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Coronamafia: Cosa Nostra a casa nostra

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Secondo il computo di Repubblica, i mafiosi usciti dalle patrie galere fino a ieri erano 376. Oggi se ne è aggiunta un’altra decina. Nel frattempo, un altro mezzo migliaio di detenuti ha chiesto di ottenere la scarcerazione.

 

Una manciata di quelli già tornati a casa era dietro le sbarre in regime di 41/bis: il cosiddetto carcere duro, volto a impedire, con l’isolamento, il passaggio di comunicazioni tra il detenuto e le organizzazioni criminali.

 

Una misura concepita per punire così severamente la creazione dell’anti-Stato, infliggendo cioè un castigo talmente insopportabile, da ipoteticamente spingere molti a divenire collaboratori di giustizia; nel linguaggio dell’epopea antimafiosa, «pentiti».

Hanno liberato un intero network, che si somma così a quello ricreato e nutrito nel frattempo al di fuori. Un’esplosione di civiltà mafiosa, con buona pace di quelli che hanno speso una vita, o l’hanno proprio perduta, per assicurare i malviventi alla giustizia

 

Ma qui, di pentimento, non c’è nemmeno l’ombra. 

 

 

Cosa Nostra a casa nostra

In pratica hanno liberato un intero network, che si somma così a quello ricreato e nutrito nel frattempo al di fuori. Un’esplosione di civiltà mafiosa, con buona pace di quelli che hanno speso una vita, o l’hanno proprio perduta, per assicurare i malviventi alla giustizia.

 

In questa cittadella di criminali – 376 bastano a fare un comune italiano – quelli che non erano al 41/bis erano comunque in regime di alta sicurezza. Uno di loro partecipò all’operazione nella quale, dopo averlo sequestrato, tenuto per mesi in un capanno e poi ucciso, sciolsero nell’acido il figlio tredicenne di un collega di Cosa Nostra che stava, appunto, sull’orlo di «pentirsi».

Questi 376 (per difetto) criminali finiscono ai domiciliari: esattamente come noi comuni cittadini

 

Ce lo ricordiamo tutti Giuseppe Di Matteo, il ragazzino di cui rimane solo una foto a cavallo. Non una sua molecola si è salvata, del suo carceriere invece si è salvato tutto, persino la libertà di uscire all’aperto.

 

Questi 376 (per difetto) criminali finiscono ai domiciliari: esattamente come noi comuni cittadini. Il regime, tra noi e loro, è stato sostanzialmente equiparato. Lo Stato-Repubblica Italiana e lo Stato-mafia paiono come aver trovato questo equilibrio umano e umanitario. Cosa Nostra a casa nostra. 

 

 

Il regime, tra noi e loro, è stato sostanzialmente equiparato. Lo Stato-Repubblica Italiana e lo Stato-mafia paiono come aver trovato questo equilibrio umano e umanitario. Cosa Nostra a casa nostra

Noi del 41/bis

L’enormità della trovata non si era granché percepita, se non tra gli addetti ai lavori. Finché non è deflagrata una bomba in diretta televisiva, tra le mani di uno stranito Massimo Giletti, con l’intervento telefonico a sorpresa dell’idolo degli antimafiosi Nino Di Matteo e contestuale non-risposta telefonica del ministro della giustizia Bonafede.

 

Ecco che partono i fuochi d’artificio. Starnazzamenti assortiti di maggioranze e opposizioni, mentre Cosa Nostra, da a casa sua, si sfrega le mani, in attesa che i picciotti tornino a baciarle.

 

E i cittadini incensurati, reclusi tramite gragnuola di decreti notturni, pagano il conto per tutti (maggiorato delle multe elargite a volontà dai solerti funzionari dello stesso Stato che scarcera i mafiosi): pagano per i politici, pagano per i criminali, pagano per quelli che continuano a essere importati, virus o non virus.

 

Pagano per uno Stato incapace di espletare la sua funzione primaria: difenderli. Uno Stato incapace di proteggere i cittadini dai virus cinesi e dai criminali, ma capacissimo di vessare ristoratori e cristiani superstiti, runner e famigliari accompagnatori di malati.

I cittadini contribuenti pagano per uno Stato incapace di espletare la sua funzione primaria: difenderli

 

Noi, che apparteniamo alla categoria di questi contribuenti privi di protezione e posti con violenza agli arresti domiciliari in regime di massima sicurezza, in attesa dell’applicazione del 41/bis telematico grazie ai nuovi dispositivi di tracciamento – quelli per cui si sono inventati Colao e la app pubblica dello Stato italiano a capitale privato e cinese – ci permettiamo di buttare lì qualche domanda.

 

Dov’è don Ciotti? E dove sono le frotte di bambinetti cattocomunisti capofila del corteo, i boy-scout agli ordini dei partiti di sistema in crisi di consenso?

 

Don Ciotti batti un colpo

Dov’è don Ciotti? Parliamo del fondatore e animatore di Libera contro le mafie, la iperattiva «associazione di promozione sociale» che rastrellava gli studenti nelle scuole, li portava in piazza a scioperare «contro le mafie e per la legalità»mettendo loro in mano quattro sbiaditi stracci arcobaleno e in bocca qualche slogan beota per simulare una parvenza di impegno civico. Non pervenuto.

