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Coronamafia: Cosa Nostra a casa nostra

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Secondo il computo di Repubblica, i mafiosi usciti dalle patrie galere fino a ieri erano 376. Oggi se ne è aggiunta un’altra decina. Nel frattempo, un altro mezzo migliaio di detenuti ha chiesto di ottenere la scarcerazione.

 

Una manciata di quelli già tornati a casa era dietro le sbarre in regime di 41/bis: il cosiddetto carcere duro, volto a impedire, con l’isolamento, il passaggio di comunicazioni tra il detenuto e le organizzazioni criminali.

 

Una misura concepita per punire così severamente la creazione dell’anti-Stato, infliggendo cioè un castigo talmente insopportabile, da ipoteticamente spingere molti a divenire collaboratori di giustizia; nel linguaggio dell’epopea antimafiosa, «pentiti».

Hanno liberato un intero network, che si somma così a quello ricreato e nutrito nel frattempo al di fuori. Un’esplosione di civiltà mafiosa, con buona pace di quelli che hanno speso una vita, o l’hanno proprio perduta, per assicurare i malviventi alla giustizia

 

Ma qui, di pentimento, non c’è nemmeno l’ombra. 

 

 

Cosa Nostra a casa nostra

In pratica hanno liberato un intero network, che si somma così a quello ricreato e nutrito nel frattempo al di fuori. Un’esplosione di civiltà mafiosa, con buona pace di quelli che hanno speso una vita, o l’hanno proprio perduta, per assicurare i malviventi alla giustizia.

 

In questa cittadella di criminali – 376 bastano a fare un comune italiano – quelli che non erano al 41/bis erano comunque in regime di alta sicurezza. Uno di loro partecipò all’operazione nella quale, dopo averlo sequestrato, tenuto per mesi in un capanno e poi ucciso, sciolsero nell’acido il figlio tredicenne di un collega di Cosa Nostra che stava, appunto, sull’orlo di «pentirsi».

Questi 376 (per difetto) criminali finiscono ai domiciliari: esattamente come noi comuni cittadini

 

Ce lo ricordiamo tutti Giuseppe Di Matteo, il ragazzino di cui rimane solo una foto a cavallo. Non una sua molecola si è salvata, del suo carceriere invece si è salvato tutto, persino la libertà di uscire all’aperto.

 

Questi 376 (per difetto) criminali finiscono ai domiciliari: esattamente come noi comuni cittadini. Il regime, tra noi e loro, è stato sostanzialmente equiparato. Lo Stato-Repubblica Italiana e lo Stato-mafia paiono come aver trovato questo equilibrio umano e umanitario. Cosa Nostra a casa nostra. 

 

 

Il regime, tra noi e loro, è stato sostanzialmente equiparato. Lo Stato-Repubblica Italiana e lo Stato-mafia paiono come aver trovato questo equilibrio umano e umanitario. Cosa Nostra a casa nostra

Noi del 41/bis

L’enormità della trovata non si era granché percepita, se non tra gli addetti ai lavori. Finché non è deflagrata una bomba in diretta televisiva, tra le mani di uno stranito Massimo Giletti, con l’intervento telefonico a sorpresa dell’idolo degli antimafiosi Nino Di Matteo e contestuale non-risposta telefonica del ministro della giustizia Bonafede.

 

Ecco che partono i fuochi d’artificio. Starnazzamenti assortiti di maggioranze e opposizioni, mentre Cosa Nostra, da a casa sua, si sfrega le mani, in attesa che i picciotti tornino a baciarle.

 

E i cittadini incensurati, reclusi tramite gragnuola di decreti notturni, pagano il conto per tutti (maggiorato delle multe elargite a volontà dai solerti funzionari dello stesso Stato che scarcera i mafiosi): pagano per i politici, pagano per i criminali, pagano per quelli che continuano a essere importati, virus o non virus.

 

Pagano per uno Stato incapace di espletare la sua funzione primaria: difenderli. Uno Stato incapace di proteggere i cittadini dai virus cinesi e dai criminali, ma capacissimo di vessare ristoratori e cristiani superstiti, runner e famigliari accompagnatori di malati.

I cittadini contribuenti pagano per uno Stato incapace di espletare la sua funzione primaria: difenderli

 

Noi, che apparteniamo alla categoria di questi contribuenti privi di protezione e posti con violenza agli arresti domiciliari in regime di massima sicurezza, in attesa dell’applicazione del 41/bis telematico grazie ai nuovi dispositivi di tracciamento – quelli per cui si sono inventati Colao e la app pubblica dello Stato italiano a capitale privato e cinese – ci permettiamo di buttare lì qualche domanda.

 

Dov’è don Ciotti? E dove sono le frotte di bambinetti cattocomunisti capofila del corteo, i boy-scout agli ordini dei partiti di sistema in crisi di consenso?

 

Don Ciotti batti un colpo

Dov’è don Ciotti? Parliamo del fondatore e animatore di Libera contro le mafie, la iperattiva «associazione di promozione sociale» che rastrellava gli studenti nelle scuole, li portava in piazza a scioperare «contro le mafie e per la legalità»mettendo loro in mano quattro sbiaditi stracci arcobaleno e in bocca qualche slogan beota per simulare una parvenza di impegno civico. Non pervenuto.

