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Renovatio 21 recensisce Squid Game

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Spinti da lettere di lettori che si interrogano sulla simbologia del calamaro – testé dichiarato da Renovatio 21 personaggio dell’anno – pubblichiamo, con colpevole ritardo una recensione di Squid Game, la serie più seguita del 2021. Di certo, Squid Game (tradotto, il «giuoco della seppia») non ha molto a che fare con il calamaro sanguigno e il suo attuale dominio occulto sul mondo, tuttavia nella serie sono enunciate molte cose interessanti, sempre riguardo al dominio del mondo, allo sterminio degli uomini, alle élite crudeli e mascherate, alla fine della dignità umana. 

 

 

Squid game, la serie Netflix coreana dove un manipolo di persone indebitate e irrisolte competono in gare mortali per un premio in denaro, è senza dubbio la serie dell’anno. Più di 110 milioni di visualizzazioni solo il primo mese di programmazione sono una cifra piuttosto importante, che indica che l’opera può aver toccato qualche corda sensibile negli spettatori di ogni Nazione terrestre.

 

La serie è riuscita a diventare un fenomeno planetario nonostante degli handicap specifici come la lingua – ancora più ostica all’orecchio dello spettatore globale di quella giapponese – e soprattutto la recitazione coreana, dove i personaggi sono sempre sopra o sotto le righe, o troppo verbosi e (apparentemente) monodimensionali, o troppo silenziosi e opachi.

 

Squid Game è già assurta allo status di fenomeno iconico. I «soldati» incappucciati vestiti di rosa con maschere minimali (sul volto solo un triangolo, o un quadrato, o un cerchio: un segno gerarchico e al contempo uno dei segni che i bambini di Corea tracciano a terra quando fanno il «gioco della seppia») sono diventati i più gettonati di questo secondo Halloween pandemico. Si sprecano in tutto il mondo le preoccupazioni di scuole e genitori per l’identificazione dei ragazzi con un mondo di violenza gratuita ed estrema.

 

 

Da Arancia Meccanica a Parasite a Squid Game, via Carlo Marx

Niente di nuovo sotto il sole: anche per Arancia Meccanica fu così: la crudeltà «ultraviolenta» dei drughi – anche lì, individui mascherati – era uno shock per lo spettatore appena emerso dagli anni Sessanta, il quale aveva addosso magari gli ancora più rassicuranti anni Cinquanta.

 

Tuttavia, nel capolavoro di Kubrick tratto dal romanzo di Anthony Burgess la violenza usciva dai figli nichilisti della piccola borghesia paraproletaria. In Squid Game, invece, la violenza è sì perpetrata (o anche: autoperpetrata) dalla classe inferiore della società, ma anche organizzata – con voluttà terrificante – dalla classe dominante.

 

A mascherarsi non sono i poveri teppisti. Sono i membri di un’élite transnazionale miliardaria, le cui origini (a parte i coreani, ci sono americani? C’è un britannico? Un russo? Un cinese?) e le cui perversioni possiamo solo cercare di inferire.

 

In molti, come l’opinionista conservatore americano Ben Shapiro, hanno tentato di dare una spiegazione marxista di Squid Game, che sarebbe quindi poco più che un granguignolesco promemoria della lotta di classe nel XXI secolo.

 

Molti saranno d’accordo: del resto, è stato detto da varie parti, si tratta di una mistura assai riuscita di due possibili ingredienti, il film di culto giapponese (con Takeshi Kitano) Battle Royale – dove si immaginava una società dove una classe di studenti si doveva combattere su di un’isola (Hunger Games ha, di fatto, copiato, sì) – e il film rivelazione del 2019, il coreano Parasite, premiato con vari Oscar più o meno meritati.

 

Parasite, venne notato, era una sorta di acidissima commedia horror sul concetto caro al nuovo politicamente corretto vigente in USA: l’equality. Cioè la parità, le eque opportunità tra le persone che sembrano essere scomparse tra gruppi e classi sociali.