 

E dove sono le frotte di bambinetti cattocomunisti capofila del corteo, i boy-scout agli ordini dei partiti di sistema in crisi di consenso, al traino dell’associazionismo paracattolico, al soldo dei filantropi globali?

 

Uno Stato incapace di proteggere i cittadini dai virus cinesi e dai criminali, ma capacissimo di vessare ristoratori e cristiani superstiti, runner e famigliari accompagnatori di malati

Forse sappiamo dove sono: sono impegnati a promuovere il nuovo modello educativo implementato dall’agenzia vaticana in ossequio alla teologia dell’ONU e dei plutotecnocrati transnazionali. Il Global compact of education in programma per maggio, causa pandemia e “per adempiere appieno alle aspettative di un patto globale”, è slittato a ottobre, e c’è bisogno di manovalanza. La mafia può attendere.

 

 

Buonanotte Saviano

Dov’è Roberto Saviano? Dov’è il prodotto di laboratorio mediatico incubato nella Mondadori di Marina Berlusconi e poi coltivato come clava antiberlusconiana nell’ammucchiata arcobaleno Espresso-Repubblica-Feltrinelli eccetera eccetera, l’intellettuale cosmopolita condannato per plagio che gira il mondo con la controversa scorta armata, anch’essa pagata dal contribuente?

 

Lo sentiamo emettere qualche suono disarticolato e confuso a favore della scarcerazione di quegli stessi che pareva lo volessero morto.

Saviano lo sentiamo emettere qualche suono disarticolato e confuso a favore della scarcerazione di quegli stessi che pareva lo volessero morto.

 

Sì, perché, come spiega ai comuni mortali che attendono i suoi oracoli, «un carcere democratico combatte la mafia», qualsiasi cosa questo significhi. Saremmo felici ora se, con qualche ulteriore diecina di camorristi a spasso, Saviano a differenza di noi riuscisse a dormire sonni tranquilli. Buonanotte.

 

 

Falci e Martelli

Dov’è Martelli, l’ex giovane e baldanzoso guardasigilli socialista che nel 1992 vantava l’inasprimento del 41/bis nella sua lotta alla mafia senza pietà? Noi lo sappiamo dov’è.

 

Il tempo è passato anche per lui, ora va per l’ottantina, ma ha appena impalmato in quel di Tel Aviv una che di mestiere fa la deputata PD e conta 39 anni meno di lui e due cognomi, anzi tre: Lia Quartapelle Procopio in Martelli. 

 

Forse la saggezza senile e la premura per la pax domestica hanno preso il sopravvento sulle passioni giustizialiste di gioventù. Succede.

 

 

Dov’è Marco Travaglio? Quello che se il congiunto o un non congiunto ti incrociava dal droghiere, il giorno dopo partiva contro di te un’inchiesta giornalistica e un libro a quattro mani con Peter Gomez?

Travaglio in Bonafede

E Travaglio? Dov’è Marco Travaglio? Dov’è l’implacabile cavaliere dell’integrità morale e dell’illibatezza civica, civile e penale, quello che se il congiunto (id est: parente entro il sesto grado) di un mafioso, ma anche un non congiunto (cioè oltre il sesto grado), ti incrociava dal droghiere, il giorno dopo partiva contro di te un’inchiesta sul quotidiano e un libro a quattro mani con Peter Gomez?

 

Eccolo, lo vediamo: Travaglio è sotto la scrivania che fischietta e intanto si spreme le meningi su come promuovere la reputazione del suo ministro, ingiustamente trascinato in codeste pretestuose polemiche. È tutto un equivoco, il ministro è stato frainteso e del resto la competenza del ministro in materia giuridica è ormai acclarata e quindi indiscutibile.

 

Bonafede infatti sarà rimembrato dai posteri per l’inaugurazione di quella scuola di pensiero per la quale l’ordinamento contempla i reati penali, evidentemente nascondendo da qualche parte anche reati non penali (civili? amministrativi?). 

 

Sfavillante dottrina giuridica di Bonafede secondo cui «quando il reato non si riesce a dimostrare il dolo…diventa un reato colposo»

Oppure quell’altra sfavillante dottrina, ulteriore dimostrazione delle non comuni doti speculative del suo autore, secondo cui «quando il reato non si riesce a dimostrare il dolo…diventa un reato colposo». Prendete nota, penalisti, filosofi del diritto, appassionati di enigmistica, pittori surrealisti.

 

 

Il Crepuscolo dei Papelli

Dove sono tutti quelli che per oltre un decennio ci hanno ossessionato con la storia del «papello», la trattativa Stato-Mafia, con un signore che forse vi era coinvolto e che poi veniva fatto Presidente, e dopo lasciava la poltrona a un siciliano con meriti antimafiosi acquisiti in linea collaterale?

 

Dov’è la grande, unica epopea rimasta alla Repubblica Italiana, l’unico poema epico prodotto dalla prima Repubblica, l’unico ethos comune professato nei ministeri romani, e cioè il mito immarcescibile della Lotta alla Mafia?

Dov’è la grande, unica epopea rimasta alla Repubblica Italiana, l’unico poema epico prodotto dalla prima Repubblica, l’unico ethos comune professato nei ministeri romani, e cioè il mito immarcescibile della Lotta alla Mafia?