 

E dove sono le frotte di bambinetti cattocomunisti capofila del corteo, i boy-scout agli ordini dei partiti di sistema in crisi di consenso, al traino dell’associazionismo paracattolico, al soldo dei filantropi globali?

 

Uno Stato incapace di proteggere i cittadini dai virus cinesi e dai criminali, ma capacissimo di vessare ristoratori e cristiani superstiti, runner e famigliari accompagnatori di malati

Forse sappiamo dove sono: sono impegnati a promuovere il nuovo modello educativo implementato dall’agenzia vaticana in ossequio alla teologia dell’ONU e dei plutotecnocrati transnazionali. Il Global compact of education in programma per maggio, causa pandemia e “per adempiere appieno alle aspettative di un patto globale”, è slittato a ottobre, e c’è bisogno di manovalanza. La mafia può attendere.

 

 

Buonanotte Saviano

Dov’è Roberto Saviano? Dov’è il prodotto di laboratorio mediatico incubato nella Mondadori di Marina Berlusconi e poi coltivato come clava antiberlusconiana nell’ammucchiata arcobaleno Espresso-Repubblica-Feltrinelli eccetera eccetera, l’intellettuale cosmopolita condannato per plagio che gira il mondo con la controversa scorta armata, anch’essa pagata dal contribuente?

 

Lo sentiamo emettere qualche suono disarticolato e confuso a favore della scarcerazione di quegli stessi che pareva lo volessero morto.

Saviano lo sentiamo emettere qualche suono disarticolato e confuso a favore della scarcerazione di quegli stessi che pareva lo volessero morto.

 

Sì, perché, come spiega ai comuni mortali che attendono i suoi oracoli, «un carcere democratico combatte la mafia», qualsiasi cosa questo significhi. Saremmo felici ora se, con qualche ulteriore diecina di camorristi a spasso, Saviano a differenza di noi riuscisse a dormire sonni tranquilli. Buonanotte.

 

 

Falci e Martelli

Dov’è Martelli, l’ex giovane e baldanzoso guardasigilli socialista che nel 1992 vantava l’inasprimento del 41/bis nella sua lotta alla mafia senza pietà? Noi lo sappiamo dov’è.

 

Il tempo è passato anche per lui, ora va per l’ottantina, ma ha appena impalmato in quel di Tel Aviv una che di mestiere fa la deputata PD e conta 39 anni meno di lui e due cognomi, anzi tre: Lia Quartapelle Procopio in Martelli. 

 

Forse la saggezza senile e la premura per la pax domestica hanno preso il sopravvento sulle passioni giustizialiste di gioventù. Succede.

 

 

Dov’è Marco Travaglio? Quello che se il congiunto o un non congiunto ti incrociava dal droghiere, il giorno dopo partiva contro di te un’inchiesta giornalistica e un libro a quattro mani con Peter Gomez?

Travaglio in Bonafede

E Travaglio? Dov’è Marco Travaglio? Dov’è l’implacabile cavaliere dell’integrità morale e dell’illibatezza civica, civile e penale, quello che se il congiunto (id est: parente entro il sesto grado) di un mafioso, ma anche un non congiunto (cioè oltre il sesto grado), ti incrociava dal droghiere, il giorno dopo partiva contro di te un’inchiesta sul quotidiano e un libro a quattro mani con Peter Gomez?

 

Eccolo, lo vediamo: Travaglio è sotto la scrivania che fischietta e intanto si spreme le meningi su come promuovere la reputazione del suo ministro, ingiustamente trascinato in codeste pretestuose polemiche. È tutto un equivoco, il ministro è stato frainteso e del resto la competenza del ministro in materia giuridica è ormai acclarata e quindi indiscutibile.

 

Bonafede infatti sarà rimembrato dai posteri per l’inaugurazione di quella scuola di pensiero per la quale l’ordinamento contempla i reati penali, evidentemente nascondendo da qualche parte anche reati non penali (civili? amministrativi?). 

 

Sfavillante dottrina giuridica di Bonafede secondo cui «quando il reato non si riesce a dimostrare il dolo…diventa un reato colposo»

Oppure quell’altra sfavillante dottrina, ulteriore dimostrazione delle non comuni doti speculative del suo autore, secondo cui «quando il reato non si riesce a dimostrare il dolo…diventa un reato colposo». Prendete nota, penalisti, filosofi del diritto, appassionati di enigmistica, pittori surrealisti.

 

 

Il Crepuscolo dei Papelli

Dove sono tutti quelli che per oltre un decennio ci hanno ossessionato con la storia del «papello», la trattativa Stato-Mafia, con un signore che forse vi era coinvolto e che poi veniva fatto Presidente, e dopo lasciava la poltrona a un siciliano con meriti antimafiosi acquisiti in linea collaterale?

 

Dov’è la grande, unica epopea rimasta alla Repubblica Italiana, l’unico poema epico prodotto dalla prima Repubblica, l’unico ethos comune professato nei ministeri romani, e cioè il mito immarcescibile della Lotta alla Mafia?

Dov’è la grande, unica epopea rimasta alla Repubblica Italiana, l’unico poema epico prodotto dalla prima Repubblica, l’unico ethos comune professato nei ministeri romani, e cioè il mito immarcescibile della Lotta alla Mafia?