 

Tuttavia, vorremmo qui parlare di tutt’altro. Fare un discorso più oscuro, meno intellettuale. Squid Game può possedere significati che vanno al di là di quelli che si hanno con la mera analisi sociologica.

 

E se ci fosse qualcosa di più reale, e di più spaventoso, di Carlo Marx e dei suoi epigoni dietro a questo successo mondiale?

 

I significati generali che si traggono dalla serie vanno ben oltre le questioni di classe. La popolazione è numerata, sottomessa, e ha rinunciato alla democrazia una volta per tutte.

 

In Squid Game, il popolo è infantilizzato, anche contro la sua volontà: i giuochi di morte sono giuochi per bambini, e l’oggetto agognato è questo enorme maialino salvadanaio che vale il ritiro per sempre dalla classe lavoratrice.

 

Il popolo è ingannato da una élite superiore con la promessa dell’arricchimento materiale.

 

Tutto il resto è sangue e barbarie. Potere, comando, sacrificio umano.

 

 

L’élite rivelata dai simboli di Squid Game

Lo schema di costruzione della società moderna è illustrato già nei primi secondi, quando vediamo dall’alto il campo del gioco della seppia. Il quadrato può rappresentare la massa della popolazione generica, il triangolo che lo sovrasta è l’élite.

 

I due cerchi segnano in alto il vertice della classe dirigente che si ritrova ad organizzare e a consumare lo spettacolo genocida e, chiralmente, la parte più bassa della società, quella dei disperati e degli indebitati oltre ogni possibilità di riscatto.

 

Notate come gli stessi segni, che sembrano pulsanti della Playstation, siano riprodotti nelle maschere dei guardiani armati. E ognuna di queste forme rappresenta, pare di capire, un segno nella gerarchia del piccolo esercito fucsia.

 

 

Sacrificio umano, per sport

Il fatto che l’élite sia coinvolta in sacrifici umani organizzati non è una novità per la storia umana: potete pensare alle civiltà precolombiane, magari ripassando Apocalypto, per capire come ciò fosse in realtà la norma, prima della fine delle uccisioni rituali sancita dal Cristianesimo (che in Squid Game è puntualmente sbeffeggiato).

 

Negli anni ‘20 vi fu un racconto, e un film, dal titolo Most Dangerous Game che narrava di un nobile russo che cacciava esseri umani per sport. Il tema è stato ripreso numerose volte nella cinematografia americana, sia in alto che in basso. Dal grande classicone zona Italia 1 American Ninja (1985) al John Woo di Senza Tregua (1993). Per finire con il capolavoro disgraziato (linciato a scatola chiusa, rilasciato in ritardo e fatto sparire subito), politicamente ultra-divisivo ma a modo suo perfetto, The Hunt (2020). Satira superba della polarizzazione sociopolitica cristallizzata ora in USA, dove un gruppo di liberali ultra politicamente corretti rapisce una dozzina di americani medi, tendenzialmente conservatori ed elettori di Trump – in una parola, anche usata nel film, «deplorables» – per cacciarli nel modo più belluino. Essi avevano osato far commenti inappropriati sui social media.

 

Solo finzione? No.

 

Austriaci e tedeschi ricordano sommessamente il cosiddetto Massacro di Rechnitz. Nella notte tra il 24 e il 25 marzo 1945, una domenica delle Palme, a Rechnitz, in Austria, si tenne una festa al castello di Margit von Batthyány, figlia di Heinrich Thyssen-Bornemisza, della famiglia delle acciaierie e delle crapulose megacollezioni d’arte. L’Armata Rossa era vicina, in dieci giorni avrebbe raggiunto il luogo, tutti lo sapevano. Così, al festone dove erano invitati vari dirigenti delle SS e della Gioventù hitleriana, verso la mezzanotte fu offerta una speciale iniziativa: l’uccisione di lavoratori forzati ebrei ungheresi, portati al castello per la bisogna.

