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Geopolitica

Il Messico rifiuta l’offerta di Trump di inviare truppe USA al confine contro i narcocartelli

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La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha respinto l’offerta del presidente statunitense Donald Trump di inviare truppe per combattere i cartelli della droga. Ha insistito sul fatto che, sebbene il Messico sia aperto alla cooperazione, non accetterà mai la «subordinazione» a Washington.

 

I commenti della Sheinbaum sono arrivati ​​dopo che un articolo del Wall Street Journal di sabato affermava che Trump l’aveva pressata affinché consentisse le operazioni militari statunitensi in Messico.

 

L’articolo si concentrava su una telefonata di metà aprile in cui Trump avrebbe insistito affinché le truppe fossero schierate per combattere i cartelli del contrabbando di fentanyl. Secondo alcune fonti, Sheinbaum avrebbe respinto l’idea, scatenando un acceso dibattito.

 

Intervenendo all’inaugurazione di un’università sabato, Sheinbaum ha confermato quanto riferito e ha delineato la sua posizione.

 

«È vero… ha detto: “propongo che l’esercito americano intervenga per dare una mano”. E sa cosa gli ho risposto? No, Presidente Trump, il nostro territorio è inalienabile, la nostra sovranità è inalienabile, la nostra sovranità non è in vendita!», ha detto, aggiungendo che se Trump vuole dare il suo contributo, dovrebbe concentrarsi sull’interruzione del flusso di armi dagli Stati Uniti al Messico.

 

 

In una dichiarazione rilasciata sabato dalla Casa Bianca si afferma che Sheinbaum e Trump hanno lavorato a stretto contatto «per realizzare il confine sud-occidentale più sicuro della storia», ma non si è parlato della presunta offerta di truppe.

 

«Il presidente è stato chiarissimo sul fatto che il Messico deve fare di più per combattere queste bande e questi cartelli, e gli Stati Uniti sono pronti a fornire assistenza e ad ampliare la già stretta cooperazione tra i nostri due Paesi», si legge nella dichiarazione.

 

Trump accusa da tempo il Messico di non essere riuscito a impedire ai cartelli della droga di contrabbandare fentanyl negli Stati Uniti. Durante la campagna presidenziale dello scorso anno, si è impegnato a reprimere l’immigrazione clandestina e il traffico di droga. In seguito ha affermato che il Messico è «essenzialmente gestito dai cartelli» e ha suggerito che gli Stati Uniti dovrebbero «muovere guerra» contro di loro.

 

Come riportato da Renovatio 21, mesi fa si era diffusa la voce secondo cui Trump voleva «scatenare» le forze speciali americane contro i narcocartelli messicani, responsabili in parte della continua strage degli oppioidi che uccide più di 100 mila cittadini statunitensi all’anno. Trump aveva quindi mantenuto la promessa di designare i cartelli come entità terroriste.

 

Per esercitare pressione sul Paese, Trump ha imposto dazi del 25% su tutte le importazioni messicane. Successivamente, i dazi sono stati sospesi per i beni coperti dall’accordo tra Stati Uniti, Messico e Canada, tra cui cibo, dispositivi medici, abbigliamento, prodotti chimici e macchinari. Rimane in vigore un dazio separato del 25% sulle importazioni di automobili messicane. Oltre ai dazi, gli Stati Uniti hanno sanzionato i membri e gli affiliati del cartello.

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A febbraio, la Sheinbaum aveva accettato di schierare 10.000 soldati per contrastare il contrabbando di fentanyl e contribuire a contenere gli attraversamenti illegali delle frontiere. Nello stesso mese, il Messico ha estradato negli Stati Uniti 29 sospettati di appartenere al cartello.

 

La presidente, nominata incontinuità con il predecessore Lopez-Obrador, è una scienziata del clima ebrea, in passato accusata di aver demolito una chiesa. Particolare attenzione ha destato la cerimonia pagana per l’entrata in carica a Città del Messico.

 

Come riportato da Renovatio 21, il caos messicano è tale che il sindaco della città di Tijuana, proprio sotto il confine americano, l’anno passato ha dovuto rifugiarsi in una base militare. Pochi giorni fa un allarme sulla sicurezza del Paese era stato lanciato anche dal vescovo di San Cristobal de Las Casas, monsignor Rodrigo Aguilar.

