Spirito
Mons. Viganò e il 60° anniversario del Concilio Vaticano II
Renovatio 21 pubblica questo scritto di Monsignor Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
REPETITA JUVANT
Come con la propria autoreferenzialità la «chiesa conciliare»
si ponga di fatto fuori dal solco della Tradizione della Chiesa di Cristo
Con la prosopopea che contraddistingue la propaganda ideologica, il recente panegirico bergogliano (qui) in occasione del sessantesimo anniversario dell’Apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II non ha mancato di confermare, al di là della vuota retorica, la totale autoreferenzialità della «chiesa conciliare», ossia di quella organizzazione eversiva nata in modo quasi impercettibile dal Concilio e che in questi sessant’anni ha quasi totalmente eclissato la Chiesa di Cristo occupandone i vertici e usurpandone l’autorità.
La «chiesa conciliare» si considera erede del Vaticano II prescindendo dagli altri venti Concili Ecumenici che l’hanno preceduto nel corso dei secoli: questo è il fattore principale della sua autoreferenzialità. Essa vi prescinde nella Fede, proponendo una dottrina contraria a quella insegnata da Nostro Signore, predicata dagli Apostoli e trasmessa dalla Santa Chiesa; essa vi prescinde nella Morale, derogando ai principi in nome della morale situazionale; essa vi prescinde infine nella Liturgia, che in quanto espressione orante della lex credendi si è voluto adattare al nuovo magistero, e allo stesso tempo si è prestata essa stessa come potentissimo strumento di indottrinamento dei fedeli.
La Fede del popolo è stata corrotta scientificamente tramite l’adulterazione della Santa Messa operata con il Novus Ordo, grazie al quale gli errori contenuti in nuce nei testi del Vaticano II hanno preso corpo nell’azione sacra e si sono diffusi come un contagio.
Ma se da un lato la «chiesa conciliare» ci tiene a ribadire di non voler aver nulla a che fare con la «vecchia Chiesa», e tantomeno con la «vecchia Messa», dichiarando l’una e l’altra lontane e improponibili proprio perché incompatibili con il fantomatico «spirito del Concilio»; dall’altro essa confessa impunemente il venir meno di quel vincolo di continuità con la Traditio che è il necessario presupposto – voluto da Cristo stesso – per l’esercizio dell’autorità e del potere da parte della Gerarchia, i cui membri, dal Romano Pontefice al più ignoto Vescovo in partibus, sono Successori degli Apostoli e come tali devono pensare, parlare, agire.
Questo taglio radicale con il passato – evocato a tinte fosche dal primitivo eloquio di chi conia neologismi come «indietrismo» e scaglia anatemi contro «i merletti della nonna» – non si limita ovviamente alle forme esterne – con tutto che esse siano appunto forma di una ben precisa sostanza, non a caso manomessa – ma si estende ai fondamenti stessi della Fede e della Legge naturale, giungendo ad un vero e proprio sovvertimento dell’istituzione ecclesiastica, tale da contraddire la volontà del divino Fondatore.
Alla domanda «Mi ami tu?», la chiesa bergogliana – ma prima ancora quella conciliare, con meno spudoratezza, ma sempre giocando su mille distinguo – «si interroga su se stessa», perché «lo stile di Gesù non è tanto quello di dare risposte, ma di fare domande». Verrebbe da chiedersi, a prendere seriamente queste parole inquietanti, in cosa consistano la divina Rivelazione e il ministero terreno di Nostro Signore, il messaggio del Vangelo, la predicazione degli Apostoli e il Magistero della Chiesa, se non nel rispondere alle domande dell’uomo peccatore, che è egli stesso a fare domande, ad avere sete della Parola di Dio, bisogno di conoscere le Verità eterne e di sapere come conformarsi alla Volontà del Signore per conseguire la beatitudine in Cielo.
Il Signore non fa domande, ma insegna, ammonisce, ordina, comanda. Perché Egli è Dio, Re, sommo ed eterno Pontefice. Egli non ci chiede chi sia la Via, la Verità, la Vita, ma indica Sé stesso come Via, Verità e Vita, come Porta dell’ovile, come Pietra angolare. E a Sua volta sottolinea la propria obbedienza al Padre nell’economia della Redenzione, mostrandoci la Sua santa sottomissione come esempio da imitare.