 

Lasciamo perdere persino i dipartimenti antimafia e i ministri e viceministri e i sottosegretari e le commissioni antimafia, e le fiction TV, la Piovra di Michele Placido e Gomorra, lasciamo perdere gli sbirri incappucciati, i titoloni sul giornale, Falcone e Borsellino: pensiamo soltanto ai miseri «professionisti dell’antimafia», come li chiamava Sciascia, gli scribacchini di piccolo cabotaggio che, al pari di tutti quelli di cui sopra, per anni e anni hanno campato strillando a giorni alterni sul pericolo incombente di Cosa Nostra – letteralmente, «l’antimafia di carta», con certo stipendio annesso.

 

Dove sono, dunque, tutti questi idoli e idoletti, che grazie all’invisibile virus cinese conoscono niccianamente il loro crepuscolo?

 

Dove erano due mesi fa, i nostri eroi antimafiosi, quando già si manifestavano avvisaglie di ciò che covava sotto la cenere: quando cioè, agli albori del caos epidemico, i primi a rivoltarsi con inedita sincronia, in tutto il territorio nazionale, con morti e feriti e incendi e allagamenti e fughe, furono proprio i carcerati?

Dove erano due mesi fa i nostri eroi antimafiosi, quando a rivoltarsi con inedita sincronia, in tutto il territorio nazionale, con morti e feriti e incendi e allagamenti e fughe, furono proprio i carcerati?

 

 

Romanzo infernale

La nostra immaginazione, sicuramente fervida, decisamente falsa, pura fantasia da romanzetto, si spingeva fino a intravvedere uno Stato debole, dinanzi a un’incognita sanitaria totale, accordarsi con le tribù del territorio per prevenire le probabili rivolte in meridione nel caso di catastrofe epidemica. Pura fantasia, lo sottolineiamo.

 

Ma in questa bizzarra fantasia lo Stato non giunge al negoziato con le mafie da una posizione di forza, come ai tempi del papello, quando era stata la mafia a citofonare a suon di bombe, a Firenze, Roma, Milano.

 

In questa bizzarra fantasia lo Stato non giunge al negoziato con le mafie da una posizione di forza, come ai tempi del papello, quando era stata la mafia a citofonare a suon di bombe, a Firenze, Roma, Milano

Oggi invece, in questa stramba fantasia, è lo Stato ad aver chiamato per chiedere aiuto. Tregua. Bando. Do ut des. Time-Out. Insomma, quello che possono essersi detti perché Napoli, Palermo, Bari, Salerno, Reggio Calabria e poi Roma, Milano, Padova, eccetera, non diventassero altrettante Beirut europee, con inevitabile contagio di altre città ancora fino al fiammante inferno del collasso sociale.

 

Ed ecco che una protesta al supermercato, o all’ospedale, o davanti a una caserma – tutte manifestazioni spontanee, certo – degenera. Ci scappano i morti, le auto incendiate, le prime razzie di farmacie e negozi (che altrove si sono già viste, anche se a bassa intensità). Poi quei milioni di africani che hanno importato a spese nostre – abbiamo elargito più soldi noi a loro che Bill Gates all’OMS e alle sue mega-campagne vaccinali – si organizzano, e del resto uno Stato collassato è per loro lo stato naturale.

 

Ma ecco che, di fronte alla minaccia della Repubblica Italiana travolta in un domino rovinoso e inarrestabile, appare all’orizzonte una spregiudicatissima, ma praticabile, soluzione di garanzia: i garanti propongono, lo Stato accetta…et voilà, la nostra fantasia si esaurisce qui.

In questa stramba fantasia, è lo Stato ad aver chiamato per chiedere aiuto perché Napoli, Palermo, Bari, Salerno, Reggio Calabria e poi Roma, Milano, Padova, eccetera, non diventassero altrettante Beirut europee,  fino al fiammante inferno del collasso sociale

 

 

Genio in buona fede

Ma no, svegliamoci, dai. Torniamo alla realtà: abbiamo un ministro della giustizia bello vispo che, come abbiamo visto sopra, mastica di diritto e mostra dimestichezza con gli istituti giuridici e con la pratica giudiziaria. Ogni volta che si esprime è una rivelazione.

 

Ricordiamo ancora, ad esempio, il discorso che Alfonso Bonafede pronunciò in Aula nel luglio del 2015 sul Forteto, quando spiegò come il dramma senza fondo e senza fine della cooperativa toscana dipendesse dal fatto che il PM democristiano Casini, quello che inquisiva i vertici della cooperativa degli orrori, non si parlava con il presidente del tribunale dei minori, quel Meucci che al Forteto i bambini continuava imperterrito a mandarli: meri problemi di comunicazione tra figure istituzionali, insomma. Bastava i due facessero pace.

 

Oggi se hai sciolto un bambino nell’acido vai agli arresti domiciliari. Proprio come tutti noi

Ascoltatevelo: «cioè il dubbio che c’è dietro a tutta questa situazione è che questi bambini abbiano subito i danni mortificazioni abusi sessuali a causa della farsa delle… del… dei.. litigi e… battaglie o pseudo battaglie tra sinistra e destra».

 

Anche in questo caso si tratta di un’altra lettura di una vicenda umana e giudiziaria, storica e metastorica fondamentale, una lettura simile per acume a quelle che, su tanti temi importanti, ci squaderna il nostro Guardasigilli nell’ora presente.

 

Bene. Oggi, sempre per via di quella straordinaria creatività, se hai sciolto un bambino nell’acido vai agli arresti domiciliari. Proprio come tutti noi.