 

Ne uccisero quasi due centinaia. Si distinsero un capo nazista e il direttore del castello, che forse era amante della contessa.

 

Squid Game non è fantascienza. Proprio no.

 

 

Squid Game e l’illusione della democrazia

I partecipanti del gioco sono deumanizzati, numerati, disorientati, tribalizzati. Tuttavia, un colpo di scena di non poco conto è quando si apprende che hanno una concreta possibilità di fuga: il voto democratico.

 

È una delle regole fondamentali che vengono declamate immediatamente, prima che si proceda al primo, sorprendente massacro. Se la maggioranza decide di smettere di giocare, tutti a casa. Bisogna aspettare l’ultimo episodio per capire che anche questa regola è, in fondo, truccata.

 

Così come è forte l’impatto della rivelazione del coinvolgimento nel gioco di forze di polizia, e quindi non solo dell’establishment finanziario internazionale.

 

Qui sta il pensiero più crudele inferto dalle élite al popolo: essi sulla carta hanno scelta, sono liberi. In realtà, tutto è preparato al fine di ottenere qualcosa di silenzioso e preziosissimo: la sottomissione, l’accettazione di qualsiasi privazione, qualsiasi comando, qualsiasi aberrazione, orrore, peccato, delitto.

 

L’illusione della democrazia è lo strumento con cui l’élite ottiene la piena adesione del cittadino alle sue architetture ingiuste e disfunzionali. La democrazia è la conditio sine qua non per il Teatro delle Crudeltà dell’élite perversa e inarrivabile. Senza democrazia, pare dire la serie, essi non avrebbero il potere di cui godono. Democrazia e oligarchia sono interrelate: la prima è solo la maschera, la crosta della seconda. Di mezzo, gente in divisa armata.

 

 

Infantilizzare e corrompere

Alcuni hanno notato che l’infantilizzazione dei partecipanti allo Squid Game, costretti a giocare ai giochi popolari tra i bambini coreani, rappresenta la volontà, più che di infantilizzare la popolazione, di corrompere l’idea stessa di infanzia.

 

Particolarmente disturbanti sono le bare a forma di regalo. Da una parte, esse portano verso l’idea orrenda della morte violenta come gioco d’infanzia.

 

Tale idea è anticipata nel primo episodio, quando il protagonista dà a sua figlia un regalo che contiene, per isbaglio, una pistola-accendino.

 

Dall’altra le bare-regalo sottolineano la dimensione dell’offerta religiosa – il sacrificio umano per compiacere gli dèi, che in questo caso sono i ricconi mascherati che si godono lo spettacolo tra champagne e gozzoviglie omoerotiche.

 

Non è priva di significato la menzione del traffico di organi di cadaveri operato di nascosto dagli stessi «secondini» del gioco. Con lo squartamento e il commercio di parti di essere umano ancora vivente si toccano abissi di corruzione della dignità umana che non sono sconosciuti dal mondo reale, dove il traffico di organi esiste eccome – ne è stato accusato il presidente di un Paese limitrofo, il kosovaro Hashim Thaci.

 

È lapidario, nella serie, il disprezzo delle élite per i morti: fatene quello che volete di quegli organi, dice ad un certo punto Front Man, il gestore del sistema di gioco. Potete anche mangiarveli per quanto mi riguarda… ma non turbate il disegno sottostante alla competizione. Non alterate il gioco dei potenti.

 

 

Il simbolismo massonico in Squid Game

Discutere di élite occulta e non parlare di massoneria sarebbe come parlare del caviale senza spendere una parola sul Beluga. I figli della vedova (li chiamano anche così), la «setta verde» (la chiamano anche così), nella serie coreana? Ebbene sì.