 

Lasciamo perdere persino i dipartimenti antimafia e i ministri e viceministri e i sottosegretari e le commissioni antimafia, e le fiction TV, la Piovra di Michele Placido e Gomorra, lasciamo perdere gli sbirri incappucciati, i titoloni sul giornale, Falcone e Borsellino: pensiamo soltanto ai miseri «professionisti dell’antimafia», come li chiamava Sciascia, gli scribacchini di piccolo cabotaggio che, al pari di tutti quelli di cui sopra, per anni e anni hanno campato strillando a giorni alterni sul pericolo incombente di Cosa Nostra – letteralmente, «l’antimafia di carta», con certo stipendio annesso.

 

Dove sono, dunque, tutti questi idoli e idoletti, che grazie all’invisibile virus cinese conoscono niccianamente il loro crepuscolo?

 

Dove erano due mesi fa, i nostri eroi antimafiosi, quando già si manifestavano avvisaglie di ciò che covava sotto la cenere: quando cioè, agli albori del caos epidemico, i primi a rivoltarsi con inedita sincronia, in tutto il territorio nazionale, con morti e feriti e incendi e allagamenti e fughe, furono proprio i carcerati?

Dove erano due mesi fa i nostri eroi antimafiosi, quando a rivoltarsi con inedita sincronia, in tutto il territorio nazionale, con morti e feriti e incendi e allagamenti e fughe, furono proprio i carcerati?

 

 

Romanzo infernale

La nostra immaginazione, sicuramente fervida, decisamente falsa, pura fantasia da romanzetto, si spingeva fino a intravvedere uno Stato debole, dinanzi a un’incognita sanitaria totale, accordarsi con le tribù del territorio per prevenire le probabili rivolte in meridione nel caso di catastrofe epidemica. Pura fantasia, lo sottolineiamo.

 

Ma in questa bizzarra fantasia lo Stato non giunge al negoziato con le mafie da una posizione di forza, come ai tempi del papello, quando era stata la mafia a citofonare a suon di bombe, a Firenze, Roma, Milano.

 

In questa bizzarra fantasia lo Stato non giunge al negoziato con le mafie da una posizione di forza, come ai tempi del papello, quando era stata la mafia a citofonare a suon di bombe, a Firenze, Roma, Milano

Oggi invece, in questa stramba fantasia, è lo Stato ad aver chiamato per chiedere aiuto. Tregua. Bando. Do ut des. Time-Out. Insomma, quello che possono essersi detti perché Napoli, Palermo, Bari, Salerno, Reggio Calabria e poi Roma, Milano, Padova, eccetera, non diventassero altrettante Beirut europee, con inevitabile contagio di altre città ancora fino al fiammante inferno del collasso sociale.

 

Ed ecco che una protesta al supermercato, o all’ospedale, o davanti a una caserma – tutte manifestazioni spontanee, certo – degenera. Ci scappano i morti, le auto incendiate, le prime razzie di farmacie e negozi (che altrove si sono già viste, anche se a bassa intensità). Poi quei milioni di africani che hanno importato a spese nostre – abbiamo elargito più soldi noi a loro che Bill Gates all’OMS e alle sue mega-campagne vaccinali – si organizzano, e del resto uno Stato collassato è per loro lo stato naturale.

 

Ma ecco che, di fronte alla minaccia della Repubblica Italiana travolta in un domino rovinoso e inarrestabile, appare all’orizzonte una spregiudicatissima, ma praticabile, soluzione di garanzia: i garanti propongono, lo Stato accetta…et voilà, la nostra fantasia si esaurisce qui.

In questa stramba fantasia, è lo Stato ad aver chiamato per chiedere aiuto perché Napoli, Palermo, Bari, Salerno, Reggio Calabria e poi Roma, Milano, Padova, eccetera, non diventassero altrettante Beirut europee,  fino al fiammante inferno del collasso sociale

 

 

Genio in buona fede

Ma no, svegliamoci, dai. Torniamo alla realtà: abbiamo un ministro della giustizia bello vispo che, come abbiamo visto sopra, mastica di diritto e mostra dimestichezza con gli istituti giuridici e con la pratica giudiziaria. Ogni volta che si esprime è una rivelazione.

 

Ricordiamo ancora, ad esempio, il discorso che Alfonso Bonafede pronunciò in Aula nel luglio del 2015 sul Forteto, quando spiegò come il dramma senza fondo e senza fine della cooperativa toscana dipendesse dal fatto che il PM democristiano Casini, quello che inquisiva i vertici della cooperativa degli orrori, non si parlava con il presidente del tribunale dei minori, quel Meucci che al Forteto i bambini continuava imperterrito a mandarli: meri problemi di comunicazione tra figure istituzionali, insomma. Bastava i due facessero pace.

 

Oggi se hai sciolto un bambino nell’acido vai agli arresti domiciliari. Proprio come tutti noi

Ascoltatevelo: «cioè il dubbio che c’è dietro a tutta questa situazione è che questi bambini abbiano subito i danni mortificazioni abusi sessuali a causa della farsa delle… del… dei.. litigi e… battaglie o pseudo battaglie tra sinistra e destra».

