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Epstein, Maxwell, Blinken e i servizi segreti israeliani: le connessioni ignorate dagli ultimi file

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I cosiddetti Epstein Files sono stati resi pubblici mercoledì, con una prima serie di documenti seguita ieri, giovedì 4 gennaio.

 

Come nota il denso articolo di Frank Wright apparso su LifeSiteNews, nei documenti sono menzionati politici e personaggi pubblici, tra cui l’ex presidente Bill Clinton e celebrità di Hollywood come Leonardo DiCaprio, insieme ad Alan Dershowitz, il principe del foro che era, oltre che ex avvocato di O.J. Simpson e del conte Von Bulow, anche di Epstein. Dershowitz ora sostiene con forza la propria innocenza, dicendo che le accuse costituiscono un attacco antisemita e paragonando le vittime del finanziere pedofilo ad Hamas.

 

È stato a lungo ipotizzato che la lista dei clienti di Epstein fosse un mezzo per esercitare controllo su figure potenti attraverso il possesso di kompromat, ossia materiale compromettente. Alcuni osservatori, con sempre maggior insistenza, hanno suggerito collegamenti con i servizi segreti israeliani, il Mossad.

 

Nonostante le tensioni globali legate al supporto degli Stati Uniti a Israele, al momento non è stato menzionato alcun collegamento tra l’attuale governo americano e la presunta rete di ricatto di Epstein supportata da Israele – con un’eccezione, e pure di altissimo rango: il Segretario di Stato americano Antony Blinken.

 

Le indagini sulle attività sessuali di Epstein sono iniziate nel 2005 con l’accusa riguardante una 14enne molestata nella sua villa di Palm Beach, in Florida; per i quattordici anni successivi ha affrontato accuse di sesso con minorenni, ricevendo tuttavia un trattamento straordinariamente indulgente. Parimenti, va ricordata l’indulgenza di tutti i celebri e potenti – come il principe Andrea d’Inghilterra e, soprattutto, Bill Gates – che lo frequentarono dopo l’infamante condanna.

 

Nel 2008, gli era stata comminata una pena detentiva di 18 mesi, con permesso di lasciare la prigione durante il giorno. Le accuse federali contro l’uomo invece furono ritirate in base ad un accordo segreto.

 

Nel 2019, dopo anni di appelli alla giustizia, Epstein è stato portato in giudizio da donne come Virginia Giuffre per traffico sessuale minorile, coinvolgendo presumibilmente politici di alto livello, miliardari e celebrità.

 

Epstein sarebbe stato trovato morto nella sua cella il 10 agosto 2019, ma alcuni sostengono che il suicidio potrebbe non essere mai avvenuto, e che Epstein potrebbe essere stato ucciso o, addirittura, aver continuato a eludere la giustizia.

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La madame di Epstein, Ghislaine Maxwell, è stata incarcerata nel 2021 per il reclutamento di ragazze minorenni a favore del miliardario. Il 30 dicembre 2021, è stata condannata per «traffico sessuale, cospirazione e trasporto di minore per attività sessuale illegale».

 

Ghislaine Maxwell rappresenterebbe un legame tra gli USA e il servizio segreto israeliano, noto come Mossad. Suo padre, Robert Maxwell, annegò nel 1991 in seguito alle accuse di essere un agente del Mossad. Robert Maxwell possedeva un gruppo di giornali britannici e morì precipitando nell’oceano dal suo yacht, chiamato «Lady Ghislaine», al largo delle Isole Canarie il 5 novembre 1991.

 

Il collegamento con il Mossad è stato suggerito dal giornalista investigativo premio Pulitzer Seymour Hersh nel suo libro The Samson Option, che documenta i legami di Maxwell con l’intelligence israeliana. Maxwell citò in giudizio Hersh, e nel 1994, il Mirror Group pagò «danni sostanziali» a Hersh e si scusò per attacchi stampa che mettevano in dubbio il suo lavoro, il quale sosteneva legami tra Maxwell e il Mossad.