La visione di Bergoglio capovolge i rapporti, li sovverte: il Signore pone a Pietro una domanda con la quale egli, rispondendo, sa bene cosa significhi nella pratica amare Nostro Signore. E la risposta non è facoltativa, né può essere negativa o sfuggente, come invece fa la «chiesa conciliare», che per non spiacere al mondo e non apparire fuori moda, dà maggiore importanza alle seduzioni delle ideologie caduche e ingannatorie, rifiutandosi di trasmettere nella sua integrità ciò che il Suo Capo le ha ordinato di insegnare fedelmente.
«Mi ami tu?», chiede il Signore ai Cardinali inclusivi, ai Vescovi sinodali, ai Prelati ecumenici; ed essi rispondono come gli invitati alle nozze: «Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato» (Lc 14, 18). Ci sono impegni ben più pressanti, ben più remunerativi, dai quali ottenere prestigio e approvazione sociale. Non c’è tempo per seguire Cristo né tantomeno per pascere le Sue pecorelle, peggio ancora se ostinate nell’«indietrismo», qualsiasi cosa voglia significare.
Per questo non ci sono più altri Concili, se non il loro Vaticano II; il quale, per il fatto di essere l’unico a cui si appellano, si mostra contemporaneamente estraneo, se non del tutto opposto nelle forme e nei contenuti, a ciò che sono tutti i Concili Ecumenici: unica voce dell’unico Maestro, dell’unico Pastore. Se la voce del loro concilio non è compatibile con quella del Magistero che l’ha preceduto; se il culto pubblico non può esprimersi nella forma tradizionale perché lo considerano in contraddizione con la «nuova ecclesiologia» della «nuova chiesa», la spaccatura tra prima e dopo c’è ed è innegabile; ed anzi ne vanno fieri, presentandosi come innovatori di qualcosa che non est innovandum. E perché non si veda che vi è un’alternativa credibile e sicura, ecco che tutto ciò che rappresenta e ricorda il passato dev’essere denigrato, ridicolizzato, banalizzato e infine rimosso, applicando per primi quella cancel culture oggi fatta propria dall’ideologia woke. Da ciò si comprende l’avversione alla Liturgia antica, alla sana dottrina, all’eroismo della santità testimoniata con le opere e non enunciata in fatui proclami senz’anima.
Bergoglio parla di una «chiesa che ascolta»; ma proprio perché «per la prima volta nella storia, ha dedicato un Concilio a interrogarsi su sé stessa, a riflettere sulla propria natura e sulla propria missione» egli dimostra di voler fare da sé, di poter rinunciare all’eredità della Tradizione e a rinnegare la propria identità, «per la prima volta nella storia», appunto. Questa autoreferenzialità parte dal presupposto di un “meglio” da attuarsi rispetto a un “peggio” da correggere, e questo non riguarda le debolezze e le infedeltà dei suoi singoli membri, ma «la propria natura e la propria missione», che Nostro Signore ha stabilito una volta per tutte e che non sta ai Suoi Ministri mettere in discussione.
Eppure Bergoglio afferma: «Torniamo al Concilio per uscire da noi stessi e superare la tentazione dell’autoreferenzialità, che è un modo di essere mondano», mentre proprio il «tornare al Concilio» è la prova più sfrontata della sua autoreferenzialità e della rottura col passato.
Così i secoli di maggior espansione della Chiesa – durante i quali si è scontrata con gli eretici e ha reso più esplicita la dottrina che riguardava le verità che essi impugnavano – sono considerati una imbarazzante parentesi di «clericalismo» da dimenticare, perché quegli stessi errori li ritroviamo tutti nelle deviazioni del Concilio.
Il passato remoto – quello della presunta antichità cristiana, dei «secoli primitivi», delle «agapi fraterne» – nella narrazione conciliare è sostanzialmente un falso storico, che nasconde deliberatamente la virile testimonianza dei primi Cristiani e dei loro Pastori, perseguitati e martirizzati a causa della loro Fede, del loro rifiuto di bruciare incenso alla statua di Cesare, della loro condotta morale in contrasto con i costumi corrotti dei pagani.
Quella coerenza, anche di donne e di fanciulli, dovrebbe far vergognare coloro che profanano la Casa di Dio rendendo culto alla pachamama per assecondare i deliri amazzonici del green deal, dando scandalo ai semplici e offendendo la Maestà divina con atti idolatri.
Non è questa autoreferenzialità, giunta a violare il Primo Comandamento pur di inseguire i propri farneticamenti ecumenici?