 

Giovanni Falcone: «Dove comanda la mafia, i posti di comando vengono dati ai cretini»

Pare che Giovanni Falcone ci abbia lasciato questo aforisma folgorante: «Dove comanda la mafia, i posti di comando vengono dati ai cretini».

 

Indovinello: se il giudice-martire aveva ragione, chi comanda ora davvero in Italia?

 

 

Roberto Dal Bosco

Elisabetta Frezza

 

 

Una versione di questo articolo è precedentemente apparsa su Ricognizioni

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Perché Trump attacca il papa?

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E così, dopo la hybris estrema dell’ultimatum che annunziava «la cancellazione di un’intera civiltà» – con tanto di frase aggiunta «lode ad Allah» – il presidente Donald Trump è andato molto oltre.

 

Sul suo social, Truth, spunta un suo post dove compare nei panni di Gesù Cristo che taumaturgicamente guarisce il popolo americano..

 

L’immagine è blasfema ed irricevibile. Qualcuno ha notato, sullo sfondo del sole luminoso, forse la figura di una versione mecha-kaiju della Statua della Libertà, ma sarà il solito tocco inquietante che dà l’Intelligenza Artificiale.

 

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Tuttavia, sappiamo che un paragone tra Nostro Signore e The Donald era stato tracciato pochi giorni fa da Paula White, la «pastora» sionista in carica alla Casa Bianca, la cui congregazione a Pasqua raccoglieva nella sua «funzione» forse 200 persone (c’è quasi più gente agli eventi che organizza il vostro affezionatissimo).

 

 

Era presente sul palco il vescovo Robert Barron, prelato podcasterro che ha paura del diavolo e non difende le signore cattoliche dinanzi alla prepotenza sionista. E quindi, il Donaldo per forza si sente un po’ unto. Al punto che ora il bersaglio è diventato ufficialmente il papa – e qui cercheremo di dire perché.

 

Il messaggio è ancora più impressionante di quelli di scherno agli avversari morti che il presidente ha prodotto di recente, e pure di quello con cui ha insultato Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones, ai quali deve porzioni non indifferenti di consenso per tutte e due le elezioni vittoriose.

 

«Papa Leone è DEBOLE in materia di criminalità e pessimo in politica estera» attacca il presidente statunitense. «Parla di “paura” dell’amministrazione Trump, ma non menziona la PAURA che la Chiesa Cattolica e tutte le altre organizzazioni cristiane hanno provato durante il COVID, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri». Qui, bisogna dire, il presidente non ha tutti i torti, tuttavia va ricordato che le prime clausure, e l’avvio del programma letale del vaccino mRNA, furono fatti nell’ultimo anno del suo primo mandato.

 

«Preferisco di gran lunga suo fratello Louis a lui, perché Louis è un vero sostenitore del MAGA. Lui ha capito tutto, Leone no!» puntualizza il Donald, che subito dopo l’elezione al Soglio del Prevost aveva invitato alla Casa Bianca e ad altri eventi il fratello floridiano suo sostenitore – che per qualche ragione aveva posato con Trump presso lo Studio Ovale in camicetta.

 


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«Non voglio un papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» dice Trump, che non è nemmeno cattolico. «Non voglio un papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le sue prigioni, compresi assassini, spacciatori e criminali, nel nostro Paese».

 

«E non voglio un papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE, ovvero raggiungere livelli record di criminalità e creare il miglior mercato azionario della storia. Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa sconvolgente. Non era in nessuna lista per diventare papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che questo fosse il modo migliore per gestire il Presidente Donald J. Trump» assicura il presunto «leader del mondo libero».

 

«Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Sfortunatamente, la debolezza di Leone sulla criminalità e sulle armi nucleari non mi va giù, né mi va giù il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un PERDENTE della sinistra, che è uno di quelli che volevano che i fedeli e il clero venissero arrestati».

 

«Leone dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il buon senso, smetterla di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande papa, non un politico. Gli sta causando molto danno e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!» conclude, firmandosi «Presidente DONALD J. TRUMP»

 

L’attacco è senza precedenti, oltre che per linguaggio, per l’assoluta mancanza di diplomazia. In molti lo vedono come un attacco frontale al cattolicesimo, e lo è. Non solo: nella logica invertita di «colpirne 100 per educarne 1», Trump sta con probabilità bastonando il cattolicesimo americano, e ancora più a fondo i suoi rappresentanti all’interno dell’amministrazione. In particolare, il convertito JD Vance.

 

Avevamo scritto come, allo scoccare della tregua, gli «adults in the room» cattolici avessero preso in mano le redini della questione, contro i luterani sionisti che avevano portato il Paese nell’umiliante stallo di Ormuzzo. Vari livelli cattolici dell’amministrazione si erano mossi contro la guerra voluta da Israele. Il capo dell’antiterrorismo Joe Kent (veterano della forze speciali e vedovo di soldatessa criptologa uccisa in Siria, accusato pure lui di essere «debole») si era dimesso. Il segretario di Stato Marco Rubio, che è stato neocon ma è pur sempre cattolico (nonostante varie altre conversioni), dopo aver detto che gli USA erano stati trascinati in guerra dallo Stato Ebraico è sparito – durante le negoziazione ad Islamabad, lui era ad un incontro di MMA…

 

E poi lui, JD Vance, il ragazzo che dovrebbe ereditare la Casa Bianca nel 2028 (a meno che il re non voglia piazzarci un suo figliuolo: del resto è amico di Kim…). Il vicepresidente, lo sappiamo, non piace tantissimo agli ebrei: caso unico, non è andato a chinare la kippah sul Muro del Pianto – passaggio obbligatorio per qualsiasi politico USA, dal presidente in giù – preferendo, nel suo ultimo viaggio in Israele, andare a visitare i cristiani della Terra Santa e i loro luoghi.

