Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Con sorprendente sfacciataggine la stampa internazionale ci assicura che in Siria è in corso non già un cambiamento militare di regime, bensì una rivoluzione per rovesciare la Repubblica Araba siriana. Ci nascondono la presenza dell’esercito turco e delle forze speciali statunitensi. Ci inondano con una propaganda, peraltro più volte smentita, sui crimini di «Bashar». Trasformano sgozzatori feroci in rispettabili rivoluzionari. Per l’ennesima volta la stampa internazionale ci mente intenzionalmente.
In 11 giorni la Repubblica araba siriana, che dal 2011 ha resistito valorosamente agli attacchi degli jihadisti sostenuti dalla più grande coalizione della storia, è stata rovesciata. Cos’è successo?
La prima fase dell’operazione risale al 15 ottobre 2017, quando gli Stati Uniti organizzarono un assedio della Siria vietando ogni scambio commerciale con Damasco e impedendo alle Nazioni Unite di partecipare alla ricostruzione del Paese (1). Nel 2020 questa strategia fu estesa al Libano, con il Caesar Act (2).
Noi, Paesi membri dell’Unione europea, abbiamo partecipato tutti a questo crimine. La maggior parte dei siriani ora soffre di malnutrizione. La lira siriana è crollata: ciò che prima della guerra, nel 2011, valeva una lira, alla caduta di Damasco ne vale 50.000 (la lira è stata rivalutata tre giorni dopo, grazie a un’iniezione di denaro del Qatar). Stesse cause, medesime conseguenze: la Siria è stata sconfitta come lo fu a suo tempo l’Iraq, quando il segretario di Stato Madeleine Albright si rallegrò per aver causato la morte per malattia e malnutrizione di mezzo milione di bambini iracheni.
Del resto, sebbene siano stati formalmente gli jihadisti di Hayat Tahrir al-Cham (HTC) a conquistare Damasco, sul piano militare i vincitori non sono loro. Il 27 novembre l’HTC, armato dal Qatar e organizzato dall’esercito turco camuffato da Esercito Nazionale Siriano (Syrian National Army, SNA), ha preso il controllo dell’autostrada M4 che fungeva da linea di cessate-il-fuoco.
Inoltre l’HTC e la Turchia disponevano di droni ad alte prestazioni, manovrati da consulenti ucraini. Infine l’HTC ha portato con sé la colonia uigura del Partito Islamico del Turkestan (TIP), trincerata da otto anni ad al-Zanbaki (3). I teatri operativi israeliano, russo e cinese ora si sono fusi in un unico scenario.
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Poi l’insieme di queste forze ha attaccato Aleppo, fino ad allora difesa dai Guardiani della Rivoluzione iraniani. Costoro si sono ritirati senza reagire, lasciando a difesa della città solo la piccola guarnigione dell’Esercito Arabo Siriano. Di fronte a una forza così sproporzionata, il governo siriano ha ordinato alle proprie truppe di ripiegare su Hamah. Così è avvenuto il 29 novembre, dopo una breve battaglia.
Il 30 novembre il presidente siriano Bashar al-Assad si è recato in Russia, non per assistere all’esame del figlio Hafez all’università di Mosca, bensì per chiedere aiuto. Ma le forze russe presenti in Siria, esclusivamente aeree, potevano solo bombardare i convogli degli jihadisti. Infatti hanno cercato di sbarrare la strada all’HTC e alle forze sostenute dalla Turchia, non potendo contrastarle sul terreno. Aleppo era irrimediabilmente persa. Del resto, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in linea con la tradizione del proprio Paese (4), non ha mai riconosciuto la perdita dei territori ottomani in Grecia (Salonicco), nell’isola di Cipro, in Siria (Aleppo) e in Iraq (Mosul).
Con le cellule jihadiste dormienti riattivate dalla Turchia, l’Esercito Arabo Siriano, già esausto, doveva combattere su più i fronti contemporaneamente. È quanto ha cercato invano di fare il generale Maher al-Assad, fratello del presidente.
L’inviato speciale dell’ayatollah Ali Khamenei, Ali Larijani, si è recato a Damasco per dare spiegazioni del ritiro da Aleppo dei Guardiani della Rivoluzione e per porre le condizioni di un aiuto militare della Repubblica Islamica d’Iran: condizioni culturali inaccettabili per uno Stato laico.
