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Epidemie

Mascherine (e falsità) per tutti

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Le varie indicazioni legate alla prevenzione che si sono susseguite durante tutta l’emergenza COVID hanno subito continue variazioni, facendo certamente emergere la totale incapacità, da parte dei vari organismi di natura teoricamente scientifica — in primis l’OMS —, di comprendere il problema nei suoi punti chiave. 

 

È indubbio che per i virus sconosciuti occorra tempo, ma è altrettanto indubbio che quando ancora non si conosceva il virus  — e bene bene, a dire il vero, non lo si conosce nemmeno ora — la superficialità, nei vari apparati scientifici, ha fatto da padrona.

 

La superficialità, nei vari apparati scientifici, ha fatto da padrona

Tutti ricorderete il mitico spot del Ministero della Salute datato 7 febbraio e avente come testimonial il grandissimo Michele Mirabella, il quale ci suggeriva semplicemente, seduto ad un tavolo di un ristorante cinese, di lavarci bene le mani perché «non è affatto facile il contagio». 

 

Ipse dixit: dopo un paio di settimane saremmo diventati il Paese con più contagi al mondo, guinness mantenuto fino a non molto tempo fa. 

 

Senza contare le altre misure di prevenzione che ci sono state poi indicate, prima fra tutte per ordine di imposizione la clausura domestica senza poter uscire nemmeno di casa (mentre i casi di contagio continuavano ad aumentare all’interno di ospedali e di RSA senza che nessuno abbia mosso un dito in anticipo per evitarlo), arriviamo ad oggi, dove l’uso della mascherina è diventato  irrinunciabile, una di quelle cose per cui rischi di essere guardato male, malissimo, se non ti sottometti al diktat afatto passare come irrinunziabile per il solito culto al Moloch sanitario del «bene della collettività».

Il mitico spot del Ministero della Salute datato 7 febbraio e avente come testimonial il grandissimo Michele Mirabella, «non è affatto facile il contagio»: dopo un paio di settimane saremmo diventati il Paese con più contagi al mondo

 

Seppur il governo non abbia ancora esteso l’obbligo a tutto il Paese, le Regioni più colpite e che hanno deciso di riaprire prima le hanno rese obbligatorie a tutta la popolazione, finanche all’aperto con benevola e caritatevole eccezione per chi sta praticando jogging — ci sarebbe mancato anche quello, cioè l’asfissiamento obbligatorio per mandato regionale. 

 

Uno dei problemi però, aldilà degli obblighi, è la cultura della mascherina che si è associata all’obbligo di portarla: possiamo tranquillamente vedere persone, giovani, camminare da soli, andare in bicicletta da soli portando la mascherina.

 

Per non parlare di tutti coloro i quali, guidando senza alcun passeggero a bordo la propria automobile, indossano accuratamente la propria asfissiante maschera, chissà per quante ore al giorno e senza mai eventualmente cambiarla. Posta l’assurdità del portare la mascherina quando si è in macchina da soli, o a passeggio da soli e, ancor peggio, in bicicletta, dove il fisico e il respiro stesso è già di per sé sottoposto ad uno sforzo, in linea generale, a nostro avviso, il problema è ampliato a tutto ciò che obbliga l’utilizzo della mascherina all’aperto.

 

Che beneficio potrebbe avere una mascherina per chi cammina all’aria aperta senza entrare a contatto con posti particolarmente affollati o all’interno di spazi chiusi?

Aldilà del fatto che le linee guida e gli RCT (studio controllato randomizzato) ad oggi disponibili non convincano del tutto sulla bontà di tale pratica, è la stessa logica a doverci fare riflettere: che beneficio potrebbe avere una mascherina per chi cammina all’aria aperta senza entrare a contatto con posti particolarmente affollati o all’interno di spazi chiusi?

 

La logica, ma anche un banale ragionamento, suggerirebbero una sola risposta: a nulla. Il virus non si contrae camminando, non si contrae respirando aria allaperto, senza entrare a contatto con folle di persone. 

 

A questo proposito vale la pena prendere in considerazione un interessante studio redatto dal Dott. Alberto Donzelli, Medico, Specialista in Igiene e Medicina Preventiva del Comitato Scientifico Fondazione Allineare Sanità e Salute, dal titolo «Mascherine “chirurgiche” in comunità/all’aperto: prove di efficacia e sicurezza inadeguate».

