Nucleare
Ambasciatore russo esorta gli Stati Uniti a studiare la lezione della crisi dei missili di Cuba
Durante una visita a San Francisco questa settimana, l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Anatolij Antonov ha parlato ai giornalisti dello stato delle relazioni USA-Russia invitando gli statunitensi a tornare a quando accadde 60 anni fa con la famosa crisi dei missili di Cuba
«Francamente, dobbiamo (…) guardare da vicino l’esito della crisi dei missili cubani per capire come i due Paesi siano riusciti a risolvere il problema. Forse è giunto il momento di guardare indietro alla storia e provare a usare le lezioni della crisi dei missili cubani?»
«All’epoca eravamo sull’orlo di un conflitto nucleare» ha raccontato il diplomatico di Mosca. «Tuttavia, i due governi hanno trovato la forza di fare un passo indietro o di incontrarsi a metà strada per risolvere la questione, e ci sono riusciti».
«La situazione è sicuramente cambiata, non possiamo semplicemente dire che le cose sono come erano 60 anni fa. Forse è necessario trovare nuovi schemi. Da parte nostra, siamo pronti a tenere una conversazione aperta almeno sulla stabilizzazione delle relazioni Russia-USA», ha osservato Antonov, riportato dall’agenzia di stampa russa TASS.
L’«allarmante» situazione nel conflitto in Ucraina richiede una soluzione negoziata, ha affermato, criticando l’ultima decisione degli Stati Uniti di fornire più forniture di armi all’Ucraina.
«I nostri cosiddetti partner continuano con una politica sbagliata credendo che il problema possa essere risolto sul campo di battaglia e continuano a spendere più energie e mezzi. Ora stanno accumulando forze armate vicino ai confini russi. La situazione in evoluzione è estremamente allarmante. In Ucraina, infatti, sul suolo ucraino, stiamo combattendo non contro gli ucraini, ma contro l’Occidente collettivo, che cerca di minare le fondamenta della Russia, di sfinirci, di esaurirci tutte le risorse economiche e militari e di mettere in scena una situazione in cui la Russia non avrebbe mai la possibilità di negoziare allo stesso modo con i paesi occidentali sull’arena internazionale», ha sottolineato Antonov.
«Crediamo fermamente che il dialogo tra i nostri Paesi sia necessario», ha aggiunto l’ambasciatore. «È necessario non solo nell’interesse della Russia e degli Stati Uniti, ma nell’interesse dell’intera società internazionale. Tutti ci guardano, come membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, due grandi potenze, che oggi sono responsabili della pace sul pianeta e, in linea con la Carta, hanno una particolare responsabilità per la pace e la stabilità internazionale. … Siamo di fronte a molti problemi che possiamo risolvere congiuntamente nell’ambito della stabilità strategica, nell’ambito della non proliferazione delle armi nucleari, della sicurezza informatica globale e del cambiamento climatico».
Quanto all’incontro di Putin con il presidente Joe Biden al G20, l’ambasciatore Antonov ha detto ai giornalisti che la Russia «non ha ricevuto proposte concrete su questo tema» e «non vede un possibile miglioramento delle relazioni russo-americane almeno nella prospettiva a medio termine nelle attuali condizioni diplomatiche».
Ha anche chiarito che non si aspetta che l’attuale «consenso russofobo» cambierà dopo le elezioni americani di midterm, qualunque sia il loro esito.
Come riportato da Renovatio 21, Antonov in questi mesi non ha mancato di esprimere avvertimenti importanti, per esempio riguardo alla crisi alimentare (iniziata, dicee, prima del conflitto ucraino) o come quando un mese fa ha messo in guardia rispetto al concetto di conflitto nucleare «limitato», che secondo lui porterebbe comunque ad una guerra termonucleare globale.
In una intervista di due settimane fa al settimanale americano Newsweek, Antonov aveva dichiarato, sempre riguardo alla crisi di Cuba, che «il canale che ha fermato la guerra nucleare 60 anni fa è morto».
Ad inizio conflitto l’ambasciatore aveva dichiarato che c’era la possibilità che gli fosse chiesto di lasciare gli USA di lì a pochi mesi.