 

Anche in questo caso si tratta di un’altra lettura di una vicenda umana e giudiziaria, storica e metastorica fondamentale, una lettura simile per acume a quelle che, su tanti temi importanti, ci squaderna il nostro Guardasigilli nell’ora presente.

 

Bene. Oggi, sempre per via di quella straordinaria creatività, se hai sciolto un bambino nell’acido vai agli arresti domiciliari. Proprio come tutti noi.

 

Giovanni Falcone: «Dove comanda la mafia, i posti di comando vengono dati ai cretini»

Pare che Giovanni Falcone ci abbia lasciato questo aforisma folgorante: «Dove comanda la mafia, i posti di comando vengono dati ai cretini».

 

Indovinello: se il giudice-martire aveva ragione, chi comanda ora davvero in Italia?

 

 

Roberto Dal Bosco

Elisabetta Frezza

 

 

Una versione di questo articolo è precedentemente apparsa su Ricognizioni

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Pensiero

Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo

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Pareva un caso sonnacchioso da fine estate.

 

Una bimba di quattro anni, tale Anna Rosa, Rosa Maria o giù di lì, viene portata all’ospedale di Palermo perché ha la febbre alta, mal di gola e vomito. Al pronto soccorso ci sarà qualche specializzando o un medico consumato dal caldo. La guardano un po’ e la dimettono subito con diagnosi di «tonsillite essudativa febbrile».

 

Che significa, in parole povere, che ha le placche; anche in agosto, succede; ormai non ci si capisce più niente, sapete quanti ne abbiamo? Prenda l’antibiotico e la tachipirina, e nel caso tornate.

 

Però la febbre non passa, e quando la riportano in ospedale, due giorni dopo, qualcuno si accorge che non è una tonsillite, ma una difterite. Malattia poco frequente e però curabile, se si prende in tempo. La curano, infatti, ma potrebbe non essere stata presa in tempo, o qualcosa va storto, perché la bimba muore.

 

Oh be’, sarà un errore medico, uno delle centinaia di migliaia in cui ogni anno incorrono i medici in Italia. Una morte che riempie un trafiletto di colore ed entra dritta dritta nelle statistiche, come quello di Trento, quell’altro di Albenga, quelli di Bari, e così via. Spiace, s’intende.

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Ma ecco che salta fuori che la bambina non era vaccinata, perché i genitori si sono opposti.

 

La belva apre l’occhio. In un lampo si volta e mette a fuoco la preda.

 

Partono all’assalto i cosiddetti professionisti dell’informazione. Alla faccia di ogni privacy: sparano il nome e cognome della bambina; il nome e cognome della mamma; il nome e cognome del papà. Chi sono e da dove vengono.

 

Non c’è ancora nessuna conferma, si attendono gli esami, l’autopsia è ancora di là da farsi. Beh, inezie. Il verdetto è già pronto e strillato nei titoli: BAMBINA NON VACCINATA MORTA DI DIFTERITE I GENITORI SONO NOVAX. 

 

È il lacerante colpo di timpano che dà il via all’osceno sabba intorno al corpicino di Anna Rosa. Ai giornali, ai TG e ai sedicenti esperti non sembra vero di stirare la gobba e rinverdire i fasti del COVID, e fanno a gara per puntare l’indice più a fondo nelle anime straziate di due genitori ai quali è morta una figlia.

 

Da subito ci si preoccupa di chiarire che i medici non c’entrano niente. L’hanno detto subito, in ospedale: noi abbiamo fatto di tutto. Come non crederci? Lo dice anche il luminare televisivo. Anche se poi si scopre che non solo hanno confuso la difterite con la tonsillite, perdendo tre giorni, ma che a quanto pare hanno recuperato, il 17 agosto, vaccinandola. D’accordo, una volta si diceva che non si vaccina a malattia in corso per via dell’effetto ADE che intensifica l’infezione, ma che sarà mai? I medici e gli infermieri sono i buoni. Sono sempre i buoni, figuriamoci. Ballano perfino Jerusalema

 

I cattivi invece sono i genitori «novax». La morte è colpa loro. Capite, mamma e papà? Lo spiegano i virologi con il muso bianco di cerone: la colpa è solo vostra. Della vostra scelta di non vaccinare Anna Rosa, della vostra riluttanza, ignoranza e diffidenza antiscientifica.

 

Non importa se nella sola Europa l’obbligo vaccinale anti-difterite è sconosciuto in Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. Che è come dire 260 milioni di abitanti nelle quali non si scorge alcuna ecatombe.

 

Non importa nemmeno se in Italia il tasso di mortalità all’introduzione del vaccino, nel 1939, era stabilmente basso da vent’anni; non importa se negli anni successivi è perfino aumentato ed è andato a diminuire solo dal 1946, con la fine della guerra e il miglioramento delle condizioni di vita. Se non ci si vaccina, ci si ammala e si muore: parole famose, degne del marmo. La piccola è morta per causa vostra, cari genitori. Altre ragioni non ce ne sono. Siete colpevoli.