 

Nel penultimo episodio il riferimento è assai preciso: i sopravvissuti mangiano su un enorme tavolo triangolare (la piramide cara ai «liberi muratori» – si chiamano anche così) adagiato su un pavimento a scacchi (immancabile nelle logge dei grembiulisti – li chiamiamo noi così) con piazzate ben visibili due colonne: sono possibilmente Boaz e Yakin, le due colonne ricorrenti nell’architettura dei templi massonici, riconducibili alle colonne del Tempio di Salomone costruito dalla figura immaginaria Hiram Abif, un personaggio centrale del mito massonico.

 

Il lettore dirà: la massoneria in Corea? Machedaverodavero? Ebbene sì, anzi, diremo di più: la massoneria in Nord Corea pure. Si inseguono da anni dicerie sull’appartenenza del caro leader Kim Il-Sung al club squadra e compasso. Lo si accusò su giornali locali liguri, addirittura, di aver il simbolo della P2 inciso sul suo «trono» – per quanto vi possa sembrare allucinante, questa polemica è esistita veramente, perché le voci, nei circoli del PCI, giravano veloci.

 

Di certo, Kim e suo figlio vedevano con simpatia certi nostri connazionali molto chiacchierati, uniche figure al mondo che potevano dire di avere un pied-à-terre a Pyongyang. Non facciamo nomi.

 

 

Maschera e potere

Tuttavia, vi sono altri riferimenti visivi che connettono a cose già viste, o intraviste, dal pubblico occidentale. Su tutto, le maschere.

 

Maschere animali apparvero ad un party entrato nella leggenda, quello dato dalla famiglia Rothschild a Parigi nel dicembre 1972. Molti degli invitati sono ancora riconoscibili. Per esempio l’immancabile Salvador Dalì, per esempio la baronessa anglo-olandese Audrey Kathleen Ruston Hepburn – massì, quella di Colazione da Tiffany.

 

Questa cosa delle immagini dorate che si vedono in Squid Game, di fatto, ci ricordava qualcosa.

 

Tuttavia, è la questione delle maschere animali che può aver fatto fare clic nella mente di qualcuno che conosce l’episodio .In particolare, la più evidente, la maschera del cervo.

 

 

Il sito Vigilant Citizen ci piazza anche questa foto della vecchia Chiesa di Satana di Anton LaVey.

 

Come non ricordare, a questo punto, la profusione di maschere dell’élite ritualista di Eyes Wide Shut.

 

La maschera, anche nel capolavoro finale di Kubrick, rappresentava il potere definitivo dell’élite sul popolino. Il personaggio del dottor Harford (Tom Cruise), imbucato non iniziato, in una delle scene più disturbanti della pellicola viene obbligato a togliersi la maschera davanti a tutti gli iniziati mascherati.

 

La disuguaglianza tra chi può coprirsi il volto – magari con un’opera d’arte – e chi deve offrire alla luce il proprio volto è percepibile come la struttura stessa della società: chi comanda porta la maschera, perché chi comanda è invisibile.

 

Chi porta la maschera può umiliarti e perseguitarti, finanche ucciderti, o esigere comunque un tributo di sangue.

 

Perché il potere, ci dicono i potenti in maschera, è il potere di dare la morte – anche per giuoco, anche gratuitamente. E ancora più sommo, questo il pensiero più oscuro di Squid Game, è il potere di indurre nella vittima la scelta del suo stesso sacrifizio.

 

 

C’è un salto di qualità: l’élite mascherata di Kubrick non godeva, almeno durante le sue riunioni, della morte dei popolani, che anzi erano esclusi.

 

Il loro era, paradossalmente, la riformulazione di un arcano rito di fertilità – un’orgia da paganesimo antico (come quella descritta magnificamente da Andrej Tarkovksij nell’Andrej Rublev) dove però i volti noti della buona società possono conservare la propria reputazione; un’ammucchiata esoterica come quelle dei templi crowleyani visti in Strange Angel, serie di cui abbiamo parlato qui. Insomma, il Kubrick è un rito dell’Eros – mentre in Squid Game il rito è puro Thanatos, l’esercizio di una morte inferta anche solo per capriccio.

