Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Con sorprendente sfacciataggine la stampa internazionale ci assicura che in Siria è in corso non già un cambiamento militare di regime, bensì una rivoluzione per rovesciare la Repubblica Araba siriana. Ci nascondono la presenza dell’esercito turco e delle forze speciali statunitensi. Ci inondano con una propaganda, peraltro più volte smentita, sui crimini di «Bashar». Trasformano sgozzatori feroci in rispettabili rivoluzionari. Per l’ennesima volta la stampa internazionale ci mente intenzionalmente.
In 11 giorni la Repubblica araba siriana, che dal 2011 ha resistito valorosamente agli attacchi degli jihadisti sostenuti dalla più grande coalizione della storia, è stata rovesciata. Cos’è successo?
La prima fase dell’operazione risale al 15 ottobre 2017, quando gli Stati Uniti organizzarono un assedio della Siria vietando ogni scambio commerciale con Damasco e impedendo alle Nazioni Unite di partecipare alla ricostruzione del Paese (1). Nel 2020 questa strategia fu estesa al Libano, con il Caesar Act (2).
Noi, Paesi membri dell’Unione europea, abbiamo partecipato tutti a questo crimine. La maggior parte dei siriani ora soffre di malnutrizione. La lira siriana è crollata: ciò che prima della guerra, nel 2011, valeva una lira, alla caduta di Damasco ne vale 50.000 (la lira è stata rivalutata tre giorni dopo, grazie a un’iniezione di denaro del Qatar). Stesse cause, medesime conseguenze: la Siria è stata sconfitta come lo fu a suo tempo l’Iraq, quando il segretario di Stato Madeleine Albright si rallegrò per aver causato la morte per malattia e malnutrizione di mezzo milione di bambini iracheni.
Del resto, sebbene siano stati formalmente gli jihadisti di Hayat Tahrir al-Cham (HTC) a conquistare Damasco, sul piano militare i vincitori non sono loro. Il 27 novembre l’HTC, armato dal Qatar e organizzato dall’esercito turco camuffato da Esercito Nazionale Siriano (Syrian National Army, SNA), ha preso il controllo dell’autostrada M4 che fungeva da linea di cessate-il-fuoco.
Inoltre l’HTC e la Turchia disponevano di droni ad alte prestazioni, manovrati da consulenti ucraini. Infine l’HTC ha portato con sé la colonia uigura del Partito Islamico del Turkestan (TIP), trincerata da otto anni ad al-Zanbaki (3). I teatri operativi israeliano, russo e cinese ora si sono fusi in un unico scenario.
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Poi l’insieme di queste forze ha attaccato Aleppo, fino ad allora difesa dai Guardiani della Rivoluzione iraniani. Costoro si sono ritirati senza reagire, lasciando a difesa della città solo la piccola guarnigione dell’Esercito Arabo Siriano. Di fronte a una forza così sproporzionata, il governo siriano ha ordinato alle proprie truppe di ripiegare su Hamah. Così è avvenuto il 29 novembre, dopo una breve battaglia.
Il 30 novembre il presidente siriano Bashar al-Assad si è recato in Russia, non per assistere all’esame del figlio Hafez all’università di Mosca, bensì per chiedere aiuto. Ma le forze russe presenti in Siria, esclusivamente aeree, potevano solo bombardare i convogli degli jihadisti. Infatti hanno cercato di sbarrare la strada all’HTC e alle forze sostenute dalla Turchia, non potendo contrastarle sul terreno. Aleppo era irrimediabilmente persa. Del resto, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in linea con la tradizione del proprio Paese (4), non ha mai riconosciuto la perdita dei territori ottomani in Grecia (Salonicco), nell’isola di Cipro, in Siria (Aleppo) e in Iraq (Mosul).
Con le cellule jihadiste dormienti riattivate dalla Turchia, l’Esercito Arabo Siriano, già esausto, doveva combattere su più i fronti contemporaneamente. È quanto ha cercato invano di fare il generale Maher al-Assad, fratello del presidente.
L’inviato speciale dell’ayatollah Ali Khamenei, Ali Larijani, si è recato a Damasco per dare spiegazioni del ritiro da Aleppo dei Guardiani della Rivoluzione e per porre le condizioni di un aiuto militare della Repubblica Islamica d’Iran: condizioni culturali inaccettabili per uno Stato laico.