 

È tutto un po’ folle e campato in aria, ma l’azione va a segno. La mamma di Anna Rosa ne è ferita e sfoga il suo dolore su Facebook, respingendo tutto. Denuncia l’errore medico, osserva che la difterite è ancora un sospetto, e ricorda che in casa ha una bara bianca e che solo Dio può giudicare. Sciocchezze. La povera donna ha il torto di rifarsi a quelli che in tempi di maggior decenza si chiamavano rispetto, prudenza, tatto, umanità, timor di Dio. Nulla le viene perdonato, anche perché il suo messaggio, giustamente, non si cura affatto del decoro: è senza punteggiatura, ha una sintassi sconnessa e indulge ad abbreviazioni come «ke» per «che», e «xke» in luogo di «perché».

 

La madre della bambina morta viene dunque derisa a sangue dalla schiera degli esseri superiori che scrivono pulito. Un’ignorante, dicono sguaiatamente, ed è il meno; un’analfabeta, non fa meraviglia che creda in Dio.

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Del resto, è del quartiere Zen di Palermo, o no? Ci pensa un articolo illuminato a rivelare che qui, come in certe tribù del Borneo, ci sia una «radicata credenza popolare» secondo cui i vaccini siano legati all’autismo, per cui la gente rifiuta l’esavalente. Si informa, peraltro, che allo Zen i ragazzini circolano su moto truccate, girano come ridere coltelli e armi, a capodanno sparano e il parroco è minacciato. Non c’entra nulla, è chiaro, ma tant’è. Siamo tra i selvaggi.

 

Si alzano sospiri, si scuotono teste: a gente così andrebbero tolti i figli.

 

Detto, fatto. Si muovono i pezzi da novanta. La Procura competente iscrive mamma e papà, a lettere di pece, nel registro degli indagati per omicidio colposo. Omicidio della loro figlia di quattro anni.

 

Il Tribunale per i minorenni, per non essere da meno, fa partire degli accertamenti per valutare la loro responsabilità genitoriale. Già, perché hanno altri tre bambini: e glieli porteranno via.

 

Non solo: avvia un’operazione, definita «urgentisssima», in grande stile. «A partire dal primo giorno di scuola i Carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari di Palermo nord per scovare i bambini non vaccinati». Proprio così, scovare.

 

La storia continua e non terminerà a breve, ma già da questo si capisce che a Palermo si è riproposto il terno che sei anni fa è uscito su tutte le ruote e ha sbancato l’Italia tutta.

 

A questo punto, per comprendere bene conviene rivolgersi alla smorfia napoletana, la più titolata, rodata e attendibile.

 

Innanzitutto si deve considerare la propaganda, affidata ai giornalisti impapocchiati, ai luridi programmi televisivi, ai virologi drogati. Loro, il compito di dare l’accelerata improvvisa, di montare il caso dicendo tutto anche se non si sa niente. Prestigiatori dell’apparenza, stringono un qualunque effetto alla causa che viene loro additata, a scorno di ogni logica, senza timore alcuno. Strillano all’unisono, berciano, battono la grancassa, la buttano in caciara, fanno gran mostra di civici sdegni e invocano il pugno duro. 

 

La smorfia discretamente suggerisce il 4, «’o Puorco».

 

Tra i significati del numero ci sono anche la Casacca, che si gira e si volta con la convenienza; il Carnefice, colui che fa il lavoro sporco di sgozzare e imbrattarsi; la Bara Vuota, emblema del nulla spacciato per tragedia, come a Bergamo; e, naturalmente, i Pupazzi e il Servo.

 

Com’è ovvio, la propaganda nulla fa se non ci sono orecchie per ascoltare e bocche per ripetere e amplificare.

 

E qui entra in gioco l’innumere e garrulo esercito dei vigliacchi, dei mezzi sapienti la cui cultura affonda le radici nei libri di Piero Angela o di Biglino, degli sputacchioni di schermi, degli spiritosissimi, degli statisti da bar, dei rospi ricoperti di veleno. I loro versi assordano come lo starnazzo delle oche alla vista del pastone, ignare dei fornelli che si scaldano alle loro spalle.

 

Sono i fiancheggiatori, gli utili idioti, la falange quadrata in cui una testa vale l’altra e tutte insieme non valgono uno zero. L’esponente tipico si distingue per la cattiveria: perché l’italiano, checché se ne dica, è cattivo. Basta farsi un giro sui social, dove la melma ribolle più acre, per rendersi conto della pochezza e della mancanza di umanità con cui il bastardume italico tratta le tre cose su cui non è lecito scherzare mai: l’innocenza dei bambini, la misericordia di Dio e il dolore dei genitori.

 

La smorfia napoletana, a colpo sicuro, indica il 71, «l’Ommo ‘e Merda». Il numero si riferisce peraltro anche al Corvo, egida di queste ripugnanti creature; all’Allegria, loro livido connotato; al Gelo, perché tanto e di natura infernale ce ne vuole in cuore, per fare quel che fanno e come lo fanno; all’Inquisizione, nel duplice senso di tribunale ma plebeo, da pescivendole e tricoteuses e di delazione e caccia all’uomo; al Carcinoma, poiché infine questo sono, e della specie più malodorante, rispetto al corpo del disgraziato nostro Paese.