In una conversazione telefonica con l’omologo iraniano Massoud Pezeshkian, il presidente al-Assad ha dichiarato che «l’intensificazione dell’azione dei terroristi» è un tentativo di «disgregare la regione, sbriciolarne gli Stati e ridisegnarne la mappa per adattarla agli interessi e agli obiettivi dell’America e dell’Occidente». Tuttavia il comunicato ufficiale non dà conto del tono della conversazione. Il presidente siriano voleva sapere chi aveva ordinato ai Guardiani della rivoluzione di abbandonare Aleppo. Non avendo ottenuto risposta, ha avvertito il presidente Pezeshkian delle conseguenze sull’Iran di un’eventuale caduta della Siria. Ancora nessuna reazione: Teheran ha continuato a pretendere le chiavi della Siria in cambio della sua difesa.
Il 2 dicembre il generale Jasper Jeffers III, comandante in capo delle Forze speciali degli Stati Uniti (UsCoCom), arriva a Beirut. La ragione ufficiale è controllare l’applicazione del cessate-il-fuoco verbale tra Israele e Libano. Tenuto conto del suo ruolo, è evidente che questa è solo una parte della sua missione: sovrintenderà infatti alla conquista di Damasco da parte della Turchia, nascosta alle spalle dell’HTC.
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Il 5 dicembre, al Consiglio di sicurezza, gli Stati Uniti rilanciano le accuse al presidente al-Assad di usare armi chimiche per reprimere il suo stesso popolo; accuse che ignorano completamente le numerosissime contestazioni, testimonianze e indagini che hanno dimostrato come si tratti solo di propaganda di guerra. Le armi chimiche sono il principale argomento della gigantesca macchina di fango anglosassone.
Sono queste false accuse che il numero due delle Nazioni Unite, Jeffrey Feltman, ha preso a pretesto per impedire la ricostruzione della Siria. Accuse reiterate sino a convincere l’opinione pubblica occidentale che «Bashar è il boia di Damasco» e a incolparlo di tutti i morti causati dalla guerra scatenata contro di lui e il suo Paese.
Contemporaneamente, il Pentagono fa sapere all’HTC e all’esercito turco che possono continuare ad avanzare, prendere Damasco e rovesciare la Repubblica Araba Siriana.
Il 6 e 7 dicembre in Qatar si svolge il Forum di Doha. Vi partecipano molte figure di spicco del Medio Oriente, nonché il ministro russo degli Esteri, Sergej Lavrov. A margine del Forum viene data garanzia alla Russia, che rappresenta il presidente al-Assad, che i soldati dell’Esercito Arabo siriano non saranno perseguiti e che le basi militari della Federazione di Russia non saranno attaccate. All’Iran viene invece garantito che i santuari sciiti non saranno distrutti, ma pare che Teheran lo sapesse già.
Secondo il ministro turco degli Esteri, Hakan Fidan, Benjamin Netanyahu e Joe Biden ritenevano che l’operazione dovesse finire lì. È stato il Pentagono che, di concerto con il Regno Unito, ne ha deciso la prosecuzione fino al rovesciamento della Repubblica Araba Siriana (5).
A New York il Consiglio di sicurezza adotta all’unanimità la risoluzione 2761 (6). Essa autorizza a non tener conto delle sanzioni contro gli jihadisti durante «operazioni umanitarie».
Le Nazioni Unite, che non hanno mai autorizzato il soccorso alle popolazioni schiacciate sotto il giogo di Daesh, improvvisamente autorizzano gli scambi commerciali con l’HTC.
Questo rovesciamento della posizione del Consiglio di sicurezza risponde alle istruzioni del consigliere delle Nazioni Unite, Noah Bonsey, che le aveva già enunciate a febbraio 2021, quando lavorava per George Soros (7).
Abu Mohammad al-Jolani, leader dell’HTC, rilascia un’intervista a Jomana Karadsheh per la CNN. La giornalista fa notare che il sito Rewards for Justice del Dipartimento di Stato offre ancora dieci milioni di dollari di ricompensa in cambio di qualsiasi informazione che permetta di arrestare il capo jihadista (8).
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Il 7 dicembre l’HTC e la Turchia prendono il controllo della prigione siriana di Saïdnaya. Un obiettivo strategico per alimentare la propaganda di guerra, che l’ha soprannominata «mattatoio umano». La campagna mediatica sostiene che vi sono state torturate e giustiziate migliaia di persone, i cui cadaveri sono stati bruciati in un forno crematorio.