 

«Cumannari è megghiu ca futtiri» dice un famoso proverbio siciliano. L’élite mascherata di Kubrick fotteva, mentre il rito di Squid Game è un rito di morte come controllo assoluto. E di qui la questione dell’illusione democratica e dell’accettazione dell’orrore discussa sopra.

 

In realtà, Eyes Wide Shut doveva venirci in mente anche prima, perché la villa del rito orgiastico altro non è se non una casa di campagna del Barone Mayer de Rothschild. E mica vogliamo tirare in ballo questa povera famiglia come dei complottisti ossessi: non è colpa loro se finiscono ancora sui giornali per il Trattato del Quirinale appena firmato dal loro ex impiegato Emmanuel Macron e per la consulenza di loro advisor in dossier industriali e finanziari delicati tra Italia e Francia.

 

Vabbè, stiamo divagando.

 

 

«Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale»

Abbiamo perso di vista gli arredi del privé, dove ci sono tavolini e seggiole a forma di esseri umani. Anzi forse sono proprio esseri umani… donne piegate in modo innaturale… dove avevamo già visto questa cosa? Ah, sì, a casa dei Podesta, luogotenenti del potere clintoniano, appassionati di UFO e massimi lobbisti a Washington, dove curano, fra gli altri, gli interessi della famiglia reale saudita. I Podesta sono quelli che nelle mail trapelate nel 2016 venivano invitati alle riservatissime serate di «Spirit Cooking» dell’artista serba Marina Abramovic. Di cui ricordiamo ancora l’odoroso ammasso di ossa e di sangue nei sotterranei del Padiglione Italia della Biennale di Venezia 1997. L’opera si chiamava «Balcan Baroque», ma sul sangue e il suo aspetto «magico» la Abramovic ha lavorato anche nelle decadi successive. Coinvolgendo un grande numero di estimatori VIP.

 

Come dire, il materiale per dipingere un’élite oscura e perversa c’è tutto.

 

Come noto, i Podesta e la Abramovic giocarono un ruolo nella discreditata storia andata virale nel post-elezioni 2016, la leggenda metropolitana chiamata Pizzagate, dove si sospettava che una élite di potenti – quelli che alla fine pubblicano queste fotografie – compisse sacrifici di bambini nel seminterrato di una pizzeria della capitale USA. La storia accese gli animi ma dopo qualche mese perse quota. Emerse, di lì a poco, un’altra «serie» sull’élite assassina e cannibale, QAnon.

 

Un’idea, un movimento, una nuova religione «oracolare», una forma di intrattenimento seriale live di innovazione assoluta. Che ha mosso, per lo meno fino al gennaio 2021, decine di milioni di persone in tutto il mondo. (Di QAnon Mondoserie vi parlerà a breve per tramite di una irresistibile serie documentaria HBO uscita quest’anno, QAnon into the Labyrinth)

 

Non c’è da stupirsi se una serie come Squid Game finisca per valere, dati Netflix, qualcosa come 900 milioni di dollari.

 

È una storia che in tanti vogliamo sentirci raccontare. È una storia che, da qualche parte dentro di noi, possiamo perfino pensare che sia vera.

 

Avete presente la frase: «ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale».

 

Vale anche per questo articolo.

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su Mondoserie.it

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

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Renovatio 21 saluta Kavinsky, stella della synthwave

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Il produttore e DJ francese Kavinsky, all’anagrafe Vincent Belorgey, è morto all’età di 50 anni lo scorso 28 luglio.

 

Il suo nome dice poco agli ascoltatori di musica mainstream e tantissimo a chi invece ha esplorato i confini della musica elettronica, specie nella sua ramificazione recente chiamata synthwave.