 

«Considerare le prove più valide oggi disponibili, rivalutando l’obbligo di mascherine all’aperto (…) ma evitando anche per quanto possibile usi prolungati/continuativi di mascherine all’aperto»

Nell’abstract il contributo del Dott. Donzelli mette subito in chiaro come l’obiettivo sia quello «di considerare le prove più valide oggi disponibili, rivalutando l’obbligo di mascherine all’aperto e le sue estensioni (senza discutere l’importanza di mantenere le distanze fisiche) e di attenersi alle raccomandazioni di usarle in spazi chiusi o se la distanza fisica non si può mantenere in modo continuativo, ma evitando anche per quanto possibile usi prolungati/continuativi di mascherine all’aperto».

 

Più avanti l’articolo si domanda: «a chi per primo spetta l’onere della prova (di efficacia e soprattutto di sicurezza)?», perché «qualcuno potrebbe obiettare che le prove per non obbligare all’uso di mascherine non sono ancora definitive». 

 

«È vero — prosegue — ma quelle per obbligare lo sono ancor meno. E comunque un principio cui non si dovrebbe derogare è che a chi emette una raccomandazione, o addirittura l’obbligo di una misura universale e intrusiva, spetta l’onere di esibire le prove di sicurezza (primum non nocere!), oltre che di efficacia, e di stabilire il beneficio netto complessivo per la comunità, prima di obbligare ad adottarla».

 

Esistono prove di efficacia per quanto concerne un uso prolungato delle mascherine all’aperto e per quei soggetti non addetti a mansioni sanitarie esposte a rischio infezione?

Proprio in queste ultime considerazioni crediamo si racchiuda il nocciolo essenziale della questione, o per meglio dire di ogni questione, in particolare sanitaria o legata alla sfera della salute personale, che implichi un obbligo: esistono prove di efficacia, di beneficio netto complessivo per la comunità e sopratutto di sicurezza per la popolazione, per quanto concerne un uso prolungato delle mascherine all’aperto e per quei soggetti non addetti a mansioni sanitarie esposte a rischio infezione?

 

La risposta rimane la stessa.

 

Ci sono invece evidenze riconosciute rispetto ai danni che le mascherine possono generare, come riporta anche attraverso una serie di punti l’articolo del Dott. Donzelli:

 

«I due potenziali effetti collaterali già riconosciuti sono:

 

  1. dare un falso senso di sicurezza e indurre a ridurre l’aderenza ad altre misure di controllo delle infezioni, tra cui il distanziamento sociale e il lavaggio delle mani. Ci sono prove da eleganti RCT15,16 dell’importanza di questo effetto, noto come “effetto licenza” o “risk compensation”.
  2. Uso inappropriato. Le persone devono: non toccare le maschere indossate, cambiare di frequente quelle monouso o lavarle con regolarità, smaltirle in modo corretto e adottare altre misure di gestione, altrimenti i rischi propri e altrui possono aumentare».

«Dare un falso senso di sicurezza e indurre a ridurre l’aderenza ad altre misure di controllo delle infezioni»

 

«Altri potenziali effetti collaterali da considerare sono:

 

  1. Qualità e volume della conversazione tra chi indossa maschere sono molto compromessi e le persone possono inconsciamente avvicinarsi. Si può essere addestrati a contrastare l’effetto n. 1, ma può essere più difficile affrontare questo effetto.
  2. Indossare una maschera facciale fa entrare l’aria espirata negli occhi. Ciò genera una sensazione spiacevole e un impulso a toccare gli occhi. Se le mani sono contaminate, ci si infetta.
  3. Le maschere facciali rendono la respirazione più difficile. Per persone con BPCO risultano spesso insopportabili perché peggiorano la dispnea.

 

«Le persone devono: non toccare le maschere indossate, cambiare di frequente quelle monouso (…) altrimenti i rischi propri e altrui possono aumentare»

Inoltre una frazione di CO2 espirata è inalata a ogni ciclo respiratorio. I due fenomeni aumentano frequenza e profondità della respirazione, quindi la quantità d’aria inalata ed espirata. Ciò può peggiorare la diffusione di Covid-19 se le persone infette che indossano maschere diffondono più aria contaminata. Ciò può anche peggiorare le condizioni cliniche degli infetti se la respirazione potenziata spinge la carica virale in profondità nei polmoni. 

