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Coronamafia: Cosa Nostra a casa nostra

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Secondo il computo di Repubblica, i mafiosi usciti dalle patrie galere fino a ieri erano 376. Oggi se ne è aggiunta un’altra decina. Nel frattempo, un altro mezzo migliaio di detenuti ha chiesto di ottenere la scarcerazione.

 

Una manciata di quelli già tornati a casa era dietro le sbarre in regime di 41/bis: il cosiddetto carcere duro, volto a impedire, con l’isolamento, il passaggio di comunicazioni tra il detenuto e le organizzazioni criminali.

 

Una misura concepita per punire così severamente la creazione dell’anti-Stato, infliggendo cioè un castigo talmente insopportabile, da ipoteticamente spingere molti a divenire collaboratori di giustizia; nel linguaggio dell’epopea antimafiosa, «pentiti».

Hanno liberato un intero network, che si somma così a quello ricreato e nutrito nel frattempo al di fuori. Un’esplosione di civiltà mafiosa, con buona pace di quelli che hanno speso una vita, o l’hanno proprio perduta, per assicurare i malviventi alla giustizia

 

Ma qui, di pentimento, non c’è nemmeno l’ombra. 

 

 

Cosa Nostra a casa nostra

In pratica hanno liberato un intero network, che si somma così a quello ricreato e nutrito nel frattempo al di fuori. Un’esplosione di civiltà mafiosa, con buona pace di quelli che hanno speso una vita, o l’hanno proprio perduta, per assicurare i malviventi alla giustizia.

 

In questa cittadella di criminali – 376 bastano a fare un comune italiano – quelli che non erano al 41/bis erano comunque in regime di alta sicurezza. Uno di loro partecipò all’operazione nella quale, dopo averlo sequestrato, tenuto per mesi in un capanno e poi ucciso, sciolsero nell’acido il figlio tredicenne di un collega di Cosa Nostra che stava, appunto, sull’orlo di «pentirsi».

Questi 376 (per difetto) criminali finiscono ai domiciliari: esattamente come noi comuni cittadini

 

Ce lo ricordiamo tutti Giuseppe Di Matteo, il ragazzino di cui rimane solo una foto a cavallo. Non una sua molecola si è salvata, del suo carceriere invece si è salvato tutto, persino la libertà di uscire all’aperto.

 

Questi 376 (per difetto) criminali finiscono ai domiciliari: esattamente come noi comuni cittadini. Il regime, tra noi e loro, è stato sostanzialmente equiparato. Lo Stato-Repubblica Italiana e lo Stato-mafia paiono come aver trovato questo equilibrio umano e umanitario. Cosa Nostra a casa nostra. 

 

 

Il regime, tra noi e loro, è stato sostanzialmente equiparato. Lo Stato-Repubblica Italiana e lo Stato-mafia paiono come aver trovato questo equilibrio umano e umanitario. Cosa Nostra a casa nostra

Noi del 41/bis

L’enormità della trovata non si era granché percepita, se non tra gli addetti ai lavori. Finché non è deflagrata una bomba in diretta televisiva, tra le mani di uno stranito Massimo Giletti, con l’intervento telefonico a sorpresa dell’idolo degli antimafiosi Nino Di Matteo e contestuale non-risposta telefonica del ministro della giustizia Bonafede.

 

Ecco che partono i fuochi d’artificio. Starnazzamenti assortiti di maggioranze e opposizioni, mentre Cosa Nostra, da a casa sua, si sfrega le mani, in attesa che i picciotti tornino a baciarle.

 

E i cittadini incensurati, reclusi tramite gragnuola di decreti notturni, pagano il conto per tutti (maggiorato delle multe elargite a volontà dai solerti funzionari dello stesso Stato che scarcera i mafiosi): pagano per i politici, pagano per i criminali, pagano per quelli che continuano a essere importati, virus o non virus.

 

Pagano per uno Stato incapace di espletare la sua funzione primaria: difenderli. Uno Stato incapace di proteggere i cittadini dai virus cinesi e dai criminali, ma capacissimo di vessare ristoratori e cristiani superstiti, runner e famigliari accompagnatori di malati.

