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Epidemie

Emilia-Romagna, plasmaterapia, burocrazia

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L’Emilia-Romagna è stata certamente una delle regioni più coinvolte nella gestione sanitaria dettata dal picco epidemico di Covid-19. 

 

Dopo Codogno (Lombardia) e Vo’ Euganeo (Veneto) si può dire che il disastro più grosso, nonostante il palese tentativo di insabbiarlo, sia avvenuto a Piacenza, coinvolgendo poi pian piano le altre province adiacenti — prima Parma, poi Reggio Emilia, poi ancora Modena fino ad arrivare in Romagna. Alla fine anche il Commissario all’emergenza Coronavirus, Sergio Venturi, ha dovuto ammettere che provincia piacentina ha «affrontato l’ondata di piena senza avere purtroppo ancora tutte le misure di distanziamento e le ulteriori misure di blocchi produttivi che sono stati progressivamente stabiliti». 

 

Del dramma emiliano-romagnolo pare quasi non se ne voglia parlare più di tanto, evitando persino di prendere in considerazione gli sconvolgenti dati a proposito delle RSA

Tuttavia del dramma emiliano-romagnolo pare quasi non se ne voglia parlare più di tanto, evitando persino di prendere in considerazione gli sconvolgenti dati a proposito delle RSA e, quindi, della gestione a livello regionale: il 57,7% dei pazienti deceduti nelle case di cura dell’Emilia-Romagna nei tre mesi di epidemia italiana sono morti a causa del COVID-19. La tanto citata Lombardia è seconda all’Emilia con il 53,4% dei decessi causa Coronavirus tra i pazienti delle residenze per anziani.

 

Prima in classifica fra le province più colpite a livello di decessi nelle RSA causa Sars-Cov-2 troviamo Bergamo — in generale la provincia più colpita di tutte come tasso di mortalità complessivo —, ma al secondo posto non troviamo né Lodi né Brescia né Milano: troviamo Reggio Emilia.

 

Il 57,7% dei pazienti deceduti nelle case di cura dell’Emilia-Romagna nei tre mesi di epidemia italiana sono morti a causa del COVID-19. La tanto citata Lombardia è seconda all’Emilia con il 53,4% dei decessi causa Coronavirus tra i pazienti delle residenze per anziani

Su Renovatio 21 ci siamo già chiesti se per caso sarà avviato un commissariamento anche in questa Regione, se non altro per trovare risposte a questi dati tragici e riguardanti una fetta di popolazione assai fragile, già sufficientemente compromessa dalla necessità di dover passare l’ultimo atto della propria vita lontana dai propri affetti e dalle proprie cose.

 

Abbiamo tuttavia il vago sospetto che l’Emilia-Romagna ne uscirà fuori immacolata, anzi, saltano fuori addirittura voci di un Bonaccini papabile futuro premier. Santi subito, insomma, per buona pace dei dati di mortalità — certamente sottostimati — circa i poveri anziani residenti in luoghi in cui, invece che essere protetti, ci hanno lasciato le penne.

 

Oltre al danno, poi, anche la beffa: qualcuno sta pensando di intervenire seriamente a livello regionale per contenere il disastro propagato all’interno delle residenze per anziani, ancora in totale emergenza? A noi pare di no, considerando che le chiacchiere non curano le persone dal COVID.

 

Sarebbe interessante sapere quanti anziani sono stati seriamente curati all’interno di queste strutture, quando sono stati fatti i primi tamponi e, perché no, quali misure di prevenzione sono state messe in atto e con quanto anticipo. E poi le linee guida: le linee guida delle aziende sanitarie locali — e quindi regionali — sono state efficaci? 

 

In questi giorni la Regione ha dato notizia di essersi messa al lavoro sul fronte di ricerca per la terapia con il plasma iperimmune, sulla quale, ci tengono a dire con convinzione annunciandone la notizia, «allo stato attuale non esistono evidenze scientifiche conclusive che ne dimostrino la comprata efficacia». 

 

Quindi, proseguono, «in attesa che i protocolli clinici regionali in corso possano definire quanto questo approccio terapeutico migliori la prognosi dei pazienti affetti da forme gravi di infezioni da SARS-CoV-2, la Regione ha aderito allo studio nazionale – chiamato “Tsunami” e messo a punto da Aifa e Istituto Superiore di sanità – sull’efficacia della terapia con plasma in pazienti con polmonite dovuta al virus».