 

NB: per riflettere su questo importante rischio si rimanda al primo modello teorico immunologico del Covid-19, che ne riporta una descrizione chiara e convincente.

«Ciò può anche peggiorare le condizioni cliniche degli infetti se la respirazione potenziata spinge la carica virale in profondità nei polmoni»

 

Gli effetti descritti al punto precedente sono amplificati se le maschere facciali sono molto contaminate (v. punto 2)

  1. Impedire la trasmissione interpersonale è la chiave per limitare l’epidemia, ma finora si è dato poco peso a quanto accade dopo che una trasmissione è avvenuta, quando l’immunità innata svolge un ruolo cruciale. Lo scopo principale della risposta immunitaria innata è prevenire subito la diffusione e il movimento di agenti patogeni estranei in tutto il corpo».

 

Questi punti sarebbero già sufficienti per convincerci che non abbiamo certezze sull’efficacia dell’obbligo della mascherina, ma di contro abbiamo invece ottime ragioni per credere che esso costituisca un danno per la salute, esponendoci inoltre irragionevolmente al rischio contagio.

 

«La mascherina obbliga a un continuo ricircolo respiratorio dei propri virus, aggiungendo la resistenza all’esalazione, con concreto rischio di spingere in profondità negli alveoli una carica virale elevata, che poteva essere sconfitta dalle difese innate se avesse impattato solo con le vie respiratorie superiori»

Ma l’articolo aggiunge un’osservazione importantissima:

 

«I soggetti infetti inconsapevoli, in cui l’emissione di virus è massima nei due giorni precedenti i sintomi (che potrebbero anche non comparire affatto!), la mascherina obbliga a un continuo ricircolo respiratorio dei propri virus, aggiungendo la resistenza all’esalazione, con concreto rischio di spingere in profondità negli alveoli una carica virale elevata, che poteva essere sconfitta dalle difese innate se avesse impattato solo con le vie respiratorie superiori, ben fornite di IgA e IgG già pronte. Per chi indossasse le mascherine molto a lungo, questo sembra un rischio assolutamente sproporzionato rispetto a quello di un contatto occasionale in strada/fuori casa con altri, che all’aperto in base alle attuali conoscenze non ha possibilità logiche né riconosciute di causare infezione».

 

Grazie al Cielo c’è ancora qualche medico molto preparato e qualche organismo ancora in grado di opporsi a chi presume di poter impartire lezioni e obblighi alla cieca, senza fornire evidenze e certezza di sicurezza rispetto a ciò che si impone in oltraggio alle abitudini e alle attitudini della popolazione. 

 

Forse però non tutto è perduto, e anche la gente inizia a svegliarsi: lo abbiamo visto a Salerno, dove la polizia municipale ha rischiato il pubblico linciaggio per aver fermato una signora senza mascherina, con la rivolta della popolazione, come si può vedere nel video rilanciato anche dall’Agenzia DIRE.

Il COVID-19 è stato un virus certamente letale e contagioso, il virus dell’Ignoranza sopra al quale verranno cavalcate tutte le future campagne di «informazione» e «prevenzione» farà un danno tre volte maggiore

 

Ancora però non è sufficiente. 

 

Pochi giorni fa, affacciandomi alla finestra di casa, ho visto un ragazzino che avrà avuto quindici anni in sella alla sua bicicletta, sotto il sole e in salita, con una bella mascherina “chirurgica” verde posizionata impeccabilmente su naso e bocca. 

 

Mi ha fatto tanta pena. 

 

Così come mi fa pena vedere quei tanti, troppi poveri bambini girare a piedi con i genitori rigorosamente mascherati.

Il virus dell’Ignoranza sopra al quale verranno cavalcate tutte le future campagne di «informazione» e «prevenzione» farà un danno tre volte maggiore e, soprattutto, incentrato su effetti collaterali a lungo termine, ovvero su tutte le generazioni che cresceranno sotto ad una maschera di falsità e di paure che difficilmente riusciranno a togliersi di dosso

 

Se il COVID-19 è stato un virus certamente letale e contagioso, il virus dell’Ignoranza sopra al quale verranno cavalcate tutte le future campagne di «informazione» e «prevenzione» farà un danno tre volte maggiore e, soprattutto, incentrato su effetti collaterali a lungo termine, ovvero su tutte le generazioni che cresceranno sotto ad una maschera di falsità e di paure che difficilmente riusciranno a togliersi di dosso.