 

La risposta degli israeliani è arrivata immediata. La Knesset, il Parlamento dello Stato Giudaico, emette, lui ancora presente, vota sulla sovranità della Cisgiordania – che gli israeliani e i loro minions americani sionisti chiamano «Giudea & Samaria», un affronto terrificante, che JD ritiene essere stata una «stupida trovata politica».

 

Lo stesso Vance, è emerso, era risolutamente contrario alla guerra in Iran. Non è un caso, a questo punto, quello che è successo dopo. Gli iraniani hanno fatto capire che avrebbero voluto lui per i negoziati. Detto, fatto: lo spediscono in Pakistan, ma ci attaccano i due consiglieri ebrei di Trump, l’amico avvocato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ebreo ortodosso la cui famiglia finanzia da decadi Netanyahu. Il lettore di Renovatio 21 ricorderà quando, ottenuto il rilascio da parte di Hamas di tutti gli ostaggi, i due cercavano di placare la folla di Tel Aviv che fischiavano il nome del premier israeliano.

 

In rete ora circolano ricostruzioni secondo cui a far fallire i negoziati nell’ultima ora sarebbero stati i due ebrei vicini a Trump. JD resta col cerino in mano, e finisce perfino a rimangiarsi ridicolmente la protezione del Libano: perché l’accordo prevedeva lo stop ai bombardamenti di Beirut, e invece gli israeliani – i veri padroni del giuoco – lanciano subito 100 azioni militari in 10 minuti, colpendo quartieri residenziali della capitale libanese, morti e feriti ovunque, caos e rovina, sangue e distruzione, as usual.

 

E quindi: è in atto un purga anticattolica dentro il potere americano, e il presidente ha deciso da che parte stare. Qualcuno ha programmato questa operazione. Noi avevamo notato una strana puzza attorno alla notizia, ripetuta a pappagallo da tutte le testate del mondo, dell’incontro dove gli uomini del Pentagono avrebbero minacciato il Vaticano con le spettro di una nuova Avignone: non solo era sospetto il racconto (Elbridge Colby, l’ufficiale della Difesa coinvolto, è cattolico, e pure ragionevole), lo era pure la fonte, la testata The Free Press della lesbica sionista Bari Weiss, la giovane giornalista è ora al centro di immensi investimenti della classe degli ultramiliardari filoisraeliani (come gli Ellison, che le hanno affidato, a lei giornalista poco più che blogger, l’intera rete di notizie CBS, e comprato TikTok per soprammercato).

 

La divisione, infiammata a dovere dagli strateghi nemmeno più tanto occulti, segue quindi una linea etno-religiosa. I cattolici vanno neutralizzati perché sono la vera, consistente minaccia all’altra parte, cioè gli ebrei e i loro sodali cristiano-sionisti, i fondamentalisti luterani millenaristi («dispensazionalisti», è il termine teologico esatto) che, dopo essersi fatti riscrivere la Scrittura da un tizio finanziato dai Rothschild (la Bibbia Scofield), credono che bisogna difendere Israele ad ogni costo, perché il loro Messia, che sarebbe il nostro anticristo, meccanicamente produrrà dopo 7 anni il ritorno di Cristo sulla Terra.

 

In molti ora dicono che questa teologia è oramai al capolinea: non attecchisce in alcun modo sulle nuove generazioni, che vedono con orrore il genocidio di Gaza e si chiedono come la generazione dei loro genitori abbia potuto accettarla e persino fare il tifo per essa. Il capolinea del fondamentalismo sionista americano significa la fine del consenso per le violenze israeliane – e Israele lo sa, e per questo agisce con questa fretta infernale, i boomer – come Trump, che guarda ancora la TV e vi crede pure – non dureranno per sempre.

 

In realtà, in America non si sta spegnendo solo il fondamentalismo cristiano-sionista: è tutto il protestantismo che sta morendo. A differenza del cattolicesimo, che sta registrando un boom di battesimi mai visto (al punto che la trasmissione di inchiesta 60 Minutes vi ha realizzato un servizio in cui interroga tre vescovi bergogliani, che ovviamente non ci stanno capendo nulla), è tutto il protestantesimo che sta andando al macero, vittima della sua grottesca rarefazione, delle sue contraddizioni, del suo cattivo gusto rivoltante.

 

Secondo il saggista francese Emmanuel Todd, autore del libro La sconfitta dell’Occidente, il declino degli USA dipende dalla sparizione della sua grammatica profonda – cioè il protestantesimo. Tale tesi è stata sposata dallo studioso cattolico americano E. Michael Jones, che dice: se il protestantesimo sparisce, le uniche due «identità» americane rimaste, cioè cattolici ed ebrei, si trovano a lottare per la primazia sul Paese, nella società come nel governo.