 

Difficile non far caso al fatto che mentre la gente muore, o comunque versa in condizioni cliniche gravi, qui il mantra imperante sia «evidenze scientifiche». 

 

Le stesse «evidenze scientifiche» non sono però interessate a nessuno quando è stato il momento di agire con farmaci giammai testati per far fronte al COVID, rivelatisi poi, in un secondo momento, non solo inutili ed inefficaci ma altresì dannosi, e in alcuni casi persino ritirati. 

Perché per il plasma iperimmune tutti vogliono «evidenze scientifiche»? 

 

Perché per il plasma iperimmune tutti vogliono «evidenze scientifiche»? 

 

Il Direttore del centro nazionale del sangue, Giancarlo Liumbruno, ha espresso soddisfazione per l’adesione dell’Emilia-Romagna alla ricerca “Tsunami”, precisando che lo studio ha tutti i requisiti necessari «per fornire prove scientifiche robuste che finora ancora non abbiamo».

 

Frattanto il Centro regionale sangue e l’Agenzia sanitaria e sociale, in accordo con l’assessorato, hanno predisposto un protocollo di studio per valutare la fattibilità di un percorso regionale di produzione di plasma da pazienti che hanno contratto l’infezione COVID-19. 

Se non ci fossero state Mantova e Pavia, chi avrebbe inviato due sacche di plasma a Palermo per tentare di salvare una donna incinta (e quindi anche il bambino che porta in grembo) appena rientrata da Londra in gravi condizioni a causa del Nuovo Coronavirus?

 

L’obiettivo sarebbe quello di capire quale potrebbe essere la reale capacità produttiva di plasma iperimmune da parte della Rete Trasfusionale Regionale. A partire dall’identificazione attraverso uno studio di fattibilità, di chi, tra i soggetti infettati e guariti dal COVID-19, può essere considerato idoneo a diventare un possibile donatore di «plasma iperimmune».

 

Ora, nessuno vuole qui negare che occorrano inevitabilmente diversi passaggi per giungere alle certezze mediche, ma voi vi immaginate se all’Ospedale Carlo Poma di Mantova il Dott. De Donno e tutto lo staff, compreso l’Ospedale San Matteo di Pavia, avessero aspettato tutto questo tempo? I 48 pazienti che versavano in gravi condizioni, salvati attraverso il plasma, ora sarebbero presumibilmente morti e non potrebbero raccontarcelo.

 

Non c’era tempo. Perché ogni minuto perso sarebbe potuto costare una vita umana. Se non ci fossero state Mantova e Pavia, chi avrebbe inviato due sacche di plasma a Palermo per tentare di salvare una donna incinta (e quindi anche il bambino che porta in grembo) appena rientrata da Londra in gravi condizioni a causa del Nuovo Coronavirus? 

 

Ci chiediamo ancora una volta: perché molti farmaci dalla dubbia efficacia o comunque testati pochissimo sono stati quasi subito autorizzati e per il plasma, invece, nonostante la certezza sulla sicurezza, tutto diventa così complesso e burocraticizzato?

 

Il protocollo del Dott. De Donno ha funzionato, su tutti i 48 pazienti testati. Non è forse una assoluta evidenza pratica, questa? Possibile che in Emilia-Romagna, come purtroppo in altre regioni, non sia ancora possibile donare il plasma che si è dimostrato strumento efficace, sicuro, gratuito e solidale per salvare vite o migliorare le condizioni di molti pazienti? 

 

Perché molti farmaci dalla dubbia efficacia o comunque testati pochissimo sono stati quasi subito autorizzati e per il plasma, invece, nonostante la certezza sulla sicurezza, tutto diventa così complesso e burocraticizzato?

Cosa stiamo aspettando, visto che non siamo nemmeno sicuri che gli anticorpi dei convalescenti dureranno in eterno? Aspettiamo che molte persone non possano più donare? 

 

Per esperienza personale e diretta posso dire che molti miei colleghi sanitari guariti dal COVID, non riuscendo ad andare a Mantova, non hanno potuto donare perché nelle proprie province le linee guida sulla donazione non erano ancora chiare. Una volta tornati a lavoro, i sanitari — particolarmente quelli ancora a contatto con pazienti-Covid — non possono più donare. Fine del gioco. 