 

O, quando lo faranno, se non interveniamo ora, sarà probabilmente troppo tardi.

 

 

Cristiano Lugli 

 

 

 

 

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Epidemie

Parassita diarroico si diffonde in America

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Le autorità sanitarie statunitensi stanno faticando a identificare la fonte di un’intossicazione alimentare che causa diarrea grave e disidratazione. Almeno 145 persone in 17 stati sono risultate positive al parassita Cyclospora cayetanensis.

 

I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno riconosciuto che è probabile che ci siano molti più casi non diagnosticati.

 

Dall’inizio di maggio, venti persone sono state ricoverate in ospedale a causa dell’epidemia, sebbene non siano stati segnalati decessi. Nuova York è emersa come uno dei principali focolai, con un numero di persone infette dal parassita che varia tra 31 e 80.

 

Casi di ciclosporiasi sono stati identificati anche in Alaska, Colorado, Connecticut, Florida, Georgia, Illinois, Louisiana, Massachusetts, Carolina del Nord, Ohio, Pennsylvania, Tennessee, Texas, Virginia e Wisconsin.

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La malattia in genere causa diarrea acquosa esplosiva, insieme a una serie di altri sintomi gastrointestinali, tra cui gonfiore, flatulenza, crampi allo stomaco, nausea e vomito. Alcune persone riferiscono anche affaticamento e febbre, mentre altre non sviluppano alcun sintomo.

 

Secondo il CDC, la ciclosporiasi si contrae solitamente consumando cibo o acqua contaminati da feci, e i sintomi compaiono in genere circa una settimana dopo l’esposizione.

 

Sebbene la malattia possa essere curata con antibiotici, non viene rilevata dalla maggior parte degli esami di laboratorio di routine, con conseguente numero considerevole di casi non diagnosticati. Se non trattata, l’infezione può durare oltre un mese, e la sua caratteristica principale è rappresentata da episodi ricorrenti di diarrea.

 

Tale microscopico parassita è endemico nei paesi tropicali e subtropicali, tra cui Guatemala, Perù e Nepal. Non vi sono prove che sia in grado di trasmettersi da uomo a uomo. Poiché la maggior parte delle persone a cui è stata diagnosticata la ciclosporiasi nel corso dell’epidemia in corso non aveva viaggiato di recente al di fuori degli Stati Uniti, le autorità sanitarie sospettano che la fonte sia da ricercarsi in prodotti ortofrutticoli distribuiti a livello nazionale.

 

Secondo quanto dichiarato dai funzionari, «le autorità sanitarie locali, statali e federali (CDC, FDA) stanno indagando su diversi focolai di casi in più di uno stato. Le indagini per identificare le potenziali fonti sono tuttora in corso».

 

Precedenti focolai di ciclosporiasi negli Stati Uniti sono stati collegati a coriandolo, lamponi, piselli, lattuga e basilico importati dal Messico.

 

Il CDC raccomanda di lavare le verdure a foglia verde con acqua corrente fredda per ridurre al minimo il rischio di esposizione.

 

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Armi biologiche

Fauci ha finanziato la ricerca che ha dato origine al COVID: cosa dicono i documenti secretati dalla Gabbard

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Una serie di comunicazioni e documenti resi pubblici dalla direttrice uscente dell’intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, dimostrano che il dottor Anthony Fauci «ha fornito milioni di dollari dei contribuenti statunitensi per finanziare pericolose ricerche di tipo gain-of-function» sui coronavirus dei pipistrelli presso l’Istituto di Virologia di Wuhan (WIV) e che Fauci «ha mentito al Congresso».   La Gabbard ha fatto le sue dichiarazioni in un video divenuto virale sui social media, già visto da milioni di persone.   «Oggi, nel mio ultimo giorno come Direttore dell’Intelligence Nazionale, sto rendendo pubbliche comunicazioni e documenti inediti che svelano come il Dottor Fauci abbia fornito milioni di dollari dei contribuenti statunitensi per finanziare pericolose ricerche di “guadagno di funzione” presso il laboratorio di Wuhan, abbia collaborato con elementi politicizzati all’interno della comunità dell’Intelligence per sopprimere la verità sulle sue azioni e nascondere le origini della fuga di laboratorio del virus, e abbia mentito al Congresso sotto giuramento nel 2024. È ora che conosciate la verità.»  