 

E quindi non deve sorprendere l’anticattolicesimo alzare la testa in USA. Attacchi ai cattolici tradizionisti sono arrivati dal senatore texano Ted Cruz, noto per aver dichiarato che il suo primo obiettivo politico è la difesa di Israele (e noto pure, ricordiamo noi, per essere figlio di uno strano cubano-canadese che frequentava Lee Harvey Oswald).

 

Negli stessi giorni, è spuntato al Pentagono un pastore protestante, Doug Wilson, che ha dichiarato che le processioni cattoliche andrebbero proibite, perché costituiscono «idolatria», cos’ come il culto della Vergine. Discorsi del genere non si sentivano pubblicamente da decenni: la cattofobia pare, quindi, sempre più slatentizzata.

 

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Si muove una nuova persecuzione anticattolica in America? Non è improbabile. Il presidente che parla del vicario di Cristo come di un «debole» è in linea con il suo padrone Bibi Netanyahu, che pochi giorni fa ha detto che sul piano storico Genghis Kahn (cioè la forza militare ferale, cioè la volontà di sterminio) vince sempre su Gesù Cristo. Un discorso che avrebbe dovuto incendiare mezzo mondo, non solo per la bestemmia, ma per l’incapacità totale di comprendere Cristo, il suo messaggio, la sua forza.

 

A Tel Aviv e a Washington non credono nella Pace, perché non credono nella sua forza, non credono nel suo Dio. Il Dio della pace ha dimostrato di poter regnare sulla storia, e far sopravvivere il suo culto dinanzi ai nemici militari più armati ed assetati di sangue. Questo i cratolatri, coloro che credono solo nel potere della forza, non sembrano considerarlo.

 

Eppure, qualcuno glielo dovrebbe dire, ai re del mondo moderno. Il Re dei re, nella pace e nell’amore, è loro superiore. Il Re dei re vive nei millenni: e il suo regno, a differenza dei miseri mandati umani, non avrà fine. Il Re dei re può detronizzarli fulmineamente, perché, come disse Nostro Signore a Ponzio Pilato che con tutta la potenza dell’Impero romano lo stava mettendo a morte, non est enim potestas nisi a Deo, non c’è autorità se non da Dio.

 

E invece: hanno deciso di sfidare Dio, persino di canzonarlo. Lo sapranno? Deus non irridetur. Dio non si fa irridere, mentre la battaglia tra ebrei e cattolici dentro l’America avrà ramificazioni immani in tutto il mondo.

 

Sappiamo già chi vincerà – perché lo abbiamo già visto. Perché sappiamo che pure nell’umiliazione più disperante, nella violenza più degradante, Cristo vince. Cristo regna. Christus imperat.

 

Cristo comanda. Lo Stato moderno ha bisogno di reimpararlo. Il momento probabilmente è arrivato.

 

Roberto Dal Bosco

 

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

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Pensiero

Ordo Ab Chao. Le ragioni di una guerra

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Renovatio 21 pubblica il comunicato del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB).  

Parere (n. 29): Ordo Ab Chao. Le ragioni di una guerra

  È innegabile che, bombardando ospedali, industrie farmaceutiche, centrali elettriche e altre strutture civili, gli Stati Uniti d’America si stanno comportando in Iran come Israele si comporta in Palestina; ed è altrettanto innegabile che, tenuto conto della reale rilevanza strategica dello stretto di Hormuz per l’America e l’Europa in particolare (1), gli USA hanno attaccato l’Iran solo per secondare la dispotica politica mediorientale israeliana.   Prima o poi, qualcuno si preoccuperà di spiegare al mondo perché Putin debba essere considerato a tutti i costi un diabolico aggressore e Trump, o Netanyahu, no.    Per il momento, il CIEB si limita a riassumere sinteticamente le cause e gli scopi di una guerra che, al di là di ciò che propala il mainstream, poco o nulla ha a che fare con l’egemonismo statunitense e che, invece, serve due scopi diversi, ma correlati: da una parte, confermare il rapporto ancillare degli USA rispetto alle strategie totalitaristiche di élites finanziarie transnazionali chiaramente identificabili, che de facto governano il mondo mediante organismi dalle stesse finanziati e organizzati (2); dall’altra, fornire ai grand commis dell’Unione europea – che di quelle élites sono anch’essi fedeli servitori e sulle cui labbra la parola «guerra» aleggia dal giorno successivo alla fine del Covid – il pretesto tanto atteso per varare ulteriori politiche liberticide.   Per fare ciò, sono sufficienti tre parole: Ordo ab chao. Da sola, infatti, questa locuzione, assurta a motto della Massoneria universale, riassume e chiarisce le cause e gli scopi di una guerra ordita e pianificata secondo una spirale autoconclusiva: la guerra è funzionale all’emergenzialismo, che è funzionale a misure restrittive, che sono funzionali al controllo totalitario delle popolazioni, che è funzionale al mantenimento dello status quo, che è funzionale alla sopravvivenza delle élites che esprimono gli apparati di governo che promuovono la guerra.    Il cerchio si chiude con la stessa naturalezza con cui sono state sbrigativamente messe da parte le ripugnanti vicende dello scandalo Epstein in cui quelle élites, fino a poche settimane fa, sembravano immerse fino al collo.