 

Maxwell ricevette un funerale da eroe da parte dello stato israeliano, con sepoltura sul Monte degli Ulivi alla presenza di vari capi dell’Intelligence. Alcuni sostengono che questo onore eccezionale sia stato concesso in cambio dell’aiuto di Maxwell nella cattura di Mordecai Vanunu, il quale aveva rivelato al mondo il programma segreto di armamento nucleare dello Stato Ebraico.

 

Ari Ben-Menashe, ex agente del Mossad, era la fonte delle accuse di Hersh. Menashe affermò che Maxwell ed Epstein lavoravano per l’Intelligence militare israeliana, producendo materiale per ricattare politici e celebrità. Nel libro del 2020, Epstein – Dead Men Tell No Tales, Menashe sostiene che Robert Maxwell presentò Epstein all’Intelligence militare israeliana, avviando così la collaborazione che coinvolse anche Ghislaine Maxwell nella produzione di materiale compromettente. Menashe, che è cittadino israeliano e canadese, dice che Maxwell ed Epstein non lavoravano direttamente per il Mossad, ma per l’Intelligence Militare israeliana

 

Secondo quanto riportato da Elizabeth Vos su Consortium News nel 2020, la documentazione e la copertura giornalistica su Epstein sembrano evitare deliberatamente di affrontare il coinvolgimento dei servizi segreti legato a Epstein. Un articolo del Daily Beast ha rivelato che Epstein aveva l’immunità federale a causa del suo presunto legame con l’Intelligence, come dichiarato dall’ex procuratore degli Stati Uniti per il distretto meridionale della Florida, Alex Acosta, che interrogato in seguito sulla questione disse: «Mi è stato detto che Epstein apparteneva all’Intelligence». Epstein quindi fu lasciato stare.

 

La giornalista indipendente Whitney Webb nei due volumi di One Nation Under Blackmail: The Sordid Union Between Intelligence and Organized Crime That Gave Rise to Jeffrey Epstein («Una nazione sotto ricatto: la sordida unione tra intelligence e criminalità organizzata che ha dato origine a Jeffrey Epstein
») ha esplorato i legami estesi di Epstein con l’Intelligence e con una rete criminale filo-israeliana negli Stati Uniti nota come Mega Group. La Webb suggerisce che la copertura mediatica su Epstein mirava a occultare questi collegamenti e a presentare Epstein come un mero gestore di tali operazioni, mentre le attività stesse starebbero ancora continuando.

 

All’uscita della serie di documentari Netflix sul caso Epstein – dove era dato ampio spazio alle vittime, ma nessuno ai risvolti che riguardano l’Intelligence – la Webb aveva dichiarato: «Penso che uno degli obiettivi di questo documentario [di Netflix] sia sostanzialmente quello di implicare che Epstein fosse il capo dell’operazione e che ora che è morto, tutta quell’attività sia cessata», ha detto. «Se si fossero presi la briga di esplorare il punto di vista dell’intelligence… diventerebbe chiaro che Epstein era in realtà solo più un manager di questo tipo di operazioni, [e] che queste attività continuano». Da notare come la serie Netflix coinvolgesse direttamente uno giallista bestsellerista come Robert Patterson.

 

Il coinvolgimento di Epstein e i suoi legami con l’Intelligence, secondo l’ex Mossad Menashe, avrebbero implicazioni sulla reputazione di Israele a livello globale. «È una storia molto brutta e capisco perché gli israeliani ne sono così preoccupati. Stanno iniziando a diventare un anatema per il mondo, e questo si aggiunge alla storia di Epstein».

 

Tuttavia, oltre a Israele, la storia di Epstein coinvolge anche il segretario di Stato americano Antony Blinken, il cui patrigno, Samuel Pisar, era, coincidenza, l’avvocato di Robert Maxwell: il padre di Ghislaine Maxwell. Blinken, in un discorso in Israele del 12 ottobre (a cinque giorni, cioè, dal massacro di Hamas), ha evidenziato il suo legame personale con l’ebraismo e la storia familiare legata all’Olocausto, invocando la figura del suo patrigno.