Nucleare
Medvedev: siamo a pochi secondi dalla fine del mondo
Dmitrij Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza ed ex presidente russo, ha rivolto un nuovo monito aspro ai leader occidentali sul loro coinvolgimento sempre più rischioso nella guerra in Ucraina.
In un’intervista del 10 settembre a Vedomosti gli è stato chiesto dei suoi recenti «suggerimenti» sull’uso di armi nucleari da parte della Russia. Ha replicato con nettezza che quei commenti «non erano suggerimenti», ma un richiamo alla dottrina nucleare russa.
«Non si tratta di una tattica intimidatoria; è la realtà. La dottrina nucleare russa, in base alla quale il Paese si riserva il diritto di usare tali armi se la sua sicurezza è minacciata, difficilmente può essere definita un semplice suggerimento», ha detto, secondo l’agenzia turca Anadolu.
La nuova dottrina nucleare russa prevede che un’aggressione da parte di uno Stato non nucleare, con la partecipazione o il sostegno di una potenza nucleare, sia considerata un attacco congiunto e che Mosca si riservi di rispondere di conseguenza.
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Medvedev ha accusato l’Occidente di spingere di proposito il mondo verso l’orlo di un’apocalisse nucleare, definendo l’appoggio agli attacchi ucraini contro città russe pacifiche «azioni aggressive che un giorno potrebbero scatenare la Terza Guerra Mondiale. E questo significherebbe cancellare l’intera storia della civiltà umana, riportandola a uno stato primitivo, ammesso che qualcuno dei miliardi di persone sul pianeta dovesse sopravvivere».
La Russia «riconosce la propria responsabilità per il destino dell’umanità e si impegna con tutte le sue forze per scongiurare una catastrofe globale. Ma la nostra pazienza non è illimitata. Questa opzione estrema rimane l’ultima risorsa, da utilizzare solo quando tutte le altre misure si sono rivelate inefficaci. Oggi siamo a pochi passi da essa: pochi secondi sull’Orologio dell’Apocalisse», ha concluso.
L’Orologio dell’Apocalisse (Doomsday Clock) è un simbolo ideato nel 1947 dal Bulletin of the Atomic Scientists — la pubblicazione dell’organizzazione fondata nel 1945 dagli ex fisici del Progetto Manhattan, tra cui Einstein e Oppenheimer, dopo Hiroshima e Nagasaki. La mezzanotte rappresenta la catastrofe globale, la fine potenziale della civiltà umana. Più le lancette si avvicinano alla mezzanotte, più il mondo è considerato vicino al disastro. Ogni anno il Science and Security Board del Bulletin, in consultazione con un comitato di esperti che include otto premi Nobel, decide se spostare le lancette avanti o indietro, in base a un’analisi di rischi geopolitici, tecnologici e ambientali.
Il 27 gennaio 2026 il Bulletin ha fissato l’orologio a 85 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto nella sua storia, quattro secondi in meno rispetto agli 89 secondi dell’anno precedente. Le motivazioni citate includono la mancata ripresa del dialogo tra Stati Uniti e Russia sul controllo degli arsenali nucleari, investimenti destabilizzanti nella difesa missilistica, e i rischi legati alla possibilità che l’IA venga usata per creare minacce biologiche.
Come riportato da Renovatio 21, a breve il Seimas, il Parlamento lituano, discuterà l’abrogazione del divieto costituzionale di armi nucleari sul territorio lituano.
Come riportato da Renovatio 21, quattro anni fa il Medvedev aveva detto che se Svezia e Finlandia avessero aderito alla NATO, la Russia non avrebbe più aderito allo status non nucleare della regione del Baltico. Le dichiarazioni furono poi ridimensionata dal portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. Tuttavia un avvertimento era stato lanciato anche dal viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko.
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Nucleare
Il Parlamento lituano voterà sulla possibilità di autorizzare la presenza di armi nucleari sul territorio
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Nucleare
Gli USA potrebbero lanciare un attacco nucleare contro l’Iran in caso di stallo
Gli Stati Uniti potrebbero ricorrere ad armi nucleari contro l’Iran dopo il fallimento nel tentativo di destituire la sua dirigenza con metodi convenzionali, ha affermato Joe Kent, già consigliere presidenziale per la lotta al terrorismo, durante un’intervista al podcaster Tucker Carlson.
