Epidemie
Mascherine (e falsità) per tutti
Le varie indicazioni legate alla prevenzione che si sono susseguite durante tutta l’emergenza COVID hanno subito continue variazioni, facendo certamente emergere la totale incapacità, da parte dei vari organismi di natura teoricamente scientifica — in primis l’OMS —, di comprendere il problema nei suoi punti chiave.
È indubbio che per i virus sconosciuti occorra tempo, ma è altrettanto indubbio che quando ancora non si conosceva il virus — e bene bene, a dire il vero, non lo si conosce nemmeno ora — la superficialità, nei vari apparati scientifici, ha fatto da padrona.
La superficialità, nei vari apparati scientifici, ha fatto da padrona
Tutti ricorderete il mitico spot del Ministero della Salute datato 7 febbraio e avente come testimonial il grandissimo Michele Mirabella, il quale ci suggeriva semplicemente, seduto ad un tavolo di un ristorante cinese, di lavarci bene le mani perché «non è affatto facile il contagio».
Ipse dixit: dopo un paio di settimane saremmo diventati il Paese con più contagi al mondo, guinness mantenuto fino a non molto tempo fa.
Senza contare le altre misure di prevenzione che ci sono state poi indicate, prima fra tutte per ordine di imposizione la clausura domestica senza poter uscire nemmeno di casa (mentre i casi di contagio continuavano ad aumentare all’interno di ospedali e di RSA senza che nessuno abbia mosso un dito in anticipo per evitarlo), arriviamo ad oggi, dove l’uso della mascherina è diventato irrinunciabile, una di quelle cose per cui rischi di essere guardato male, malissimo, se non ti sottometti al diktat afatto passare come irrinunziabile per il solito culto al Moloch sanitario del «bene della collettività».
Il mitico spot del Ministero della Salute datato 7 febbraio e avente come testimonial il grandissimo Michele Mirabella, «non è affatto facile il contagio»: dopo un paio di settimane saremmo diventati il Paese con più contagi al mondo
Seppur il governo non abbia ancora esteso l’obbligo a tutto il Paese, le Regioni più colpite e che hanno deciso di riaprire prima le hanno rese obbligatorie a tutta la popolazione, finanche all’aperto con benevola e caritatevole eccezione per chi sta praticando jogging — ci sarebbe mancato anche quello, cioè l’asfissiamento obbligatorio per mandato regionale.
Uno dei problemi però, aldilà degli obblighi, è la cultura della mascherina che si è associata all’obbligo di portarla: possiamo tranquillamente vedere persone, giovani, camminare da soli, andare in bicicletta da soli portando la mascherina.
Per non parlare di tutti coloro i quali, guidando senza alcun passeggero a bordo la propria automobile, indossano accuratamente la propria asfissiante maschera, chissà per quante ore al giorno e senza mai eventualmente cambiarla. Posta l’assurdità del portare la mascherina quando si è in macchina da soli, o a passeggio da soli e, ancor peggio, in bicicletta, dove il fisico e il respiro stesso è già di per sé sottoposto ad uno sforzo, in linea generale, a nostro avviso, il problema è ampliato a tutto ciò che obbliga l’utilizzo della mascherina all’aperto.
Che beneficio potrebbe avere una mascherina per chi cammina all’aria aperta senza entrare a contatto con posti particolarmente affollati o all’interno di spazi chiusi?
Aldilà del fatto che le linee guida e gli RCT (studio controllato randomizzato) ad oggi disponibili non convincano del tutto sulla bontà di tale pratica, è la stessa logica a doverci fare riflettere: che beneficio potrebbe avere una mascherina per chi cammina all’aria aperta senza entrare a contatto con posti particolarmente affollati o all’interno di spazi chiusi?
La logica, ma anche un banale ragionamento, suggerirebbero una sola risposta: a nulla. Il virus non si contrae camminando, non si contrae respirando aria allaperto, senza entrare a contatto con folle di persone.
A questo proposito vale la pena prendere in considerazione un interessante studio redatto dal Dott. Alberto Donzelli, Medico, Specialista in Igiene e Medicina Preventiva del Comitato Scientifico Fondazione Allineare Sanità e Salute, dal titolo «Mascherine “chirurgiche” in comunità/all’aperto: prove di efficacia e sicurezza inadeguate».