 

«Sono qui davanti a voi non solo come Segretario di Stato degli Stati Uniti, ma anche come ebreo» ha detto il vertice della diplomazia della superpotenza americana, con a fianco il premier Bibi Netanyahu. «Mio nonno, Maurice Blinken, è fuggito dai pogrom in Russia. Il mio patrigno, Samuel Pisar, è sopravvissuto ai campi di concentramento: Auschwitz, Dachau, Majdanek».

 

Blinken dimentica di citare mai il fatto che suo nonno Maurice fondò un gruppo di pressione sionista nell’America degli anni ’30. Ciò, secondo alcuni, spiegherebbe parte del suo sostegno incondizionato agli interessi israeliani.

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Il giornalista di The Greyzone Max Blumenthal in un video ha sollevato dubbi sull’idoneità di Blinken a svolgere un ruolo diplomatico, sottolineando la sua presunta parzialità nei confronti di Israele e le influenze ereditate dalla sua famiglia. Blumenthal suggerisce che Blinken potrebbe non essere adatto a mediare conflitti come quello in corso tra Israele e Palestina, o nei negoziati con la Russia, poiché sembra prendere posizioni personali anziché adottare un approccio bilanciato e razionale.

 

«Non è chiaro cosa Blinken stia mettendo al primo posto, ma suo nonno in realtà ha avviato un think tank negli anni ’30 per fare pressione a favore del movimento sionista in Palestina» ragiona Blumenthal. C’è da ricordare inoltre che Blinken omette il dettaglio che a salvare il patrigno sono stati… i soldati russi. Ciò mette in ulteriore cortocircuito l’atteggiamento di Blinken totalmente schiacciato sul sostegno militare dell’Ucraina, che ora i soldati russi li combatte.

 

Blinken «ha anche detto “ho una famiglia ucraina, ecco perché sostengo l’Ucraina”» afferma il giornalista di Greyzone. «Questo è l’opposto della diplomazia. È così pericoloso in questo momento. Abbiamo tutti gli ingredienti per la Terza Guerra Mondiale perché non pensiamo razionalmente, non guardiamo alla storia e ci rifiutiamo di considerare i bisogni di entrambe le parti».

 

Tornando al caso Epstein, Blumenthal afferma che Pisar potrebbe essere stata l’ultima persona a parlare con Robert Maxwell prima che venisse inghiottito dall’Oceano.

 

Il libro di Julie K. Brown del 2021, intitolato Perversion of Justice: The Jeffrey Epstein Story («Perversione della Giustizia: la storia di Jeffrey Epstein»), sembra corroborare i dubbi riguardanti la morte di Epstein. la Brown sostiene che esistano prove significative che indicano la possibilità che Epstein non si sia suicidato e che potrebbe, addirittura, essere ancora in vita.

 

In un articolo del Times of Israel del 2021, la Brown, la quale aveva iniziato a trattare il caso Epstein nel 2018, avrebbe dichiarato che né l’FBI né il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti l’hanno convinta della tesi del suicidio di Jeffrey Epstein.

 

La Brown evidenzia aspetti poco plausibili della presunta morte di Epstein, come il malfunzionamento improvviso delle telecamere di sicurezza e il presunto fatto che entrambe le guardie di Epstein si siano addormentate contemporaneamente. Secondo la scrittrice, tutto ciò sfida il buon senso e solleva interrogativi sul motivo per cui le autorità americane non rendono pubbliche le informazioni che possiedono sulla morte di Epstein.

 

La giornalista sottolinea anche il ruolo chiave dei Maxwell nel presentare Epstein a personalità di alto livello come Bill Clinton e il principe Andrea d’Inghilterra, nonché all’Intelligence israeliana. Questo coinvolgimento lo ha inserito in un affare di famiglia legato al patrigno di Antony Blinken.