Ad aprile, il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato che «l’intera civiltà iraniana morirà» qualora Teheran non avesse acconsentito alle richieste di Washington. Da allora Trump ha reiterato analoghe minacce, sostenendo che le forze americane potrebbero distruggere le infrastrutture civili del Paese, tra cui centrali elettriche e ponti.
Ospite del programma di Carlson venerdì, Kent ha definito l’opzione nucleare come realistica, dichiarando che «saremmo degli sciocchi a pensare che ciò non possa accadere qui, nell’attuale scenario, soprattutto mentre l’amministrazione si affanna a trovare una via d’uscita».
Joe Kent, former National Security Advisor says Trump administration is close to using nuclear weapons on Iran.
He says the Trump administration doesn’t want to dedicate US troops to a ground invasion (similar to Japan during WWII) so nuclear weapons are their only remaining… pic.twitter.com/oihWdJdIeL
— Shadow of Ezra (@ShadowofEzra) August 28, 2026
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Il Kent ha evidenziato che Trump non è riuscito a conseguire nessuno dei suoi obiettivi, in costante mutamento, nel confronto con l’Iran, pur avendo utilizzato l’intera gamma delle capacità militari ed economiche americane.
Secondo il Kent, se Washington intende ancora destituire la leadership iraniana e costringerla a una «resa totale», a Trump rimangono soltanto due possibilità: un’operazione terrestre su larga scala oppure un attacco nucleare.
La prima possibilità «non è assolutamente fattibile», considerando l’ampio territorio e la numerosa popolazione dell’Iran, ha detto Kent a Carlson. «Se si simula questo scenario per un tempo sufficientemente lungo, si arriva alle armi di distruzione di massa, e anche piuttosto rapidamente», ha dichiarato Kent, ipotizzando che Washington potrebbe, in linea teorica, scegliere un attacco nucleare circoscritto contro gli impianti sotterranei di arricchimento dell’uranio celati nelle zone montuose iraniane.
Come riportato da Renovatio 21, il Pentagono starebbe riesaminando le linee guida statunitensi sull’impiego nucleare al fine di fornire al presidente Trump quelle che definisce «opzioni nucleari razionali» in caso di conflitto regionale con Russia o Cina. In pratica, la dottrina nucleare USA starebbe venendo riscritta a porte chiuse.
Gli Stati Uniti hanno interrotto improvvisamente la loro più recente serie di attacchi contro l’Iran alla fine del mese scorso, dopo le notizie circolate sui media secondo cui il Pentagono avrebbe sostanzialmente esaurito le scorte di munizioni di precisione e missili intercettori.
Trump e numerosi altri alti funzionari americani hanno smentito con forza le dichiarazioni sulla carenza di munizioni, ribadendo che il Pentagono possiede un’ampia riserva di armamenti.
Tuttavia, con un evidente cambiamento di strategia, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la scorsa settimana l’avvio di una «OPERAZIONE ECONOMICA DISTRUTTIVA» contro l’Iran, da lui denominata «D-DAY ECONOMICO».
Qualche giorno dopo, il Segretario del Tesoro americano Scott Bessent ha comunicato una serie di nuove sanzioni nei confronti di Teheran, che coinvolgono quasi 60 entità, individui e navi in diverse giurisdizioni, di cui 21 con sede in Cina.
Il segretario ha precisato che gli Stati Uniti mirano a trasformare l’Iran in un «emarginato economico» punendo i Paesi che rifiutano di recidere i rapporti economici. «Qualsiasi entità che agevoli il riciclaggio di denaro per conto dell’Iran verrà esclusa dal sistema del dollaro statunitense», ha messo in guardia lunedì in una conferenza stampa.
Come riportato da Renovatio 21, nel frattempo, Trump ha dichiarato lo Stretto di Ormuzzo futuro «territorio USA». L’Iran ha risposto per bocca del viceministro degli Esteri Kazam Gharibabadi parlando di «schizofrenia di Ormuzzo» e di un «ordine post-americano nel Golfo Persico».
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