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Alla fonte dell’antico traffico mondiale dell’eroina

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Alfred W. McCoy pubblicò nel 1972 The Politics of Heroin in Southeast Asia, un libro che diede scalpore e che venne ampiamente discusso alla sua uscita anche dalla stessa CIA, in cerca di potenziali errori al suo interno.

 

L’ultima edizione riveduta e ampliata risale al 2003 e venne rinominata, più accuratamente, The politics of heroin: CIA complicity in the global drug trade. McCoy storico accademico e autore, si specializzò inizialmente in storia delle Filippine per poi deviare verso la storia del traffico illecito di sostanze stupefacenti. 

 

All’uscita del libro nel 1972, a 26 anni ancora dottorando a Yale in Storia del Sud-Est Asiatico, accusò e testimoniò di fronte a un comitato del Senato statunitense la complicità di un gruppo di persone per la produzione e la ridistribuzione della raffinazione del papavero da oppio.

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In una copia del Daytona Beach Morning Journal del primo giugno del 1972, possiamo trovare riassunti tutti i punti portati da McCoy davanti al comitato. Le accuse di McCoy comprendevano la più alte sfere militari laotiane, cambogiane, sud vietnamite e tailandesi. Alcuni intermediari come la mafia corsa di Marsiglia e la famiglia malavitosa di Santo Trafficante di Miami. Infine accusò ufficiali americani complici di aver condonato e addirittura cooperato per sostenere questo schema di tratta illegale di stupefacenti in seguito a vantaggi politici e militari. 

 

La pronta risposta dalle istituzioni americane chiamate in causa non tardò ad arrivare commentando con fermezza che le accuse lanciate non avevano incontrato alcun riscontro e neppure alcuna prova di colpevolezza. Al contrario, sottolineavano, come se non fossero bastate già le accuse, che la collaborazione con le più alte sfere politiche e militari del Sud-Est asiatico non era mai stato così solida. 

 

McCoy spiegava come il traffico di eroina e oppio in Vietnam del Sud era diviso tra le organizzazioni politiche del presidente Nguyen Van Thieu, il vice presidente Nguyen Cao Ky a il primo ministro Tran Van Khiem. Secondo l’autore, la sorella del generale Ky, la signora Nguyen The Ly, viaggiava una volta al mese a Vientiane, la capitale del Laos, per organizzare una spedizione di eroina verso Phnom Pehn o Pakse in Cambogia. Successivamente sarebbe stata presa in carico dalla quinta divisione aerea vietnamita in direzione Saigon. 

 

Lo studioso descriveva come il primo fornitore della signora Ky fosse un malavitoso cinese chiamato Huu Tim Heng il quale a sua volta utilizzava la sua partecipazione nell’industria di imbottigliamento di Pepsi di Vientiane come copertura per l’importazione dei prodotti chimici necessari. Heng a sua volta comprava l’oppio dal generale Ouane Rattikone chief of staff del reale esercito del Laos. 

 

Lo storico ricordava come il generale Rattikone aveva ammesso di controllare il commercio di oppio nel Laos settentrionale e ponentino fin dal 1962 ma oltre a questo anche i sistemi per la sua produzione. La somma delle due iniziative lo facevano risultare come il più grande fabbricante del paese. L’eroina prodotta da Rattikone era di tale qualità che veniva venduta direttamente anche alle truppe americane nel Vietnam del Sud. 

 

McCoy spiega come la maggioranza del traffico di oppio nel Laos del nordest era controllato dal generale Vang Pao, comandante delle truppe mercenarie sostenute dalla CIA. Allo stesso modo il governo della Tailandia permetteva ai ribelli birmani, ai nazionalisti cinesi irregolari e alle bande armate di mercenari, di muovere enormi carovane di muli carichi con centinaia di tonnellate di oppio birmano attraverso i confini della Tailandia settentrionale. Secondo l’accusatore, alcuni tra i più vicini sostenitori del presidente Thieu all’interno dell’esercito vietnamita controllavano la distribuzione e la vendita dell’eroina ai soldati americani di stanza in Indocina. 

 

L’autore racconta come Santo Trafficante, principale rappresentante della sua famiglia mafiosa, organizzò assieme ai più importanti membri della cosca corsa di Marsiglia un incontrò a Saigon per aprire sempre più le strade all’eroina del Sud-Est asiatico verso le terre americane. 