 

Brown, che ha dedicato un anno alla ricerca sui crimini di Jeffrey Epstein, giunge a una conclusione che suscita riflessioni sull’omissione dell’intelligence e sui legami criminali di Epstein. Afferma che Epstein non agiva da solo e che c’era un’ampia rete criminale internazionale coinvolta nel traffico sessuale, simile a un’organizzazione criminale organizzata.

 

Questa rete sembra essere sopravvissuta alla morte sospetta di due dei suoi principali attori, indicando che il processo contro Ghislaine Maxwell non dovrebbe essere l’unica chiusura dell’inchiesta.

 

«Si trattava di un’organizzazione internazionale di traffico sessuale simile a una famiglia criminale organizzata, quindi non dovrebbe finire solo con il processo contro la Maxwell» scrive la Brown.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Maxwell in carcere ha adottato la «fede ebraica del defunto padre», ricevendo di conseguenza, con l’aiuto di un’organizzazione del movimento ebraico Chabad-Lubavitch, il beneficio di differenze nei pasti e nell’estensione del tempo libero.

 

Nel frattempo, il mondo è concentrato su personaggi oramai già «bruciati», come Bill Clinton – ora forse considerato sacrificabile anche per gli scontri fra fazioni interne al Partito Democratico USA allo sbando (c’è da capire cosa fare con la demenza senile di Biden) – con pure diverse rivelazioni che possono avere ramificazioni inquietanti.

 

È emerso che un altro dei nomi usciti dai nuovi file resi pubblici è quello di Bill Richardson, politico democratico già governatore del Nuovo Messico (lo Stato dove Epstein aveva un ranch che doveva servire da base per mettere al mondo dei figli surrogati dalle sue ninfette con il seme suo e dei geniali professori che aveva irretito – in pratica un programma eugenetico-apocalittico degno davvero di un cattivo di James Bond) è stato implicato nel caso Lewinsky.

 

L’enigmatico quadro trovato nella magione nuovaiorchese di Epstein, che raffigura Bill Clinton che indossa un vestito da donna, possibilmente quello macchiato al centro del caso Lewinsky, assume un significato nuovo.

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I fratelli Dulles nel governo Eisenhower

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Wright Mills (1916-19162), sociologo del primissimo dopoguerra, pilastro del pensiero della nuova sinistra americana che porterà alle ribellioni degli anni Sessanta, fu uno dei primi che riconobbe l’invocazione alla sicurezza nazionale la scusa perfetta delle elites per travestire qualsiasi operazione. I fratelli John Foster Dulles (1888-1959) e Allen Dulles (1893-1969) si rivelarono i maestri indiscussi nello sfruttare l’opportunità della guerra fredda e l’ammucchiata con il governo Eisenhower contribuì a raggiungere l’apice.    Dwight D. «Ike» Eisenhower (1890-1969), dopo la grande carriera nel mondo militare, dove divenne generale e contribuì a guidare l’esercito americano alla vittoria della seconda guerra mondiale, divenne talmente popolare da essere spendibile come presidente degli Stati Uniti. Dopo essere stato corteggiato invano da Harry Truman (1884-1972) per candidarsi con i liberali, si fece caricare in rampa di lancio dall’accoppiata repubblicana fratelli Dulles e il governatore di New York, Thomas E. Dewey (1902-1971) per le elezioni del 1952.    Eisenhower amava la compagnia di persone ricche e potenti. Riempì il suo governo di persone legate alla cerchia che dominava la New York dell’epoca Dulles-Dewey-Rockefeller-Luce. Herbert Brownell (1904-1996), avvocato rampante di Wall Street, venne nominato procuratore generale per la sua campagna. Charles Wilson (1890-1961), CEO della General Motors venne scelto per guidare il dipartimento della difesa. Il presidente della Chase Manhattan ed ex diplomatico John McCloy (1895-1989) divenne consigliere per la sicurezza nazionale.    I due fratelli Dulles però ottenero i due ruoli più importanti riguardo la politica estera statunitense che da quel momento divenne un affare personale di famiglia. Se il maggiore John Foster ottenne la segreteria di stato il fratello minore Allen invece la direzione dei servizi segreti alla CIA. 