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L’ultimo estratto della terna è il 90, «’a Paura». L’abbinamento alla vicenda sembra banale tanto è semplice, ma a ben vedere c’è di più. La smorfia, che le verità maggiori le indica per accenni, tra i significati riporta il Quirinale: e non è dubbio che con ciò voglia intendere lo Stato italiano nella sua essenza.

 

Già, perché lo Stato fa paura.

 

Fa paura in quanto dallo Stato c’è soprattutto da aspettarsi il Male. I suoi bracci operativi, esplica la smorfia, sono il Magistrato che gli conferisce la patente di legittimità e il Generale che lo esegue con la forza. La tenaglia lo si vede tutti i giorni si inceppa quando c’è da far rispettare il Bene, il Giusto, la tutela degli inermi, la protezione dell’uomo comune, della famiglia, dell’ordine naturale. In questi casi, quando non fa difetto il magistrato non risponde il generale; e così si forma la convinzione comune che lo Stato sia un ente floscio, imbelle, malfatto e deforme, buono solo a farsi buggerare e ridere dietro.

 

È un inganno. Laddove lo Stato vuol far valere le cose che gli stanno più a cuore si strappa la maschera di buon minchione, e si svela nella sua vera natura di Moloch.

 

C’è da far seccare una radice? Da esigere un sacrificio della vita, della libertà, della dignità? Occorre opprimere qualcuno? La tenaglia funziona a meraviglia. Preceduta dalla propaganda di regime e invocata dalla turba dei vili, lo Stato irrompe con la pesantezza di un elefante indiano in piena corsa, stritolando tutto ciò che trova. Il magistrato, seduto nel castelletto sulla groppa, muove il suo bastoncello, imperturbabile, velato da mille cortine di seta; il generale, alle redini, spinge l’animale a tutta forza contro l’obiettivo.

 

La famiglia di Anna Rosa ha ben motivo di temere. Lo Stato l’ha presa di mira ed è capacissimo, con il pretesto della morte della bambina, di smembrarla e di alzare le teste dei suoi membri sulle picche per spargere il panico.

 

Lo Stato infatti non solo fa paura in quanto è da temere, ma fa paura in quanto genera terrore. La paura è il modo con cui il Moloch si alimenta e alimenta i suoi soggetti. L’ideale è quello di una popolazione intimorita e inerme, che si può comandare alzando appena un sopracciglio o con una mezza parola. Un po’ come facevano certi padri antichi, i quali però amavano la prole e ne ricevevano il rispetto, dove lo Stato senza pupille esige solo l’obbedienza e la sottomissione più vieta.

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Colpirne uno per educarne cento: i recalcitranti, e anche soltanto i dubbiosi, devono essere ammaestrati dall’accaduto. Devono avere paura di fare la fine di Anna Rosa, di essere colpiti dalla difterite, di non essere curati, di morire, di essere disprezzati e segnati a dito, di perdere la capacità genitoriale, di doversi svenare in spese legali, di passare anni a combattere oltre i propri mezzi, nella solitudine e nel dolore.

 

Devono avere paura e chinare la testa davanti a questo mostro di morte che è lo Stato, indicibilmente inumano, ingiusto e violento, che vuol essere onorato come un dio, la cui cifra è proprio la paura e il cui numero è il 90.

 

Ad esso la smorfia napoletana, dalla quale non si sfugge, alla lettera S offre il significato di Satana.

 

Massimo Zanetti

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 Immagine screenshot da Twitter

 

 

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Pensiero

Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea

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Avevamo visto, pochi giorni fa, il clamore per la decisione dello Stato del Massachusetts, che ha di fatto autorizzato – come tanti altri Stati, non solo americani… – l’aborto sino alla nascita.   Avevamo spiegato: un feto è considerato «a termine a sette mesi», quindi ucciderlo a nove è uccidere un bambino, non è ancora un aborto post-natale, ma la differenza qual è? Avevamo quindi parlato del solito pendìo scivoloso: è chiaro che stiamo andando incontro al figlicidio vero e proprio. Non ci piove: tempo qualche anno, ed uccidere bambini già belli cresciuti sarà ritenuto legittimo (lo è già con l’eutanasia infantile, partita in Canada e nel Benelux, partendo magari dai bambini autistici).   La realtà ci ha superati nel giro di poche ore: l’America è rovesciata dal caso Lindsay Clancy la madre che ha ucciso tutti e tre i suoi figli, e sembra essere diventata l’eroina della porzione progressista della popolazione non solo statunitense. Abbiamo mandato su Renovatio 21 le immagini pazzesche della folla di donne rosavestite che accolgono la sua macchina fuori dal tribunale dove sta venendo giudicata. Ora vi sarebbe già un caso copycat, una madre che ha emulato uccidendo i suoi piccoli.   È incredibile ma una fetta gigante del popolo USA, quello intossicato dal femminismo e dal progressismo oltranzista, radicalizzato dagli algoritmi dei social media, ritiene la donna innocente. Eppure la dinamica sembra proprio quella non di un omicidio appetitivo diretto dalla rabbia o dalla follia, ma quello di una strage assai pianificata. La donna aveva chiesto al marito Patrick di uscire di casa per ritirare una cena da asporto e acquistare dei medicinali (ancora…), cosa che lui ha prontamente fatto. Rimasta sola, la donna ha aggredito i tre figli: Cora (5 anni), Dawson (3 anni) e Callan (8 mesi). Lindsay Clancy ha ucciso i suoi tre figli strangolandoli con delle fasce elastiche per l’allenamento.   Cora e Dawson sono morti sul colpo per asfissia, mentre il piccolo Callan è deceduto qualche giorno dopo in ospedale per le complicazioni. Subito dopo aver commesso il triplice infanticidio, Lindsay Clancy si è tagliata i polsi e si è gettata da una finestra del secondo piano della casa. È rimasta paralizzata: davanti al giudice compare in sedia a rotelle, elemento che forse contribuisce alla visione dell’assassina come inerme.