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Geopolitica

Nonostante le pressioni USA, la Siria per ora è «non disposta né preparata» ad attaccare il Libano e Hezbollah

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Il presidente siriano ed ex capo di Al-Qaeda, Ahmad al-Sharaa, previamente conosciuto come il terrorista jihadista al-Jolani, non è «disposto né pronto» a lanciare un’offensiva militare contro il Libano, nonostante le crescenti pressioni statunitensi. Lo riporta l’emittente israeliana KAN.   KAN ha citato una fonte siriana ben informata secondo la quale il Jolani è «preoccupato» che un attacco di Damasco contro Hezbollah venga percepito in tutta la regione come un’azione che «serve» gli interessi di Israele.   Ciò potrebbe avere un impatto negativo sulla «legittimità» di Damasco. Per ora, il presidente siriano autoproclamato esclude un attacco contro il Libano e le sue forze di resistenza, a meno che Israele non decida di ritirare le sue truppe dalla Siria, afferma il rapporto.   Israele ha respinto il ritiro sia dalla Siria che dal Libano. Il canale  KAN ha anche affermato che la Turchia, da tempo sostenitrice di Sharaa fin dai tempi di Abu Muhammad al-Julani, fondatore e leader del Fronte al-Nusra di Al-Qaeda, ha esortato Damasco a non intraprendere tale incursione.   Secondo alcune fonti, Ankara teme che un attacco siriano al Libano possa «incoraggiare» lo Stato Ebraico e «rafforzare» la sua posizione. «Trump ha proposto un quadro in cui l’esercito siriano svolgerebbe un ruolo centrale in un futuro tentativo di disarmare Hezbollah», ha riportato i24 mercoledì.

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Secondo quanto riferito, le autorità libanesi si sono mostrate perplesse riguardo all’idea durante i recenti colloqui diretti con funzionari israeliani, mediati dagli Stati Uniti e svoltisi nonostante le restrizioni legali imposte dal Libano.   Secondo alcune fonti, le autorità israeliane sarebbero preoccupate per l’efficacia di un attacco siriano contro Hezbollah. «Alcuni degli accordi attualmente in discussione potrebbero, in definitiva, rafforzare Hezbollah politicamente e militarmente anziché diminuirne l’influenza», ha riportato i24.   All’inizio di questa settimana, il Jolani  ha affermato che le voci su un’incursione siriana in Libano erano solo «indiscrezioni». «L’obiettivo della Siria è porre fine alla guerra in Libano, non espanderla o esserne coinvolti», ha sottolineato.   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente esortato la Siria ad attaccare Hezbollah, scrive The Cradle. I gruppi di resistenza iracheni alleati di Hezbollah hanno avvertito il governo siriano e le sue forze che interverranno se Damasco lancerà un attacco contro il Libano.   In seguito alla caduta dell’ex presidente Bashar al-Assad nel dicembre 2024, la Siria ha subito un significativo cambiamento geopolitico, poiché il governo di Sharaa si è allineato con Washington e ha avviato colloqui con Israele. Gli Stati Uniti hanno in gran parte revocato le sanzioni contro la Siria e definito Damasco un «partner» nella lotta globale contro l’ISIS, ignorando il passato del Jolani come leader di Al-Qaeda e, in precedenza, come vice del fondatore dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi.   Hezbollah ha combattuto in Siria per anni al fianco del precedente governo, contribuendo a riconquistare aree controllate da gruppi estremisti come il Fronte al-Nusra di Al-Qaeda, Ahrar al-Sham e altri considerati dall’Occidente come «l’opposizione siriana».   Il Fronte al-Nusra, guidato da Sharaa, è stato ribattezzato Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e ha finito per rovesciare il governo di Assad nel 2024. HTS e altre fazioni estremiste legate all’ISIS attualmente dominano quello che è diventato il nuovo ministero della Difesa e l’esercito siriano.

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Geopolitica

AfD chiede che l’Ucraina paghi riparazioni di guerra

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Gli europei, e in particolare i tedeschi, hanno sostenuto costi enormi per sostenere lo sforzo bellico ucraino senza ottenere, fino a oggi, benefici tangibili in cambio. Lo sostie Alice Weidel, leader di Alternativa per la Germania (AfD).

 

La co-leader dell’AfD Alice Weidel ha risposto con durezza alla proposta del cancelliere Friedrich Merz di concedere all’Ucraina lo status di membro associato dell’Ue. «Dobbiamo sapere come si è arrivati a questo atto di terrorismo di Stato contro la nostra infrastruttura più importante, i gasdotti Nord Stream, e quale ruolo abbia avuto l’Ucraina», ha dichiarato la Weidel. «Il flusso dei pagamenti dovrebbe in realtà muoversi nella direzione opposta».

 

La leader AfD ha quindi chiesto che Kiev paghi un risarcimento alla Germania per i danni subiti dalla perdita dei combustibili fossili russi a basso costo, che ha colpito non solo Berlino ma l’intera economia europea. «L’Ucraina deve risarcire la Repubblica Federale», ha affermato, «perché abbiamo subito danni enormi – e così anche l’Europa nel suo complesso».