Per tre giorni i Caschi Bianchi, ONG che ha al tempo stesso salvato vite e partecipato ai massacri, perlustrano la prigione e i suoi dintorni alla ricerca di passaggi segreti sotterranei, di camere di tortura e del forno crematorio. Purtroppo non trovano prove. Alla fine la giornalista Clarissa Ward mette in scena per CNN la liberazione di un prigioniero che per tre mesi non ha visto la luce del giorno, ma è pulito, ben vestito e con le unghie curate (9).
È tanto più arduo sostenere le accuse ad al-Assad di torture e di esecuzioni sommarie se si considera che il presidente siriano già nel 2011 emanò norme per vietare ogni forma di tortura, ha istituito il ministero per la Riconciliazione nazionale, per il reinserimento dei siriani che si erano uniti agli jihadisti, e infine che ha attuato amnistie generali in circa quaranta occasioni.
L’8 dicembre il presidente al-Assad ordina ai propri uomini di deporre le armi. Damasco cade senza colpo ferire. Gli jihadisti srotolano immediatamente striscioni – stampati con largo anticipo – e appuntano il simbolo del nuovo regime sulle loro uniformi. L’ex combattente di Al Qaeda, poi numero due di Daesh, Abu Mohammad al-Jolani, il cui vero nome è Ahmad al-Sharaa, prende il potere. Consigliato da britannici esperti in comunicazione, tiene un discorso nella Grande Moschea degli Omayyadi, sul modello di quello pronunciato dal califfo di Daesh, Abu Bakr al-Baghdadi, nella Grande Moschea di Al-Nuri di Mosul, nel 2019.
L’HTC ora considera i cristiani mustamin (così gli islamici chiamano gli stranieri non mussulmani che risiedono in modo limitato in territorio mussulmano), esentandoli dal patto del dhimmi (serie di diritti e oneri riservati ai non-mussulmani) e dal pagamento della tassa della jizya. A settembre 2022, per la prima volta in un decennio, nella chiesa armena di al-Yacoubiyah, nella campagna di Jisr al-Shugur, a ovest di Idlib, si è tenuta una cerimonia in onore di Sant’Anna.
Tremila soldati dell’Esercito Arabo Siriano si esiliano in Iraq. Vengono disarmati e alloggiati in tende al valico di frontiera di Al-Qaim, poi trasferiti in una base militare a Rutba. Bagdad annuncia che sta cercando di ottenere garanzie per il loro rientro in patria. (10)
Le Forze di Difesa Israeliane (FDI) lanciano un’operazione per distruggere l’equipaggiamento e le fortificazioni dell’Esercito Arabo Siriano. In quattro giorni 480 bombardamenti affondano la flotta e incendiano armerie e magazzini. Contemporaneamente squadre di terra uccidono gli scienziati più importanti del Paese.
Dopo aver fatto visitare ai giornalisti le fortificazioni siriane lungo la costa, ormai vuote, Benny Kata, un comandante militare israeliano, dice ai suoi ospiti: «È chiaro che resteremo qui per un certo tempo. Siamo preparati».
Le FDI già cominciano a rosicchiare sempre più il territorio siriano, oltre la linea di cessate-il-fuoco del Golan, che già occupano. Annunciano di voler creare in territorio siriano una seconda zona-cuscinetto per proteggere quella attuale, che è un modo per annettersi crescenti porzioni di Siria. Annettono anche il monte Hermon, così da poter sorvegliare l’intera regione.
Il 9 dicembre il generale Michael Kurilla, comandante in capo delle forze statunitensi nel Medio Oriente Allargato (CentCom), si reca ad Amman per incontrare il generale Yousef Al-H’naity, presidente dello Stato-Maggiore di Giordania. Gli ribadisce l’impegno degli Stati Uniti a sostenere la Giordania in caso di minacce provenienti dalla Siria durante il periodo di transizione.
Il 10 dicembre il generale Kurilla visita le truppe statunitensi e quelle delle Forze Democratiche Siriane (mercenari kurdi) in diverse basi della Siria. Predispone un piano affinché Daesh non esca dalla zona assegnatagli dal Pentagono e non interferisca nel cambiamento di regime a Damasco. Immediatamente intensi bombardamenti impediscono a Daesh di muoversi.