 

Cosa stiamo aspettando, visto che non siamo nemmeno sicuri che gli anticorpi dei convalescenti dureranno in eterno? Aspettiamo che molte persone non possano più donare? 

Pensate quante opportunità perse, quante possibilità buttate per rendere conto al burocratismo delle «evidenze scientifiche».

 

Pensate a quanti anziani che versano ancora in condizioni tutt’altro che buone nelle RSA potrebbero essere probabilmente salvati. 

 

L’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Mantova ha già messo in atto un protocollo specifico per le residenze per anziani Green Park, che coinvolgerà 120 ospiti e pronto ad essere allargato o ampliato ad altre collaborazioni. 

Posso dire che molti miei colleghi sanitari guariti dal COVID, non riuscendo ad andare a Mantova, non hanno potuto donare perché nelle proprie province le linee guida sulla donazione non erano ancora chiare

 

In Emilia-Romagna — dove ci si guarda bene dal citare anche solo lontanamente Mantova e Pavia e, vade retro, non sia mai, il Dott. Giuseppe De Donno — cosa stanno aspettando?  

 

Noi, purtroppo, una vaga idea ce l’abbiamo.

 

 

Cristiano Lugli

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Epidemie

Nuova York dichiara lo stato di emergenza per il morbillo

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

Lunedì la governatrice Kathy Hochul ha dichiarato lo stato di emergenza a livello statale, citando 108 casi registrati finora quest’anno in uno stato con una popolazione di circa 20 milioni di abitanti. L’ordinanza conferisce maggiori poteri ai funzionari sanitari statali e allenta le norme relative a chi può somministrare i vaccini contro il morbillo. Mary Holland e Brian Hooker del CHD hanno criticato l’ordinanza definendola dettata da ragioni politiche e affermando che lo stato non fornisce alcuna informazione sui trattamenti o sui rischi dei vaccini.

 

Lunedì, la governatrice di Nuova York, Kathy Hochul, ha dichiarato lo stato di emergenza per il morbillo in tutto lo stato, citando l’aumento dei casi di morbillo nelle zone rurali di Nuova York e degli stati limitrofi.

 

Hochul ha emesso la dichiarazione tramite un decreto esecutivo, che le consente di sospendere o modificare temporaneamente leggi e ordinanze che potrebbero ostacolare le azioni che i funzionari sanitari ritengono necessarie per far fronte a un’emergenza.

 

Il provvedimento allenta le norme relative a chi può prescrivere test per il morbillo e somministrare vaccini, facilitando la somministrazione delle vaccinazioni contro il morbillo a un gruppo più ampio di professionisti sanitari, tra cui paramedici, operatori dei servizi medici di emergenza avanzati, farmacisti e ostetriche.

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Sospende inoltre l’obbligo per gli adulti di dare il proprio consenso all’inserimento del proprio stato vaccinale in un registro statale al momento della vaccinazione.

 

«Dopo aver esaminato gli ultimi dati sui casi di morbillo nello Stato di Nuova York, dichiaro lo stato di emergenza per rafforzare i nostri sforzi in corso per contrastare questa malattia», ha affermato Hochul. «Nessuno dovrebbe ammalarsi gravemente o morire a causa di una malattia prevenibile con un vaccino».

 

Secondo l’ufficio del governatore, al 3 ottobre erano stati segnalati 108 casi di morbillo nello stato, di cui 92 da metà luglio in «comunità rurali con bassi tassi di vaccinazione». Lo stato di Nuova York ha una popolazione di circa 20 milioni di abitanti.

 

L’ordinanza incoraggiava inoltre i cittadini a partecipare al tracciamento dei contatti e a vaccinarsi contro il morbillo e l’influenza, e annunciava che la governatrice si era sottoposta al vaccino antinfluenzale.

 

L’ordinanza è stata pubblicata insieme a una dashboard online sui casi di morbillo, che indicava 102 casi fino a martedì pomeriggio, un numero leggermente inferiore ai 108 citati nell’ordinanza.

 

Il comunicato stampa che annunciava l’ordinanza affermava che il numero di casi nel 2026 è il più alto dal 2019. A livello statale, l’anno scorso si sono registrati 48 casi confermati.