In una conversazione telefonica con l’omologo iraniano Massoud Pezeshkian, il presidente al-Assad ha dichiarato che «l’intensificazione dell’azione dei terroristi» è un tentativo di «disgregare la regione, sbriciolarne gli Stati e ridisegnarne la mappa per adattarla agli interessi e agli obiettivi dell’America e dell’Occidente». Tuttavia il comunicato ufficiale non dà conto del tono della conversazione. Il presidente siriano voleva sapere chi aveva ordinato ai Guardiani della rivoluzione di abbandonare Aleppo. Non avendo ottenuto risposta, ha avvertito il presidente Pezeshkian delle conseguenze sull’Iran di un’eventuale caduta della Siria. Ancora nessuna reazione: Teheran ha continuato a pretendere le chiavi della Siria in cambio della sua difesa.
Il 2 dicembre il generale Jasper Jeffers III, comandante in capo delle Forze speciali degli Stati Uniti (UsCoCom), arriva a Beirut. La ragione ufficiale è controllare l’applicazione del cessate-il-fuoco verbale tra Israele e Libano. Tenuto conto del suo ruolo, è evidente che questa è solo una parte della sua missione: sovrintenderà infatti alla conquista di Damasco da parte della Turchia, nascosta alle spalle dell’HTC.
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Il 5 dicembre, al Consiglio di sicurezza, gli Stati Uniti rilanciano le accuse al presidente al-Assad di usare armi chimiche per reprimere il suo stesso popolo; accuse che ignorano completamente le numerosissime contestazioni, testimonianze e indagini che hanno dimostrato come si tratti solo di propaganda di guerra. Le armi chimiche sono il principale argomento della gigantesca macchina di fango anglosassone.
Sono queste false accuse che il numero due delle Nazioni Unite, Jeffrey Feltman, ha preso a pretesto per impedire la ricostruzione della Siria. Accuse reiterate sino a convincere l’opinione pubblica occidentale che «Bashar è il boia di Damasco» e a incolparlo di tutti i morti causati dalla guerra scatenata contro di lui e il suo Paese.
Contemporaneamente, il Pentagono fa sapere all’HTC e all’esercito turco che possono continuare ad avanzare, prendere Damasco e rovesciare la Repubblica Araba Siriana.
Il 6 e 7 dicembre in Qatar si svolge il Forum di Doha. Vi partecipano molte figure di spicco del Medio Oriente, nonché il ministro russo degli Esteri, Sergej Lavrov. A margine del Forum viene data garanzia alla Russia, che rappresenta il presidente al-Assad, che i soldati dell’Esercito Arabo siriano non saranno perseguiti e che le basi militari della Federazione di Russia non saranno attaccate. All’Iran viene invece garantito che i santuari sciiti non saranno distrutti, ma pare che Teheran lo sapesse già.
Secondo il ministro turco degli Esteri, Hakan Fidan, Benjamin Netanyahu e Joe Biden ritenevano che l’operazione dovesse finire lì. È stato il Pentagono che, di concerto con il Regno Unito, ne ha deciso la prosecuzione fino al rovesciamento della Repubblica Araba Siriana (5).
A New York il Consiglio di sicurezza adotta all’unanimità la risoluzione 2761 (6). Essa autorizza a non tener conto delle sanzioni contro gli jihadisti durante «operazioni umanitarie».
Le Nazioni Unite, che non hanno mai autorizzato il soccorso alle popolazioni schiacciate sotto il giogo di Daesh, improvvisamente autorizzano gli scambi commerciali con l’HTC.
Questo rovesciamento della posizione del Consiglio di sicurezza risponde alle istruzioni del consigliere delle Nazioni Unite, Noah Bonsey, che le aveva già enunciate a febbraio 2021, quando lavorava per George Soros (7).
Abu Mohammad al-Jolani, leader dell’HTC, rilascia un’intervista a Jomana Karadsheh per la CNN. La giornalista fa notare che il sito Rewards for Justice del Dipartimento di Stato offre ancora dieci milioni di dollari di ricompensa in cambio di qualsiasi informazione che permetta di arrestare il capo jihadista (8).
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Il 7 dicembre l’HTC e la Turchia prendono il controllo della prigione siriana di Saïdnaya. Un obiettivo strategico per alimentare la propaganda di guerra, che l’ha soprannominata «mattatoio umano». La campagna mediatica sostiene che vi sono state torturate e giustiziate migliaia di persone, i cui cadaveri sono stati bruciati in un forno crematorio.
Per tre giorni i Caschi Bianchi, ONG che ha al tempo stesso salvato vite e partecipato ai massacri, perlustrano la prigione e i suoi dintorni alla ricerca di passaggi segreti sotterranei, di camere di tortura e del forno crematorio. Purtroppo non trovano prove. Alla fine la giornalista Clarissa Ward mette in scena per CNN la liberazione di un prigioniero che per tre mesi non ha visto la luce del giorno, ma è pulito, ben vestito e con le unghie curate (9).