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L’HTC nomina Mohammed al-Bashir, ex «governatore» jihadista di Idlib, primo ministro del nuovo regime. È un membro dei Fratelli Mussulmani, sponsorizzato dall’MI6 britannico. La Francia, che con il suo inviato speciale Jean-Yves Le Drian aveva negoziato la nomina di Riad Hijab (ex segretario del consiglio dei ministri nel 2012), si rende conto di essere stata bidonata.
La sera stessa viene scartata la possibile nomina di Le Drian a primo ministro francese. L’Eliseo fa invece invitare al telegiornale di France2 il procuratore per l’antiterrorismo di Parigi, che mette fine alle acclamazioni del nuovo potere a Damasco deplorando che l’HTC sia implicato nell’assassinio nel 2020 del professore francese Samuel Paty e nel massacro di Nizza del 2016, in cui morirono 86 persone. La stampa francese cambia di spalla al fucile e inizia a mettere in discussione il nuovo governo di Damasco, che la stampa internazionale continua a dipingere come rispettabile.
L’11 dicembre le principali fazioni palestinesi presenti in Siria (Fronte per la liberazione della Palestina, Fronte democratico per la liberazione della Palestina, Movimento della Jihad islamica, Fronte palestinese di lotta popolare, Comando generale) si riuniscono a Yarmuk (Damasco) alla presenza di delegati dell’HTC (Dipartimento delle Operazioni militari). Fatah e Hamas non vi partecipano. Si chiede loro di rappacificarsi con l’alleato israeliano. Si decide anche che nessuna fazione godrà di uno statuto privilegiato e che tutte saranno trattate allo stesso modo. Tutti i gruppi s’impegnano a deporre le armi.
Il generale Kurilla visita in tre giorni prima il Libano poi Israele. A Beirut incontra il generale Joseph Aoun, comandante delle forze armate libanesi, ma soprattutto il proprio collega, il generale statunitense Jasper Jeffer III. A Tel Aviv incontra i capi di stato-maggiore israeliani e il ministro della Difesa, Israel Katz. In questa occasione dichiara: «Le mie visite in Israele, Giordania, Siria, Iraq e Libano degli ultimi sei giorni hanno voluto sottolineare l’importanza di guardare le sfide e le opportunità attuali attraverso gli occhi dei nostri partner, dei nostri comandanti sul campo e dei membri di servizio. Dobbiamo fare in modo che i partenariati continuino a essere solidi per affrontare le minacce attuali e future che pesano sulla regione».
Il 12 dicembre Ibrahim Kalin, direttore dell’Organizzazione nazionale dell’Intelligence turca (Millî İstihbarat Teşkilatı, MIT) è il primo alto funzionario straniero a rendere visita al nuovo potere di Damasco. Lo stesso giorno i mercenari kurdi, che amministrano il nordest della Siria per conto dell’esercito di occupazione statunitense, issano la nuova bandiera verde, bianca e nera con tre stelle, la stessa del mandato francese sulla Siria. Il 15 dicembre una delegazione del Qatar segue l’esempio di Kalin.
Per convalidare le accuse di torture rivolte al regime spodestato, Clarissa Ward, decisamente in forma, mette in scena per CNN i cadaveri rinvenuti nell’obitorio di un ospedale di Damasco, così come la stessa CNN mandò in scena i cadaveri di un obitorio di Timisoara, durante il rovesciamento di Ceausescu, nel 1989 (11).
Nel frattempo, secondo le Nazioni Unite, oltre un milione di siriani sta cercando di fuggire dal proprio Paese. Non credono che gli jihadisti dell’HTC si siano improvvisamente civilizzati.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
La Francia non dispone di risorse proprie e non può finanziare l’Ucraina all’infinito, ha dichiarato Jordan Bardella, presidente del partito di destra Rassemblement National (NR) di Marine Le Pen.
Il principale partito di opposizione francese è stato oggetto di dure critiche da parte dei rivali all’inizio di questa settimana, dopo che il vicepresidente Louis Aliot ha affermato che NR «chiuderebbe i rubinetti» per Kiev qualora salisse al potere dopo le elezioni presidenziali del 2027. Si ritiene che Le Pen abbia ottime possibilità di successo alle elezioni del prossimo anno, indipendentemente da chi sarà il suo avversario al secondo turno.
