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I taxi marsigliesi minacciano di bloccare la città durante la visita di Bergoglio

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I taxi marsigliesi hanno minacciato di bloccare l’accesso alla città per protestare contro un progetto governativo, trasmesso dalla prefettura, di stabilire una tariffa forfettaria per determinati viaggi. Un progetto fortemente contestato dalla professione, sia nella sostanza che nella forma.

 

L’intersindacato si mobilita contro il progetto di introdurre una tariffa forfettaria su alcuni viaggi da e per l’aeroporto di Marsiglia. Il progetto, annunciato durante un incontro in prefettura il 24 agosto, ha dato fuoco alle polveri.

 

Quel giorno, «la prefettura ha convocato alcuni sindacati in una riunione per informarli della volontà del Ministero dell’Economia di passare al prezzo fisso a Marsiglia», spiega Richard Tagarian, vicepresidente dell’intersindacato dei taxi delle Bouches-du-Rhône, «ma hanno inviato la convocazione con indirizzi e-mail errati per tenere l’incontro soltanto con uno dei quattro sindacati rappresentativi». Questo per quanto riguarda la forma.

 

Inoltre, ricorda Tagarian, le tariffe dei taxi sono già regolamentate, fissate ogni anno dal ministero per un periodo dal 1° gennaio al 31 dicembre. «Al momento non aumentiamo i nostri prezzi del 30% durante eventi come ad esempio gli albergatori», afferma.

 

Per il sindacalista la tariffa forfettaria, che lo Stato si impegna a consentire ad aeroporti e uffici turistici di comunicare sui prezzi delle corse, non tiene conto delle variazioni del traffico o delle tariffe notturne.

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Nell’ambito di questo conflitto, i taxi della città focea hanno avvertito che potrebbero bloccare l’accesso alla città durante la visita del Papa a Marsiglia, il 22 e 23 settembre, nell’ambito degli Incontri del Mediterraneo. Domenica 23 settembre Papa Francesco celebrerà una messa al Vélodrome, che sarà trasmessa in televisione.

 

Attese 300.000 persone alla messa

Il municipio ha provato a disinnescare il conflitto organizzando un incontro con i vari sindacati, finora senza successo. «Stiamo aspettando un messaggio dalla prefettura, ma oggi vediamo che l’unico modo per esistere è bloccare», ha commentato Richard Tagarian. Secondo il sito web della città di Marsiglia, la città conta 1.560 tassisti.

 

Per la messa del Papa sono attese in città 300mila persone. La visita di Papa Francesco sarà la prima di un pontefice a Marsiglia dopo quella di Clemente VII, venuto nell’ottobre del 1533 per celebrare il matrimonio di sua nipote Caterina de’ Medici con Enrico, figlio del re Francesco I di Francia, divenuto qualche anno più tardi re Enrico II.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

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 Immagine di Patrick Nouhailler’s via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

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«Effetto Tucho-Streisand»: la prima domenica dopo la scomunica le messe FSSPX hanno affluenza regolare o persino aumentata

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La prima domenica dopo le scomuniche emesse dal Dicastero per la Dottrina della Fede del cardinale Victor Emanel «Tucho» Fernandez le chiese e le cappelle della Fraternità San Pio X (FSSPX) non sembrano avere avuto una flessione nella partecipazione dei fedeli, anzi.   La notizia sta circolando sui social e sui siti cattolici come LifeSite. In breve, il decreto di scomunica vaticano non sembra aver agito in nessun modo come deterrente rispetto alla partecipazione alle Sante Messe della FSSPX. Anzi: qualcuno considera il cosiddetto «Effetto-Streisand», un meccanismo mediatico generato  per il quale il tentativo di censurare, nascondere o rimuovere un’informazione ottiene il risultato opposto, finendo per renderla virale e amplificarne la diffusione.   L’effetto, che descrive l’eterogenesi dei fini quando si ha a che fare con la censura su internet,  prende il nome dalla celebre cantante ed attrice ebrea statunitense Barbra Streisand che nel 2003  intentò una causa legale da 50 milioni di dollari per una foto aera  della sua casa che era finita in rete assieme ad altre 12.000 case della costa. L’azione legale  della Streisanda fece passare le visualizzazioni da un totale 6 a milioni e milioni, trasformando il semplice scatto in una delle immagini più scaricate in rete all’epoca.   Potremmo quindi essere dinanzi ad una situazione simile, un effetto Tucho-Streisand? È presto per dirlo, tuttavia i segni vi sono.   Renovatio 21 può testimoniare il fenomeno nella cappella dove la FSSPX dice la Santa Messa in rito antico a Costozza, in provincia di Vicenza. La foto sopra è presa da lì proprio la scorsa domenica, e tra la folla dei fedeli è stato notato anche qualche volto nuovo.   Immagini che mostrano la grande affluenza di fedeli, con tanto di file fuori dai portoni, nonostante la scomunica del cardinale Tucho Fernandez arrivano da tutto il mondo, dagli USA alla Spagna, dal Brasile e oltre e oltre.      