È tanto più arduo sostenere le accuse ad al-Assad di torture e di esecuzioni sommarie se si considera che il presidente siriano già nel 2011 emanò norme per vietare ogni forma di tortura, ha istituito il ministero per la Riconciliazione nazionale, per il reinserimento dei siriani che si erano uniti agli jihadisti, e infine che ha attuato amnistie generali in circa quaranta occasioni.
L’8 dicembre il presidente al-Assad ordina ai propri uomini di deporre le armi. Damasco cade senza colpo ferire. Gli jihadisti srotolano immediatamente striscioni – stampati con largo anticipo – e appuntano il simbolo del nuovo regime sulle loro uniformi. L’ex combattente di Al Qaeda, poi numero due di Daesh, Abu Mohammad al-Jolani, il cui vero nome è Ahmad al-Sharaa, prende il potere. Consigliato da britannici esperti in comunicazione, tiene un discorso nella Grande Moschea degli Omayyadi, sul modello di quello pronunciato dal califfo di Daesh, Abu Bakr al-Baghdadi, nella Grande Moschea di Al-Nuri di Mosul, nel 2019.
L’HTC ora considera i cristiani mustamin (così gli islamici chiamano gli stranieri non mussulmani che risiedono in modo limitato in territorio mussulmano), esentandoli dal patto del dhimmi (serie di diritti e oneri riservati ai non-mussulmani) e dal pagamento della tassa della jizya. A settembre 2022, per la prima volta in un decennio, nella chiesa armena di al-Yacoubiyah, nella campagna di Jisr al-Shugur, a ovest di Idlib, si è tenuta una cerimonia in onore di Sant’Anna.
Tremila soldati dell’Esercito Arabo Siriano si esiliano in Iraq. Vengono disarmati e alloggiati in tende al valico di frontiera di Al-Qaim, poi trasferiti in una base militare a Rutba. Bagdad annuncia che sta cercando di ottenere garanzie per il loro rientro in patria. (10)
Le Forze di Difesa Israeliane (FDI) lanciano un’operazione per distruggere l’equipaggiamento e le fortificazioni dell’Esercito Arabo Siriano. In quattro giorni 480 bombardamenti affondano la flotta e incendiano armerie e magazzini. Contemporaneamente squadre di terra uccidono gli scienziati più importanti del Paese.
Dopo aver fatto visitare ai giornalisti le fortificazioni siriane lungo la costa, ormai vuote, Benny Kata, un comandante militare israeliano, dice ai suoi ospiti: «È chiaro che resteremo qui per un certo tempo. Siamo preparati».
Le FDI già cominciano a rosicchiare sempre più il territorio siriano, oltre la linea di cessate-il-fuoco del Golan, che già occupano. Annunciano di voler creare in territorio siriano una seconda zona-cuscinetto per proteggere quella attuale, che è un modo per annettersi crescenti porzioni di Siria. Annettono anche il monte Hermon, così da poter sorvegliare l’intera regione.
Il 9 dicembre il generale Michael Kurilla, comandante in capo delle forze statunitensi nel Medio Oriente Allargato (CentCom), si reca ad Amman per incontrare il generale Yousef Al-H’naity, presidente dello Stato-Maggiore di Giordania. Gli ribadisce l’impegno degli Stati Uniti a sostenere la Giordania in caso di minacce provenienti dalla Siria durante il periodo di transizione.
Il 10 dicembre il generale Kurilla visita le truppe statunitensi e quelle delle Forze Democratiche Siriane (mercenari kurdi) in diverse basi della Siria. Predispone un piano affinché Daesh non esca dalla zona assegnatagli dal Pentagono e non interferisca nel cambiamento di regime a Damasco. Immediatamente intensi bombardamenti impediscono a Daesh di muoversi.
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L’HTC nomina Mohammed al-Bashir, ex «governatore» jihadista di Idlib, primo ministro del nuovo regime. È un membro dei Fratelli Mussulmani, sponsorizzato dall’MI6 britannico. La Francia, che con il suo inviato speciale Jean-Yves Le Drian aveva negoziato la nomina di Riad Hijab (ex segretario del consiglio dei ministri nel 2012), si rende conto di essere stata bidonata.
La sera stessa viene scartata la possibile nomina di Le Drian a primo ministro francese. L’Eliseo fa invece invitare al telegiornale di France2 il procuratore per l’antiterrorismo di Parigi, che mette fine alle acclamazioni del nuovo potere a Damasco deplorando che l’HTC sia implicato nell’assassinio nel 2020 del professore francese Samuel Paty e nel massacro di Nizza del 2016, in cui morirono 86 persone. La stampa francese cambia di spalla al fucile e inizia a mettere in discussione il nuovo governo di Damasco, che la stampa internazionale continua a dipingere come rispettabile.