«Considerare le prove più valide oggi disponibili, rivalutando l’obbligo di mascherine all’aperto (…) ma evitando anche per quanto possibile usi prolungati/continuativi di mascherine all’aperto»
Nell’abstract il contributo del Dott. Donzelli mette subito in chiaro come l’obiettivo sia quello «di considerare le prove più valide oggi disponibili, rivalutando l’obbligo di mascherine all’aperto e le sue estensioni (senza discutere l’importanza di mantenere le distanze fisiche) e di attenersi alle raccomandazioni di usarle in spazi chiusi o se la distanza fisica non si può mantenere in modo continuativo, ma evitando anche per quanto possibile usi prolungati/continuativi di mascherine all’aperto».
Più avanti l’articolo si domanda: «a chi per primo spetta l’onere della prova (di efficacia e soprattutto di sicurezza)?», perché «qualcuno potrebbe obiettare che le prove per non obbligare all’uso di mascherine non sono ancora definitive».
«È vero — prosegue — ma quelle per obbligare lo sono ancor meno. E comunque un principio cui non si dovrebbe derogare è che a chi emette una raccomandazione, o addirittura l’obbligo di una misura universale e intrusiva, spetta l’onere di esibire le prove di sicurezza (primum non nocere!), oltre che di efficacia, e di stabilire il beneficio netto complessivo per la comunità, prima di obbligare ad adottarla».
Esistono prove di efficacia per quanto concerne un uso prolungato delle mascherine all’aperto e per quei soggetti non addetti a mansioni sanitarie esposte a rischio infezione?
Proprio in queste ultime considerazioni crediamo si racchiuda il nocciolo essenziale della questione, o per meglio dire di ogni questione, in particolare sanitaria o legata alla sfera della salute personale, che implichi un obbligo: esistono prove di efficacia, di beneficio netto complessivo per la comunità e sopratutto di sicurezza per la popolazione, per quanto concerne un uso prolungato delle mascherine all’aperto e per quei soggetti non addetti a mansioni sanitarie esposte a rischio infezione?
La risposta rimane la stessa.
Ci sono invece evidenze riconosciute rispetto ai danni che le mascherine possono generare, come riporta anche attraverso una serie di punti l’articolo del Dott. Donzelli:
«I due potenziali effetti collaterali già riconosciuti sono:
- dare un falso senso di sicurezza e indurre a ridurre l’aderenza ad altre misure di controllo delle infezioni, tra cui il distanziamento sociale e il lavaggio delle mani. Ci sono prove da eleganti RCT15,16 dell’importanza di questo effetto, noto come “effetto licenza” o “risk compensation”.
- Uso inappropriato. Le persone devono: non toccare le maschere indossate, cambiare di frequente quelle monouso o lavarle con regolarità, smaltirle in modo corretto e adottare altre misure di gestione, altrimenti i rischi propri e altrui possono aumentare».
«Dare un falso senso di sicurezza e indurre a ridurre l’aderenza ad altre misure di controllo delle infezioni»
«Altri potenziali effetti collaterali da considerare sono:
- Qualità e volume della conversazione tra chi indossa maschere sono molto compromessi e le persone possono inconsciamente avvicinarsi. Si può essere addestrati a contrastare l’effetto n. 1, ma può essere più difficile affrontare questo effetto.
- Indossare una maschera facciale fa entrare l’aria espirata negli occhi. Ciò genera una sensazione spiacevole e un impulso a toccare gli occhi. Se le mani sono contaminate, ci si infetta.
- Le maschere facciali rendono la respirazione più difficile. Per persone con BPCO risultano spesso insopportabili perché peggiorano la dispnea.
«Le persone devono: non toccare le maschere indossate, cambiare di frequente quelle monouso (…) altrimenti i rischi propri e altrui possono aumentare»
Inoltre una frazione di CO2 espirata è inalata a ogni ciclo respiratorio. I due fenomeni aumentano frequenza e profondità della respirazione, quindi la quantità d’aria inalata ed espirata. Ciò può peggiorare la diffusione di Covid-19 se le persone infette che indossano maschere diffondono più aria contaminata. Ciò può anche peggiorare le condizioni cliniche degli infetti se la respirazione potenziata spinge la carica virale in profondità nei polmoni.