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La scomunica inferta dall’ex Santo Uffizio non riguarda solo i vescovi, sia consacranti che consacrati, scomunicati latae sententiae per assenza di mandato papale: come noto, piuttosto incredibilmente Fernandez aveva esteso la scomunica anche ai preti della FSSPX e persino ai fedeli laici, con tanto di grottesco modulo compilabile (in latino…) nel caso si voglia la «riconciliazione» (parola interessante, e giusta), ossia il ritorno alle diocesi e alle parrocchie della Chiesa conciliare  – secondo quanto scritto nei decreti, diviene chiaro che la credenza nel Concilio Vaticano II diventa un discrimine dogmatico per l’appartenenza alla neochiesa.   Alcuni ricordano che anche prima delle scomuniche per le ordinazioni del 1988, Roma aveva, a mo’ di spaventapasseri, messo in giro voci sulla scomunica di preti e fedeli laici FSSPX, ma poi non vi fu seguito documentale, lasciando l’idea nel vago.   I tempi sono cambiati: questa volta la hybris della banda Tucho, nell’oscena slatentizzazione della tirannia modernista e nell’inanità del papa lampedusano, non ha perso tempo e ha scomunicato almeno 600 mila persone, forse molte di più.   La validità della scomunica di preti e fedeli, oltre che quella dei vescovi, sta venendo messa in dubbio ora da diversi canonisti, che ne ravvisano vizi di forma e di sostanza. Un vero «pasticcio canonico» ha detto il canonista statunitense padre Gerald Murray.   Chi volesse partecipare ad una Santa Messa officiata dalla FSSPX vicono a casa può scriverci. Daremo, come abbiamo sempre fatto, indicazioni.  

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«Questo è un pasticcio canonico»: sacerdote spiega perché la scomunica a preti e fedeli laici FSSPX è invalida

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Il canonista padre Gerald Murray ha spiegato venerdì perché un recente documento del Vaticano, che mira ad estendere le scomuniche episcopali contro la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) anche a sacerdoti e laici, rappresenti un grave errore canonico. Lo riporta LifeSite.

«Questa è una vera e propria confusione canonica», ha dichiarato Murray al conduttore del canale televisivo cattolico EWTN Raymond Arroyo,. «Una nota esplicativa può chiarire il contenuto di un decreto, ma non può aggiungervi nulla. Il decreto, quindi, non affermava che i sacerdoti fossero scomunicati. Pertanto, la nota esplicativa non può farlo, avendo quindi effetto legale».

 

«Si è trattato di un errore canonico da parte degli autori di questo documento. È molto deplorevole. Lo stesso vale per i laici», ha affermato don Murray.

 

Murray ha ripetutamente sottolineato che il decreto vaticano del 2 luglio era formulato in modo molto preciso. Solo i sei vescovi che avevano partecipato alle consacrazioni illecite hanno subito una scomunica latae sententiae dichiarata pubblicamente.

 

«L’atto scismatico dei vescovi è stato quello di ordinare o farsi ordinare vescovi», ha spiegato. «Questo è abbastanza chiaro. È un fatto pubblico. È verificabile. La Santa Sede non ha dichiarato nel decreto che alcuno dei sacerdoti abbia commesso un atto scismatico».

 

Il sacerdote statunitense ha chiarito la distinzione giuridica: i sacerdoti «non sono stati dichiarati scomunicati nel decreto. Pertanto, non sono considerati scomunicati dal Vaticano (…) Ora, potrebbero essere scismatici e incorrere in una scomunica automatica per il fatto di essere scismatici, ma finché ciò non viene dichiarato, non ha effetto pubblico», ha spiegato il presbitero di Nuova York. «E, naturalmente, sappiamo che la Fraternità ha sempre sostenuto di non essere scismatica. Quindi, si potrebbe dire che i sacerdoti potrebbero agire in buona fede nel fare tale affermazione».