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La Clancy era sotto una quantità di psicofarmaci impressionante, tuttavia non è questo il motivo per cui le piccole fan scatenate ne chiedono la liberazione – anzi, a questo tipo di persona non sfiora nemmeno il dubbio che le droghe psichiatriche, pensate per alterare il pensiero e il comportamento, alterino davvero il pensiero e il comportamento, magari in senso omicidiario e suicidario, come del resto scritto nel Black Box Warning, il testo bene evidenziato per legge nel bugiardino.   È chiaro che, in fondo, dietro all’improvvisa causa della «psicosi post-partum» abbracciata dalla massa democratico-femminoide, c’è l’idea che la strage figlicida, se non un ancora diritto, sia al momento, una debolezza sulla quale chiudere un occhio.   È il ribaltamento infernale: il carnefice diventa vittima. È, sul serio, il Regno Sociale di Satana.   Proprio pensando all’Inferno, o meglio, letteralmente all’Ade, che ci viene in mente la figura che può risolvere la dissonanza cognitiva che ci provoca la visione delle donne che celebrano non solo l’uccisione dei bambini, ma dei propri figli.   Ecco che pensiamo a Medea. Il suo nome, in greco Μήδεια, significa esattamente «la pianificatrice».   Secondo la tragedia di Euripide Medea uccide i figli per vendicarsi del marito Giasone, che, arrampicatore sociale, vuole sposare Glauce, figlia del re, e quindi ereditare il potere sulla città di Corinto.   Medea, che veniva dalle barbare terre della Colchide (il Caucaso tra la Georgia, l’Armenia, la Turchia attuali) e che aveva aiutato Giasone a recuperare il Vello d’Oro innamorandosene al punto da tradire la sua stessa famiglia, procede con la vendetta più mostruosa: con un maleficio, brucia Glauce facendole indossare una corona e un abito da sposa che di colpo sprigionano una fiamma che consuma le carni della rivale come pure del padre re di Corinto accorso ad aiutarla.   Poi, l’atto ancora più centrale del suo piano: uccide due figli avuti da Giasone, Mermero e Fere, e fugge a bordo del mitico carro solare trainato da draghi alati. La vendetta è compiuta: il suo uomo non avrà più discendenza. Lei invece, rifugiata ad Atene, sposa il re Egeo dandogli un figlio, Medo.   Il mito, ho sempre pensato, ci racconta di qualcosa di cui abbiamo contezza nel corso della nostra esistenza: la capacità estremamente distruttiva dell’energia femminile, che è in grado di trasformare una madre nel suo opposto, la «madre terribile».   C’è questo aspetto ctonio e terrifico che vive nel femminile. Nel saggio L’archetipo della Madre (1938), Carlo Gustavo Jung descrive l’archetipo del femminile con un elenco di qualità opposte e ambivalenti: accanto a saggezza e protezione, vi è il segreto, l’occulto e il tenebroso, l’abisso e il mondo dei morti, ciò che divora, seduce e intossica, ciò che genera angoscia e ineluttabilità.   Il punto centrale in Jung è proprio questa ambivalenza strutturale: la Grande Madre non è mai solo nutrice, ma sempre anche «madre terribile». E cioè – pensate alla favola di Hansel e Gretel, diviene una strega.