L’11 dicembre le principali fazioni palestinesi presenti in Siria (Fronte per la liberazione della Palestina, Fronte democratico per la liberazione della Palestina, Movimento della Jihad islamica, Fronte palestinese di lotta popolare, Comando generale) si riuniscono a Yarmuk (Damasco) alla presenza di delegati dell’HTC (Dipartimento delle Operazioni militari). Fatah e Hamas non vi partecipano. Si chiede loro di rappacificarsi con l’alleato israeliano. Si decide anche che nessuna fazione godrà di uno statuto privilegiato e che tutte saranno trattate allo stesso modo. Tutti i gruppi s’impegnano a deporre le armi.
Il generale Kurilla visita in tre giorni prima il Libano poi Israele. A Beirut incontra il generale Joseph Aoun, comandante delle forze armate libanesi, ma soprattutto il proprio collega, il generale statunitense Jasper Jeffer III. A Tel Aviv incontra i capi di stato-maggiore israeliani e il ministro della Difesa, Israel Katz. In questa occasione dichiara: «Le mie visite in Israele, Giordania, Siria, Iraq e Libano degli ultimi sei giorni hanno voluto sottolineare l’importanza di guardare le sfide e le opportunità attuali attraverso gli occhi dei nostri partner, dei nostri comandanti sul campo e dei membri di servizio. Dobbiamo fare in modo che i partenariati continuino a essere solidi per affrontare le minacce attuali e future che pesano sulla regione».
Il 12 dicembre Ibrahim Kalin, direttore dell’Organizzazione nazionale dell’Intelligence turca (Millî İstihbarat Teşkilatı, MIT) è il primo alto funzionario straniero a rendere visita al nuovo potere di Damasco. Lo stesso giorno i mercenari kurdi, che amministrano il nordest della Siria per conto dell’esercito di occupazione statunitense, issano la nuova bandiera verde, bianca e nera con tre stelle, la stessa del mandato francese sulla Siria. Il 15 dicembre una delegazione del Qatar segue l’esempio di Kalin.
Per convalidare le accuse di torture rivolte al regime spodestato, Clarissa Ward, decisamente in forma, mette in scena per CNN i cadaveri rinvenuti nell’obitorio di un ospedale di Damasco, così come la stessa CNN mandò in scena i cadaveri di un obitorio di Timisoara, durante il rovesciamento di Ceausescu, nel 1989 (11).
Nel frattempo, secondo le Nazioni Unite, oltre un milione di siriani sta cercando di fuggire dal proprio Paese. Non credono che gli jihadisti dell’HTC si siano improvvisamente civilizzati.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Gli Stati Uniti e l’Iran sono sull’orlo di un conflitto totale, ha riportato domenica il Washington Post, citando fonti a conoscenza delle discussioni in corso alla Casa Bianca. Secondo le fonti del giornale, Washington starebbe intensificando la propria presenza aerea in Medio Oriente.
L’avvertimento giunge mentre il Pentagono ha confermato che almeno quattro militari statunitensi sono rimasti uccisi in seguito agli attacchi di rappresaglia lanciati dalle forze iraniane contro installazioni militari americane nella regione. Secondo il New York Times, le forze statunitensi sono state colpite più volte la scorsa settimana da attacchi missilistici e con droni iraniani, che hanno causato il ferimento di decine di soldati e il danneggiamento di diversi elicotteri Black Hawk.
Mentre entrambe le parti intensificano gli attacchi contro obiettivi civili e militari, il Pentagono sta aumentando il numero di velivoli militari in Medio Oriente, secondo quanto riportato dal WaPo.
«Gli Stati Uniti stanno pianificando una guerra su scala più ampia», ha dichiarato al giornale un funzionario statunitense rimasto anonimo, avvertendo al contempo che l’impegno militare americano sarebbe limitato dalla diminuzione delle scorte di intercettori e missili per la difesa aerea, già ampiamente utilizzate nelle fasi precedenti del conflitto.
«Non abbiamo risorse sufficienti per sostenere le operazioni in sicurezza, e non credo che la Casa Bianca ne sia consapevole», ha dichiarato il funzionario al WaPo. Gli esperti militari citati nel rapporto affermano che Washington rimane impreparata a potenziali operazioni di terra all’interno dell’Iran, un’opzione che il presidente statunitense Donald Trump si è rifiutato di escludere.