 

Sempre lunedì, Nuova York si è unita ad altri 15 stati che hanno intentato causa contro il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti per le modifiche apportate al calendario vaccinale infantile, chiedendo al tribunale di invalidarle.

 

Nuova York è stato uno dei tanti stati che si sono rifiutati di adottare le modifiche. Lo stato di emergenza per calamità naturale rimarrà in vigore fino al 4 novembre, il giorno successivo alle elezioni di metà mandato.

 

«Con il suo ordine esecutivo del 5 ottobre, la governatrice Hochul segue l’esempio del governatore Shapiro della Pennsylvania, unendosi al coro delle misure di emergenza contro il morbillo», ha dichiarato Mary Holland, CEO di Children’s Health Defense.

 

«Il suo decreto esecutivo conferisce allo stato ampi poteri per vaccinare quasi chiunque con il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia, comprese le ostetriche, nonostante il fatto che il vaccino non sia raccomandato per i neonati e possa essere estremamente pericoloso per i bambini di età inferiore a un anno» ha aggiunto Holland.

 

«L’ordinanza è stata emanata in concomitanza con il calendario elettorale statale, rendendo palese il collegamento con la politica. Come nel caso del COVID, la politicizzazione della salute pubblica danneggia tutti, e in particolare i bambini».

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Il dibattito sul morbillo si intensifica a livello nazionale.

A livello nazionale, i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno confermato finora quest’anno 3.887 casi di morbillo in 47 giurisdizioni, rispetto a un totale di 2.289 casi nel 2025.

 

Il CDC raccomanda due dosi del vaccino MMR, la prima tra i 12 e i 15 mesi di età e la seconda tra i 4 e i 6 anni.

 

L’ordinanza esecutiva di Hochul citava l’epidemia di morbillo in Pennsylvania come giustificazione, rilevando che lo stato stava «affrontando una rapida diffusione del morbillo con 977 casi e cinque decessi» al 2 ottobre nelle contee rurali al confine con Nuova York.

 

Nel comunicato stampa, il senatore dello Stato di Nuova York Gustavo Rivera ha attribuito l’aumento alla «disinformazione», che a suo dire ha portato a una diminuzione dei tassi di vaccinazione infantile.

 

Le dichiarazioni di Rivera fanno eco a quelle rilasciate all’inizio di quest’anno dal governatore Josh Shapiro, il quale aveva attribuito l’epidemia di morbillo e i decessi per morbillo registrati in Pennsylvania al calo dei tassi di vaccinazione, che aveva collegato al Segretario alla Salute statunitense Robert F. Kennedy Jr. e alla comunicazione delle agenzie di sanità pubblica.

 

Kennedy ha replicato che il calo dei tassi si è verificato durante l’amministrazione Biden. Shapiro e Kennedy hanno inoltre contestato se i decessi in Pennsylvania potessero essere attribuiti al virus del morbillo, a infezioni secondarie o ad altre cause.

 

Le epidemie di morbillo sono state utilizzate da molti politici per attaccare Kennedy e l’amministrazione Trump, sebbene la serie di focolai degli ultimi due anni sia iniziata prima dell’insediamento dell’amministrazione Trump.

 

Nel settembre 2025, durante un’audizione al Senato degli Stati Uniti, il senatore della Georgia Raphael Warnock aveva citato i primi decessi infantili per morbillo in vent’anni, definendo Kennedy «un pericolo per la salute del popolo americano» e affermando che Trump avrebbe dovuto licenziarlo se non si fosse dimesso.

 

Kennedy è stato inoltre aspramente criticato per aver affermato che i decessi causati dal morbillo possono essere evitati con un trattamento adeguato e per aver sollevato preoccupazioni circa gli effetti collaterali associati al vaccino contro il morbillo.

 

Tuttavia, persino gli esperti critici nei confronti di Kennedy ammettono che le epidemie non possono essere ricondotte al calo dei tassi di vaccinazione avvenuto da quando Kennedy si è insediato.

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Le autorità sanitarie non forniscono informazioni sul trattamento e sulla prevenzione del morbillo.