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Nel baratro in cui ci sta precipitando l’agenda delle élites in questione, a cui il presidente degli Stati Uniti dà il suo personale contributo, l’establishment dell’Unione europea fa quello per cui è lì: comprimere le libertà individuali prospettando lockdown, smart working e didattica a distanza, in attesa di elaborare nuove e più sinistre misure destinate a rendere problematico anche il soddisfacimento di bisogni primari, a partire da quello alimentare (3)   Le parole pronunciate nel 2022 dall’Uomo della Provvidenza («Volete la pace o i condizionatori?») (4), prontamente rilanciate dalla compiacente grancassa dei media schierati con l’agenda liberticida, mantengono la loro attualità, come la strategia ad esse sottesa.   Dietro la guerra, dietro l’emergenzialismo e le restrizioni a esso collegate si cela il totalitarismo biopolitico globale fondato sulla propaganda del terrore e sulla manipolazione delle evidenze, entrambe funzionali al soggiogamento delle masse. E sullo sfondo di questa deriva totalitaria già si intravede, tra l’evoluzione incontrastata dell’Intelligenza Artificiale e lo sviluppo illimitato delle converging technologies (robotica, biologia sintetica, nanotecnologie), la creazione dell’ibrido uomo-macchina, proposto dal transumanesimo come unica forma possibile di sopravvivenza futura su una Terra devastata da guerre, epidemie e inquinamento.   L’attacco all’Iran, quindi, non è una questione di geopolitica o di diritto internazionale, non compromette la sicurezza energetica, non serve ad aumentare i profitti o ad alimentare speculazioni sul prezzo del petrolio: serve a oscurare la realtà, a impedire ai cittadini di prendere coscienza del fatto che la finanza transnazionale ha preso il posto della politica nella gestione della società civile e che le emergenze – dalla guerra al global warming – sono create e alimentate espressamente allo scopo di introdurre misure restrittive che giustifichino e legittimino l’annichilimento dei valori democratici, delle libertà fondamentali e della dignità dell’essere umano in quanto ostacoli alla strategia di controllo totalitario dell’umanità perseguita in taluni salotti buoni.    Ordo ab chao, appunto.   In questo contesto, il CIEB auspica che gli italiani non ripetano gli errori del passato e non accettino supinamente le misure restrittive che saranno eventualmente imposte, contestandone la legittimità e la fondatezza mediante iniziative civili e democratiche.   CIEB   10 aprile 2026   NOTE   1) Emblematico il caso dell’Italia, che importa gas e petrolio principalmente dall’Africa e dall’Asia centrale (Algeria, Libia, Azerbaijan e Kazakistan forniscono, da soli, oltre il 50% del totale delle importazioni complessive): speculazioni economiche e derive totalitaristiche a parte, quindi, è difficile credere che la guerra in Iran possa generare una crisi energetica, come invece il mainstream sostiene a gran voce.   2) Basti pensare ai «salotti buoni» che periodicamente ospitano rappresentanti più o meno istituzionali di quelle élites: si tratta di organismi di controversa natura e finalità, le cui attività sono costantemente sotto i riflettori dei media, che non perdono occasione per celebrarle. Per inciso, che una parte consistente delle élites evocate nel testo sia di matrice ebraica è cosa nota e incontrovertibile, come conferma, ad esempio, la proprietà di BlackRock, la più potente e ramificata società d’investimento del mondo. Possedendo o controllando (mediante i tipici meccanismi di borsa) gran parte della finanza globale, le lobby ebraiche si rivelano in grado di incidere sui circuiti accademici, scientifici, tecnologici, produttivi, industriali, commerciali, comunicativi, mediatici, sociali, culturali, politici e dunque, in poche parole, sul mondo intero; e una conferma di tale pervasività può essere fornita, oltreché dal silenzio che circonda il genocidio in Palestina o lo scandalo Epstein, dalle proposte di legge sull’antisemitismo che stanno fiorendo in alcuni Paesi europei, dalla Francia all’Italia, proprio al culmine della crisi internazionale scatenata da Israele e dagli USA. In Italia, in particolare, la proposta di legge presentata in Parlamento riproduce pedissequamente la definizione di antisemitismo fornita dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), definizione palesemente fondata sul metodo di chiedere all’oste com’è il vino, visto che fa leva sulla «percezione» (sic!) che gli ebrei hanno dell’«odio nei loro confronti». Sebbene questa definizione (che si concretizza in una serie di fattispecie elencate dallo stesso IHRA a titolo fortunatamente esemplificativo), configuri insanabili lesioni della libertà di espressione garantita dalla Costituzione italiana, il progetto di legge in questione è stato già approvato dal Senato in prima lettura: così, se diventerà illegale fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella del Terzo Reich, potrebbe diventare illegale sostenere cose altrettanto ovvie, come, appunto, la matrice giudaica della grande finanza transnazionale. Per le proposte francese e italiana, si veda, rispettivamente, https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/779067/francia-la-liberticida-proposta-di-legge-yadan-mascherata-da-lotta-allantisemitismo-minaccia-la-liberta-di-espressione-in-ue.html e https://pagellapolitica.it/articoli/che-cosa-prevede-testo-antisemitismo   3) Poiché «la crisi sarà lunga» (secondo quanto vaticina, inspiegabilmente, il Commissario europeo all’energia: cfr. https://tg24.sky.it/economia/2026/04/03/dan-jorgensen-financial-times), si pensi all’impatto che avrà, sui costi dei prodotti alimentari, l’aumento del prezzo del gasolio utilizzato in agricoltura.   4) Cfr. https://tg24.sky.it/politica/2022/04/07/draghi-condizionatore-video.   5) La deriva transumanista, caldeggiata in ogni Paese europeo dai partiti politici più liberisti e globalisti, è chiaramente supportata dalle istituzioni europee e internazionali che a suo tempo hanno favorito la pseudocampagna vaccinale anti-Covid, fondata, come noto, sull’impiego di terapie geniche sperimentali. In questa prospettiva assumono peculiare rilievo le recenti pronunce della Corte Costituzionale tedesca secondo cui qualsiasi affermazione diffusa sui social network, che sia in grado di contraddire le informazioni fornite da istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, può essere rimossa dai social medesimi anche se corrispondente alla realtà scientificamente fondata (https://it.insideover.com/media-e-potere/germania-allarme-autoritarismo-il-costituzionalista-murswiek-denuncia-la-censura-di-stato.html).   Il testo ufficiale del presente Parere è pubblicato su: http//:www.ecsel.org/cieb   Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.  