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La politica estera del governo Eisenhower diede uno scossone alla linea intrapresa dal suo predecessore Harry Truman passando dal concetto del containment a quello del rollback. La politica estera si può rifare per intero al documento pubblicato da Life di Henry Luce il 19 maggio del 1952 dal nome di A policy of Boldness, «Una politica di audacia». In questo articolo verranno descritti tutti i punti fondamentali che staranno alla base della politica estera statunitense per oltre un decennio a venire.    La più importante, tale che divenne anche il termine con cui si identificava l’intera politica estera, fu quella del rollback. Sosteneva che, anziché contenere l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti avrebbero dovuto contrastare le conquiste comuniste nell’Europa orientale e altrove. Le altre due idee erano la rappresaglia massiccia e la politica del rischio calcolato.    La rappresaglia massiccia sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto, per usare le parole di Dulles, sviluppare la capacità «di reagire immediatamente a un’aggressione aperta da parte degli eserciti rossi, in modo che, se ciò si verificasse ovunque, potremmo e dovremmo colpire dove fa più male, con i mezzi che sceglieremmo».   La politica del rischio calcolato si riferiva al rifiuto di cedere in una situazione di crisi, anche a costo di rischiare la guerra. Come scrisse Dulles, «la capacità di arrivare sull’orlo del baratro senza entrare in guerra è l’arte necessaria. Se non la si padroneggia, si finisce inevitabilmente in guerra. Se si cerca di fuggire, se si ha paura di arrivare sull’orlo del baratro, si è perduti».   «Il comunismo sovietico», aveva scritto il segretario di Stato, «parte da una premessa atea, senza Dio. Tutto il resto deriva da questa premessa. Se non c’è Dio, non c’è legge morale o naturale… Poiché non c’è legge morale, non esiste il concetto di diritto o giustizia astratta. Le leggi sono i mezzi, i decreti, con cui la dittatura del proletariato impone la sua volontà per reprimere la resistenza dei suoi nemici di classe… C’è il dovere di estendere questo sistema a tutto il mondo».   «L’arena è immensa», scriveva Foster nel suo libro Guerra o Pace. «Comprende il mondo intero e tutte le forze politiche, militari, economiche e spirituali al suo interno». I luoghi in cui gli Stati Uniti intervennero negli anni sotto la sua segreteria furono diversi: Corea, Indocina, Stretto di Formosa, Iran, Guatemala, Giordania, Libano, Quemoy (un piccolo arcipelago di isole amministrato da Taiwan), Berlino.   La sua prima decisione fu quella di affrontare la minaccia della Cina comunista considerando tutto il confine cinese dalla Corea alla Malaya come un tutt’uno. Si schierò dalla parte di Chiang Kai-shek e ordinò alla settima flotta della marina statunitense di posizionarsi a difesa dello stretto di Formosa e dei nazionalisti cinesi.   Successivamente convinse Nehru a spingere Mao alla firma del trattato di Panmunjeom nel 1953 così da raggiungere l’armistizio e la fine della guerra di Corea. Diversamente decise di non intervenire nelle rivolte di Berlino est e nella rivoluzione ungherese quando i freedom fighters magiari chiesero ma non ottennero aiuti dall’Ovest. 

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L’aggiunta del fratello minore Allen, alla direzione dei servizi segreti americani, completò il puzzle. La CIA divenne un vasto reame personale, di sicuro la più importante e la meno controllata agenzia di tutto il governo Eisenhower.    Come gli States costruivano la loro presenza nel mondo del dopoguerra con centinaia di basi militari in decine di diverse nazioni, le grandi corporations americane investivano in petrolio, miniere, agricoltura in ogni continente. Eisenhower considerava la CIA come l’agenzia col maggior rapporto costo beneficio per gestire gli interessi americani oltre mare.   Secondo il giornalista David Halberstam (1934-2007), non si trattava più di una democrazia ma di uno Stato chiuso all’interno di uno Stato aperto.   Marco Dolcetta Capuzzo

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La CIA interviene a Cuba

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Gli Stati Uniti hanno incrementato la presenza dei loro servizi segreti a Cuba negli ultimi mesi, nel tentativo di spingere il regime comunista del paese a riformarsi o a cadere. Lo riporta Politico, che cita due persone a conoscenza dei piani dell’amministrazione Trump per l’isola comunista caraibica.