 

Murray ha osservato che la scomunica automatica per scisma esiste nel diritto canonico, ma richiede una dichiarazione formale per avere effetto pubblico. «C’è una scomunica automatica per chi è scismatico, ma finché non viene dichiarata, non ha effetto pubblico».

 

Rivolgendosi ai laici della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Murray ha sottolineato che qualsiasi sanzione deve basarsi su un atto concreto piuttosto che su presunte disposizioni interiori. «Nel decreto c’è un avvertimento. Lo chiamiamo avvertimento canonico a non aderire allo scisma. È solo un avvertimento.»

 

«Ora, la domanda successiva è: cosa si dovrebbe fare nello specifico per non aderire a uno scisma? Questo livello di specificità non è dato. Deve essere un’azione. Non può essere un atteggiamento mentale, perché non si giudica la mente delle persone se non è espressa a parole», ha ammonito il prete neoeboraceno, affrontando poi l’affermazione contenuta nella nota esplicativa secondo cui le confessioni e i matrimoni amministrati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X sarebbero invalidi. Tali affermazioni, ha spiegato, non possono prevalere sulle precedenti concessioni papali di facoltà.

 

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«I sacerdoti della San Pio X, durante il pontificato di Francesco, avevano la facoltà di ascoltare le confessioni impartite da Papa Francesco, e ciò è stato formalizzato in un decreto o in un documento papale. Un atto della Congregazione per la Dottrina della Fede in una nota esplicativa non può annullare ciò che ha fatto papa Francesco», ha affermato. «Quindi gli autori hanno perso l’occasione».

 

Don Murray si è mostrato altrettanto critico nei confronti dei due documenti di riconciliazione pubblicati insieme al decreto. Le linee guida per i sacerdoti prevedono di trovare un ordinario disposto ad accettarli, di scrivere al papa, di firmare una professione di fede che includa l’accettazione della legittimità del Novus Ordo e di completare un periodo di prova.

 

Per i laici, i documenti presuppongono che i frequentatori abituali delle cappelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X o i membri delle organizzazioni associate non partecipino alla comunione completa e debbano firmare dichiarazioni simili per ottenere la riconciliazione.

 

«Il documento sui laici, in sostanza, presuppone che i laici che frequentano regolarmente la Messa presso la Fraternità San Pio X o che appartengono a una delle sue organizzazioni siano fuori dalla piena comunione con la Chiesa e abbiano bisogno di essere riconciliati e riportati in piena comunione con essa», ha osservato don Murray. «Ma un momento. Non sono stati scomunicati. Pertanto, non sono soggetti a una pena canonica che incida sulla loro piena comunione».

 

«E l’idea che si perda la piena comunione perché si è d’accordo con alcune delle cose che dice la Congregazione, non è accettabile», conclude padre Murray

 

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Né scismatici né disobbedienti

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Di fronte alla profusione di dichiarazioni, articoli e interviste in cui la Fraternità San Pio X viene ritenuta responsabile di una frattura all’interno della Chiesa, di una gravissima disobbedienza nei confronti del Santo Padre, di un vero e proprio scisma, riteniamo opportuno scrivere qualche riga per cercare di fare chiarezza. Il nostro metodo sarà sempre lo stesso: non le impressioni, non i «sentito dire», non le elucubrazioni dell’opinionista di turno, ma la teologia cattolica, attinta alle sue fonti: il Magistero perenne della Chiesa e l’insegnamento dei grandi teologi e canonisti.

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1. La Fraternità San Pio X non è scismatica

Il cardinale Tommaso de Vio (detto il Gaetano, 1469-1534), uno dei più insigni teologi di tutti i tempi, dice esplicitamente: «Disobbedire, anche ostinatamente, al Sommo Pontefice non costituisce uno scisma. Ciò che costituisce uno scisma, è non voler sottomettersi a lui come capo di tutta la Chiesa» (Commento alla Somma Teologica di S. Tommaso, II-II, q. 39, a. 1, n. III).
 
Che differenza c’è fra una disobbedienza semplice, che non comporta scisma, e una disobbedienza con ribellione, che implica mancanza di sottomissione e comporta scisma? Il card. Gaetano lo spiega chiaramente. Io posso disobbedire a un ordine del papa per tre motivi: 1) perché non mi piace o trovo ingiusto ciò che mi comanda; 2) perché penso che ce l’abbia ingiustamente con me; 3) perché non lo riconosco come mio superiore. Nei primi due casi non c’è scisma, nel terzo sì (ibid., n. VII).
 