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Le dichiarazioni dello studioso andavano anche verso il generale Dang Van Quang, consigliere militare del presidente Thieu, inquadrato come il più importante pusher di tutto il Vietnam meridionale. Secondo alcuni ufficiali americani, il generale Ugo Dzu, risultava come uno dei maggiori trafficanti di narcotici di tutto il Vietnam centrale. Secondo il libro, il generale, comandante della seconda armata, venne rimosso successivamente dal suo incarico per incompetenza militare. 

 

McCoy, non risparmiando nessuno, continua accusando anche le ambasciate americane in Indocina di tentare di coprire il più possibile il ruolo dei degli ufficiali locali palesemente implicati nella tratta di eroina. Secondo lo storico, McMurtrie Godley, ambasciatore statunitense in Laos, fece del suo meglio per prevenire l’assegnazione di ufficiali del U.S. Bureau of Narcotics al Laos per via del suo interesse nel continuare a cooperare con il governo e i militari laotiani. 

 

Per chiudere con uno degli esempi più famosi e ritratti anche da un celeberrimo film con Mel Gibson e Robert Downey jr., nel Laos del Nord, i velivoli e gli elicotteri della Air America affittati dalla CIA trasportavano regolarmente oppio coltivato dai mercenari al soldo dell’agenzia.

 

Nell’articolo apparso sul New York Times del 9 agosto del 1972 possiamo scoprire come Harper & Row, Inc., la casa editrice, decise comunque di pubblicare il testo del giovane studioso nonostante le forti lamentele provenienti dall’agenzia. 

 

Lawrence D. Houston, responsabile legale della CIA, richiese una copia per sua personale lettura precedente alla pubblicazione. B. Brooks Thomas, vice presidente e responsabile legale della società editrice, rispose che le accuse arrivate in seguito al controllo del testo si erano rivelate generaliste e anche abbastanza deludenti. 

 

In un intervista successiva McCoy sottolineò quanto fosse stupito dalla disparità intercorsa tra la iniziale roboante, militante critica della CIA sul libro e la lettera finale che si era rivelata essere molto debole al limite del patetico. 

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine di D Guisinger via Wikimedia pubblicata su licenza Creaative Commons Attribution 2.0 Generic

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L’antidroga nigeriana smantella un cartello della metanfetamina legato al Messico

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Le autorità nigeriane antidroga hanno smantellato un cartello della metanfetamina con legami con il Messico, arrestando un presunto boss della droga, tre cittadini stranieri e sei presunti collaboratori locali in quello che i funzionari hanno descritto come il più grande sequestro di droga mai effettuato nel Paese.   L’Agenzia nazionale per il contrasto alla droga (NDLEA) ha dichiarato mercoledì di aver sequestrato 2.419,48 kg di sostanze chimiche, tra cui metanfetamina liquida e fusa, precursori chimici e solventi industriali. La sua Unità per le operazioni speciali ha condotto «attacchi simultanei e ben coordinati» negli stati di Ogun e Lagos, dopo mesi di raccolta di informazioni.   I raid hanno preso di mira una fattoria isolata nella foresta di Abidagba, nella zona di governo locale di Ijebu East, nello Stato di Ogun, che secondo l’agenzia veniva utilizzata come un «enorme e pericolosissimo laboratorio clandestino di metanfetamine» dall’organizzazione di narcotrafficanti del boss nigeriano della droga Anochili Innocent.   Il capo della NDLEA, Mohamed Buba Marwa, ha stimato il valore di mercato internazionale a 362,9 milioni di dollari. Marwa ha affermato che la rete «non si limitava al traffico di droga», ma «produceva attivamente quantità su scala industriale» di sostanze illecite nel paese dell’Africa occidentale.

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Sette uomini sono stati arrestati nel laboratorio nella foresta, tra cui quattro nigeriani di età compresa tra i 23 e i 42 anni e tre cittadini messicani di età compresa tra i 40 e i 51 anni. Marwa ha descritto gli stranieri come «esperti tecnici» portati nel Paese per «produrre questa sostanza letale». Innocent, il presunto ideatore, è stato arrestato nella sua residenza nella zona di Lakowe, nello Stato di Lagos.   «Con questo arresto, il numero totale dei membri del cartello in custodia sale a dieci», ha dichiarato il capo della NDLEA, avvertendo i cartelli che la Nigeria è «un territorio ostile per i loro affari».   Marwa ha dichiarato che l’ultimo blitz è avvenuto appena due settimane dopo l’annuncio dello smantellamento di un altro laboratorio di narcotraffico guidato da Simon Amadi, in un’operazione multinazionale che ha coinvolto le forze dell’ordine di Stati Uniti, Svizzera, Francia e Grecia.   La Nigeria si trova ad affrontare una crescente preoccupazione per il traffico di droga. Un documento dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine del 2026 affermava che il Paese era «progressivamente passato» dall’essere una via di transito a un centro nevralgico per la produzione, il consumo e la distribuzione internazionale di stupefacenti.   Nel 2016, la NDLEA ha arrestato quattro messicani e quattro nigeriani per un laboratorio di metanfetamine nello Stato del Delta. Lo scorso novembre, l’agenzia ha segnalato il sequestro di un carico di 1.000 kg di cocaina, del valore di circa 235 milioni di dollari, nel porto di Tincan Island a Lagos. All’inizio dello stesso anno, le autorità avevano anche arrestato un uomo d’affari di 59 anni accusato di aver ingerito 81 dosi di cocaina prima di tentare di imbarcarsi su un volo da Lagos a Parigi.