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Venerdì, la testata Axios ha riportato che Washington aveva informato Israele dell’invio di decine di aerei cisterna aggiuntivi in vista di una possibile espansione delle operazioni contro l’Iran. Secondo l’articolo, a Trump sono state presentate diverse nuove opzioni militari, tra cui attacchi alle centrali elettriche iraniane e ulteriori attacchi ai siti nucleari per seppellire ancora più in profondità le scorte di uranio arricchito di Teheran.
Saeid Golkar, esperto dei servizi di sicurezza iraniani, ha dichiarato al Wall Street Journal che la situazione rischia di sfuggire completamente di mano. «Questa escalation si sta intensificando rapidamente e sta diventando incontrollabile», ha affermato. «C’è il rischio che si torni a una guerra totale, anche se nessuna delle due parti lo desidera».
Un’analisi della CNN ha suggerito che «una vittoria militare decisiva degli Stati Uniti sull’Iran sembra una prospettiva lontana». Facendo eco a queste osservazioni, Sina Toosi, ricercatore senior presso il Center for International Policy, ha avvertito che un’operazione di terra «con il caldo estivo estremo… contro un esercito completamente mobilitato e una popolazione che si è in gran parte schierata a sostegno dello sforzo bellico, sarebbe una scommessa straordinaria, praticamente destinata a trasformarsi in un disastro storico».
Nel frattempo, nonostante le rassicurazioni di Trump sul fatto che gli Stati Uniti avessero già neutralizzato il potenziale bellico dell’Iran, diversi media statunitensi hanno riportato che Washington è sempre più preoccupata per la crescente efficacia dell’esercito iraniano nel penetrare le difese aeree americane con attacchi missilistici.
L’attuale escalation segue il crollo del fragile cessate il fuoco all’inizio di questo mese a causa dell’escalation nello Stretto di Ormuzzo. Trump ha dichiarato la tregua «finita», definendo i leader iraniani «persone malate» e minacciando di reintrodurre il blocco navale dello stretto. Dicendo di essere divenuto il «bersaglio numero uno» di Teheran, ha minacciato di «distruggere» l’Irano.
Il ministero degli Esteri iraniano ha definito i rinnovati attacchi statunitensi una «grave violazione» del memorandum di cessate il fuoco, promettendo che le sue forze armate difenderanno l’integrità territoriale e la sicurezza nazionale del Paese.
Come riportato da Renovatio 21, Trump, una volta informato il Congresso che la guerra in Iran è di nuovo in corso, ha ipotizzato che «altre persone» possano invadere l’Iran via terra.
Molti osservatori hanno ipotizzato che nella finale del Campionati Mondiali di Calcio di stasera, l’ospite, cioè Donald Trump, tiferà per i sudamericani. Il presidente argentino Javier Milei non solo è stato definito come un epigono australe dell’ondata populista iniziata con Trump, ma è pure imbevuto di pensiero socioeconomico statunitense, in particolare l’ultraliberismo (o meglio l’anarco-capitalismo apertamente rivendicato dal nostro) di Milton Friedman e Murray Rothbard, suoi idoli intellettuali al punto che ai suoi cani clonati Milei ha dato il nome dei pensatori ultraliberisti.
È tuttavia molto più evidente, e denso di significato storico e geopolitico, il tifo mostrato dai vertici del governo israeliano per la squadra del Paese sudamericano.
Il premier dello Stato Ebraico Netanyahu si è mostrato con la maglia albiceleste. «Sosteniamo l’Argentina in tanti modi, anche domani. Non nascondo di fare il tifo per l’Argentina. Credo che la maggior parte dei cittadini israeliani tifi per l’Argentina. Buona fortuna! Vamos Argentina!» ha dichiarato il primo ministro israeliano, mostrando anche le sue capacità di colpo di testa.
A porgergli la palla e la maglietta è il rabbino Shimon Axel Wahnish, da sempre considerato come una grande influenza sul presidente argentino Javier Milei e ora ambasciatore presso lo Stato di Israele.
Prime Minister Benjamin Netanyahu met in his office with the Ambassador of Argentina to Israel, Rabbi Shimon Axel Wahnish, and wished great success to the Argentine national team in the World Cup final taking place tomorrow.
Non diverso il caso del controverso ministro delle Finanze, l’ultrasionista religioso Bezalel Smotrich, anche lui sorridentissimo in maglia futbolista argentina a favore di social.
🇮🇱 — VID: Finance Minister Betzalel Smotrich cheers on Argentina today in World Cup. pic.twitter.com/zTocN5KUoE
Tuttavia, vi sono molti altri fattori storici sono in gioco.