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Per quanto nelle trasposizioni contemporanee, tra teatro e film, la questione sia sorvolata, ricordiamo che Medea , nella mitologia greca, è considerata una strega (φαρμακίς, pharmakís, maga, avvelenatrice) per eccellenza. Medea è nipote di Elios (il Sole) e nipote della maga Circe, sorella di suo padre Eete, re della Colchide. Appartiene quindi a una stirpe direttamente connessa alla stregoneria: è sacerdotessa di Ecate.   Ecate, per la mitologia greca, è la dea della magia, della notte, degli incroci e degli Inferi, protettrice dei passaggi e delle soglie.   La continuità dell’archetipo della figlicida con il mondo delle streghe è dichiarata. Di qui possiamo interrogarci sull’appropriazione che le femministe ancora negli anni della contestazione fecero della questione – «Maschi / Tremate / Le streghe son tornate» – facendo percolare la simpatia per le maghe nel sentire pubblico, per cui, oggi, è impensabile dire pubblicamente qualcosa di diverso da: «le streghe erano solo delle povere donne perseguitate dalla Chiesa e dal patriarcato per la loro libertà, sono vittime di persecuzione bigotta e maschilista, etc.»   Anche qui, guardiamo l’inversione: il carnefice diventa vittima. Perché che le streghe fossero cattive, come nelle favole, era chiaro a tutti. Chi ha parenti non urbanizzati che hanno vissuto il primo Novecento (fino, praticamente, al boom e al disastro sociale conseguente) può confermare che storie sulle streghe di Paese ancora circolavano.   E cosa fanno queste streghe? Malefici, sussurrano, sacrifici animali, forse peggio. Invidiano, maledicono altre donne, altre famiglie. Agiscono la magia (le ligature, si chiamano ancora da qualche parte in Italia) di conseguenza. Ma non solo questo.   È il momento in cui tiriamo fuori il Malleus Maleficarum, il «martello delle streghe», il manuale pubblicato in Germania dall’inquisitore Heinrich Krämer nel 1486, poco prima che lì esplodesse la peste luterana. Leggiamo la Quaestio XI del Malleus, che recita: «quod obstetrices malefice conceptus in utero diversis modis interimunt aborsum procurant et ubi hoc non faciunt demonibus natos infantes offerunt». E cioè: «Le streghe ostetriche in diversi modi uccidono nell’utero i concepiti, provocano l’aborto, e se non fanno questo, offrono ai diavoli i bambini appena nati».   Ebbene, le streghe uccidevano bambini. Erano mammane, e non solo facevano aborti, ma uccidevano i bambini appena nati. Sì, esattamente come succedere per legge o coram populo, ora. Negli anni abbiamo descritto altri sorprendenti parallelismi con il mondo moderno, in ispecie riguardo ai vaccini: il Malleus parla anche di pedofagia stregonesca, i bambini venivano uccisi e mangiati – proprio come nelle favole. I sieri, tra cui quelli anti-COVID, fatti con feti abortiti sono delle pozioni fatte con pezzi di questi bambini sacrificati e resi indegno cibo, inflitto a tutta l’umanità in quello che sappiamo essere un progetto infernale.   Rendere Medea, la mater terribilis, come paradigma della maternità – con lanci pubblici di coriandoli di menadi che inneggiano alla stragista figlicida – significa, più in profondo, cambiare il mondo pure nella sua visione umana. Se anche l’essere che esprime l’amore più puro e gratuito, la madre, diviene mostruosa e assassina, il mondo diventa solo sofferenza e sacrificio al più forte, diventa orrore e piena accettazione del Male inevitabile, divinamente programmato. Ecco la «Natura matrigna» di Leopardi, fatta imparare ai nostri figli da una scuola il cui canone letterario è stato creato ad arte dai massoni.   Il bambino, ragazzo uomo che studia per alla «Natura matrigna» è una creatura pronta a farsi sacrificare, alla madre terribile o a qualsiasi altro dio – incluso il dio vaccino.

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Osannare la madre che uccide i figli è un attacco atto a demolire la legge naturale. È proclamare che l’essere umano, pure nella sua fase più innocente, non è al sicuro mai. Notate: in tutti i casi in cui accade, da Medea alla Clancy e alle sue copycat, il padre, guardiano della sua famiglia, è allontanato per procedere all’assassinio dei bambini. Il padre, il protettore, è escluso per il tempo necessario a eliminare la sua discendenza: il maschio, privato del suo ruolo primigenio di difensore, è punito e umiliato. Anche fuori dalle storie di sangue, lettore può pensare da solo come il divorzio giochi dentro questo disegno malvagio.   Siamo quindi davanti al tratto finale della lotta femminista. Come per Medea, come per le streghe, è il patriarcato ad essere colpito la cuore. E quindi, quello che stiamo vedendo emergere qui, nei fiumi di sangue dei figli uccisi, è un primo assaggio del ritorno del Matriarcato, con la sua violenza crudele ed inspiegabile, la violenza femminile tellurica, la violenza infernale di Ecate. Lasciata libera di scorrere senza più il contrasto del principio maschile, l’energia femminile diviene massacro.   Dovrebbe essere chiaro: se il mondo non torna in sé, quello che stiamo vedendo con il caso Clancy e con gli epigoni non è cronaca nera, è una sbirciata nel futuro mostruoso che ci aspetta.   È l’Umwertung aller Werte, la «trasmutazione di tutti i valori» di cui parlava Nietzsche, chissà perché anche quello fatto studiare nelle nostre aule. Tutto è invertito, persino l’amore materno.   Nel mondo della Necrocultura, le mamme divengono quindi streghe assassine. E non è una metafora, né una fiaba, né un mito. È la nostra realtà.   Roberto Dal Bosco  

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 Immagine: Eugène Delacroix (1798–1863), Medea (1838), Palais des Beaux-Arts, Lille Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata  
 
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Pensiero

Cos’è lo Stato e chi lo controlla?

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Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.

 

Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema. 

 

Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente. 

 

È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano. 

 

In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo. 

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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.

 

Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.

 

Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese. 

 

Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.

 

Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti. 

 

Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.

 

Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa. 

 

Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.

 

Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.

 

Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.

 

A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale. 

 

Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright MillsPhilip H. BurchG. William Domhoff e Carroll Quigley.

 

Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.

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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie ​​della sovranità dei consumatori. 

 

Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo. 

 

Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti. 

 

Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene. 

 

Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe. 

 

Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato. 

 

Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile. 

 

Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi. 

 

«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».

 

Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale. 

 

Jeffrey A. Tucker

Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.

 

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