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Economia

La situazione di economia ed energia in Italia. Uno sguardo ai primi mesi 2024

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Sono passati i primi 6 mesi del 2024. Renovatio 21 è tornata a sentire Mario Pagliaro, il ricercatore del CNR e accademico di Europa, che a più riprese abbiamo intervistato sui temi dell’energia e dell’industria. Pagliaro aveva prima anticipato la forte crescita dei prezzi dell’energia nell’estate nel 2021. Da tempo il professore prevede il ritorno dello Stato nell’economia e la necessità di ricostituire l’IRI, l’istituto per la Ricostruzione Industriale che fra il 1933 e il 1993 fece grande l’Italia tramite il principio di un’economia pianificata, cui il mondo pare volente o nolente dover ritornare.

 

La prima domanda non può non riguardare i consumi energetici in Italia. Come sono andati, nei primi 6 mesi dell’anno?

Molto male. Il consumo di gas naturale nel primo semestre, pari a poco meno di 31 miliardi di metri cubi è diminuito del 4,5% sul primo semestre 2023. E questo dopo che nel 2023 il consumo di gas in Italia, pari a 61,5 miliardi di metri cubi, era stato il più basso da oltre 25 anni, con un calo del 10,1% sul 2022. Praticamente invariati i consumi petroliferi ai minimi storici – pari a 28,2 milioni di tonnellate nel primo semestre dell’anno. In leggera crescita, poco più dell’1%, i consumi elettrici che da circa 150 miliardi di kWh (chilowattora) nel primo semestre del 2023 passano a 151,6 miliardi nei primi 6 mesi del 2024, trainati dal forte calo dei prezzi elettrici.

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E per quale ragione i consumi energetici italiani sono così bassi?

Perché la produzione industriale è crollata, e non fa che diminuire mese dopo mese rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Considerando l’ultimo dato mensile reso disponibile dall’ISTAT, relativo a maggio, il calo tendenziale della produzione industriale nei primi 5 mesi dell’anno è del 3,4%, rispetto ad un dato già molto basso relativo ai primi 5 mesi del 2023. Dei 16 settori di attività economica considerati dall’ISTAT, solo due mostrano un trend positivo: alimenti e tabacco (+1,2%) e raffinazione del petrolio (+3,3%). Pesantissimi i cali di tessile, abbigliamento, e pelli (-9,3%) e produzione di autoveicoli (-6,7%).

 

E perché le aziende italiane producono così poco?

Perché la domanda interna è bassa, a causa dei bassi salari e dell’invecchiamento della popolazione. E quella estera è crollata, a causa della crisi delle relazioni internazionali deflagrata con la guerra nella ex Unione Sovietica prima, e in Medio Oriente poi. Nel 2023 le esportazioni italiane sono scese in volume del 5%: il fatto che in termini finanziari siano rimaste stabili a quota 626 miliardi di euro rispetto al 2022 è stato dovuto al forte aumento dei prezzi dei beni esportati, pari al 5,3%.

 

La crisi del Mar Rosso che costringe le navi portacontainer provenienti dal Sudest asiatico a circiumnavigare l’Africa ed evitare il passaggio del Canale di Suez ormai da mesi, non fa che aumentare i costi di produzione, e dunque i prezzi delle merci. Un ulteriore forte calo dei volumi di merci italiane esportati nel 2024 pertanto è inevitabile.

 

La guerra nell’ex Unione Sovietica non accenna a concludersi, e la situazione in Medio Oriente si aggrava di giorno in giorno. Cosa dobbiamo attenderci per l’approvvigionamento energetico dell’Italia nell’autunno ormai alle porte?

Non possiamo saperlo. Se la guerra in Medio Oriente dovesse estendersi alle infrastrutture energetiche, ci sarebbero conseguenze molto serie. Il petrolio da raffinare in Italia arriva quasi tutto da Medio Oriente, Azerbaijan e Libia. Se dovessero esserci problemi con i flussi dal Medio Oriente, si andrebbe incontro a una forte carenza di combustibile.

 

Quanto al gas, nel 2023 il calo dei consumi energetici è stato tale che l’Italia ha diminuito le importazioni di gas naturale da tutti i Paesi che la riforniscono. In ordine, questi Paesi sono tre: l’Algeria, che nel 2023 ci ha inviato 23 miliardi di metri cubi (-2,2% su 2022), l’Azerbaigian, che ce ne ha venduti 10 miliardi (-3,2% su 2022) e l’Olanda che ce ne venduti 6,6 miliardi (-13,5% su 2022). La Russia, con 2,8 miliardi di metri cubi (in calo dell’80% sul 2022) e la Libia, con 2,5 miliardi (-3,7% su 2022) sono ormai fornitori marginali. La crescita ha riguardato il solo gas naturale liquefatto, che nel 2023 è cresciuto di poco meno del 17% arrivando a 16,6 miliardi di metri cubi.