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  Secondo una dichiarazione rilasciata dall’ufficio di Gabbard (ODNI), i documenti appena pubblicati «svelano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni della comunità dell’intelligence (IC) sul COVID-19 e come Fauci abbia mentito al Congresso nel 2024, quando sotto giuramento negò di essere a conoscenza o di aver partecipato a discussioni con funzionari dell’intelligence sulla ricerca virale».   «La pandemia di COVID-19 ha causato enormi difficoltà e sofferenze a milioni di nostri concittadini americani e a innumerevoli persone in tutto il mondo. Dopo anni di menzogne, censura e insabbiamenti, il popolo americano merita trasparenza, verità e responsabilità», ha dichiarato la Gabbarda.   «Le tattiche utilizzate per nascondere la verità provengono direttamente dal manuale del deep state: leader politicizzati e opportunisti come il dottor Fauci hanno insabbiato le proprie malefatte e gli abusi di potere, manipolato i dati dell’intelligence, mentito al Congresso e minato l’autorità di un presidente regolarmente eletto», ha aggiunto.   Nella sua dichiarazione, l’ODNI ha affermato che i documenti pubblicati sono il risultato di un processo di declassificazione durato un anno, condotto da Gabbard a sostegno del mandato di massima trasparenza del Presidente Trump. «Durante questo processo, i funzionari dell’ODNI hanno raccolto testimonianze da diversi informatori della comunità dell’intelligence (IC) che hanno denunciato ritorsioni per aver contestato la manipolazione delle informazioni sull’origine del virus da parte dell’IC. Ciò ha rivelato un chiaro schema di soppressione del dissenso, di silenziamento dei critici e di occultamento di prove che hanno minato l’integrità dell’IC e danneggiato il popolo americano.»   La dichiarazione spiega che gli stretti rapporti di Fauci con la comunità dell’Intelligence gli hanno permesso di «assumere tre ruoli chiave durante la pandemia che lo hanno protetto da controlli, consentendogli al contempo di esercitare un’influenza sproporzionata»: Fauci ha finanziato ricerche rischiose sul coronavirus legate alle grandi aziende farmaceutiche e alla ricerca di «vaccini universali» per un valore di migliaia di miliardi di dollari; Fauci era il consulente dietro le quinte che, con i suoi esperti scelti personalmente, ha spinto la comunità internazionale ad avallare un’origine naturale, animale, per nascondere la sua pericolosa ricerca.; Fauci è diventato l’«esperto» nazionale della pandemia e ha diffuso pubblicamente menzogne, disinformazione e censura.   L’ODNI ha inoltre spiegato che la corrispondenza appena resa pubblica contraddice direttamente la testimonianza resa da Fauci nel 2024 alla Sottocommissione speciale della Camera sulla pandemia di coronavirus.

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In quell’udienza, sotto giuramento, a Fauci è stato ripetutamente chiesto se avesse parlato con «FBI, CIA, DIA o qualsiasi altra agenzia di intelligence statunitense in merito alla ricerca sui virus» prima, durante o dopo la pandemia. Fauci ha ripetutamente eluso le domande, prima di affermare falsamente: «a mia conoscenza, no, riguardo al COVID».   La dichiarazione dell’ODNI afferma inoltre che «le testimonianze di numerosi informatori rivelano che gli analisti dell’intelligence che hanno contestato le conclusioni di Fauci sull’origine del COVID hanno subito minacce di ritorsioni, sono stati emarginati e spesso hanno subito battute d’arresto nella carriera. Ciò ha messo a tacere il dissenso e ha favorito una cultura in cui la verità è stata sacrificata al conformismo e le prove credibili sono state insabbiate».   Segnalazioni di informatori che la Gabbard ha riportato all’Ispettore Generale della Comunità dell’Intelligence comprendono: il caso di un appaltatore licenziato pochi giorni dopo essersi rivolto all’ODNI in qualità di informatore; i dirigenti che ricordano agli analisti che sostenevano l’ipotesi della fuga dal laboratorio che sarebbe stata la leadership a decidere quali analisti sarebbero stati promossi (il messaggio era chiaro: dissentire da un risultato manipolato avrebbe compromesso la carriera); i dirigenti di alto livello avrebbero eretto degli ostacoli per i whistleblower, eliminando l’anonimato dal processo di denuncia e insistendo sulla presenza di manager o avvocati alle riunioni dell’ODNI, creando un clima di intimidazione.  