 

La Weidel ha sollevato una questione che trova eco in ampi settori dell’opinione pubblica tedesca: il bilancio economico del conflitto per il Vecchio Continente. Secondo stime accreditate, l’Ue ha stanziato centinaia di miliardi di euro in aiuti militari, finanziari e umanitari a Kiev e per l’accoglienza dei rifugiati. Se si aggiungono i maggiori costi energetici – inclusi quelli per il gas russo ancora acquistato tramite rotte alternative – il totale si avvicina o supera, secondo alcune analisi, i mille miliardi di dollari.

 

In cambio, l’Europa ha ottenuto finora limitati contratti di ricostruzione e forniture di armamenti, mentre i benefici strategici o economici restano per ora incerti.

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La richiesta di riparazioni avanzata dalla Weidel ha anche un risvolto politico. Berlino aveva chiesto l’anno scorso l’estradizione dalla Polonia di un sospettato ucraino per il sabotaggio del Nord Stream, richiesta respinta dal giudice. L’episodio ha alimentato sospetti sulla possibile responsabilità di Kiev, anche se diverse inchieste giornalistiche e ricostruzioni indipendenti hanno in seguito ridimensionato o smentito tale ipotesi. Il noto giornalista investigativo premio Pulitzer Seymour Hersh, citando fonti anonime, aveva invece attribuito l’operazione agli Stati Uniti.

 

La Weidel ha usato la vicenda per mettere sotto accusa l’intera linea europea di sostegno all’Ucraina. Una politica che, secondo la co-leader dell’AfD, è guidata da motivazioni ideologiche più che da un calcolo razionale di costi-benefici, con i cittadini europei chiamati a pagare il conto.

 

In Germania questa narrazione sta trovando terreno fertile. L’AfD è oggi il partito più popolare del Paese e continua a guadagnare consensi, presentandosi come una delle poche forze politiche – insieme all’Alleanza Sahra Wagenknecht – che denuncia apertamente i costi del conflitto ancora in corso. L’economia tedesca ha visto azzerarsi la crescita e molti analisti parlano di recessione tecnica già in atto o imminente, con possibili ripercussioni sull’intera Ue.

 

La Weidella sa bene che un risarcimento da parte di Kiev è altamente improbabile. La sua retorica mira però a un obiettivo più ampio: far emergere tra i tedeschi la percezione che il loro Paese abbia sostenuto sacrifici sproporzionati senza ottenere vantaggi concreti. Quanto più questa consapevolezza si diffonderà, tanto più crescerà il sostegno a chi promette un cambio radicale di rotta sulla politica ucraina.

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Immagine di Olaf Kosinsky via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0-de

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Geopolitica

Due morti in una sparatoria nel quartiere ebraico di Montreal

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Lunedì, due persone sono rimaste uccise in una sparatoria avvenuta in un quartiere ebraico di Montreal, in Canada, secondo quanto riportato dalla polizia.   La polizia di Montreal ha comunicato che il sospetto è stato neutralizzato. Un agente di polizia e un civile hanno perso la vita nel quartiere di Côte-des-Neiges, mentre un altro agente e un secondo civile sono rimasti feriti.   Il Centro per gli affari israeliani ed ebraici (CIJA) ha identificato la vittima civile come Michael (Michel) Moshe Mizrahi, definendolo «un membro stimato della comunità ebraica di Montreal».   L’agente di polizia ucciso è stato identificato come l’agente Mohamed Lamine Benredouane, in servizio presso le forze dell’ordine dal 2021.   I video ripresi sul luogo mostrano la presenza delle forze di polizia nei pressi del centro commerciale Supermarche PA su Westbury Avenue. L’area circostante è stata transennata e ai residenti è stato consigliato di restare in casa ed evitare di affacciarsi alle finestre. I filmati sembrano mostrare agenti impegnati in uno scambio di colpi d’arma da fuoco a distanza ravvicinata con il presunto aggressore.  

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Secondo il Times of Israel, la sparatoria si è verificata in una zona ricca di ristoranti kosher, scuole ebraiche e centri comunitari.   Radio-Canada ha riferito che il sospettato aveva pubblicato un manifesto rivolto alle donne e che invocava una rivoluzione basata su idee «maschiliste». L’emittente ha collegato il documento alla sottocultura incel (celibi involontari).   Il primo ministro canadese Mark Carney si è detto «inorridito» nell’apprendere che un agente di polizia e un civile erano stati uccisi.   «Il mio pensiero va alle vittime, ai loro cari, ai soccorritori e all’intera comunità di Côte-des-Neiges. La mia gratitudine va ai nostri coraggiosi agenti di polizia, la cui eroica dedizione protegge le nostre comunità», ha scritto su X.   Situato vicino al centro città, il quartiere di Côte-des-Neiges ospita diverse scuole e istituti superiori pubblici, tra cui il campus principale dell’Università di Montréal, nonché alcuni ospedali e importanti edifici religiosi, come l’Oratorio di San Giuseppe del Mont Royal, una grande basilica con cupola, ampiamente considerata l’attrazione turistica più popolare della zona.

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