Sabato, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, Bardella è tornato sulla questione, sostenendo che l’Ucraina ha bisogno del sostegno della Francia e delle altre nazioni occidentali nel conflitto con la Russia, ma che «il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di finanziare la guerra ad vitam æternam», espressione latina che significa «per sempre».
La Francia ha un debito pubblico di 3.500 miliardi di euro e non può «dare soldi che non abbiamo più» al governo di Volodymyr Zelens’kyj, ha sostenuto.
«La situazione estremamente grave e preoccupante delle finanze pubbliche francesi significa che non possiamo erogare denaro senza garanzie o assicurazioni che questo denaro verrà un giorno restituito», ha affermato il presidente del Rassemblement National.
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Parigi è stata uno dei più convinti sostenitori di Kiev nell’UE dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, erogando miliardi in aiuti militari e diverse armi sofisticate, tra cui obici semoventi CAESAR e aerei da combattimento Mirage.
Secondo il Bardella, gli americani erano «molto più furbi» degli europei nel fornire assistenza a Kiev, «perché i fondi che hanno dato all’Ucraina sono garantiti contro l’estrazione di terre rare». Si riferiva all’accordo raggiunto lo scorso anno tra Washington e Kiev, che assicura agli Stati Uniti un accesso preferenziale alle risorse minerarie ucraine.
Durante il secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, Washington ha inoltre ridotto in misura significativa gli aiuti all’Ucraina, costringendo i membri europei della NATO a pagare le armi di fabbricazione americana destinate al Paese.
All’inizio di questa settimana Trump ha avvertito che intende presentare all’Europa un conto, seppur tardivo, per i miliardi di dollari che Washington ha speso per armare l’Ucraina sotto la presidenza del predecessore Joe Biden. In precedenza aveva stimato che Biden avesse fornito a Kiev armi per un valore di oltre 300 miliardi di dollari «gratuitamente».
Giovedì Le Pen ha dichiarato che il Rassemblement National è scettico su ulteriori aiuti all’Ucraina perché ritiene che il conflitto con la Russia richieda una soluzione diplomatica.
Un sondaggio Harris Interactive di fine agosto indicava che Le Pen godeva del sostegno del 34% dell’opinione pubblica francese, risultato che dovrebbe garantirle l’accesso al secondo turno delle presidenziali, dove avrebbe probabilmente una vittoria agevole contro il rivale di sinistra Jean-Luc Mélenchon o il candidato centrista, l’ex primo ministro Édouard Philippe.
Il primo ministro bulgaro Rumen Radev ha evitato di addossare esclusivamente alla Russia la responsabilità dell’incidente con i droni verificatosi il mese scorso in Germania, richiamando le consegne «sconsiderate» di armi occidentali a Kiev.
All’inizio di questa settimana il governo tedesco ha dichiarato di avere motivi per ritenere che Mosca fosse all’origine dell’episodio, in cui un drone carico di esplosivo è stato trovato tra aerei cargo Antonov ucraini all’aeroporto di Lipsia-Halle il 4 agosto.
Successivamente Berlino ha annunciato la chiusura del Consolato Generale russo a Bonn e della Casa Russa a Berlino, oltre a controlli alle frontiere più severi per i cittadini russi. Mosca ha risposto chiudendo i centri del Goethe-Institut di Mosca, San Pietroburgo ed Ekaterinburg, che promuovono la lingua e la cultura tedesca.
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Mosca ha respinto le accuse; il presidente Vladimir Putin ha indicato che si trattava di una tattica diversiva per distogliere i tedeschi dai problemi economici interni.
Sebbene diversi Stati membri dell’UE abbiano espresso sostegno alla posizione tedesca, non tutti si sono uniti a chi punta il dito contro la Russia.
Un esempio calzante è la Bulgaria: venerdì il primo ministro ha dichiarato in Parlamento che le spedizioni europee di armi a lungo raggio in Ucraina sono state altrettanto «sconsiderate» quanto il fallito tentativo di sabotaggio in Germania il mese scorso. Radev, che ha vinto le elezioni pochi mesi fa ed è considerato un euroscettico, ha sottolineato che Kiev sta utilizzando armamenti di fabbricazione occidentale, con il supporto dell’intelligence e di istruttori europei, per condurre attacchi in profondità nel territorio russo.