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Immagine di Christopher Michel via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
     
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Epidemie

Rapporto OMS avverte: entro settembre rischio di oltre 8.000 casi di Ebola in Congo entro settembre

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L’attuale epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo orientale ha registrato il maggior numero di casi confermati nel primo mese rispetto a qualsiasi altra epidemia precedente.

 

Il ceppo Bundibugyo del virus Ebola ha infettato oltre 1.000 persone e ne ha uccise 267 in Congo, causando inoltre 20 infezioni e 2 decessi nella vicina Uganda. Gli esperti ritengono che il virus si stesse diffondendo da mesi prima di essere individuato e ufficialmente dichiarato un focolaio. A differenza delle precedenti epidemie, localizzate in aree rurali, questa ha colpito zone urbane più densamente popolate.

 

L’Ufficio Africa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato il 25 giugno un rapporto su The Lancet, avvertendo di un previsto raggiungimento di 8.210 casi confermati e 1.420 decessi entro metà settembre. Il loro modello computerizzato, basato sullo scenario peggiore, prevede 66.000 casi entro settembre. Vi sono indicazioni che gli operatori sanitari siano stati efficaci nel rallentare il tasso di trasmissione laddove hanno potuto operare.

 

Le comunità isolate, inizialmente restie a collaborare con gli operatori sanitari, ora comprendono la gravità della crisi e chiedono aiuto. Le autorità stanno reclutando 20.000 operatori sanitari della zona per potenziare il tracciamento dei contatti e altre iniziative.

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Tuttavia, una delle principali difficoltà nella lotta contro la malattia è la crisi umanitaria, con un milione di persone fuggite dai combattimenti nel Congo orientale e costrette a vivere in campi profughi sovraffollati. Sono stati accertati casi di Ebola in almeno tre di questi campi, ma gli operatori sanitari non possono accedervi a causa del conflitto. Il dottor Jean Kaseya, direttore generale dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha affermato: «Non possiamo fermare questa epidemia senza risolvere il problema umanitario».

 

Questa settimana inizieranno in Congo le sperimentazioni cliniche su due farmaci contro il virus Ebola Bundibugyo. Uno è il molto controverso remdesivir (la cui inefficacia per il COVID, sei anni fa, era stata affermata proprio dall’OMS…), un antivirale prodotto da Gilead Sciences, e l’altro è l’anticorpo monoclonale MBP-134 di MappBio, che qualcuno spera di utilizzare in futuro come vaccino per prevenire la malattia. Attualmente la sperimentazione con i due farmaci è progettata per verificare l’efficacia di una delle due terapie contro questa forma di Ebola.

 

Lo sviluppo di questi due farmaci è stato finanziato dal governo degli Stati Uniti, ma i fondi per affrontare l’epidemia sono arrivati con lentezza. Dei 910 milioni di dollari promessi dalla comunità internazionale, solo il 13% è stato erogato. Il presidente Trump ha richiesto 1,4 miliardi di dollari al Congresso, ma la maggior parte di questa somma è destinata ad aiutare gli americani, non la popolazione del Congo orientale.

 

La sua richiesta include 500 milioni di dollari per impedire la diffusione del virus negli Stati Uniti, altri 90 milioni di dollari per le attività diplomatiche e per l’evacuazione e il trasporto dei cittadini statunitensi esposti al virus, e 800 milioni di dollari per costruire un centro di quarantena in Kenya per gli americani esposti al virus.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Kenya ha già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.

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Un mese fa l’OMS aveva segnalato la prima guarigione confermata dall’epidemia del ceppo Bundibugyo. La responsabile tecnica dell’agenzia, Anais Legand, ha dichiarato che un paziente risultato positivo all’Ebola è guarito ed è stato dimesso dall’ospedale il 27 maggio dopo aver ricevuto due risultati negativi al test.

 

Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa la Francia ha confermato il suo primo caso di Ebola in un medico rientrato di recente da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.

 

Nelle scorse settimane manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola dopo che era stato loro impedito di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.

 

Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.

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Immagine di World Bank Photos via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

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