Il responsabile scientifico del CHD, Brian Hooker, ha affermato che le agenzie di sanità pubblica dovrebbero informare le persone anche sui rischi della vaccinazione e su altri metodi di prevenzione, ma lo Stato di Nuova York si è rifiutato di farlo.

 

Hooker ha anche affermato che lo stato non fornisce informazioni adeguate alle persone che contraggono la malattia.

 

«Il sito web dello Stato di Nuova  York è assolutamente inadeguato per chiunque contragga il morbillo, in quanto non fornisce alcuna informazione su trattamento e prevenzione, a parte la vaccinazione di qualsiasi cosa si muova», ha affermato.

 

«Esistono diversi protocolli consolidati e validi che possono limitare la gravità dell’infezione e prevenire la progressione verso la polmonite, che può verificarsi in circa il 5% dei casi».

 

Hooker ha affermato che i funzionari sanitari di Nuova York non forniscono alcuna informazione sui rischi e i benefici della vaccinazione per aiutare le persone a prendere decisioni consapevoli.

 

«Viene presentata un’immagine rosea e ottimistica del livello di protezione offerto, ma al di là delle apparenze, il vaccino MMR è stato collegato ad anafilassi e decessi. Inoltre, il vaccino MMRII attualmente disponibile non è mai stato testato per la sicurezza».

 

Una causa intentata nel 2023 ha rivelato che la Merck aveva fornito informazioni false e fuorvianti alla Food and Drug Administration (FDA) statunitense in merito al componente contro la parotite del suo vaccino MMRII. L’azienda aveva compensato la scarsa efficacia del vaccino sovradosando la dose del componente contro la parotite. Secondo i documenti del tribunale, tale dose eccessiva di vaccino non era stata sottoposta a test di sicurezza.

 

Brenda Baletti

Ph.D.

 

© 6 ottobre 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Immagine di Metropolitan Transportation Authority of the State of New York via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

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Epidemie

Virus della peste fuggito da un laboratorio in Siberia?

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La notizia di una possibile fuga di laboratorio russo di un virus terribile – nientemeno che la peste – sta venendo rilanciata in tutto il mondo. Non è facile capire quanto vi sia di vero   Secondo il Moscow Times, quotidiano indipendente con sede ad Amsterdam critico del Cremlino che per primo ha riportato la notizia, «le autorità sanitarie della regione di Irkutsk, in Siberia, hanno posto quasi 200 persone sotto osservazione medica dopo la morte per peste di un tecnico di laboratorio».   Le autorità locali hanno descritto la malattia che ha ucciso la dipendente solo come un’«infezione particolarmente pericolosa». Alexei Tsydenov, capo della vicina repubblica di Buriazia, ha negato che vi fosse stata un’epidemia di peste.

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La vittima è stata identificata come Daria Shipilova, 28 anni, dipendente dell’Istituto anti-peste di Irkutsk. Secondo alcune fonti, avrebbe riferito al personale medico di aver rotto una provetta contenente batteri vivi mentre raccoglieva campioni durante una spedizione vicino al confine con la Mongolia.   La donna era stata ricoverata con una grave polmonite ed è morta entro 48 ore. La peste polmonare è una forma particolarmente virulenta della malattia, con un tasso di sopravvivenza estremamente basso. L’ospedale distrettuale in cui era ricoverata è stato messo in quarantena e circa 200 persone che potrebbero essere entrate in contatto con lei sono state poste in isolamento medico, almeno 100 delle quali in reparti ospedalieri. Anche gli eventi pubblici a Irkutsk sono stati annullati.   Il Servizio federale russo per la tutela dei diritti dei consumatori e il benessere umano, noto come Rospotrebnadzor, ha rilasciato una dichiarazione in cui descrive la causa della morte unicamente come una «polmonite di eziologia indeterminata», affermando che le analisi non avevano rilevato agenti patogeni collegati al suo lavoro e che non si era verificata alcuna emergenza nel suo laboratorio.   Notizie allarmanti corrono su internet riguardo a San Pietroburgo in lockdown: al momento, si tratta di storie prive di fondamento.   Il governatore regionale Igor Kobzev ha esortato la popolazione a mantenere la calma. «Tutte le persone che sono entrate in contatto con i soggetti contagiati sono state poste sotto osservazione medica. Ad oggi, i contatti non mostrano alcun sintomo e i risultati dei loro test di laboratorio sono negativi», ha scritto venerdì su Telegram. Non ha fatto alcun cenno alla morte del tecnico di laboratorio.   L’affermazione di Kobzev secondo cui Shipilova è morta a causa di un’«infezione particolarmente pericolosa» riecheggia il linguaggio del sito web del laboratorio, che descrive la sua missione come quella di lavorare al «controllo delle epidemie di infezioni batteriche e virali particolarmente pericolose». Il sito web afferma inoltre che il laboratorio studia colera, brucellosi, tularemia, antrace e infezioni da arbovirus. Il laboratorio ospita 1840 ceppi della peste, o Yersinia pestis.