La differenza è palese. Se non riconosco il papa come mio superiore, non sarò pronto ad ubbidirgli in nessun caso, a prescindere da che cosa mi ordini. Se invece riconosco il papa come mio superiore, posso certo disobbedirgli in questa o quella cosa, ma resto comunque pronto ad obbedirgli, e quindi non sono scismatico. Altrimenti chiunque disobbedisse a un precetto del papa, per esempio rifiutando di digiunare nei giorni previsti o di andare a Messa la domenica, sarebbe scismatico.   Il che è assurdo. «Succede spesso, infatti, che uno non voglia eseguire gli ordini del proprio superiore, pur continuando a riconoscerlo come superiore» (ibid.). Questa dottrina del card. Gaetano è seguita da tutti i canonisti e teologi posteriori, senza eccezione.
 
Ora, se si tiene conto dell’atteggiamento della Fraternità e delle dichiarazioni dei suoi superiori, risulta evidente che essa disobbedisce al papa non perché non lo riconosca come proprio superiore, non perché non voglia sottomettersi a lui, ma perché il papa comanda delle cose che la Fraternità non può accettare. Ci troviamo di fronte al caso n. 1 del card. Gaetano. La Fraternità, infatti, recita il nome del papa nella Messa (attestando così che lo riconosce come proprio superiore) e ubbidisce alla Santa Sede nelle materie per le quali non vi sia né certezza né probabilità di modernismo (ad esempio, per le riduzioni dei sacerdoti allo stato laicale, per la richiesta di dispense e grazie che solo il papa può dare, per l’indizione dei giubilei, ecc.) ed è pronta ad ubbidire al papa in tutto, quando egli dia ordini che non suppongono l’adesione alle dottrine moderniste del Vaticano II e del postconcilio.
 
Quindi la Fraternità non è in nessun modo scismatica. È però disobbediente? Si può infatti non essere scismatici, ma gravemente disobbedienti. A questa domanda risponderemo al punto n. 3.

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2. Le consacrazioni episcopali compiute senza mandato apostolico non sono un atto scismatico e non rendono la Fraternità scismatica

Bisogna, innanzi tutto, ricordare che fino al Basso Medioevo, la consacrazione episcopale non era riservata al papa. Ciò significa che, ordinariamente, il papa non nominava i vescovi e neppure confermava la nomina fatta da altri. La riserva papale della nomina o della conferma dei vescovi risale alla fine del XIII sec. e si afferma soltanto a partire dal secolo successivo.
 
Qualcuno potrebbe obiettare che, nell’antichità, le consacrazioni episcopali avvenivano senza l’intervento del papa, ma non contro la sua volontà. Anche questo non è sempre vero. All’epoca di S. Agostino abbiamo l’esempio di vescovi ordinati come coadiutori di una diocesi che aveva già il proprio vescovo ordinario oppure di vescovi trasferiti da una sede all’altra, contro le prescrizioni dei Concili ecumenici e quindi contro la volontà del papa, che quei Concili aveva approvati. Molti hanno fatto osservare l’irregolarità, ma nessuno ha parlato di scisma. In epoca più recente, nel XII e XIII secolo, abbiamo il caso di vescovi, provenienti soprattutto dagli Ordini mendicanti, che venivano consacrati senza rispettare la regolare procedura canonica, trasgredendo quindi la volontà del papa. Anche in questo caso, la Santa Sede intervenne per mettere ordine, ma nessuno fu trattato da scismatico. Tornerò su questo argomento in un articolo apposito.
 
Da tutto ciò si evince che la riserva al papa della consacrazione episcopale non è di diritto divino, ma di diritto ecclesiastico. Ciò che è diritto divino, è che il vescovo sia in comunione col papa. Ma abbiamo appena visto al n. 1 che i vescovi della Fraternità, non essendo scismatici, sono, a tutti gli effetti, in comunione col papa.
 
Nessun teologo o canonista (almeno fino al Vaticano II) menziona la consacrazione episcopale senza mandato apostolico tra gli esempi di atti scismatici. Nel diritto canonico tradizionale, fino al 1951, la consacrazione episcopale senza mandato era punita semplicemente con una sospensione: essa, quindi, non era considerata uno scisma, che era sanzionato con la scomunica. Anche dopo il 1951, quando la pena fu aggravata da sospensione a scomunica, nessun teologo o canonista sostenne che qualunque consacrazione episcopale senza mandato costituisse uno scisma. L’idea che la consacrazione episcopale senza mandato sia un atto scismatico è stata formulata per la prima volta in occasione delle consacrazioni di mons. Lefebvre nel 1988, e non ha precedenti nella tradizione canonica o teologica.
 