Cosa non saputa da proprio tutti, la quarta città al mondo per numero di cittadini di religione ebraica è Buenos Aires, dove la comunità giudea è fiorente, alla faccia della nomea dell’Argentina come Paese ospite dei gerarchi nazisti fuggiti dall’Europa.
Con l’ascesa di Milei, la conversione della politica estera argentina in senso filoisraeliano ha assunto toni grotteschi. Due anni fa, dopo aver offerto «chiaro e inflessibile sostegno a Israele» contro l’Iran, Milei ha invitato l’ambasciatore dello Stato Ebraico a partecipare a una riunione del «gabinetto di crisi» argentino. La mossa lasciò stupefatto tutto il personale diplomatico nazionale.
Come riportato da Renovatio 21, della conversione al giudaismo di Javier Milei si parla da tanto tempo, e abbondano immagini e video in cui il personaggio sventola in pubblico grandi bandiere israeliane, così come i festosi balli con gli ebrei hassidici. Il vessillo con la stella di David (in realtà, un simbolo cabalistico) sembra essere apparsa anche su monumenti pubblici nelle città del Paese sudamericano.
#ULTIMAHORA | 🇦🇷 | MILEI DESATA CRÍTICAS EN EL DÍA DE LA BANDERA
⚠️ Javier Milei vuelve a estar en el centro de la controversia tras aparecer en Rosario exhibiendo la bandera de Israel durante un acto por el Día de la Bandera, provocando una ola de críticas de quienes consideran… pic.twitter.com/VcUEgP20vb
— Quesdilla de Verdades Youtube (@QuesaVerdades) June 24, 2026
Patagonia burned & @JMilei opened his borders to 300k Israelis, to claim the burned land.
Milei is replacing Argentines with Israelis & creating Israel 2.0 in the western hemisphere.
🚨 EL SIONISMO AVANZA 🚨
Continuando con su plan de convertirnos en colonia de Israel, Milei mandó a poner la bandera sionista en el monumento a la bandera en Rosario.
Sul Milei vi sarebbe l’influenza del rabbino Shimon Axel Wahnish, rabbino capo della comunità ebraica marocchina dell’Argentina (ACILBA), «un moderno dottore ortodosso in psicologia dell’educazione, Wahnish è stato direttore e professore presso un centro studi ebraico per giovani studenti universitari presso i Sucath David Programs» scrive Tablet Magazine, che riporta come dopo il loro incontro nel 2021, Milei abbia cominciato lo studio della Torah proprio sotto la guida di rabbi Wahnish, lo stesso che vediamo ora nei video calciofili con Netanyahu e Smotrich.
Secondo il sito ispanofono La Politica online, il rabbino Tzvi Grunblatt (anche lui della corrente dell’ebraismo Lubavitch) avrebbe accompagnato il presidente eletto «durante il Forum Economico Latam dove il libertario è stato il relatore principale. La Fondazione Chabab era co-organizzatrice dell’evento insieme a Dario Epstein, consigliere di Milei».
Secondo il sito ebraico Anash, i rapporti di Milei con il rabbinato andrebbero oltre la guida spirituale del rabbino Wahnish. «Secondo quanto riportato dalla stampa argentina, il rabbino Grunblatt ha contribuito a creare legami tra Milei e importanti uomini d’affari come Eduardo Elsztain». Elzstain, argentino di origine ebraica (il nonno fuggì dalla Russia sconvolta dalla rivoluzione del 1917) è considerato a capo del più grande impero economico del Paese, che spazia dagli immobili all’agricoltura, da settore minerario a quello bancario.
Devoto alla religione giudaica, si dice che il ricco Elzstain abbia costruito una sinagoga appena fuori da casa sua. Sua sorella vive in Israele. Il businessman sarebbe affiliato al movimento ebraico Chabad Lubavitch, corrente dello chassidismo nata nel XVIII secolo e ora avente come base principale Nuova York, in particolare nel quartiere di Crown Heights, a Brooklyn. Elsztain ha vissuto a Nuova York – seconda città più ebraica del pianeta dopo Tel Aviv – nel 1989-90. Durante quel periodo, nel 1990, «si presentò a un incontro con il leggendario investitore George Soros», secondo il quotidiano israeliano Haaretz.
Milei in Israele si è prodotto in danze e canti dinanzi al Netanyahu, oltre che alle ovvie lacrime dinanzi il Muro del Pianto – kippah d’ordinanza in testa.