 

Tali mosse di Intelligence potrebbero preannunciare azioni che vanno da un’operazione militare statunitense a Cuba a un intensificarsi degli sforzi per aizzare funzionari cubani o semplici cittadini contro il regime.

 

Uno degli intervistati ha affermato che gli Stati Uniti hanno recentemente inviato spie e informatori a Cuba. La persona si è rifiutata di specificare la portata dell’intensificazione delle attività di raccolta di informazioni o quali agenzie statunitensi siano coinvolte, per non rischiare di fornire dettagli che potrebbero compromettere le operazioni. Gli Stati Uniti contano 18 uffici e agenzie che compongono la comunità di Intelligence.

 

La seconda persona ha descritto la mossa come un recente aumento della «presenza» della CIA, ma si è rifiutata di specificare le tempistiche o chi fosse coinvolto.
Ad entrambe le persone è stato garantito l’anonimato poiché l’argomento riguarda informazioni sensibili.

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Le spie della CIA sono generalmente o cittadini di altri paesi che rubano segreti per conto degli Stati Uniti, noti come «agenti», oppure professionisti dell’intelligence statunitense stipendiati che reclutano stranieri per farlo, noti come «ufficiali». La CIA, che ha un’ala paramilitare, utilizza anche vari mezzi tecnologici e di altro tipo per svolgere le sue attività.

 

Da decenni gli Stati Uniti svolgono attività di Intelligence a Cuba, così come in tutto il mondo. Tuttavia, negli ultimi anni il lavoro della CIA e delle agenzie collegate a Cuba è stato ostacolato, in parte a causa della riduzione del personale dovuta ai cosiddetti incidenti della sindrome dell’Avana.

 

La prima persona ha descritto l’aumento della presenza dei servizi segreti come un passo tattico fondamentale che potrebbe spianare la strada a un’incursione militare statunitense. Tuttavia, ha sottolineato che i contorni di una simile operazione sono tutt’altro che chiari. Cuba si trova a sole 90 miglia dalle coste degli Stati Uniti.
Le operazioni militari statunitensi sono spesso precedute da un’intensificazione dell’attività di intelligence americana.

 

Secondo quanto riferito, gli sforzi della CIA per rintracciare il leader venezuelano Nicolas Maduro hanno giocato un ruolo cruciale nel successo dell’operazione statunitense che ha portato alla sua cattura, lo scorso gennaio.

 

L’amministrazione «intende utilizzare tutti gli strumenti convenzionali, comprese le risorse della comunità dell’intelligence», per spingere i leader cubani al cambiamento, ha affermato la seconda fonte. Ha aggiunto che il presidente Donald Trump continua a «preferire la diplomazia» per raggiungere tale obiettivo.
Di recente, l’amministrazione Trump si è concentrata in modo particolare sulla guerra con l’Iran, che si protrae ormai da sei mesi. Ciononostante, ha contemporaneamente intensificato la pressione su Cuba, imponendo un blocco energetico che ha lasciato l’isola in gran parte al buio.

 

La prima persona ha detto: «Non è necessario risolvere la questione iraniana prima di andare lì». Ha poi aggiunto che Cuba è una «priorità assoluta per Rubio», riferendosi al Segretario di Stato Marco Rubio.

 

Come riportato da Renovatio 21, a maggio, l’amministrazione Trump ha inviato a Cuba il direttore della CIA John Ratcliffe per avvertire il regime della necessità di riforme fondamentali. Pochi giorni dopo, il dipartimento di Giustizia ha formalizzato le accuse contro l’ex presidente cubano Raul Castro in relazione alla morte, avvenuta nel 1996, di quattro persone che cercavano di soccorrere degli esuli cubani in mare.