Da ultimo, si potrebbe forse considerare scismatica o almeno tendente allo scisma una consacrazione senza mandato che avesse la pretesa di conferire al nuovo vescovo il potere di giurisdizione episcopale, cioè che volesse conferirgli il potere di essere a capo di una diocesi e di governare sacerdoti e fedeli. Poiché, secondo la dottrina chiaramente insegnata da Pio VI e Pio XII, il vescovo riceve il proprio potere di giurisdizione non attraverso la consacrazione, ma attraverso la missione canonica del papa (il Vaticano II, invece, insegna il contrario…), pretendere di conferire a un vescovo il potere di giurisdizione contro la volontà del papa sarebbe un’usurpazione dei suoi poteri e quindi tenderebbe verso lo scisma.
 
La Fraternità San Pio X, però, non ha mai avuto la pretesa di conferire ai suoi vescovi il potere di giurisdizione. I vescovi della Fraternità non hanno, in quanto vescovi, nessun potere sui fedeli o sui sacerdoti. Hanno solo il potere d’ordine, quello cioè di amministrare i sacramenti (cresima, ordine sacro) e i sacramentali riservati ai vescovi. Ora, questo potere lo ricevono non dal papa, ma direttamente da Dio, mediante la consacrazione. Di conseguenza, non c’è nessuna usurpazione di un potere proprio del papa e nessuna tendenza allo scisma.

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3. La Fraternità San Pio X non è neppure disobbediente

L’obbedienza, nella dottrina cattolica, non è un assoluto. Neppure quella al Sommo Pontefice. Come insegna San Tommaso, «l’abuso d’autorità può avvenire […] perché ciò che viene comandato dal superiore è contrario al fine per il quale l’autorità è stata istituita, come quando egli ordina un atto peccaminoso, contrario alla virtù che l’autorità è destinata a promuovere e custodire; e in tal caso non solo non si è tenuti a obbedire al superiore, ma si è anche tenuti a non obbedirgli, come i santi martiri affrontarono la morte per non obbedire agli ordini empi dei tiranni» (II Sent., d. 44, q. 2, a. 2). La stessa cosa è insegnata da Leone XIII nell’enciclica Diuturnum illud (29 giugno 1881).
 
Anzi, se l’ordine ingiusto del superiore può costituire un pericolo per la fede, anche la disobbedienza dev’essere pubblica. È sempre San Tommaso che lo afferma: «C’è da dire che, quando vi fosse un pericolo imminente per la fede, anche i prelati dovrebbero essere ripresi pubblicamente dai loro sudditi. Per questo S. Paolo, che era sottoposto a S. Pietro, lo rimproverò pubblicamente a motivo dell’imminente pericolo di scandalo riguardo alla fede. E, come dice la Glossa, riferendo le parole di S. Agostino, a commento del II capitolo dell’Epistola ai Galati, “Pietro stesso offrì ai superiori un esempio: che, qualora si fossero allontanati dalla retta via, non disdegnassero di essere corretti anche da coloro che sono loro inferiori”» (Summa theologiae, II-II, q. 33, a. 4, ad 2).
 
Il grande teologo domenicano Juan de Torquemada (1388-1468) sintetizza quanto abbiamo detto finora, dicendo: «Se il Romano Pontefice comanda qualcosa che è di per sé cattivo, cioè contrario alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime, in tali casi la separazione dal Romano Pontefice mediante la disobbedienza non è illecita e, di conseguenza, non deve essere chiamata scisma» (Summa de Ecclesia, l. IV, p. I, c. 1). Non si potrebbe essere più chiari. E, lo ripetiamo, non si tratta della dottrina di un teologo isolato, ma dell’insegnamento unanime di tutti.

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4. La Fraternità ha agito rettamente a causa dello stato di necessità in materia di fede

Ora, si può dire che l’ordine del papa al quale la Fraternità ha rifiutato di obbedire sia «di per sé cattivo» o addirittura «peccaminoso»? Dopo tutto, rinunciare a delle consacrazioni episcopali non è un atto cattivo. Di conseguenza, decidendo di procedere comunque, la Fraternità forse non è caduta nello scisma, ma ha comunque commesso un atto gravissimo di disobbedienza.
 