 

Il musicista, icona della scena elettronica internazionale e considerato a capo di un movimento ulteriore chiamato French Touch (un genere musicale nato in Francia nella prima metà degli anni novanta che ha rivoluzionato la musica elettronica mondiale grazie ai successi di Daft Punk, Cassius, Justice, Etienne de Crécy, Stardust  ed altri), è stato trovato senza vita nella serata di martedì 28 luglio 2026 all’interno della sua abitazione nel diciottesimo arrondissement di Parigi.

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A dare l’allarme è stato un vicino di casa. Sebbene le autorità abbiano aperto un’indagine ordinaria per accertare le cause del decesso, le prime ricostruzioni dei soccorritori escludono elementi sospetti e ipotizzano che la causa sia stata un ictus. Insomma, anche lui avrebbe avuto un malore.

 

Il suo brano più celebre del 2010, prodotto insieme a Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk, diventato un cult mondiale grazie alla colonna sonora del film Drive (2011), un film considerato una pietra miliare per la diffusione mondiale della musica Synthwave: vediamo il protagonista Ryan Gosling vagolare poeticamente fra i neoni della notte losangelena al suono dei pezzi dei Desire, College e, appunto, del Kavinsky.

 

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Una delle ultime grandi apparizioni pubbliche dell’artista risale alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici del 2024, dove si era esibito insieme ai Phoenix e alla cantante Angèle. Di qui, forse, il fatto che pure il presidente francese Emmanuel Macron ha voluto rendere omaggio all’artista, definendolo pubblicamente come «una fonte di orgoglio francese per sempre».

 

 

Il suo stile consisteva nella sapiente mistura di suoni e temi musicali del decennio degli Ottanta miscelato con le sonorità più recenti del genere detto electro.

 

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Oltre ai numerosi EP e singoli, ha segnato il genere synthwave con gli album in studio OutRun (2013), dal titolo dell’indimenticabile antico gioco coin-op SEGA, e Reborn (2022). Alcuni suoi brani sono stati inseriti nel popolare videogiuoco Grand Theft Auto IV e in Hitman: Absolution. Un’altra canzone trovò il successo perché utilizzata da una pubblicità della BMW i8.

 

Il synthwave (noto anche come retrowave o outrun) è un genere di musica elettronica nato a metà degli anni 2000 che celebra ed emula le colonne sonore, la cultura pop e le atmosfere dei film e dei videogiochi degli anni Ottanta. Non si tratta di musica prodotta in quel decennio, ma di una reinterpretazione moderna basata su una forte nostalgia idealizzata per quell’era.

 

Il suono è dominato da tastiere vintage, drum machine (come la mitica Roland TR-808) ed effetti a emulazione analogica, mentre ritmi di basso incalzanti e continui (chiamati spesso arpeggiati) trasmettono una sensazione di movimento o di guida notturna. Nonostante i suoni siano vintage, la compressione, i bassi e la pulizia del mixaggio sfruttano gli standard tecnologici odierni.

 

La musica synthwave ha generato intorno a sé tutta un’estetica molto specifica, un immaginario visivo specifico, spesso chiamato appunto Outrun (dal videogioco di guida che tutti hanno veduto nelle sale giochi di quaranta anni fa), uno stile visivo rétro-futurista: paesaggi digitali avvolti da sfumature di viola, rosa neon, blu elettrico e nero, tramonti tropicali e griglie geometriche in prospettiva – grandi soli al crepuscolo strizzati da linee nere, griglie vettoriali tridimensionali (dette neon grid), palme stilizzate e vetture sportive dell’epoca come la DeLorean DMC-12 o la Testarossa.

 

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La cultura visiva Outrun Ispirato al cinema sci-fi cyberpunk (come Blade Runner), ai polizieschi d’azione ambientati a Miami e all’archeologia informatica dei primi PC e delle cassette VHS.