Argentine President Javier Milei, still in Israel, literally dancing and signing for Netanyahu’s amusement:pic.twitter.com/Lt60T0dbAO
Il sito Mintpressnews sostiene che le guardie del corpo del campionissimo Lionel Messi proverrebbero da Israele. «La sua sicurezza è affidata a un’élite di ex agenti israeliani, che pianificano ogni sua mossa, soprattutto a livello internazionale. Prende molto sul serio la sua sicurezza, tanto da aver saltato persino il matrimonio della cognata in Argentina per motivi di incolumità» scrive il sito americano. «Le stesse forze israeliane si occupavano della sicurezza anche al suo matrimonio nel 2017, sebbene la testata non abbia specificato se si trattasse di agenti del Mossad, dello Shin Bet o di un gruppo di commando d’élite».
Il calciatore argentino «ha visitato Israele più volte nel corso della sua carriera. Nel 2013, lui e la sua squadra, il Barcellona, si sono recati in Israele e Palestina per quello che è stato definito un “tour per la pace”. Durante il viaggio, ha incontrato e parlato con Netanyahu e il presidente Shimon Peres, e ha stretto la mano ai soldati delle Forze di Difesa Israeliane. Ha anche indossato la kippah e visitato il Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo».
Non solo: Messi, che ha per sponsor solo brand globali come Adidas, Pepsi, Mastercard, ha stupito molti quando nel 2020 ha annunciato una partnership con OrCam, una società israeliana di intelligenza artificiale relativamente piccola che produce dispositivi indossabili per la visione artificiale (simili ai Google Glass). OrCam si propone di aiutare le persone ipovedenti a vivere una vita più appagante. Messi è diventato il suo ambasciatore globale del marchio e il volto dell’azienda.
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«OrCam è una ramificazione dell’apparato di sicurezza nazionale israeliano e impiega decine di ex agenti dell’Unità 8200, l’agenzia di spionaggio militare israeliana, molti dei quali in posizioni di grande influenza» spiega MintPress. Membri dell’Unità 8200 sono dietro a tantissime delle startup della cosiddetta Silicon Wadi, la Silicon Valley israeliana – includendo soprattutto le società di spyware, come quelle che producono strumenti di spionaggio e hacking di Stato come Pegasus.
Forse per tutto questo, il Netanyahu ha dichiarato Messi il suo giocatore preferito. Siamo ad anni luce di distanza dal precedente campionissimo argentino, Diego Armando Maradona, che, all’apice del suo terzomondismo, arrivò a dire di essere «il numero uno tra i fan del popolo palestinese»: «nel mio cuore, sono palestinese».
Al di là di questi affetti che riguardano i vertici dell’Argentina e forse nemmeno tutta la sua grande comunità ebraica, l’amore del Paese sudamericano verso lo Stato Ebraico sembra non essere decollato, con sondaggi Pew che mostrerebbero una maggioranza degli argentini come critici di Israele con un 34% di intervistati che esprimerebbe una visione «molto sfavorevole» dello Stato Giudaico, contro un 5% di cittadini argentini che vedono Israele molto positivamente.
I motivi di questa scarsa popolarità dello Stato degli ebrei presso gli argentini possono avere cause anche più recenti – cause che possiamo dire inquietanti.
Nel corso dell’ultimo anno sono emerse con insistenza voci di incendi di migliaia di ettari della Patagonia che sarebbero appiccati da «turisti israeliani». Le autorità argentine avrebbero inoltre riferito di aver rinvenuto, nelle vicinanze del lago Epuyén, nella provincia di Chubut, alcune granate M26 IM, ordigni in dotazione alle forze armate israeliane.
Le accuse ai «piromani israeliani» avvengono nel contesto della riforma della legge antincendio e del suolo: il governo Milei ha proposto modifiche e parziali deroghe alla Ley de Manejo del Fuego (n. 26.815). Il progetto di legge prevede la cancellazione del divieto che impediva di cambiare l’uso dei terreni bruciati per 30 o 60 anni, un divieto precedentemente stabilito per evitare la speculazione immobiliare o agricola.
Israeli tourists were arrested for starting a fire in Los Glaciares National Park, a resource-rich forested area in Argentina’s Patagonia. Additionally, M26 IM grenades connected to the IDF were found near Lake Epuyén in the Chubut region.
Secondo alcuni commentatori, saremmo quindi dinanzi ad un’operazione di accaparramento immobiliare di enormi fette di territorio argentino, forse, dicono alcuni utenti, come backup per il popolo ebraico nel caso la situazione in Medio Oriente diventi talmente grave da implicare una migrazione dell’intero Stato.
Ma si tratta certamente di teorie del complotto, come quelle, fiorite tra gli arabi specie dopo le vittorie contro Giordania, Egitto ed Algeria, per cui vi sarebbe una cospirazione che arriva sin dentro la FIFA per far vincere l’Argentina favorendola in ogni modo.