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Zelens’kyj e la cocaina, «segreto di Pulcinella»: parla l’ex portavoce

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L’uso di droghe da parte del presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj è «un segreto di Pulcinella», ha affermato l’ex portavoce Yulia Mendel al Tucker Carlson Show.

 

Le accuse di consumo di stupefacenti erano emerse per la prima volta durante la campagna elettorale presidenziale del 2019, quando Zelens’kyj sconfisse Petro Poroshenko. Lo Zelens’kyj, ex attore, all’epoca aveva respinto le accuse definendole calunnie, ed entrambi i candidati si erano sottoposti a test per alcol e droghe.

 

La Mendel ha lavorato per Zelens’kyj dal 2019 al 2021 e in seguito è diventata molto critica nei confronti del suo ex capo. In un’intervista pubblicata lunedì, Carlson le ha chiesto se Zelensky facesse uso di droghe, al che Mendel ha risposto: «Questo è un segreto di Pulcinella».

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«Il fatto è che non l’ho mai visto assumere droghe. Tuttavia, mentre scrivevo il mio libro, ho incontrato molte persone che mi hanno confermato di averlo visto assumere droghe in diversi locali. Solo una persona l’ha visto assumere droghe nel 2021», ha affermato. Mendel ha aggiunto di aver appreso dell’esistenza di un presunto «fornitore» da una persona che lavorava presso Kvartal 95 Studio, la società di intrattenimento co-fondata da Zelens’kyj negli anni 2000.

 

«Tutte queste persone parlano di cocaina, sì», ha detto Mendel, aggiungendo che prima delle interviste Zelens’kyj aveva l’abitudine di passare 15 minuti in bagno e di uscirne «una persona diversa».

 

La Mendel ha descritto il suo ex capo come ossessionato dalla propria immagine pubblica, sia in patria che all’estero. Ha affermato che a un certo punto Zelens’kyj le disse: «Ho bisogno della propaganda di Goebbels, ho bisogno di migliaia di opinionisti», riferendosi al ministro della propaganda di Adolf Hitler, Joseph Goebbels.

 

La Mendel ha inoltre accusato Zelensky di aver mandato i critici, compresi i giornalisti, al fronte come punizione.

 

Gli oppositori politici, tra cui il sindaco di Kiev Vitaly Klitschko, hanno spesso accusato Zelens’kyj di abuso di potere. L’anno scorso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito Zelens’kyj – il cui mandato presidenziale sarebbe scaduto nel 2024 – un dittatore per essersi rifiutato di indire nuove elezioni presidenziali.

 

Zelens’kyj ha sostenuto che le elezioni sono vietate dalla legge marziale e che sarebbe necessario un cessate il fuoco permanente con la Russia prima di poter tenere nuove consultazioni.

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La Mendel ora è stata messa nella lista nera dei nemici dell’Ucraina Mirotvorets. Nell’intervista ha parlato della sorte degli oppositore del regime di Kiev (che «somiglia a quello che abbiamo letto dell’URSS», ha detto), i queali spesso finiscono tartassati dai servizi, o in galera o misteriosamente morti.

 

L’ex portavoce ha accennato al caso del banchiere Alexander Adarich, precipitato dal quarto piano di un palazzo di Milano a febbraio. Secondo le indagini sarebbe morto per asfissia prima del lancio nel vuoto: secondo la Procura sarebbe stato il figlio ad organizzare il sequestro con dei complici.

 

La tesi della Mendel è che l’intenzione di Zelens’kyj è quella di continuare la guerra il più possibile: senza di essa, egli perderebbe tutto il suo potere, anche a fronte di quello che, dice, è il tracollo totale del suo consenso presso la popolazione stremata dal conflitto.