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Diversi ospedali cittadini sarebbero stati posti in quarantena per tre settimane, tra cui un ospedale pediatrico e un ospedale di maternità, secondo quanto riportato dal canale Telegram Baikal People. L’ospedale pediatrico ha smentito questa informazione sui suoi account social il 4 ottobre. Il servizio stampa del governo regionale di Irkutsk ha dichiarato il 5 ottobre che gli ospedali sono operativi normalmente.   Secondo Baikal People, l’emittente REN TV, allineata al Cremlino, avrebbe cancellato cinque articoli sull’incidente. La testata americana Daily Caller avrebbe individuato un link non funzionante a un articolo di REN TV precedentemente disponibile.   Sarebbero giunte segnalazioni di carenza di antibiotici nella regione di Irkutsk. Tuttavia alcuni esperti mettono in dubbio la versione ufficiale sul contagio.   «È ridicolo», ha affermato l’epidemiologo russo Mikhal Favorov, secondo la BBC. «Qualcuno che lavora presso l’Istituto per la lotta alla peste di Irkutsk indossa una tuta protettiva. Se si rompe una provetta, la probabilità di contagio è in realtà molto bassa. Insomma, al pubblico non importa: crederanno alla storia della “provetta caduta”».   Anna Popova, a capo dell’agenzia russa per la salute pubblica, avrebbe percorso 2.600 miglia da Mosca a Irkutsk. Favorov sostiene che il suo coinvolgimento dimostra che la situazione è significativamente peggiore di quanto comunicato al pubblico.   Le osservazioni di Favorov sono state riprese dal dottor Simon Clarke dell’Università di Reading sentito dalla BBC. «Una delle ipotesi che sta attirando l’attenzione è che un tecnico di laboratorio potrebbe essere stato contagiato dopo aver rotto una provetta in laboratorio», ha affermato. «Non è raro che agenti patogeni fuoriescano dai laboratori, ma dev’essere successo davvero di tutto perché un tecnico di laboratorio venisse infettato da una provetta rotta».   «Avendo lavorato in laboratori ad alto livello di contenimento, so che la manipolazione di agenti patogeni pericolosi implica molteplici livelli di protezione, procedure rigorose, cabine di sicurezza, sistemi di ventilazione e procedure accurate eseguite da personale altamente qualificato. Le infezioni contratte in laboratorio sono eventi rari e la rottura di una provetta non comporta automaticamente un’esposizione o un’infezione. Inoltre, non utilizziamo molto le provette».   «Fino a quando non emergeranno ulteriori dettagli, è difficile valutare se si tratti di un caso isolato, di un’esposizione professionale o di una prova di una trasmissione più ampia».