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Presidenti USA ricattati da Israele: Tucker Carlson risponde a Trump

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In un testo circolato via mail e sul suo sito intitolato «He is in a tough spot» («Si trova in una situazione difficile»), il giornalista Tucker Carlson ha risposto al posto di insulti scritto due giorni fa dal presidente statunitense Donald Trump, che tra improperi e cattiverie ha puntato il dito su quattro popolarissimi podcaster – Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones e lo stesso Carlson – che non sostengono la sua agenda bellica iraniana. I quattro, va notato, hanno sostenuto Trump negli anni, quando i suoi attuali sicofanti – molto spesso ebrei e/o legati ad Israele – invece combattevano l’ascesa di The Donald.

 

L’implicazione diretta, nemmeno tanto implicita, è che il presidente USA sia sotto ricatto da parte dello Stato degli ebrei.

 

Il testo di Carlson mostra che per una parte consistente dell’opinione pubblica americana (con la Owens e la Kelly ha statisticamente i primi posti di ascolto nell’ambito dei podcast, che superano di molto le TV) è arrivato al punto di non ritorno nei rapporti con lo Stato Ebraico, e prevediamo che vi saranno a breve anche profonde revisioni storiche a riguardo. 

 

Si trova in una situazione difficile

 

I media mainstream non ne parlano mai, ma il governo israeliano ha una lunga storia di ricatti ai danni dei presidenti degli Stati Uniti. Forse l’esempio più sconvolgente risale agli anni Novanta, quando Israele usò le registrazioni di una conversazione telefonica a sfondo sessuale tra Bill Clinton e Monica Lewinsky come leva per fare pressione su Clinton affinché rilasciasse Jonathan Pollard, la spia condannata.

 

Non stiamo scherzando. È successo davvero. Vale la pena ricordare la storia della conversazione telefonica a sfondo sessuale, ora che il presidente Trump sta cercando di porre fine alla guerra con l’Iran. Come molte altre azioni compiute da Israele, dimostra che l’«alleato speciale» dell’America è disposto a giocare sporco per raggiungere i suoi obiettivi. Finanziamenti occulti alle campagne elettorali, estorsioni, minacce fisiche e persino assassinii. Nella loro visione anticristiana, il fine giustifica sempre i mezzi. Non si fanno scrupoli a distruggere vite umane.

 

L’attuale priorità assoluta di Israele è garantire che l’Operazione Epic Fury non si fermi. Sanno che il fatto che gli Stati Uniti combattano la loro guerra al posto loro rappresenta la migliore opportunità per espandere i propri confini e diventare una superpotenza globale, e un accordo di pace manderebbe in fumo il loro piano.

 

Basandosi sul passato del Paese, i suoi leader sono senza dubbio disposti a spingersi fino in fondo per garantire che lo spargimento di sangue continui. Ciò potrebbe significare un ricatto in stile Clinton contro Trump, o qualcosa di ben più macabro. Non sappiamo con certezza se ciò stia accadendo, ma la sola possibilità è abbastanza inquietante da togliere il sonno al presidente. È sottoposto a una pressione che la maggior parte delle persone non riesce a immaginare, con i fanatici sostenitori dell’Israel First che lo perseguitano ferocemente ogni volta che osa deviare anche solo leggermente dall’agenda del loro Paese preferito.

 

La loro spudorata persecuzione è così tenace da far impazzire persino un uomo come Donald Trump. Sono persistenti come nessun altro gruppo nella storia, a prescindere da quanto bene la Casa Bianca li abbia trattati in passato. Non sono mai grati, vogliono sempre di più e si rifiutano di concedere al presidente nemmeno un centimetro di respiro. È una pressione incessante e totale.

 

Abbiamo deciso di scrivere di questo dopo che Trump ha pubblicato un post su Truth Social attaccando la nostra azienda, Megyn Kelly, Candace Owens e Alex Jones, che lo hanno sostenuto per anni.

 

Piuttosto che abbandonarci a meschini insulti, vogliamo mostrare comprensione verso il presidente. Sta affrontando una pressione talmente forte da poterlo indurre ad abbandonare le promesse elettorali e a trasformarsi proprio nel tipo di politico che un tempo aveva giurato di distruggere. Non avrebbe permesso che ciò accadesse se non ci fosse stato un interesse personale davvero enorme.

 

Speriamo che riesca a superare questa situazione.

 

Tucker Carlson

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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