 

Carlson ha permesso alla Mendel di utilizzare gli ultimi minuti della trasmissione per mandare, in lingua russa, un messaggio al presidente russo Putin. Con la voce un po’ rotta dall’emozione, l’ex portavoce di Zelens’kyj ha detto che basta una parola per far finire le sofferenze nell’area di Kherson, da dove proviene, dove la gente è terrorizzata dai droni.

 

La donna dice inoltre di essere stata presente nell’unico incontro tra Putin e Zelens’kyj, nel quale quest’ultimo – appena eletto come il candidato che avrebbe riportato la pace con Mosca – avrebbe garantito di non voler entrare nella NATO.

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Il traffico di droga e la copertura della CIA

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Alfred McCoy, nel suo The Politics of Heroin racconta come dopo anni di apprendistato tra Cambogia, Laos e Vietnam la mafia corsa avesse guadagnato una certa maestria nel saper trasformare chimicamente la morfina in diacetilmorfina attraverso precisi processi chimici.   Senza la necessaria competenza si sarebbero potute verificare pericolose esplosioni, competenza che mancava completamente a Cosa Nostra. La CIA e Lucky Luciano (1897-1962), dopo la messa al bando della ditta farmaceutica torinese che aveva inizialmente fornito la materia prima, trovarono nei Corsi la controparte perfetta per creare una nuova rete di narcotraffico.    Luciano diede vita a un nuovo capitolo, in seguito chiamato con il nome di «French Connection», mettendosi in contatto con i leader della mafia corsa a Marsiglia, i fratelli Antoine (1902-1967) e Barthelemy (1908-1982) Guerini. Sostenuti con fondi della CIA, in breve presero possesso del porto di Marsiglia attaccando gli scioperanti e i sindacati. In seguito assoldarono dei chimici francesi e diedero vita alle loro prime raffinerie di oppio. La connessione tra la famiglia italoamericana di Luciano, quella siciliana di don Calò, Calogero Vizzini (1877-1954) e quella corsa di Marsiglia era iniziata. 

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Luciano attivò contatti con i produttori turchi attraverso il lavoro del più importante broker di eroina del medio oriente, Sami El-Khoury che inizialmente indirizzò la produzione verso le raffinerie di Beirut per infine dirottare il tutto verso Marsiglia. Parallelamente, la CIA lavorò sull’Operation Paper dove venne creata la tratta dalla Birmania e, attraverso il lavoro eccezionale di Edward Geary Lansdale (1908-1987), pioniere delle operazioni coperte, anche la rete di Saigon.   William «Wild Bill» Donovan (18883-1959), dopo aver diretto l’Office of Strategic Services durante il conflitto contro la Germania nazista, si dimise dal suo ruolo nell’esercito. Assieme ad amici molto facoltosi come Nelson Rockfeller (1908-1979), Joseph C. Grew (1880-1965) nipote di J.P. Morgan (1837-1913), Alfred DuPont (1864-1935) e Charles Jocelyn Hambro (1897-1963) diede vita, a Panama, alla World Commerce Corporation. Secondo il giornalista Peter Dale Scott, lo scopo di questa società era quello di operare nel traffico di armi garantendo un aiuto militare al KMT e alla mafia italiana in cambio dell’oppio prodotto.    Come raccontato dai giornalisti Cockburn e St. Clair in Whiteout, la Civil Air Transport, una linea aerea di proprietà della CIA, spostava oppio dai campi del triangolo d’oro verso Bangkok dove venivano scaricati e sostituiti con armi. Il generale Phao Sriyanonda (1910-1960), direttore generale della polizia thailandese, garantiva la logistica a terra utilizzando i suoi agenti.   I beni venivano trasportati verso le navi mercantili della Sea Supply Inc., un’altra società di proprietà dei servizi americani gestita da Paul Helliwell (1915-1976), impiegato nel consolato della fu Birmania a Miami. Donovan a sua volta occupava parallelamente il ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti in Tailandia.   Sempre secondo Scott, nel suo libro Drugs, Oil and War lo schema messo in piedi attraverso la WCC, la CAT e la Sea Supply apparteneva a quella subcultura di proprietà di quelle persone che avevano preso parte al mondo dell’OSS durante la guerra in Europa.

