presentavano anticorpi contro il virus Bourbon.

 

Uno dei pazienti, un uomo di 67 anni di Long Island, ha sviluppato sintomi gravi ed è stato ricoverato in ospedale dopo essere stato morso da una zecca della stella solitaria nel 2021. Inizialmente è stato trattato con doxiciclina per sospetta malattia di Lyme, ma la stanchezza e i forti mal di testa non sono migliorati. Alla fine è guarito completamente, ma una nuova analisi dei risultati ha mostrato un aumento di otto volte dei livelli di anticorpi contro il virus Bourbon in un mese, confermando l’infezione.

 

«A Nuova York e nel Nord-Est degli Stati Uniti sono presenti moltissime zecche della specie Amblyomma americanum. Le popolazioni sono dense e, quando una persona viene infettata dal virus Bourbon, i sintomi sono simili a quelli di altre infezioni trasmesse dalle zecche», ha affermato il dottor Luis Marcos, professore alla Stony Brook Medicine e direttore della clinica per le malattie trasmesse dalle zecche.

 

«Per questi motivi, è probabile che il virus Bourbon sia più diffuso di quanto pensiamo nella nostra regione, e che altri casi non vengano diagnosticati».

 

Al momento non è disponibile alcun test diagnostico commerciale e i campioni sospetti a Nuova York devono essere inviati al dipartimento della Salute dello Stato per analisi specializzate. I ricercatori hanno chiesto un ampliamento della sorveglianza e dei test, sostenendo che senza identificare la causa di un’infezione, le possibilità di sviluppare test diagnostici accurati o trattamenti efficaci «sono minime».

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Le zecche della stella solitaria sono aracnidi aggressivi, di colore bruno-rossastro, ematofagi. Le femmine adulte sono riconoscibili per una vistosa macchia bianca sul dorso, mentre le ninfe e le femmine adulte mordono più frequentemente gli esseri umani e diffondono malattie, secondo il CDC.

 

Precedentemente concentrata nel Sud degli Stati Uniti, questa specie si è diffusa in gran parte della costa orientale e ora si può trovare fino al Maine. I suoi morsi possono trasmettere l’ehrlichiosi, la malattia da virus Heartland e la tularemia.

 

Tale tipo di zecca è stato anche collegato alla sindrome allergica alle zecche (SAMS) e – significativamente – alla sindrome alfa-gal, un’allergia alla carne rossa.

 

Qui si innesta un discorso vertiginoso sul possibile uso di aracnidi bioingegnerizzati per far decrementare il consumo di carne, ritenuto dalle élite mondialiste come un grande problema ambientale.

 

Come riportato da Renovatio 21, anni fa aveva destato scalpore la proposta di un bioeticista legato al WEF di bioingegnerizzare esseri umani con intolleranza alla carne in nome della lotta al cambiamento climatico. Nella sua proposta il dottor Matthew Liao, direttore del Centro per la bioetica del College of Global Public Health presso la New York University, nominava specificatamente la zecca della stella solitaria.

 

«La gente mangia troppa carne. E se dovessero ridurre il loro consumo di carne, allora aiuterebbe davvero il pianeta», aveva dichiarato il professor Liao. «Quindi ecco un pensiero. Quindi si scopre che ne sappiamo molto: abbiamo queste intolleranze», ha continuato il Liao. «Per esempio ho un’intolleranza al latte. E alcune persone sono intolleranti ai gamberi. Quindi forse possiamo usare l’ingegneria umana per dimostrare che siamo intolleranti a certi tipi di carne, a certi tipi di proteine ​​bovine».

 

«C’è questa cosa chiamata zecca della stella solitaria che se ti morde diventerai allergico alla carne. Quindi è qualcosa che possiamo fare attraverso l’ingegneria umana. Possiamo forse affrontare problemi mondiali davvero grandi attraverso l’ingegneria umana».

 


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La sindrome alfa-gal è stata indicata come causa din un caso degli anni scorsi. La saliva della zecca contiene una molecola di zucchero chiamata alfa-gal. Questa stessa molecola si trova nella carne di molti mammiferi, tra cui maiali e bovini. Il morso della zecca può scatenare una risposta immunitaria eccessiva, che porta a reazioni allergiche quando l’alfa-gal viene nuovamente a contatto con l’organismo. Alcune persone sviluppano orticaria, diarrea o vomito dopo aver mangiato un hamburger o della pancetta, o dopo aver consumato latticini.

 

Le zecche insomma, come le zanzare, potrebbero rientrare in un vasto programma eugenetico mondiale.

 

Le inquietanti dichiarazioni del bioeticista legato al WEF sono da collegarsi con recenti rivelazioni, sempre più credibili, di programmi di guerra biologica tramite le zecche: secondo alcuni, la malattia di Lyme potrebbe quindi essere uscita da un laboratorio americano che utilizzava le zecche come vettore epidemico-militare.

 

Va notato come le zecche, e la malattia di Lyme, si stiano diffondendo ora in tutta Europa, Italia compresa, così come ossessivi programmi vaccinali portati innanzi dalla regioni – si tratta, tuttavia, dell’encefalopatia, non del Lyme, per cui la protezione offerta è quantomeno limitata.

 

Lo scorso anno, un po’ a scoppio ritardato, il governatore della Florida Ron DeSantis ha pubblicamente respinto l’idea che gli esseri umani possano essere modificati geneticamente per sviluppare un’allergia alla carne rossa come un modo per limitare il consumo di carne e proteggere l’ambiente.

 

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 Immagine di Robert Webster via Wikimedia pubblicata su licenza CC-BY-SA-4.0

 

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