 

Lei ha previsto il ritorno dello Stato nell’economia. Ci sono stati progressi, in questo senso, nel primo semestre del 2024?

Certo. Le autostrade sono tornate interamente in mano allo Stato. Ad aprile è stata costituita Autostrade dello Stato. Mai più le autostrade o le strade saranno date in concessione ai privati. La produzione di acciaio è tornata nelle mani dello Stato, che a Taranto ne garantisce la continuità operativa seppure ancora con un solo altoforno in funzione.

 

Lo Stato è il principale azionista della compagnia di bandiera, Ita, nonostante la recente cessione del 41% delle quote alla compagnia di bandiera tedesca. Lo Stato, tramite la Cassa Depositi e Prestiti, possiede il 16,5% della maggiore impresa italiana di costruzioni.

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Inoltre, lo Stato è socio di fatto di praticamente tutte le imprese italiane cui paga ogni mese parte degli stipendi sotto forma di «Cassa integrazione guadagni». Per avere un’idea di che numeri parliamo, solo a maggio lo Stato pagherà ai lavoratori delle imprese italiane che ne hanno fatto richiesta a INPS ben 47,2 milioni di ore di lavoro: in crescita di quasi 10 milioni di ore rispetto ad aprile (38,1 milioni di ore). Moltiplichi l’importo orario di un lavoratore italiano per 47,2 milioni e avrà idea di che numeri parliamo.

 

È chiaro che è una situazione non sostenibile. Il sistema privato, da solo, non ce la fa più. Ed è altrettanto chiaro che occorre ricostituire immediatamente l’IRI per ricostruire l’industria italiana.

 

Guardando alla questione da un punto di vista complementare. Cosa accadrà dell’economia italiana se lo Stato non tornerà ad esservi protagonista non ricostituendo l’IRI?

Semplicemente, non sarebbe possibile sostenere oltre il costo sociale della Cassa integrazione e degli innumerevoli «bonus» con cui in questi ultimi 5 anni sono stati evitati i licenziamenti di massa.

 

Ai licenziamenti di massa si accompagnerebbe il fallimento generalizzato delle imprese perché la domanda interna crollerebbe immediatamente. Questo si rifletterebbe immediatamente sulle banche, determinando una situazione simile a quella dei primi anni Trenta quando, appunto, il governo costituì l’IRI per salvare le poche imprese italiane dell’epoca e le banche che le avevano finanziate, creando le banche di interesse nazionale, cioè le banche di Stato.

 

Il debito pubblico è ormai a un passo da quota 3mila miliardi. L’Unione Europea avrebbe imposto agli Stati membri il ritorno all’austerità attraverso il ritorno in vigore del cosiddetto «Patto di stabilità e crescita». Ma non c’è alcun modo, concretamente, che questo possa accadare senza che in Italia la situazione sociale precipiti con il fallimento generalizzato non solo delle imprese, ma anche degli Enti locali che già oggi nel Meridione versano quasi tutti in condizioni di dissesto o «predissesto» finanziario.

 

In breve, il Paese è di fronte a scelte di importanza epocale che richiederanno il ritorno alle politiche industriali pubbliche con IRI, ENI e le banche di interesse nazionale che resero l’Italia una grande potenza industriale.

 

La forza dei fatti concreti, per sua incontrovertibile natura, si imporrà sui pregiudizi ideologici del liberismo economico: una dottrina sociale ed economica che il mondo aveva saggiamente abbandonato subito il 1945. E che adesso sarà superata ovunque in via definitiva. A partire, dai prossimi mesi, proprio dall’Italia.

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Economia

Merz ammette: la crisi energetica tedesca è causata dalla «mancanza di gas russo»