NB: per riflettere su questo importante rischio si rimanda al primo modello teorico immunologico del Covid-19, che ne riporta una descrizione chiara e convincente.
«Ciò può anche peggiorare le condizioni cliniche degli infetti se la respirazione potenziata spinge la carica virale in profondità nei polmoni»
Gli effetti descritti al punto precedente sono amplificati se le maschere facciali sono molto contaminate (v. punto 2)
- Impedire la trasmissione interpersonale è la chiave per limitare l’epidemia, ma finora si è dato poco peso a quanto accade dopo che una trasmissione è avvenuta, quando l’immunità innata svolge un ruolo cruciale. Lo scopo principale della risposta immunitaria innata è prevenire subito la diffusione e il movimento di agenti patogeni estranei in tutto il corpo».
Questi punti sarebbero già sufficienti per convincerci che non abbiamo certezze sull’efficacia dell’obbligo della mascherina, ma di contro abbiamo invece ottime ragioni per credere che esso costituisca un danno per la salute, esponendoci inoltre irragionevolmente al rischio contagio.
«La mascherina obbliga a un continuo ricircolo respiratorio dei propri virus, aggiungendo la resistenza all’esalazione, con concreto rischio di spingere in profondità negli alveoli una carica virale elevata, che poteva essere sconfitta dalle difese innate se avesse impattato solo con le vie respiratorie superiori»
Ma l’articolo aggiunge un’osservazione importantissima:
«I soggetti infetti inconsapevoli, in cui l’emissione di virus è massima nei due giorni precedenti i sintomi (che potrebbero anche non comparire affatto!), la mascherina obbliga a un continuo ricircolo respiratorio dei propri virus, aggiungendo la resistenza all’esalazione, con concreto rischio di spingere in profondità negli alveoli una carica virale elevata, che poteva essere sconfitta dalle difese innate se avesse impattato solo con le vie respiratorie superiori, ben fornite di IgA e IgG già pronte. Per chi indossasse le mascherine molto a lungo, questo sembra un rischio assolutamente sproporzionato rispetto a quello di un contatto occasionale in strada/fuori casa con altri, che all’aperto in base alle attuali conoscenze non ha possibilità logiche né riconosciute di causare infezione».
Grazie al Cielo c’è ancora qualche medico molto preparato e qualche organismo ancora in grado di opporsi a chi presume di poter impartire lezioni e obblighi alla cieca, senza fornire evidenze e certezza di sicurezza rispetto a ciò che si impone in oltraggio alle abitudini e alle attitudini della popolazione.
Forse però non tutto è perduto, e anche la gente inizia a svegliarsi: lo abbiamo visto a Salerno, dove la polizia municipale ha rischiato il pubblico linciaggio per aver fermato una signora senza mascherina, con la rivolta della popolazione, come si può vedere nel video rilanciato anche dall’Agenzia DIRE.
Il COVID-19 è stato un virus certamente letale e contagioso, il virus dell’Ignoranza sopra al quale verranno cavalcate tutte le future campagne di «informazione» e «prevenzione» farà un danno tre volte maggiore
Ancora però non è sufficiente.
Pochi giorni fa, affacciandomi alla finestra di casa, ho visto un ragazzino che avrà avuto quindici anni in sella alla sua bicicletta, sotto il sole e in salita, con una bella mascherina “chirurgica” verde posizionata impeccabilmente su naso e bocca.
Mi ha fatto tanta pena.
Così come mi fa pena vedere quei tanti, troppi poveri bambini girare a piedi con i genitori rigorosamente mascherati.
Il virus dell’Ignoranza sopra al quale verranno cavalcate tutte le future campagne di «informazione» e «prevenzione» farà un danno tre volte maggiore e, soprattutto, incentrato su effetti collaterali a lungo termine, ovvero su tutte le generazioni che cresceranno sotto ad una maschera di falsità e di paure che difficilmente riusciranno a togliersi di dosso
Se il COVID-19 è stato un virus certamente letale e contagioso, il virus dell’Ignoranza sopra al quale verranno cavalcate tutte le future campagne di «informazione» e «prevenzione» farà un danno tre volte maggiore e, soprattutto, incentrato su effetti collaterali a lungo termine, ovvero su tutte le generazioni che cresceranno sotto ad una maschera di falsità e di paure che difficilmente riusciranno a togliersi di dosso.