 

Il Raul, fratello del dittatore cubano Fidel Castro, era ministro della Difesa al momento dell’incidente, che coinvolse aerei da combattimento cubani.
L’amministrazione Trump ha inoltre citato un’incriminazione del 2020 contro Maduro per giustificare la sua cattura avvenuta a gennaio. Il regime venezuelano è ora di fatto sotto il controllo degli Stati Uniti dalla sua cattura.

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Rubio, di origini cubane, ha seguito da vicino gli sforzi americani sia a Cuba che in Venezuela, facendo intendere di aver perso la pazienza con il regime cubano, che si è dimostrato in gran parte restio alle richieste statunitensi di importanti cambiamenti economici e di altro tipo.

 

L’amministrazione Trump ha inoltre intensificato la comunicazione pubblica volta a minare il regime dell’Avana. Il dipartimento di Stato ha recentemente pubblicato un lungo documento intitolato «Cuba: la capitale del comunismo del XXI secolo», che accusa il regime cubano di decenni di malversazioni. Le accuse si inseriscono in una più ampia offensiva, guidata da Trump, contro i cosiddetti comunisti e socialisti, coinvolgendo anche alcuni politici statunitensi oppositori del presidente.

Il mese scorso l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Voler Turk ha dichiarato che il blocco USA contro l’isola uccide i bambini.

 

I militari cubani temono l’invasione USA, mentre questi ultimi temono un attacco contro la base di Guantanamo. Tuttavia, un mese fa, i capi militari dei due Paesi si sono incontrati proprio a Guantanamo.

 

Come riportato da Renovatio 21, a cercare colloquio con Washington vi sarebbe anche il giovane nipote del presidente cubano Castro, Raul Guillermo Rodriguez Castro.

 

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Dov’è la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei? Con chi sta prendendo accordi Trump?

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Il 1° agosto il presidente Trump ha annunciato che «i parametri di un accordo sono stati definiti» con l’Iran.   Tuttavia, si chiede EIRN, vale la pena di  chiedersi con chi sia stato stipulato l’accordo. La Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, non si vede né si sente da circa cinque mesi.   Un articolo del 27 luglio del Times di Londra, dedicato al fallimento della CIA e del Mossad nel localizzarlo, afferma che «sembra non aver preso in mano un telefono né aperto un computer portatile per circa 150 giorni», che si trova «in un bunker profondo» e che non esce alla luce del giorno per timore dei satelliti americani.

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Rami Igra, ex capo divisione del Mossad, ha dichiarato al Times che la leadership iraniana ora fa circolare i messaggi attraverso «diversi livelli di corrieri» che «non sono consapevoli di ciò che stanno facendo, se non quello di trasmettere messaggi da una persona all’altra», e che «l’unico modo reale per arrivare a Mojtaba è reclutare un agente che sia in contatto con lui» – cosa difficile, ha aggiunto, perché forse solo due o tre ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie sanno come contattarlo.   Il Times non specifica quali siano le intenzioni dei due servizi segreti qualora riuscissero a localizzare Khamenei.   Ciò va messo accanto all’annuncio di Trump. È possibile che la suprema autorità di un Paese che comunica tramite corrieri da un bunker, il cui ministro della Difesa ad interim è apparso in televisione iraniana lo stesso fine settimana promettendo una risposta decisa a qualsiasi attacco, abbia davvero chiesto a Trump una pausa e accettato le linee guida di un accordo per l’apertura dello Stretto di Ormuzzo? Nessun funzionario iraniano lo ha confermato.   Oppure,  esiste un canale di comunicazione che né la CIA né il Mossad sono riusciti a trovare? Oppure l’«accordo» annunciato da Trump (è stato raggiunto da qualcuno diverso dal leader della Repubblica Islamica?

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