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Un gruppo di persone appartenenti alla crema della società americana, tutti usciti dalle migliori università, con carriere importanti in ambito legale o imprenditoriale e che in quel momento non avevano nessun ruolo ufficiale nell’agenzia governativa americana. Questa matrice di persone successivamente darà vita a una rete di banche e società, come per esempio l’American International Group di Cornelius Vander Starr (1892-1968), create per sostenere e occultare il flusso finanziario derivante dal commercio illegale di eroina e armi.    Una volta sostituita la pedina italiana venuta a mancare proprio a cavallo tra i Quaranta e i Cinquanta, rimesso in piedi lo schema in proporzioni logaritmiche rispetto alla base di partenza, si rese necessario mantenere il controllo sulla diffusione di queste informazioni. Quello che venne implementato per mantenere il controllo della propagazione delle notizie cominciò a fare capolino dagli anni Settanta in avanti.   Lo scandalo Watergate, per provare a rendere giustizia alle proporzioni, portò per la prima volta nella storia americana alle dimissioni di un Presidente degli Stati Uniti d’America, Richard Nixon (1913-1994) e del rispettivo direttore della CIA, Richard Helms (1913-2002).   Le conseguenze del Watergate, oltre a donare al mondo anglosassone un nuovo suffisso -gate per tutti futuri scandali (simile al -opoli italiano) furono strabilianti. Tutta la generazione proveniente dalla rivoluzione culturale degli anni ‘60, in quel momento in lotta contro Nixon, il Vietnam e l’imperialismo a stelle a strisce, trovò finalmente il proprio totem da innalzare a centro villaggio, l’axis mundi a cui rivolgersi nei momenti di dubbio.    Oltre alle dimissioni del presidente e del Director of Central Intelligence (DCI), tra le varie scosse di assestamento si possono nominare l’evoluzione del sistema FOIA (Freedom Of Information Act), nato nel 1964 ma finalmente reso più economico ed utilizzabile da parte dei richiedenti. Il FOIA è quella legge che richiede la divulgazione totale o parziale di informazioni e documenti non precedentemente rilasciati o diffusi, controllati dal governo degli Stati Uniti, su richiesta. Questo strumento eccezionale e di cui gli stati uniti divennero precursori assoluti divenne un pilastro storico del tentativo di approssimarsi il più possibile ad un accesso libero alle informazioni statali.    James Rodney Schlesinger (1929-2014) nei suoi pochi mesi come DCI, pressato dall’opinione pubblica che chiedeva di chiarire il coinvolgimento della CIA nello scandalo Watergate, diede ordine di compilare dei rapporti sulle azioni passate e presenti dell’agenzia. I rapporti, passati alla storia come i Family Jewels, «i gioielli di famiglia», vennero compilati e donati al successore di Schlesinger, William Colby (1920-1996) che ebbe a chiamarli i più grandi scheletri nell’armadio dell’agenzia. 

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Seymour Hersh pubblicò sulla prima pagina del New York Times del 22 dicembre 1974, un articolo che spiegava come, «i gioielli di famiglia», fecero venire a galla un vastissimo reparto occulto, sottostante le operazioni estere, dedito allo spionaggio interno della popolazione americana. Un organo di controllo parallelo all’FBI e impegnato a spiare senza limiti morali, civici ma soprattutto economici su persone o gruppi di cittadini americani.    Venne istituita la Commissione Church nel 1975 per il congresso, assieme alle parallele Commissione Pike per la Camera e Commissione Rockfeller per la presidenza, con lo scopo di indagare su eventuali abusi della CIA. Oltre ai già citati Family Jewels, vennero esposte il progetto di propaganda Mockingbird, l’operazione di utilizzo di narcotici su esseri umani MKULTRA, il progetto Shamrock, uno dei primi esempi di Intelligence dei segnali (SIGINT).   Carl Bernstein assieme a Bob Woodward, entrambi giornalisti del Washington Post, si guadagnarono il premio Pulitzer per aver esposto lo scandalo Watergate. Mentre Woodward andò incontro a diverse controversie (e sospetti sul suo passato nell’Intelligence della Marina USA), Bernstein invece si discostò dal solco intrapreso dopo la vittoria dell’ambito premio. Bernstein, infatti, lasciò il Post e pubblicò un urticante articolo su Rolling Stones del 22 ottobre 1977 che trattava proprio i rapporti tra il giornalismo e la CIA.    L’articolo faceva nomi e cognomi di più di 400 professionisti: editori, case editrici, editorialisti, corrispondenti di reti televisive, alcune delle firme più celebri del giornalismo americano. La tesi era che la stampa stessa, l’istituzione a cui Bernstein aveva dedicato la vita, quella che aveva appena passato due anni a congratularsi con se stessa per aver detto la verità al potere, era stata, per decenni, a letto con la CIA. L’articolo uscì, causò una breve esplosione di indignazione e venne poi ampiamente dimenticato.    Marco Dolcetta Capuzzo  

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