Non lasciamoci ingannare da queste parole seducenti, che non sono buttate lì a caso: la Chiesa di Cristo non è mai stata «autoreferenziale», ma cristocentrica, perché essa è il Corpo Mistico di cui Cristo è Capo, e senza Capo non può sussistere. È viceversa inesorabilmente autoreferenziale quella sua versione desolatamente mondana e priva di orizzonti soprannaturali che si definisce «chiesa conciliare» e che esercita il proprio potere sull’inganno di presentarsi come fautrice di un ritorno alla purezza delle origini dopo secoli in cui essa si sarebbe chiusa «nei recinti delle comodità e convinzioni», e contemporaneamente pretendere di poterne adulterare l’insegnamento che Cristo ha comandato di trasmettere fedelmente.
Quali «comodità» avrebbero contraddistinto la storia bimillenaria della Sposa dell’Agnello, guardando alla ininterrotta persecuzione che essa ha subito, al sangue versato dai Martiri, alle battaglie mosse dagli eretici e dagli scismatici, all’impegno dei suoi Ministri nella diffusione del Vangelo e della Morale cristiana?
E quali sarebbero le difficoltà di una chiesa che si interroga senza convinzioni, che si genuflette zelante alle istanze del mondo, che si accoda all’ideologia green e al transumanesimo, che benedice le unioni omosessuali, che si dice pronta ad accogliere i peccatori senza la pretesa di convertirli, che si accorda con i potenti della terra addirittura nella propaganda vaccinale sperando di sopravvivere a se stessa?
Vi è un qualcosa di terribilmente egocentrico, tipico dell’orgoglio luciferino, nel pretendersi migliori di chi ci ha preceduto, rimproverandogli a torto un autoritarismo cui si ricorre per primi e con scopi opposti alla salvezza delle anime.
Segno ulteriore di autoreferenzialità è il voler imporre alla Chiesa una struttura democratica che sovverte l’impianto essenzialmente monarchico (anzi, direi imperiale) voluto da Cristo.
Vi è infatti una Chiesa docente costituita dai Pastori sotto la guida del Romano Pontefice, e una Chiesa discente costituita dal popolo di Dio, i fedeli. La cancellazione dell’impostazione gerarchica – che Bergoglio definisce «il peccato brutto del clericalismo che uccide le pecore, non le guida, non le fa crescere» – mira ad un altro e ben più grave inganno, anzi ad una vera e propria eversione nel corpo ecclesiale: fingere di poter condividere la potestà di chi ha la responsabilità di trasmettere il Magistero autentico con coloro che, non ordinati e pertanto non assistiti dalla grazia di stato, hanno invece il diritto di esser condotti in pascoli sicuri.
La parola magister porta in sé la superiorità ontologica – magis – di chi insegna su chi apprende ciò che ancora ignora. E il pastore non può certo decidere con le pecore dove condurle, perché come gregge esse non sanno dove andare e sono esposte agli assalti dei lupi.
Far credere che l’interrogarsi «sulla propria natura e sulla propria missione» possa rappresentare un ritorno alle origini è una colossale menzogna: «voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando» (Gv 15, 14), ha detto Cristo. E così devono comandare i Suoi Ministri, che in quanto tali, finché rimangono a Lui sottomessi, esercitano l’autorità vicaria del Capo del Corpo Mistico. Ministri (da minus, che indica l’inferiorità gerarchica) nel senso etimologico di servitori, soggetti all’autorità del loro padrone; sicché la Gerarchia cattolica è Magistra nell’insegnare solo ciò che come Ministra ha ricevuto da Cristo e gelosamente custodisce.
Abbiamo conferma di questa visione democratica e antigerarchica della «chiesa conciliare» anzitutto nella sua liturgia, in cui il ruolo ministeriale del celebrante è quasi negato, a vantaggio del «popolo sacerdotale» teorizzato da Lumen Gentium e messo nero su bianco nell’eretica formulazione dell’art. 7 della Institutio Generalis del Messale montiniano del 1969: «La cena del Signore, o messa, è la sacra sinassi o assemblea del popolo di Dio, presieduta dal sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. Vale perciò eminentemente per questa assemblea locale della Santa Chiesa, la promessa del Cristo: “Là dove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt. XVIII, 20)».
Cos’è questa, se non autoreferenzialità nel giungere a modificare la definizione stessa della Messa sulla falsariga di quello «spirito del Concilio» e in contraddizione con i Canoni dogmatici del Tridentino e dell’intero Magistero precedente al Vaticano II?