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Il cancelliere Friedrich Merz ha ammesso che la prolungata crisi energetica tedesca è stata provocata dall’interruzione delle forniture di gas russo.   L’industria tedesca è stata colpita in modo particolarmente duro dall’impennata dei costi energetici, che ora sono i terzi più alti al mondo dopo quelli della Gran Bretagna e del Giappone. Un tempo potenza industriale europea, la Germania ha abbandonato le importazioni di gas russo a basso costo nel 2022, abbandonando gradualmente l’energia nucleare a favore delle energie rinnovabili, il che ha fatto lievitare i costi di produzione e accelerato il declino delle industrie ad alta intensità energetica.   Mosca ha ripetutamente affermato, anche per bocca dello stesso presidente Vladimiro Putin, di essere pronta a riprendere le forniture di gas attraverso il tratto rimanente del gasdotto Nord Stream, ma l’offerta non ha ricevuto alcuna risposta da Berlino. Putin un mese fa al forum sampietroburghese SPIEF ha insistito sul fatto che il gas russo potrebbe tornare a fluire in Germania «domani».   In un’intervista rilasciata domenica al canale televisivo ZDF, Merz ha risposto a domande sulle promesse elettorali non mantenute e sulla scarsa fiducia dell’opinione pubblica nel suo governo. Il cancelliere ha sostenuto che la Germania si trova ora ad affrontare circostanze «completamente diverse», citando il conflitto in Ucraina, la «sfida» rappresentata dalla Cina e la «crisi energetica in corso dovuta alla mancanza di gas russo».   La Germania si trova ad affrontare una rinnovata pressione dovuta all’impennata dei costi del carburante, in seguito alla ripresa dei bombardamenti statunitensi contro l’Iran. Domenica, il prezzo del diesel è aumentato di 6,7 centesimi di euro in poche ore, raggiungendo i 2,30 euro al litro, con un incremento di 3,35 euro per un pieno di 50 litri, come riportato dal quotidiano Bild. «Fare benzina è di nuovo uno shock», ha scritto il giornale.   Prima dell’embargo energetico autoimposto dalla Germania nei confronti della Russia, quest’ultima forniva il 55% delle importazioni di gas naturale del Paese. Attualmente la Germania si rifornisce di gas da Norvegia (44%), Paesi Bassi (24%) e Belgio (21%), mentre il gas naturale liquefatto (GNL) statunitense rappresenta la maggior parte della quota rimanente.   Nonostante le crescenti pressioni, l’UE ha escluso un ritorno al gas russo. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato a marzo che il blocco manterrà la sua politica di eliminazione graduale anche in caso di carenze fisiche o di minaccia di interruzioni di corrente.   Bruxelles si è impegnata a porre fine a tutte le importazioni di gas russo entro il 2027. Il GNL russo fornito tramite contratti a lungo termine, che attualmente rappresenta circa il 14% delle importazioni del blocco, sarà vietato a partire dal 1° gennaio, mentre le importazioni di gas tramite gasdotto cesseranno il 30 settembre. Gli Stati membri saranno inoltre tenuti a verificare l’origine del gas prima di autorizzare le consegne, e gli acquisti nell’ambito di nuovi contratti a breve termine per il GNL sono già vietati.   In precedenza, Merz aveva dichiarato a Der Spiegel che l’era di prosperità della Germania era finita e che il mantenimento dell’attuale tenore di vita del Paese avrebbe richiesto cambiamenti dolorosi. Sosteneva che i tedeschi non avessero ancora compreso la portata dei cambiamenti globali che stavano rimodellando il Paese.   L’economia tedesca si è contratta sia nel 2023 che nel 2024, registrando il primo calo annuale consecutivo in oltre vent’anni, e si prevede una crescita di appena lo 0,5% quest’anno. Secondo i dati ufficiali, inoltre, i fallimenti aziendali sono aumentati di oltre il 22% in entrambi gli anni.   Il settore manifatturiero è stato colpito in modo particolarmente duro, soprattutto quello automobilistico. BASF, Bosch, Volkswagen e oltre una dozzina di altri produttori tedeschi hanno chiuso stabilimenti dal 2022. A giugno, la Volkswagen, la più grande casa automobilistica del Paese, ha annunciato la chiusura di quattro impianti e il taglio di fino a 100.000 posti di lavoro.   Come riportato da Renovatio 21, Volkswagen, dichiarata vicina al collasso della liquidità, ora inizierà a produrre armi, come da comando di rimilitarizzazione di Berlino e Brusselle, come storicamente accaduto durante il III Reich nazionalsocialista. Accordi per la fornitura di armamenti tedeschi sono stati trattati con lo Stato d’Israele.  

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Economia

L’Iran avverte: «petrolio per tutti o per nessuno»

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Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (i pasdaran) ha avvertito che le esportazioni regionali di petrolio e gas potrebbero essere completamente bloccate in risposta ai tentativi degli Stati Uniti di controllare lo Stretto di Ormuzzo.

 

In una dichiarazione rilasciata martedì, i pasdaran hanno accusato Washington di comportarsi come «pirati» limitando i flussi energetici nella regione e hanno avvertito che, in risposta, potrebbero essere bloccate altre rotte di esportazione che servono gli Stati Uniti e i loro alleati.

 

«Le esportazioni regionali di petrolio e gas sono per tutti o per nessuno», si legge nella dichiarazione.

 

L’avvertimento è giunto mentre le Guardie Rivoluzionarie rivendicavano un nuovo attacco contro infrastrutture militari statunitensi in Bahrein, che ospita la Quinta Flotta della Marina degli Stati Uniti e funge da uno dei principali hub navali di Washington nel Golfo Persico.

