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Mons. Viganò e il 60° anniversario del Concilio Vaticano II

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Renovatio 21 pubblica questo scritto di Monsignor Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

REPETITA JUVANT

Come con la propria autoreferenzialità la «chiesa conciliare»

si ponga di fatto fuori dal solco della Tradizione della Chiesa di Cristo

 

 

 

 

Con la prosopopea che contraddistingue la propaganda ideologica, il recente panegirico bergogliano (qui) in occasione del sessantesimo anniversario dell’Apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II non ha mancato di confermare, al di là della vuota retorica, la totale autoreferenzialità della «chiesa conciliare», ossia di quella organizzazione eversiva nata in modo quasi impercettibile dal Concilio e che in questi sessant’anni ha quasi totalmente eclissato la Chiesa di Cristo occupandone i vertici e usurpandone l’autorità. 

 

La «chiesa conciliare» si considera erede del Vaticano II prescindendo dagli altri venti Concili Ecumenici che l’hanno preceduto nel corso dei secoli: questo è il fattore principale della sua autoreferenzialità. Essa vi prescinde nella Fede, proponendo una dottrina contraria a quella insegnata da Nostro Signore, predicata dagli Apostoli e trasmessa dalla Santa Chiesa; essa vi prescinde nella Morale, derogando ai principi in nome della morale situazionale; essa vi prescinde infine nella Liturgia, che in quanto espressione orante della lex credendi si è voluto adattare al nuovo magistero, e allo stesso tempo si è prestata essa stessa come potentissimo strumento di indottrinamento dei fedeli.

 

La Fede del popolo è stata corrotta scientificamente tramite l’adulterazione della Santa Messa operata con il Novus Ordo, grazie al quale gli errori contenuti in nuce nei testi del Vaticano II hanno preso corpo nell’azione sacra e si sono diffusi come un contagio. 

 

Ma se da un lato la «chiesa conciliare» ci tiene a ribadire di non voler aver nulla a che fare con la «vecchia Chiesa», e tantomeno con la «vecchia Messa», dichiarando l’una e l’altra lontane e improponibili proprio perché incompatibili con il fantomatico «spirito del Concilio»; dall’altro essa confessa impunemente il venir meno di quel vincolo di continuità con la Traditio che è il necessario presupposto – voluto da Cristo stesso – per l’esercizio dell’autorità e del potere da parte della Gerarchia, i cui membri, dal Romano Pontefice al più ignoto Vescovo in partibus, sono Successori degli Apostoli e come tali devono pensare, parlare, agire. 

 

Questo taglio radicale con il passato – evocato a tinte fosche dal primitivo eloquio di chi conia neologismi come «indietrismo» e scaglia anatemi contro «i merletti della nonna» – non si limita ovviamente alle forme esterne – con tutto che esse siano appunto forma di una ben precisa sostanza, non a caso manomessa – ma si estende ai fondamenti stessi della Fede e della Legge naturale, giungendo ad un vero e proprio sovvertimento dell’istituzione ecclesiastica, tale da contraddire la volontà del divino Fondatore. 

 

Alla domanda «Mi ami tu?», la chiesa bergogliana – ma prima ancora quella conciliare, con meno spudoratezza, ma sempre giocando su mille distinguo – «si interroga su se stessa», perché «lo stile di Gesù non è tanto quello di dare risposte, ma di fare domande». Verrebbe da chiedersi, a prendere seriamente queste parole inquietanti, in cosa consistano la divina Rivelazione e il ministero terreno di Nostro Signore, il messaggio del Vangelo, la predicazione degli Apostoli e il Magistero della Chiesa, se non nel rispondere alle domande dell’uomo peccatore, che è egli stesso a fare domande, ad avere sete della Parola di Dio, bisogno di conoscere le Verità eterne e di sapere come conformarsi alla Volontà del Signore per conseguire la beatitudine in Cielo. 

 

Il Signore non fa domande, ma insegna, ammonisce, ordina, comanda. Perché Egli è Dio, Re, sommo ed eterno Pontefice. Egli non ci chiede chi sia la Via, la Verità, la Vita, ma indica Sé stesso come Via, Verità e Vita, come Porta dell’ovile, come Pietra angolare. E a Sua volta sottolinea la propria obbedienza al Padre nell’economia della Redenzione, mostrandoci la Sua santa sottomissione come esempio da imitare. 

 

La visione di Bergoglio capovolge i rapporti, li sovverte: il Signore pone a Pietro una domanda con la quale egli, rispondendo, sa bene cosa significhi nella pratica amare Nostro Signore. E la risposta non è facoltativa, né può essere negativa o sfuggente, come invece fa la «chiesa conciliare», che per non spiacere al mondo e non apparire fuori moda, dà maggiore importanza alle seduzioni delle ideologie caduche e ingannatorie, rifiutandosi di trasmettere nella sua integrità ciò che il Suo Capo le ha ordinato di insegnare fedelmente.