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Secondo il Centro per le Malattie Infettive Emergenti dell’Università di Boston, un’esposizione a Yersinia pestis avrebbe richiesto diverse violazioni delle norme di biosicurezza, tra cui dispositivi di protezione individuale inadeguati e la mancata somministrazione di antibiotici dopo l’esposizione, scrive il Daily Caller..   La peste, di fatto, può essere curata con gli antibiotici. Se non trattata, la malattia è solitamente fatale.   Come la Cina e gli Stati Uniti, anche la Russia ha intensificato la sua partecipazione alla corsa globale alla ricerca di nuove funzioni e alla creazione di laboratori di biodifesa da quando la pandemia di COVID-19 è emersa vicino all’Istituto di Virologia di Wuhano nel 2019.   Il dipartimento di Stato USA sostiene che la Russia abbia riavviato il suo programma di armi biologiche. «Ovviamente non sappiamo tutto ciò che ci hanno fornito i russi, secondo i quali sembra che un lavoratore di un laboratorio sia stato infettato e c’è il timore che il virus possa essersi diffuso», ha dichiarato lunedì il Segretario di Stato Marco Rubio.   «I viaggi tra Stati Uniti e Russia sono ovviamente molto limitati. Ma come qualsiasi altra cosa, se il virus dovesse fuoriuscire, potrebbe diffondersi rapidamente, quindi lo stiamo monitorando attentamente. Non credo ci sia motivo di allarmarsi, ma è un motivo di attenzione e lo stiamo tenendo d’occhio».   Di contro, la Federazione Russa ha lanciato accuse contro gli Stati Uniti in merito ai laboratori biologici in Ucraina.   Come riportato da Renovatio 21, all’inizio di quest’anno, l’ex direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard ha desecretato documenti che descrivono il sostegno degli Stati Uniti ai laboratori di biodifesa che conducono ricerche ad alto rischio in Ucraina tramite la Defense Threat Reduction Agency (DTRA).   In mezzo a questo quadro intricato, difficile capire se siamo dinanzi a pura, classica propaganda antirussa ad un possibile nuovo corso pandemico o ad un terrificante nuovo ingrediente per il conflitto globale in corso.  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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Epidemie

Ebola, il numero di morti si avvicina a quota 3.000

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Secondo i dati governativi pubblicati lunedì, più di 6.000 persone sono state contagiate dal virus Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) dall’inizio dell’ultima epidemia, e quasi la metà dei pazienti confermati è deceduta a causa della malattia.

 

L’epidemia si è diffusa in 60 zone sanitarie distribuite in sei province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uele, Bas-Uele e Tshopo. L’Ituri rimane la regione più colpita, con 28 delle sue 36 zone sanitarie che segnalano casi, seguita dal Nord Kivu con 15. Il Paese ha registrato 6.041 casi confermati e 2.911 decessi, con un tasso di mortalità del 48,2%.

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha avvertito venerdì che l’epidemia continua a peggiorare. «Sebbene la sorveglianza sia stata ampliata, il numero di casi e di decessi continua ad aumentare a causa della trasmissione sostenuta e dell’espansione geografica», ha affermato l’agenzia in un post su X.

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Secondo l’Istituto Nazionale di Sanità Pubblica, un totale di 1.366 pazienti sono guariti, mentre 619 rimangono in isolamento o ricoverati in ospedale. Il ministero ha affermato che le squadre di intervento restano attive in tutte le province colpite, con particolare attenzione alle regioni di Ituri, Nord Kivu e Haut-Uele.

 

L’epidemia, dichiarata a maggio, è causata dal ceppo Bundibugyo del virus Ebola ed è diventata la più grande mai registrata nella storia della Repubblica Democratica del Congo, superando l’epidemia del 2018-2020. Attualmente non esistono vaccini approvati o trattamenti specifici per il ceppo Bundibugyo.

 

Anche le organizzazioni internazionali hanno intensificato il loro supporto nella risposta all’epidemia. Lunedì, a Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, sono stati consegnati veicoli alle autorità sanitarie e alle squadre della Croce Rossa per contribuire al contenimento dell’epidemia. «L’attenzione e le risorse costanti per la risposta all’Ebola nella RDC rimangono essenziali», ha dichiarato Ariel Kestens, capo della delegazione della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC), il giorno X.

 

La scorsa settimana, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha definito l’epidemia di Ebola una «tragedia umana che colpisce famiglie e comunità su una scala straordinaria».

 

Anche l’OMS e i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC) avevano precedentemente richiesto un maggiore sostegno internazionale per contenere l’epidemia.

 

Secondo un Rapporto OMS, entro settembre vi sarebbe il rischio di oltre 8.000 casi di Ebola in Congo.

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Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa la Francia ha confermato il suo primo caso di Ebola in un medico rientrato di recente da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.

 

Nelle scorse settimane manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola dopo che era stato loro impedito di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.

 

Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.

 

Gli USA due mesi fa hanno vietato ai propri cittadini residenti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) di imbarcarsi su voli commerciali per tornare in patria finché non avranno trascorso almeno 21 giorni in un altro Paese

 

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Immagine di UNMEER via Flickr pubblicata su licenza CC BY-ND 2.0

 

 

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