La Chiesa non è e non può essere democratica, né «sinodale», come piace chiamarla eufemisticamente oggi: il popolo santo di Dio non «esiste per pascere gli altri, tutti gli altri», ma perché vi sia una Gerarchia che gli assicuri i mezzi soprannaturali per giungere alla meta eterna, e perché «tutti gli altri» – molti, ma non tutti – siano condotti nell’unico ovile sotto la guida dell’unico Pastore dalla Provvidenza di Dio. «E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre» (Gv 10, 16).
La forte denuncia del Card. Mueller sulla minaccia che rappresenta l’impostazione ereticale della sinodalità – i cui infausti frutti si vedono già – è in tal senso quantomai motivata e testimonia il grave malessere di tanti Pastori combattuti tra la fedeltà all’ortodossia cattolica e l’evidenza del tradimento in atto da parte dei suoi indegnissimi, odierni custodi.
Costoro potevano forse non essere contro la «chiesa conciliare» e contro il «concilio» – tra virgolette – finché non era evidente la sua portata devastante sulla vita dei singoli fedeli, dell’intero corpo ecclesiale e del mondo; ma oggi, dinanzi all’evidenza del fallimento più completo e disastroso del Vaticano II e della scelta sciagurata di abbandonare la Sacra Tradizione, anche i più prudenti e moderati sono costretti a riconoscere lo strettissimo rapporto di correlazione tra scopo prefisso, mezzi adottati e risultato ottenuto.
Anzi, proprio nella considerazione dello scopo che si voleva raggiungere, dovremmo chiederci se quanto ci veniva entusiasticamente annunciato come «primavera conciliare»non fosse un pretesto, dietro cui in realtà si celava il piano inconfessabile contro la Chiesa di Cristo.
I fedeli non solo non partecipano con maggior consapevolezza ai Santi Misteri come si era loro promesso, ma sono arrivati a considerarli superflui, portando la frequenza alla Messa a livelli infimi. Né si può dire che i giovani trovino alcunché di entusiasmante o eroico nell’abbracciare il Sacerdozio o la Vita religiosa, dal momento che l’uno e l’altra sono stati banalizzati, privati della loro specificità, del senso di offerta e di sacrificio sull’esempio di Nostro Signore, che ogni azione davvero cattolica deve portare con sé.
La vita civile si è imbarbarita oltre ogni dire, e con essa la morale pubblica, la santità del matrimonio, il rispetto stesso della vita e dell’ordine della Creazione. E questi propagandisti del Vaticano II rispondono con le sfide della bioingegneria, del transumanesimo, vagheggiando esseri prodotti in serie e connessi alla rete globale come se mettere mano alla natura umana non fosse un’aberrazione satanica indegna di essere anche solo ipotizzata.
Li sentiamo pontificare che «l’esclusione dei migranti è schifosa, è peccaminosa, è criminale» (qui), mentre le ONG, le Caritas e le associazioni assistenziali lucrano sul traffico dei clandestini a spese dello Stato e rifiutano accoglienza agli stessi Italiani, abbandonati dalle istituzioni e vessati dalle crisi indotte dal Sistema. Esortano al disarmo le Nazioni «sovraniste» e portano a vergognarsi della propria identità i cittadini, ma teorizzano la liceità dell’invio di armi in Ucraina a un fantoccio del Nuovo Ordine Mondiale, finanziato dagli enti globalisti e dalle principali organizzazioni dell’élite.
Un altro gravissimo errore teologico che adultera la vera natura della Chiesa risiede nelle basi essenzialmente laiciste dell’ecclesiologia conciliare, non solo per quanto concerne la visione dell’istituzione e il suo ruolo nel mondo, ma anche per aver spezzato il vincolo di gerarchica complementarietà tra l’autorità spirituale della Chiesa e l’autorità civile dello Stato, che entrambe hanno la propria origine nella Signoria di Cristo.
Questo tema, apparentemente complesso nella sua trattazione quasi iniziatica da parte dei cultori del Vaticano II, è stato oggetto di un recente intervento di Joseph Ratzinger (qui) e mi ripropongo di affrontarlo separatamente.
«Tu che ci ami – dice Bergoglio nell’omelia della “memoria di San Giovanni XXIII” – liberaci dalla presunzione dell’autosufficienza e dallo spirito della critica mondana. Liberaci dell’autoesclusione dall’unità. Tu, che ci pasci con tenerezza, portaci fuori dai recinti dell’autoreferenzialità. Tu, che ci vuoi gregge unito, liberaci dall’artificio diabolico delle polarizzazioni, degli “ismi”».