 

«Mi ami tu?», chiede il Signore ai Cardinali inclusivi, ai Vescovi sinodali, ai Prelati ecumenici; ed essi rispondono come gli invitati alle nozze: «Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato» (Lc 14, 18). Ci sono impegni ben più pressanti, ben più remunerativi, dai quali ottenere prestigio e approvazione sociale. Non c’è tempo per seguire Cristo né tantomeno per pascere le Sue pecorelle, peggio ancora se ostinate nell’«indietrismo», qualsiasi cosa voglia significare.

 

Per questo non ci sono più altri Concili, se non il loro Vaticano II; il quale, per il fatto di essere l’unico a cui si appellano, si mostra contemporaneamente estraneo, se non del tutto opposto nelle forme e nei contenuti, a ciò che sono tutti i Concili Ecumenici: unica voce dell’unico Maestro, dell’unico Pastore. Se la voce del loro concilio non è compatibile con quella del Magistero che l’ha preceduto; se il culto pubblico non può esprimersi nella forma tradizionale perché lo considerano in contraddizione con la «nuova ecclesiologia» della «nuova chiesa», la spaccatura tra prima e dopo c’è ed è innegabile; ed anzi ne vanno fieri, presentandosi come innovatori di qualcosa che non est innovandum. E perché non si veda che vi è un’alternativa credibile e sicura, ecco che tutto ciò che rappresenta e ricorda il passato dev’essere denigrato, ridicolizzato, banalizzato e infine rimosso, applicando per primi quella cancel culture oggi fatta propria dall’ideologia woke. Da ciò si comprende l’avversione alla Liturgia antica, alla sana dottrina, all’eroismo della santità testimoniata con le opere e non enunciata in fatui proclami senz’anima. 

 

Bergoglio parla di una «chiesa che ascolta»; ma proprio perché «per la prima volta nella storia, ha dedicato un Concilio a interrogarsi su sé stessa, a riflettere sulla propria natura e sulla propria missione» egli dimostra di voler fare da sé, di poter rinunciare all’eredità della Tradizione e a rinnegare la propria identità, «per la prima volta nella storia», appunto. Questa autoreferenzialità parte dal presupposto di un “meglio” da attuarsi rispetto a un “peggio” da correggere, e questo non riguarda le debolezze e le infedeltà dei suoi singoli membri, ma «la propria natura e la propria missione», che Nostro Signore ha stabilito una volta per tutte e che non sta ai Suoi Ministri mettere in discussione.

 

Eppure Bergoglio afferma: «Torniamo al Concilio per uscire da noi stessi e superare la tentazione dell’autoreferenzialità, che è un modo di essere mondano», mentre proprio il «tornare al Concilio» è la prova più sfrontata della sua autoreferenzialità e della rottura col passato. 

 

Così i secoli di maggior espansione della Chiesa – durante i quali si è scontrata con gli eretici e ha reso più esplicita la dottrina che riguardava le verità che essi impugnavano – sono considerati una imbarazzante parentesi di «clericalismo» da dimenticare, perché quegli stessi errori li ritroviamo tutti nelle deviazioni del Concilio.

 

Il passato remoto – quello della presunta antichità cristiana, dei «secoli primitivi», delle «agapi fraterne» – nella narrazione conciliare è sostanzialmente un falso storico, che nasconde deliberatamente la virile testimonianza dei primi Cristiani e dei loro Pastori, perseguitati e martirizzati a causa della loro Fede, del loro rifiuto di bruciare incenso alla statua di Cesare, della loro condotta morale in contrasto con i costumi corrotti dei pagani.

 

Quella coerenza, anche di donne e di fanciulli, dovrebbe far vergognare coloro che profanano la Casa di Dio rendendo culto alla pachamama per assecondare i deliri amazzonici del green deal, dando scandalo ai semplici e offendendo la Maestà divina con atti idolatri.

 

Non è questa autoreferenzialità, giunta a violare il Primo Comandamento pur di inseguire i propri farneticamenti ecumenici?

 

Non lasciamoci ingannare da queste parole seducenti, che non sono buttate lì a caso: la Chiesa di Cristo non è mai stata «autoreferenziale», ma cristocentrica, perché essa è il Corpo Mistico di cui Cristo è Capo, e senza Capo non può sussistere. È viceversa inesorabilmente autoreferenziale quella sua versione desolatamente mondana e priva di orizzonti soprannaturali che si definisce «chiesa conciliare» e che esercita il proprio potere sull’inganno di presentarsi come fautrice di un ritorno alla purezza delle origini dopo secoli in cui essa si sarebbe chiusa «nei recinti delle comodità e convinzioni», e contemporaneamente pretendere di poterne adulterare l’insegnamento che Cristo ha comandato di trasmettere fedelmente. 