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Secondo i pasdarani, la quinta ondata dell’Operazione Nasr-2 ha preso di mira un centro di gestione della NSA, un centro di comando e controllo, grandi magazzini contenenti componenti e attrezzature militari e serbatoi di carburante appartenenti alla Quinta Flotta statunitense.

 

Secondo il comunicato, le strutture sarebbero state «distrutte e devastate» durante l’attacco avvenuto nelle prime ore del mattino. L’esercito statunitense non ha commentato l’affermazione.

 

L’ultimo avvertimento fa seguito alla decisione di Teheran di dichiarare chiuso lo Stretto ormusino fino a quando gli Stati Uniti non porranno fine al loro intervento militare «illegale» nella regione.

 

Washington ha dichiarato che i rinnovati attacchi contro l’Iran mirano a proteggere il traffico commerciale e la libertà di navigazione attraverso lo stretto. Il presidente statunitense Donald Trump ha affermato che l’America ora «controlla» la via navigabile e ne sarà la «guardiana».

 

Il presidente degli Stati Uniti ha anche minacciato di intensificare gli attacchi contro l’Iran, compresi quelli contro centrali elettriche e ponti, a meno che Teheran non torni ai negoziati. In un’intervista a Fox News di martedì, Trump si è rifiutato di escludere un’offensiva di terra, affermando che «altre persone» potrebbero condurla, e ha fatto nuovamente riferimento all’isola di Kharg, il principale polo di esportazione petrolifera iraniano.

 

L’isola di Kharg gestisce la maggior parte delle esportazioni di petrolio greggio dell’Iran ed è stata ripetutamente citata da Trump come possibile obiettivo. All’inizio di quest’anno, aveva affermato che gli Stati Uniti avrebbero potuto impadronirsi dell’isola «per impossessarsi del petrolio».

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Economia

Boom di fallimenti in Germania

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Secondo l’Istituto di ricerca economica di Halle (IWH), la Germania ha registrato il numero più alto di fallimenti aziendali degli ultimi vent’anni, con quasi 5.000 imprese che hanno presentato istanza di insolvenza nel secondo trimestre del 2026.   Secondo un rapporto pubblicato giovedì dall’istituto, nel periodo aprile-giugno sono state presentate 4.996 istanze di fallimento, con un aumento del 9% rispetto al trimestre precedente e il dato più alto per un secondo trimestre dal 2005.   L’aumento ha interessato quasi tutti i principali settori, tra cui l’edilizia, il settore immobiliare, il commercio, l’ospitalità e i servizi, con ripercussioni su circa 45.500 posti di lavoro.   Nel solo mese di giugno, 1.702 aziende hanno presentato istanza di fallimento, il 20% in più rispetto all’anno precedente e l’80% in più rispetto alla media mensile pre-pandemia.   Steffen Muller, responsabile della ricerca sulle insolvenze presso IWH, ha affermato che i fallimenti aziendali rimangono a un «livello eccezionalmente elevato».

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«La situazione rimane difficile: i fallimenti stanno colpendo l’economia in modo generalizzato. Molti settori e regioni ne risentono contemporaneamente», ha affermato, aggiungendo che l’istituto prevede che i fallimenti rimarranno al di sopra dei livelli dello scorso anno nel terzo trimestre.   La Germania, la maggiore economia dell’UE, ha dovuto affrontare una crescente pressione dovuta agli elevati costi energetici da quando ha gradualmente eliminato le importazioni di petrolio e gas dalla Russia in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. La situazione è stata ulteriormente aggravata dal recente aumento dei prezzi del petrolio greggio, innescato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha aumentato la pressione su questa potenza industriale.   L’economia tedesca si è contratta nel 2023 e nel 2024, registrando il primo calo annuale consecutivo in oltre due decenni, e si prevede che crescerà solo dello 0,5% quest’anno. I dati ufficiali mostrano che i fallimenti aziendali sono aumentati notevolmente negli ultimi anni, con un incremento di oltre il 22% sia nel 2023 che nel 2024.   La pressione è stata particolarmente forte nel settore manifatturiero, soprattutto in quello automobilistico. Giovedì i lavoratori della Volkswagen hanno organizzato proteste mentre l’azienda portava avanti un piano di ristrutturazione che, secondo alcune fonti, potrebbe eliminare fino a 100.000 posti di lavoro e chiudere stabilimenti in tutta la Germania.

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Immagine di Dietmar Rabich «Altoforno n. 2, Landschaftspark Duisburg-Nord a Duisburg, Renania Settentrionale-Vestfalia, Germania» via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 4.0
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