Favoritismo arbitrale pro-argentina sono stati denunziati poi anche dagli inglesi dopo la semifinale. Qualcuno ha messo in rete una compilation che, per qualche ragione, ha una colonna sonora klezmer, la notoria musica di coloro che parlano lo yiddish.
🚨 ÚLTIMA HORA: Acaban de filtrar un vídeo de 5 minutos sobre todos los robos de Argentina a Inglaterra.
Secondo quanto riportato venerdì da CBS News, diversi militari statunitensi sono rimasti feriti negli attacchi iraniani contro installazioni militari in Giordania all’inizio di questa settimana, proprio mentre l’Iran lanciava una nuova ondata di attacchi di rappresaglia.
Gli attacchi ad almeno due basi giordane utilizzate dalle forze statunitensi hanno provocato il ferimento di «diversi militari americani», secondo quanto riferito da funzionari statunitensi all’emittente televisiva, a condizione di anonimato. Non sono state segnalate vittime tra le fila americane o giordane; il numero dei feriti e la gravità delle loro lesioni rimangono sconosciuti.
Il dipartimento della Guerra degli Stati Uniti non ha ancora confermato i feriti né risposto alla versione della CBS. Non è chiaro nemmeno quando esattamente siano avvenuti gli attacchi o quali basi siano state colpite. Gli aerei da guerra statunitensi operano regolarmente dalle installazioni militari giordane, ma gli Stati Uniti non rendono pubbliche tutte le strutture utilizzate dalle proprie forze.
Nell’ultima settimana, l’Iran ha bombardato installazioni militari statunitensi in Giordania, Kuwait, Bahrein, Qatar, Oman, Iraq e Siria con missili e droni, in risposta ai rinnovati attacchi americani sul territorio iraniano.
Footage from another angle shows two ballistic missiles impacting Muwaffaq Salti Air Base in Jordan. The second impact caused a much larger explosion, suggesting it may have hit an important target. https://t.co/Twk7SQthzqpic.twitter.com/jtJwampn6g
As seen from two different angles; 2 Iranian ballistic missiles bypass 6 Patriot air defense missiles and reach their target at the Muwaffaq airbase in Jordan. pic.twitter.com/rIkvvWgJv3
Venerdì sera, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha lanciato attacchi contro l’Iran per la settima notte consecutiva, scatenando una nuova ondata di rappresaglie iraniane.
L’esercito iraniano ha annunciato sabato mattina che la quattordicesima fase dell’Operazione Fulmine ha preso di mira i serbatoi di carburante della base aerea di Al-Azraq in Giordania, un deposito di munizioni nel campo di Al-Udeiri in Kuwait, e gli edifici del quartier generale, i depositi di munizioni e i ponti di collegamento della base aerea di Ali Al-Salem.
I pasdaran hanno affermato separatamente che missili balistici iraniani hanno colpito aerei da combattimento statunitensi di stanza presso la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Filmati diffusi da fonti di intelligence aperte sembrano mostrare il lancio di diversi intercettori MIM-104 Patriot mentre i missili si avvicinano alla base, seguiti da almeno due impatti apparenti. Né Washington né Amman hanno confermato danni o vittime a seguito degli ultimi attacchi.
Teheran ha affermato che i suoi attacchi di rappresaglia hanno causato vittime tra il personale statunitense. Venerdì, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito aerei da combattimento e velivoli per il rifornimento in volo statunitensi in Giordania, nonché forze statunitensi e un lanciatore HIMARS in Kuwait, causando «significative perdite e danni». Hanno inoltre affermato che «numerosi» membri delle forze speciali americane sono stati uccisi in Kuwait.
Nessuna delle affermazioni è stata confermata dal Pentagono. Il CENTCOM ha inoltre smentito separatamente l’affermazione iraniana secondo cui soldati americani sarebbero stati uccisi in un attacco alla base di Al-Tanf in Siria, dichiarando venerdì che nessun membro del personale americano nella regione è stato «recentemente ucciso o catturato».
All’inizio di questa settimana, i pasdaran hanno rivolto un appello diretto al «nobile popolo» di Giordania e Kuwait affinché si opponesse all’utilizzo dei loro paesi da parte dell’esercito statunitense come basi di lancio per attacchi contro l’Iran. Hanno descritto la Giordania come una terra sacra che non ha posto per occupanti stranieri e hanno esortato i giordani a «cogliere ogni opportunità per distruggere le istituzioni americane ed espellere l’esercito statunitense occupante».
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