O, quando lo faranno, se non interveniamo ora, sarà probabilmente troppo tardi.
Cristiano Lugli
Epidemie
Il conto alla rovescia per l’Hantavirus è iniziato
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.
Oggi si raggiunge il primo importante traguardo in quello che il commentatore medico John Campbell, Ph.D., ha definito martedì un periodo cruciale di diverse settimane per determinare se l’epidemia di hantavirus andino, collegata alla nave da crociera MV Hondius, si diffonderà oltre i passeggeri e l’equipaggio.
Per ora, ha affermato Campbell, non ci sono segnali di trasmissione diffusa e nessun motivo di panico pubblico.
«Al momento, non ci sono prove di diffusione virale al di fuori dei confini della nave», ha affermato Campbell.
L’epidemia di hantavirus ha attirato l’attenzione internazionale dopo che diverse persone a bordo della nave da crociera hanno contratto il virus e tre passeggeri sono deceduti.
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Si ritiene che a bordo della nave si trovassero circa 149 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Tutti i passeggeri sono stati successivamente sbarcati.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), al 13 maggio si contavano 11 casi collegati alla nave: otto casi confermati, uno non conclusivo e due casi probabili. Due dei decessi sono stati confermati come correlati all’hantavirus, mentre il terzo è considerato probabile.
Campbell ha identificato Leo Schilperoord, di 70 anni, come il paziente di «prima generazione» dell’epidemia, il che significa che si ritiene sia il primo caso noto di hantavirus a bordo della nave. Schilperoord, sua moglie e un altro passeggero tedesco sono poi deceduti.
La maggior parte dei ceppi di hantavirus si diffonde attraverso il contatto con i roditori piuttosto che tramite la trasmissione da persona a persona. Tuttavia, il ceppo Andes può diffondersi da persona a persona.
La trasmissione avviene in genere attraverso i fluidi corporei, sebbene Campbell abbia affermato che, in base ai casi collegati alla nave, potrebbe essere possibile anche la trasmissione per via aerea.
«Il medico a bordo della nave ritiene che ci sia stata una trasmissione per contatto ravvicinato», ha detto Campbell.
Tuttavia, Campbell ha sottolineato che il virus sembra essere molto meno trasmissibile del COVID-19 e ha affermato che un’eventuale ulteriore diffusione rimarrebbe probabilmente limitata.
«A quanto pare, è molto, molto, molto più difficile da contrarre rispetto al COVID», ha affermato Campbell.
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«Ogni giorno che passa dal 15 maggio senza nuovi casi inizia a essere incoraggiante»
La domanda più importante ora è se nelle prossime settimane inizieranno a comparire altri casi, ha affermato.
Poiché l’hantavirus può incubare fino a otto settimane, Campbell ha affermato che potrebbe volerci fino alla fine di giugno prima che i funzionari sanitari possano stabilire con certezza se l’epidemia sia completamente terminata.
Ha indicato alcune date chiave da tenere d’occhio:
- 15 maggio : Periodo più probabile per l’inizio dei sintomi nei passeggeri esposti che hanno lasciato la nave il 24 aprile, prima che si sapesse dell’epidemia di hantavirus. Circa 29 passeggeri sono sbarcati quel giorno e hanno viaggiato all’estero. Campbell ha affermato che la cronologia si basa sul periodo di incubazione del ceppo Andes e sulla comparsa media dei sintomi, che si attesta intorno ai 22 giorni. «Ogni giorno che passa dal 15 maggio senza nuovi casi inizia a essere incoraggiante», ha detto Campbell.
- 19 maggio : data approssimativa in cui potrebbero iniziare a manifestarsi ulteriori contagi tra i passeggeri esposti a bordo della nave, quelli che Campbell ha definito casi di «seconda generazione». «Se dovessero iniziare a sviluppare sintomi, significherebbe che la diffusione a bordo è maggiore di quanto pensassimo», ha affermato Campbell.