I cittadini contribuenti pagano per uno Stato incapace di espletare la sua funzione primaria: difenderli

 

Noi, che apparteniamo alla categoria di questi contribuenti privi di protezione e posti con violenza agli arresti domiciliari in regime di massima sicurezza, in attesa dell’applicazione del 41/bis telematico grazie ai nuovi dispositivi di tracciamento – quelli per cui si sono inventati Colao e la app pubblica dello Stato italiano a capitale privato e cinese – ci permettiamo di buttare lì qualche domanda.

 

Dov’è don Ciotti? E dove sono le frotte di bambinetti cattocomunisti capofila del corteo, i boy-scout agli ordini dei partiti di sistema in crisi di consenso?

 

Don Ciotti batti un colpo

Dov’è don Ciotti? Parliamo del fondatore e animatore di Libera contro le mafie, la iperattiva «associazione di promozione sociale» che rastrellava gli studenti nelle scuole, li portava in piazza a scioperare «contro le mafie e per la legalità»mettendo loro in mano quattro sbiaditi stracci arcobaleno e in bocca qualche slogan beota per simulare una parvenza di impegno civico. Non pervenuto.

 

E dove sono le frotte di bambinetti cattocomunisti capofila del corteo, i boy-scout agli ordini dei partiti di sistema in crisi di consenso, al traino dell’associazionismo paracattolico, al soldo dei filantropi globali?

 

Uno Stato incapace di proteggere i cittadini dai virus cinesi e dai criminali, ma capacissimo di vessare ristoratori e cristiani superstiti, runner e famigliari accompagnatori di malati

Forse sappiamo dove sono: sono impegnati a promuovere il nuovo modello educativo implementato dall’agenzia vaticana in ossequio alla teologia dell’ONU e dei plutotecnocrati transnazionali. Il Global compact of education in programma per maggio, causa pandemia e “per adempiere appieno alle aspettative di un patto globale”, è slittato a ottobre, e c’è bisogno di manovalanza. La mafia può attendere.

 

 

Buonanotte Saviano

Dov’è Roberto Saviano? Dov’è il prodotto di laboratorio mediatico incubato nella Mondadori di Marina Berlusconi e poi coltivato come clava antiberlusconiana nell’ammucchiata arcobaleno Espresso-Repubblica-Feltrinelli eccetera eccetera, l’intellettuale cosmopolita condannato per plagio che gira il mondo con la controversa scorta armata, anch’essa pagata dal contribuente?

 

Lo sentiamo emettere qualche suono disarticolato e confuso a favore della scarcerazione di quegli stessi che pareva lo volessero morto.

Saviano lo sentiamo emettere qualche suono disarticolato e confuso a favore della scarcerazione di quegli stessi che pareva lo volessero morto.

 

Sì, perché, come spiega ai comuni mortali che attendono i suoi oracoli, «un carcere democratico combatte la mafia», qualsiasi cosa questo significhi. Saremmo felici ora se, con qualche ulteriore diecina di camorristi a spasso, Saviano a differenza di noi riuscisse a dormire sonni tranquilli. Buonanotte.

 

 

Falci e Martelli

Dov’è Martelli, l’ex giovane e baldanzoso guardasigilli socialista che nel 1992 vantava l’inasprimento del 41/bis nella sua lotta alla mafia senza pietà? Noi lo sappiamo dov’è.

 

Il tempo è passato anche per lui, ora va per l’ottantina, ma ha appena impalmato in quel di Tel Aviv una che di mestiere fa la deputata PD e conta 39 anni meno di lui e due cognomi, anzi tre: Lia Quartapelle Procopio in Martelli. 

 

Forse la saggezza senile e la premura per la pax domestica hanno preso il sopravvento sulle passioni giustizialiste di gioventù. Succede.

 

 

Dov’è Marco Travaglio? Quello che se il congiunto o un non congiunto ti incrociava dal droghiere, il giorno dopo partiva contro di te un’inchiesta giornalistica e un libro a quattro mani con Peter Gomez?

Travaglio in Bonafede

E Travaglio? Dov’è Marco Travaglio? Dov’è l’implacabile cavaliere dell’integrità morale e dell’illibatezza civica, civile e penale, quello che se il congiunto (id est: parente entro il sesto grado) di un mafioso, ma anche un non congiunto (cioè oltre il sesto grado), ti incrociava dal droghiere, il giorno dopo partiva contro di te un’inchiesta sul quotidiano e un libro a quattro mani con Peter Gomez?