Parole di un’impudenza inaudita, quasi beffarde.
Ebbene, è giunto il momento in cui i chierici e i fedeli della «chiesa conciliare» si interroghino se essa non sia la prima a presumere di poter essere autosufficiente, ad alimentare la critica mondana deridendo i buoni Cattolici come rigidi e intolleranti, ad escludersi deliberatamente dall’unità nella Tradizione, a peccare orgogliosamente di autoreferenzialità.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
26 Ottobre 2022
Evaristi Papæ et Martyris
Immagine di Lothar Wolleh via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine tagliata
Spirito
Un esorcista racconta: l’anticristo si presenterà come la soluzione ai problemi dell’umanità
L’esorcista padre Chad Ripperger ha dichiarato all’ex Navy SEAL statunitense Shawn Ryan che l’Anticristo «si presenterà come la soluzione ai problemi degli esseri umani».
Nel corso di un’intervista di quasi tre ore, pubblicata giovedì, Ryan ha chiesto a don Ripperger come si presenta la «battaglia finale».
Il sacerdote esorcista ha richiamato gli indicatori della fine dei tempi descritti nelle Sacre Scritture, tra cui il deterioramento della morale umana e «guerre e voci di guerre». Ripperger aveva già spiegato a Ryan che il mondo ha conosciuto un’«implosione» della moralità almeno dagli anni Cinquanta e che, di fatto, si è assistito a una diffusa ribellione alle leggi di Dio e alla legge naturale.
«A quel punto l’Anticristo si manifesta e si presenta come la soluzione ai problemi dell’umanità, ottenendo così un controllo significativo sulla popolazione», ha affermato don Chad.
In precedenza aveva anche indicato a Ryan che una delle condizioni per il regno dell’Anticristo è «l’unificazione dell’economia mondiale», poiché è proprio attraverso l’economia che l’Anticristo eserciterà il proprio controllo sulle persone, anche se «avrà il controllo anche dei governi».
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Nella sua più recente conversazione con Ryan, Ripperger ha spiegato che questo periodo, in cui l’Anticristo farà la sua comparsa, sarà articolato in «fasi». Tra queste figurano la presenza di Enoch ed Elia e lo scontro tra l’arcangelo Michele e l’Anticristo.
«Alla fine è Cristo che si manifesta e mette a morte l’Anticristo», ha dichiarato Ripperger. Questo è quanto affermato in nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2, 8): «Allora l’iniquo si manifesterà, e il Signore Gesù lo distruggerà col fiato della sua bocca e lo annichilirà con lo splendore di sua venuta».
Riguardo al Marchio della Bestia, don Rippergerro aveva detto a Ryan in un’ulteriore intervista uscita a marzo che «ci siamo quasi».
«Potrebbero letteralmente decidere che, a meno che tu non accetti determinate condizioni, non avrai accesso alla valuta digitale che [loro] intendono introdurre a livello globale», ha affermato l’esorcista. «Credo che questo sia uno dei modi in cui intende controllare le persone, attraverso le valute digitali», ha proseguito, evidenziando che queste valute possono essere utilizzate per precludere alle persone l’accesso a beni e servizi.
«Ed è così che, in pratica, faranno morire di fame le persone che non sono disposte ad accettare il regno dell’Anticristo», ha detto Ripperger, confermando a Ryan che ciò potrebbe essere realizzato come un sistema di punteggio di credito sociale.
Il Ryan ha quindi chiesto a Ripperger cosa dovrebbero fare le persone una volta che il Marchio della Bestia fosse stato impresso. «Cosa dovremmo fare se non potessimo mangiare, prenderci cura di noi stessi, provvedere alle nostre famiglie?»
Il sacerdote ha evidenziato la natura del marchio, che a suo giudizio sarà «qualcosa impiantato nei nostri corpi che ci darà accesso» ai beni, come un chip RFID scansionabile oppure un dispositivo simile a Neuralink.
«I Padri della Chiesa affermano che non sarà possibile ottenere quel chip senza una qualche forma di rinuncia a Cristo», ha detto Ripperger. Ciò implica che le persone dovranno accettare qualcosa che «sanno essere contrario alla volontà di Dio e alla volontà di Cristo». In ultima analisi, per rifiutare il marchio è necessario essere disposti a sacrificare il bene minore in favore del bene maggiore.