 

Il genere è esploso a livello globale all’inizio degli anni 2010. Tra i pionieri e i pilastri spiccano appunto il Kavinsky (, The Midnight, Timecop1983, GUNSHIP e College. Negli anni successivi, influenze synthwave sono sbarcate nel pop mainstream grazie ad artisti come The Weeknd (con la hit Blinding Lights).

 

Il documentario spagnuolo La rebelión de los sintes, conosciuto internazionalmente come The Rise of the Synths (2019) sostiene, tramite testimonianze prese internazionalmente, che l’humus di generazione del syntwave sia stato da qualche parte in Francia a metà fine anni 2000.

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Il synthwave, di cui esistono infinite compilazioni sullo YouTubo, si è ramificato il ulteriori sottogeneri: evvi il dreamwave (più melodico, malinconico, lento e rilassante, focalizzato su atmosfere sognanti e nostalgiche, come ad esempio nel caso di Lazerhawk); havvi il darksynth (sonorità molto più pesanti, aggressive e distorte che uniscono il synthwave a elementi di musica metal, industrial e techno, come per esempio i casi  Perturbator e Carpenter Brut); c’è poi il caso dello sci-fi synthwave (tracce fortemente cinematografiche che sembrano scritte per pellicole fantascientifiche di quegli anni).

 

 

Il futuro della synthwave si sta muovendo lungo due binari paralleli: da un lato l’uscita dalla nicchia underground per fondersi con il pop e la musica cinematografica di massa, dall’altro una radicale evoluzione tecnica guidata dai produttori di seconda generazione. Sebbene i puristi della prima ora – membri della cosiddetta synthfam, la primigenia comunità mondiale del genere – considerino superata l’età dell’oro nostalgica degli albori (producendo il fenomeno abissale della «nostalgia della nostalgia»), il genere sta dimostrando una forte maturazione artistica e strutturale.

 

Il successo planetario di brani come Blinding Lights di The Weeknd ha sdoganato le sonorità degli anni Ottanta a livello globale. La synthwave non è più un genere isolato, ma una vera e propria tavolozza di suoni utilizzata dai grandi produttori pop, R&B e trap. Si assiste a una collaborazione sempre più frequente tra i produttori elettronici storici e cantautori o turnisti professionisti in studio, trasformando le vecchie tracce prevalentemente strumentali in canzoni pop strutturate e radiofoniche.

 

Il sound design attuale si sta distaccando dalla rigida emulazione dell’hardware vintage puro: i produttori attuali preferiscono l’uso di sintetizzatori moderni che uniscono la precisione della sintesi digitale flessibile alla «magia» dei filtri analogici, espandendo la complessità dei suoni oltre i limiti degli anni Ottanta. È inevitabile che anche qui si stia inserendo prepotentemente l’IA, con i quali già molti producono interi trailer, parodistici o meno, di film dal sapore anni Ottanta, colonna sonora di sintetizzatori inclusa.

 

 

Il domani di questo genere si regge sulle fondamenta della sua stessa comunità globale, la synthfam. Attraverso piattaforme come Discord, Bandcamp e i canali indipendenti, gli appassionati finanziano direttamente gli artisti scavalcando le grandi etichette discografiche.

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 Immagine di Kmeron via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

 

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Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica

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Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.   Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.   Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.   Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…   Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?   Andate a vedere.   Shalom.   Prof. Luca Marini   Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna  

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Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata  
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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?

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Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.

 

Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.

 

In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?

 

Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.

 

Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.

 

Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla

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Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).

 

Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).

 

Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.

 

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini

 

Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.

 

Menzione speciale per quel «cadde tra spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.

 

Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.

 

Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.

 

Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.

 

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

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Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.

 

Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.

 

E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.

 

Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.

 

La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).

 

L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.

 

Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.

 

Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.

 

E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.

 

Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.

 

E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.

 

Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.

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In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.

 

Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.

 

Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).

 

Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.

 

Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».

 

È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.

 

Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)

 

Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.

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A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?

 

La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.

 

Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.

 

Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.

 

Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.

 

Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?

 

Roberto Dal Bosco

 

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