 

Eccolo, lo vediamo: Travaglio è sotto la scrivania che fischietta e intanto si spreme le meningi su come promuovere la reputazione del suo ministro, ingiustamente trascinato in codeste pretestuose polemiche. È tutto un equivoco, il ministro è stato frainteso e del resto la competenza del ministro in materia giuridica è ormai acclarata e quindi indiscutibile.

 

Bonafede infatti sarà rimembrato dai posteri per l’inaugurazione di quella scuola di pensiero per la quale l’ordinamento contempla i reati penali, evidentemente nascondendo da qualche parte anche reati non penali (civili? amministrativi?). 

 

Sfavillante dottrina giuridica di Bonafede secondo cui «quando il reato non si riesce a dimostrare il dolo…diventa un reato colposo»

Oppure quell’altra sfavillante dottrina, ulteriore dimostrazione delle non comuni doti speculative del suo autore, secondo cui «quando il reato non si riesce a dimostrare il dolo…diventa un reato colposo». Prendete nota, penalisti, filosofi del diritto, appassionati di enigmistica, pittori surrealisti.

 

 

Il Crepuscolo dei Papelli

Dove sono tutti quelli che per oltre un decennio ci hanno ossessionato con la storia del «papello», la trattativa Stato-Mafia, con un signore che forse vi era coinvolto e che poi veniva fatto Presidente, e dopo lasciava la poltrona a un siciliano con meriti antimafiosi acquisiti in linea collaterale?

 

Dov’è la grande, unica epopea rimasta alla Repubblica Italiana, l’unico poema epico prodotto dalla prima Repubblica, l’unico ethos comune professato nei ministeri romani, e cioè il mito immarcescibile della Lotta alla Mafia?

Dov’è la grande, unica epopea rimasta alla Repubblica Italiana, l’unico poema epico prodotto dalla prima Repubblica, l’unico ethos comune professato nei ministeri romani, e cioè il mito immarcescibile della Lotta alla Mafia?

 

Lasciamo perdere persino i dipartimenti antimafia e i ministri e viceministri e i sottosegretari e le commissioni antimafia, e le fiction TV, la Piovra di Michele Placido e Gomorra, lasciamo perdere gli sbirri incappucciati, i titoloni sul giornale, Falcone e Borsellino: pensiamo soltanto ai miseri «professionisti dell’antimafia», come li chiamava Sciascia, gli scribacchini di piccolo cabotaggio che, al pari di tutti quelli di cui sopra, per anni e anni hanno campato strillando a giorni alterni sul pericolo incombente di Cosa Nostra – letteralmente, «l’antimafia di carta», con certo stipendio annesso.

 

Dove sono, dunque, tutti questi idoli e idoletti, che grazie all’invisibile virus cinese conoscono niccianamente il loro crepuscolo?

 

Dove erano due mesi fa, i nostri eroi antimafiosi, quando già si manifestavano avvisaglie di ciò che covava sotto la cenere: quando cioè, agli albori del caos epidemico, i primi a rivoltarsi con inedita sincronia, in tutto il territorio nazionale, con morti e feriti e incendi e allagamenti e fughe, furono proprio i carcerati?

Dove erano due mesi fa i nostri eroi antimafiosi, quando a rivoltarsi con inedita sincronia, in tutto il territorio nazionale, con morti e feriti e incendi e allagamenti e fughe, furono proprio i carcerati?

 

 

Romanzo infernale

La nostra immaginazione, sicuramente fervida, decisamente falsa, pura fantasia da romanzetto, si spingeva fino a intravvedere uno Stato debole, dinanzi a un’incognita sanitaria totale, accordarsi con le tribù del territorio per prevenire le probabili rivolte in meridione nel caso di catastrofe epidemica. Pura fantasia, lo sottolineiamo.

 

Ma in questa bizzarra fantasia lo Stato non giunge al negoziato con le mafie da una posizione di forza, come ai tempi del papello, quando era stata la mafia a citofonare a suon di bombe, a Firenze, Roma, Milano.

 

In questa bizzarra fantasia lo Stato non giunge al negoziato con le mafie da una posizione di forza, come ai tempi del papello, quando era stata la mafia a citofonare a suon di bombe, a Firenze, Roma, Milano

Oggi invece, in questa stramba fantasia, è lo Stato ad aver chiamato per chiedere aiuto. Tregua. Bando. Do ut des. Time-Out. Insomma, quello che possono essersi detti perché Napoli, Palermo, Bari, Salerno, Reggio Calabria e poi Roma, Milano, Padova, eccetera, non diventassero altrettante Beirut europee, con inevitabile contagio di altre città ancora fino al fiammante inferno del collasso sociale.