Tuttavia, ha sottolineato che Dio può sostenere le persone anche senza il segno. «Dio molto spesso provvede alle persone. Se è sua volontà che le persone sopravvivano a quel periodo di tempo, Lui lo renderà possibile», ha detto il sacerdote.
L’esorcista ha consigliato alle persone di «essere intelligenti, di imparare le tecniche di sopravvivenza di base e di sapersela cavare da sole», aggiungendo che «sarà straordinariamente difficile anche solo riuscire a eludere il rilevamento», considerato l’attuale livello tecnologico.
Sulla questione del segno della Bestia, e ancora prima del «filtro» dell’Anticristo di cui parla l’Apocalisse, Renovatio 21 aveva rilevato la riflessione di un sacerdote tradizionista ancora anni fa, tra green pass e obbligo di vaccino genico («È il Nuovo Ordine dell’Anticristo. E il vaccino è il suo filtro magico»).
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Immagine: Luca Signorelli (1450–1523), Sermone e opere dell’Anticristo (tra il 1499 e il 1502), dettaglio, Cappella di San Brizio, Orvieto.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
Le riforme liturgiche post-Vaticano II hanno trasformato le messe in una «parodia»: parla il cardinale Rouco Varela
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Spirito
Roma condanna canonicamente, ma rimane in silenzio dottrinalmente
Il 2 luglio 2026, il giorno dopo le consacrazioni episcopali a Écône, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha firmato un «decreto di scomunica latae sententiae» che colpiva automaticamente i vescovi consacranti e consacrati, minacciando la stessa sanzione a sacerdoti e fedeli che avessero aderito a questo «atto scismatico».
Alla singola cerimonia del 1° luglio erano presenti oltre 16.500 fedeli, 589 sacerdoti, frati e seminaristi e 397 suore, in rappresentanza di 68 nazionalità.
La Roma moderna scomunica molti. Ma tace sulla Dichiarazione di Fede della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 14 maggio (Nouvelles de Chrétienté n. 219, maggio-giugno 2026, pp. 3-5) e sulla Lettera Aperta al Papa e ai Cardinali e sulla Professione di Fede Cattolica del 24 giugno (DICI n. 470, luglio 2026, pp. 8-11, e questo numero di Nouvelles de Chrétienté, pp. 13-22). Questa dichiarazione e questa professione sono forse eterodosse? Non rivelano forse le vere ragioni dottrinali della lotta per la fede? Roma tace.
E Leone XIV non ha ricevuto padre Davide Pagliarani, nonostante le ripetute richieste, nel 2025 e nel 2026.
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Roma preferisce applicare la legge automaticamente, senza considerazioni dottrinali. La sanzione si applica da sola, o, meglio ancora, secondo alcuni commentatori, i vescovi si sono scomunicati da soli… «Dura lex, sed lex; la legge è dura, ma è la legge», è la scusa offerta sottovoce , perché questo legalismo preconciliare si concilia a fatica con l’accoglienza fraterna ed ecumenica riservata all’«arcivescova» anglicana Sarah Mullally, che ha benedetto i cardinali romani il 4 maggio. Meglio che la “scomunica” sia automatica, senza che le autorità debbano intervenire. Per contraddirsi.
E che dire del benessere delle anime legittimamente offese da questo ecumenismo aberrante? A chi importa a Roma? Il 2 febbraio, dopo l’annuncio delle consacrazioni, padre Davide Pagliarani ha ricordato che «l’assioma “suprema lex, salus animarum” è una massima classica della tradizione canonica, esplicitamente ribadita, inoltre, dal canone finale del Codice del 1983; nell’attuale stato di necessità, è su questo principio superiore che si fonda in ultima analisi tutta la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione verso le anime che si rivolgono a noi. Per noi è un ruolo di sostituzione, in nome di questa stessa carità».
Ma la Roma odierna preferisce un «arcivescovo» anglicano a un prete cattolico. L’ecumenismo è una conquista conciliare «irreversibile», dicono. Non ci sarà alcun ritorno alle scomuniche e agli anatemi tridentini, eccetto per coloro che difendono la Messa tridentina. Per loro, saranno schierati i cannoni automatici.
C’è un altro adagio su cui vale la pena riflettere oggigiorno: «summum jus, summa injuria; la giustizia portata all’estremo diventa estrema ingiustizia. La legge senza fede non è altro che la rovina della giustizia.
Padre Alain Lorans
Articolo previamente apparso su FSSPX.News.
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Immagine di Livioandronico2013 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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