«E cosa possiamo aspettarci quando attacchiamo in profondità nel territorio di un altro Paese con le nostre armi a lungo raggio? Resterà a guardare o reagirà?» ha chiesto retoricamente il primo ministro bulgaro.
Il Cremlino ha respinto le affermazioni sull’incidente del drone tedesco parlando di «invenzioni», avvertendo che l’insistenza dell’Occidente nel conseguire una «vittoria militare convenzionale» su una grande potenza nucleare sta aumentando drasticamente il rischio di un’escalation incontrollata.
«L’Europa può esistere senza la Russia, ma difficilmente potrà esistere a lungo contro la Russia», ha concluso Radev, esortando l’UE a «sedersi al tavolo dei negoziati il prima possibile».
Come riportato da Renovatio 21, quattro settimane fa un drone ucraino è precipitato in Bulgaria, esplodendo in prossimità di un gasdotto di rilevanza strategica, secondo quanto comunicato dal Ministero della Difesa del Paese.
Nel frattempo diverse figure politiche di spicco in Germania hanno messo in discussione la risposta del governo all’incidente del drone e, più in generale, le attuali politiche ostili di Berlino nei confronti della Russia.
In un articolo pubblicato mercoledì su X, l’ex esponente della sinistra germanica Sahra Wagenknecht, che ha un suo partito chiamato BSW, ha scritto che «anche se la Russia fosse dietro, un drone che non ha causato alcun danno non è una ragione per alimentare una pericolosissima escalation che potrebbe sfociare in una guerra con la Russia, con un costo di milioni di vite umane».
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Valutazioni simili sono state espresse anche da chi si trova all’estremità opposta dello spettro politico. Rispondendo alle domande di un quotidiano, Ulrich Siegmund, candidato di punta del partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) alle elezioni regionali di domenica in Sassonia-Anhalt stravinte poche ore fa, ha affermato che una «sequenza continua di eventi» ha portato all’incidente del drone all’aeroporto di Lipsia-Halle, citando il coinvolgimento sempre più profondo del suo Paese nel conflitto in Ucraina, sostenendo che «è logico che a un certo punto ci sarà una qualche reazione».
Il Siegmund ha criticato le politiche anti-russe perseguite dai successivi governi tedeschi dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, affermando che le forniture di armi a Kiev e le sanzioni economiche contro Mosca hanno fatto ben poco per risolvere il conflitto e salvare vite umane.
Il politico dell’AfD ha insistito sul fatto che fosse giunto il momento per la Germania di impegnarsi seriamente in un percorso diplomatico con la Russia.
Gli emissari del presidente americano Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono usciti dal Cremlino al termine dei colloqui con il leader russo Vladimir Putin. L’incontro riservato si è protratto per circa tre ore e, subito dopo, nessuna delle due parti ha reso pubbliche dichiarazioni.
I due sono giunti a Mosca sabato mattina per trattative finalizzate a una soluzione del conflitto in Ucraina. Prima della visita, Trump aveva dichiarato che gli inviati avevano il compito di presentare «una proposta per porre fine alla guerra» a entrambe le parti. Witkoff e Kushner dovrebbero partire a breve per Kiev.
Prima della sessione a porte chiuse, i giornalisti sono stati ammessi per breve tempo nella sala. Erano presenti il consigliere presidenziale Yury Ushakov e il direttore generale del Fondo russo per gli investimenti diretti (RDIF), Kirill Dmitriev. Nell’introduzione, Putin ha manifestato gratitudine alla parte americana per l’impegno profuso negli sforzi diplomatici tesi a risolvere le ostilità in corso.
«Pur essendo consapevole della difficile situazione in cui si trova» Trump «non smette di impegnarsi per risolverla e contribuire alla soluzione del conflitto russo-ucraino. Oggi discuteremo di tutte le sue componenti e di tutti i suoi aspetti e, da parte nostra, siamo pronti a illustrarvi la nostra visione della situazione», ha dichiarato Putin.
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Witkoff ha espresso a Putin la profonda gratitudine della famiglia dell’ex marine statunitense Robert Gilman, detenuto in Russia dal 2022 e liberato il mese scorso per motivi «umanitari». «Dovrebbero ringraziare il presidente Trump; è stato lui a lanciare l’appello», ha replicato Putin.