- Dal 19 maggio a fine maggio : il periodo più precoce possibile per i casi di «terza generazione» – infezioni in persone che non sono mai state a bordo della nave – qualora si fosse verificata una trasmissione presintomatica. “Se qualcuno che non era a bordo della nave manifesta sintomi entro il 19 maggio, significa che ha contratto il virus da persone presintomatiche”, ha affermato Campbell. Campbell ha sottolineato di ritenere questo scenario improbabile.
- 5 giugno : Periodo più probabile per la comparsa di possibili casi di terza generazione, qualora i passeggeri infetti avessero trasmesso il virus dopo aver manifestato i sintomi. «Se le persone a bordo della nave manifestano i sintomi, una volta che questi compaiono, è più probabile che diffondano la malattia perché hanno… una maggiore carica virale nel corpo», ha affermato Campbell. «E se poi la trasmettono ad altre persone, allora il 5 giugno è il momento in cui potrebbero presentarsi i casi di terza generazione».
- Fine giugno : momento in cui le autorità potrebbero dichiarare conclusa l’epidemia, se non dovessero emergere nuovi casi. «Sarà la fine di giugno prima che possiamo affermare con certezza che l’epidemia è finita, a causa del lungo periodo di incubazione», ha dichiarato Campbell.
Campbell ha affermato di aspettarsi che potrebbero esserci ancora «alcuni casi aggiuntivi» prima di allora, ma ritiene che un’eventuale diffusione sarebbe probabilmente limitata ai membri della famiglia e ai partner stretti piuttosto che alla popolazione in generale.
«Al momento, non ci sono motivi di preoccupazione per la salute pubblica, a parte le persone che erano a bordo della nave e che attendono con ansia di vedere se sviluppano sintomi e potenzialmente le persone che vivono con loro», ha affermato.
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«Ad oggi, nessun caso di virus Andes» negli Stati Uniti «a seguito di questa epidemia»
Secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, «ad oggi, nessun caso di virus Andes è stato confermato negli Stati Uniti a seguito di questa epidemia». Tuttavia, l’agenzia sta monitorando 41 persone negli Stati Uniti, come riportato oggi da CNBC.
Anche i funzionari statunitensi hanno cercato di rassicurare il pubblico. All’inizio di questa settimana, Robert F. Kennedy Jr. ha affermato che il virus è «sotto controllo» negli Stati Uniti.
Nel frattempo, alcuni casi sospetti sono già stati esclusi. Campbell ha affermato che un’assistente di volo che inizialmente si riteneva avesse contratto il virus dalla moglie di Schilperoord è risultata poi negativa al test.
Analogamente, secondo quanto riportato da CBS News, anche un passeggero tedesco che era stato a stretto contatto con uno dei passeggeri deceduti è risultato negativo al test per il ceppo Andes.
I sintomi compaiono in genere tra una e otto settimane dopo l’esposizione e includono comunemente febbre, affaticamento e forti dolori muscolari, soprattutto a livello di fianchi, cosce e schiena.
Campbell ha inoltre osservato che il lungo periodo di incubazione della malattia può aiutare i medici a identificare le infezioni tramite test anticorpali una volta che compaiono i sintomi.
«A causa del lungo periodo di incubazione, gli anticorpi immunoglobulinici, quindi rilevabili tramite esami del sangue, sono solitamente presenti già nel momento in cui il paziente si ammala», ha spiegato.
Pur criticando il calo di fiducia del pubblico nelle autorità sanitarie, Campbell ha affermato che le prove attuali indicano ancora un focolaio limitato piuttosto che una trasmissione diffusa.
«Tutti i funzionari della sanità pubblica affermano che non ci sarà un’epidemia», ha detto Campbell. «Ma, ovviamente, nessuno si fida più di loro»
Tuttavia, le prove attuali indicano un focolaio limitato piuttosto che una trasmissione diffusa, ha aggiunto.
Jill Erzen
© 15 maggio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Epidemie
Nuova epidemia di Ebola: 65 vittime nella Repubblica Democratica del Congo
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Epidemie
Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID
Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.
La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.
Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.
I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.
«Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.
«Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».
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La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.
Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».
Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».
I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.
«I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.
«Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».
Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.
La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.
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Immagine generata artificialmente
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