Rispondiamo che l’atto di rinunciare a delle consacrazioni episcopali, preso in sé e astrattamente, non è cattivo; se invece lo consideriamo nelle sue circostanze attuali e concretamente, allora è cattivo e peccaminoso. Nella situazione presente della Chiesa, se la Fraternità San Pio X non avesse proceduto alle consacrazioni del 1° luglio, si sarebbe trovata di fronte a un dilemma: o scomparire, o accettare, almeno di fatto, la nuova liturgia e le false dottrine del Vaticano II e del postconcilio.
 
Senza le consacrazioni del 1° luglio, la Fraternità, fra qualche anno, sarebbe rimasta priva di vescovi, per morte naturale di coloro che attualmente rivestono questa carica. Senza vescovi, niente ordinazioni sacerdotali e quindi, a lungo andare, niente Messa tradizionale, niente sacramenti tradizionali, niente insegnamento della dottrina cattolica nella sua integralità. L’unica alternativa sarebbe stata quella di chiedere dei vescovi a Roma, oppure di far ordinare i sacerdoti da vescovi diocesani oppure ancora di mandare i fedeli dai sacerdoti delle parrocchie.   In ciascuna di queste alternative, sarebbe stato necessario accettare, almeno di fatto, le false dottrine del Concilio e del postconcilio. Lo vediamo anche ora. Il Dicastero della Dottrina della Fede, in appendice al decreto di scomunica pubblicato il 2 luglio, impone a tutti coloro che vogliono tornare «in comunione con Roma» di firmare un formulario nel quale si dichiara di accettare il Vaticano II nell’interpretazione data dal Magistero attuale e ci si impegna a non criticare mai gli insegnamenti del papa.
 
Di conseguenza, senza le consacrazioni episcopali, la Fraternità sarebbe stata costretta ad accettare dottrine come la libertà religiosa, l’ecumenismo, la collegialità, l’illiceità della pena di morte, la possibilità che due divorziati risposati ricevano la comunione o che una coppia omosessuale venga benedetta; o almeno ad accettarle di non criticarle pubblicamente. Si capisce, dunque, che l’ordine del papa, considerato nelle sue circostanze concrete, comanda un atto che è cattivo in sé e peccaminoso, poiché non è mai lecito accettare o rinunciare a criticare ciò che va contro la fede.
 
A questo riguardo, è bene ricordare che le posizioni dottrinali della Fraternità non sono opinioni. Non sono preferenze, sensibilità, gusti. Sono la dottrina cattolica, insegnata in modo definitivo dal Magistero ecclesiastico di sempre. Basta leggere gli atti di tutti i Papi e di tutti i teologi preconciliari per rendersene conto. Non è possibile rinunciarvi, perché fanno parte del patrimonio della fede. Quando il papa ci chiede il contrario, è chiaro che il suo ordine, come dice Torquemada, è contrario «alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime». E quindi non solo possiamo, ma dobbiamo disobbedirgli.
 
Rispondiamo a un’ultima obiezione: «voi non siete nessuno per dire che alcuni insegnamenti del Concilio e del postconcilio si oppongono alla dottrina tradizionale: questo giudizio spetta solo all’autorità suprema, cioè al papa». Ma, se così fosse, che senso avrebbero le parole di Torquemanda e di tutti gli altri teologi, i quali affermano che qualunque cristiano ha il diritto di disobbedire al papa quando questi comanda qualcosa di oggettivamente cattivo?   Quando Alessandro VI, sotto pena di scomunica, proibì alla sua amante Giulia Farnese di abbandonare la convivenza con lui e di ricongiungersi al legittimo sposo, ella era forse tenuta ad obbedirgli, perché non spettava a lei giudicare la conformità degli atti papali con la legge divina? E ancora: quando i cattolici conservatori si oppongono alla comunione ai divorziati risposati o all’approvazione degli atti omosessuali, usurpano forse un potere che compete solo al papa?
 
In conclusione, la Fraternità non è né scismatica né disobbediente. Le scomuniche lanciate contro di essa non hanno nessun effetto, perché, laddove non c’è delitto, non ci può essere neppure la pena corrispondente. La ferita c’è, ma non siamo noi ad averla causata.   Siamo fiduciosi, anzi, siamo certi – in virtù delle promesse che Gesù ha fatto alla sua Chiesa – che un giorno le autorità della Chiesa torneranno all’autentica dottrina cattolica e riconosceranno la nostra completa innocenza.
 
Don Daniele Di Sorco FSSPX
  Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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