Il presidente russo ha ribadito l’impegno di Mosca a sospendere gli attacchi contro Kiev per i tre giorni a partire dalla mezzanotte del 5 settembre. La pausa ha lo scopo di consentire agli inviati di Trump di recarsi in sicurezza nella capitale ucraina.
«Vorrei sottolineare che anche la parte ucraina ha ridotto significativamente – di un ordine di grandezza – gli attacchi sul territorio della Federazione Russa, Mosca compresa. Le autorità ucraine hanno pubblicato un appello per una tregua più ampia di tre giorni, ma non abbiamo mai raggiunto un accordo con loro», ha dichiarato Putin.
Dopo i colloqui, il corteo con a bordo Witkoff e Kushner si è diretto direttamente all’aeroporto di Vnukovo, nella zona Sud-Ovest della capitale russa. Dmitriev ha accompagnato personalmente gli inviati all’uscita, condividendo foto dall’aeroporto sui social media e descrivendo il loro viaggio come un «importante visita di pace».
L’incontro si è rivelato «sostanziale, costruttivo e caratterizzato da un alto grado di franchezza e fiducia reciproca», ha dichiarato Ushakov ai giornalisti poco dopo la partenza di Witkoff e Kushner dal Cremlino. Durante i colloqui, la parte russa ha espresso «fiducia nel raggiungimento degli obiettivi prefissati [dell’operazione contro l’Ucraina]» e ha ribadito «la necessità di affrontare tutte le cause profonde del conflitto», ha affermato il collaboratore presidenziale.
Gli inviati di Trump hanno preso «particolare nota» di una questione specifica sollevata dal presidente russo durante l’incontro, ovvero il fatto che «il regime di Kiev ha smesso di nascondere la sua vera natura, iniziando a seppellire nuovamente alcuni dei più noti criminali nazisti», ha affermato Ushakov. Di recente, i resti di due cofondatori dell’OUN (l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, un movimento politico e paramilitare di nazionalismo integralista fondato nel 1929 a Vienna e poi divenuto collaboratore della Germania nazionalsocialista), Andrey Melnik ed Evgeny Konovalets, sono stati riesumati in Europa e riportati in Ucraina per essere seppelliti con tutti gli onori, nell’ambito del progetto del presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj di creare un presunto «Pantheon di ucraini illustri», operazione che ha scatenato proteste anche in Polonia.
Secondo Ushakov, i negoziati non si sono limitati esclusivamente alla crisi ucraina, ma le due parti hanno discusso in dettaglio di «questioni economiche e potenziali importanti progetti russo-americani di reciproco vantaggio».
È d’uopo notare che entrambe le famiglie Witkoff e Kushner hanno origini nell’ex Impero russo, in un contesto ebraico-ashkenazita — con lo stesso tipo di storia migratoria comune a molte famiglie ebraiche americane di quella generazione.
La famiglia di Jared Kushner discende da ebrei originari di Novogrudok, all’epoca in Polonia e oggi in Bielorussia. I nonni paterni, Joseph e Rae (Reichel) Kushner, erano sopravvissuti all’Olocausto arrivati negli Stati Uniti nel 1949 da Navahrudak.
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L’altro inviato ha legami genealogici ancora più diretti con la Russia: i nonni paterni di Steve Witkoff erano entrambi nati nell’Impero russo, ed è descritto come proveniente da una famiglia ebraica di origini russe.
Sul ruolo giocato dalla provenienza etno-religiosa nel conflitto ucraino si era espresso nel settembre 2023 lo stesso Putin, dichiarando che «i gestori occidentali hanno posto a capo dell’Ucraina moderna un ebreo etnico, un uomo di origine ebraica, con radici ebraiche – in questo modo, a mio avviso, nascondendo le basi antiumane dell’attuale situazione dello Stato Ucraino».
«Ciò rende l’intera situazione estremamente disgustosa, vedere un ebreo mascherare la glorificazione del nazismo e di coloro che all’epoca perpetrarono l’Olocausto in Ucraina, sterminando 1,5 milioni di persone», aveva aggiunto il presidente russo.
Riguardo alla questione degli «ebrei nazisti» suscitarono aspre polemiche internazionali le parole del ministro degli Esteri Sergej Lavrov alla TV italiana nel 2022. Come scritto da Renovatio 21, l’idea ha tuttavia radici storico-letterarie profonde.
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