 

Ed ecco che una protesta al supermercato, o all’ospedale, o davanti a una caserma – tutte manifestazioni spontanee, certo – degenera. Ci scappano i morti, le auto incendiate, le prime razzie di farmacie e negozi (che altrove si sono già viste, anche se a bassa intensità). Poi quei milioni di africani che hanno importato a spese nostre – abbiamo elargito più soldi noi a loro che Bill Gates all’OMS e alle sue mega-campagne vaccinali – si organizzano, e del resto uno Stato collassato è per loro lo stato naturale.

 

Ma ecco che, di fronte alla minaccia della Repubblica Italiana travolta in un domino rovinoso e inarrestabile, appare all’orizzonte una spregiudicatissima, ma praticabile, soluzione di garanzia: i garanti propongono, lo Stato accetta…et voilà, la nostra fantasia si esaurisce qui.

In questa stramba fantasia, è lo Stato ad aver chiamato per chiedere aiuto perché Napoli, Palermo, Bari, Salerno, Reggio Calabria e poi Roma, Milano, Padova, eccetera, non diventassero altrettante Beirut europee,  fino al fiammante inferno del collasso sociale

 

 

Genio in buona fede

Ma no, svegliamoci, dai. Torniamo alla realtà: abbiamo un ministro della giustizia bello vispo che, come abbiamo visto sopra, mastica di diritto e mostra dimestichezza con gli istituti giuridici e con la pratica giudiziaria. Ogni volta che si esprime è una rivelazione.

 

Ricordiamo ancora, ad esempio, il discorso che Alfonso Bonafede pronunciò in Aula nel luglio del 2015 sul Forteto, quando spiegò come il dramma senza fondo e senza fine della cooperativa toscana dipendesse dal fatto che il PM democristiano Casini, quello che inquisiva i vertici della cooperativa degli orrori, non si parlava con il presidente del tribunale dei minori, quel Meucci che al Forteto i bambini continuava imperterrito a mandarli: meri problemi di comunicazione tra figure istituzionali, insomma. Bastava i due facessero pace.

 

Oggi se hai sciolto un bambino nell’acido vai agli arresti domiciliari. Proprio come tutti noi

Ascoltatevelo: «cioè il dubbio che c’è dietro a tutta questa situazione è che questi bambini abbiano subito i danni mortificazioni abusi sessuali a causa della farsa delle… del… dei.. litigi e… battaglie o pseudo battaglie tra sinistra e destra».

 

Anche in questo caso si tratta di un’altra lettura di una vicenda umana e giudiziaria, storica e metastorica fondamentale, una lettura simile per acume a quelle che, su tanti temi importanti, ci squaderna il nostro Guardasigilli nell’ora presente.

 

Bene. Oggi, sempre per via di quella straordinaria creatività, se hai sciolto un bambino nell’acido vai agli arresti domiciliari. Proprio come tutti noi.

 

Giovanni Falcone: «Dove comanda la mafia, i posti di comando vengono dati ai cretini»

Pare che Giovanni Falcone ci abbia lasciato questo aforisma folgorante: «Dove comanda la mafia, i posti di comando vengono dati ai cretini».

 

Indovinello: se il giudice-martire aveva ragione, chi comanda ora davvero in Italia?

 

 

Roberto Dal Bosco

Elisabetta Frezza

 

 

Una versione di questo articolo è precedentemente apparsa su Ricognizioni

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Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione

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La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.

 

Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.

 

Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.

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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.

 

La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.

 

Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.

 

A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).

 

Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.

 

Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.

 

Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.

 

Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.

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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.

 

La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.

 

A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.

 

Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.

 

Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.

 

Taro Negishi

Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone

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Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.   Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.   Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.   Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?   E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.   Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!   Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)   Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»   Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.   E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.   Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?   Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.   E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.   A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».   Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.   «Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».   Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.   Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.   Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.   Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.   Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.   E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.   Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News
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Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.

 

Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».

 

È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.

 

Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.

 

A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.

 

Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.

 

Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.

 

Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.

 

Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.

 

Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.

 

E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.

 

Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.

 

La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.

 

Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.

 

Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.

 

La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.

 

Elisabetta Frezza

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