 

Quali «comodità» avrebbero contraddistinto la storia bimillenaria della Sposa dell’Agnello, guardando alla ininterrotta persecuzione che essa ha subito, al sangue versato dai Martiri, alle battaglie mosse dagli eretici e dagli scismatici, all’impegno dei suoi Ministri nella diffusione del Vangelo e della Morale cristiana?

 

E quali sarebbero le difficoltà di una chiesa che si interroga senza convinzioni, che si genuflette zelante alle istanze del mondo, che si accoda all’ideologia green e al transumanesimo, che benedice le unioni omosessuali, che si dice pronta ad accogliere i peccatori senza la pretesa di convertirli, che si accorda con i potenti della terra addirittura nella propaganda vaccinale sperando di sopravvivere a se stessa?

 

Vi è un qualcosa di terribilmente egocentrico, tipico dell’orgoglio luciferino, nel pretendersi migliori di chi ci ha preceduto, rimproverandogli a torto un autoritarismo cui si ricorre per primi e con scopi opposti alla salvezza delle anime. 

 

Segno ulteriore di autoreferenzialità è il voler imporre alla Chiesa una struttura democratica che sovverte l’impianto essenzialmente monarchico (anzi, direi imperiale) voluto da Cristo.

 

Vi è infatti una Chiesa docente costituita dai Pastori sotto la guida del Romano Pontefice, e una Chiesa discente costituita dal popolo di Dio, i fedeli. La cancellazione dell’impostazione gerarchica – che Bergoglio definisce «il peccato brutto del clericalismo che uccide le pecore, non le guida, non le fa crescere» – mira ad un altro e ben più grave inganno, anzi ad una vera e propria eversione nel corpo ecclesiale: fingere di poter condividere la potestà di chi ha la responsabilità di trasmettere il Magistero autentico con coloro che, non ordinati e pertanto non assistiti dalla grazia di stato, hanno invece il diritto di esser condotti in pascoli sicuri.

 

La parola magister porta in sé la superiorità ontologica – magis – di chi insegna su chi apprende ciò che ancora ignora. E il pastore non può certo decidere con le pecore dove condurle, perché come gregge esse non sanno dove andare e sono esposte agli assalti dei lupi.

 

Far credere che l’interrogarsi «sulla propria natura e sulla propria missione» possa rappresentare un ritorno alle origini è una colossale menzogna: «voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando» (Gv 15, 14), ha detto Cristo. E così devono comandare i Suoi Ministri, che in quanto tali, finché rimangono a Lui sottomessi, esercitano l’autorità vicaria del Capo del Corpo Mistico. Ministri (da minus, che indica l’inferiorità gerarchica) nel senso etimologico di servitori, soggetti all’autorità del loro padrone; sicché la Gerarchia cattolica è Magistra nell’insegnare solo ciò che come Ministra ha ricevuto da Cristo e gelosamente custodisce. 

 

Abbiamo conferma di questa visione democratica e antigerarchica della «chiesa conciliare» anzitutto nella sua liturgia, in cui il ruolo ministeriale del celebrante è quasi negato, a vantaggio del «popolo sacerdotale» teorizzato da Lumen Gentium e messo nero su bianco nell’eretica formulazione dell’art. 7 della Institutio Generalis del Messale montiniano del 1969: «La cena del Signore, o messa, è la sacra sinassi o assemblea del popolo di Dio, presieduta dal sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. Vale perciò eminentemente per questa assemblea locale della Santa Chiesa, la promessa del Cristo: “Là dove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt. XVIII, 20)».

 

Cos’è questa, se non autoreferenzialità nel giungere a modificare la definizione stessa della Messa sulla falsariga di quello «spirito del Concilio» e in contraddizione con i Canoni dogmatici del Tridentino e dell’intero Magistero precedente al Vaticano II? 

 

La Chiesa non è e non può essere democratica, né «sinodale», come piace chiamarla eufemisticamente oggi: il popolo santo di Dio non «esiste per pascere gli altri, tutti gli altri», ma perché vi sia una Gerarchia che gli assicuri i mezzi soprannaturali per giungere alla meta eterna, e perché «tutti gli altri» – molti, ma non tutti – siano condotti nell’unico ovile sotto la guida dell’unico Pastore dalla Provvidenza di Dio. «E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre» (Gv 10, 16). 

 

La forte denuncia del Card. Mueller sulla minaccia che rappresenta l’impostazione ereticale della sinodalità – i cui infausti frutti si vedono già – è in tal senso quantomai motivata e testimonia il grave malessere di tanti Pastori combattuti tra la fedeltà all’ortodossia cattolica e l’evidenza del tradimento in atto da parte dei suoi indegnissimi, odierni custodi.

 

Costoro potevano forse non essere contro la «chiesa conciliare» e contro il «concilio» – tra virgolette – finché non era evidente la sua portata devastante sulla vita dei singoli fedeli, dell’intero corpo ecclesiale e del mondo; ma oggi, dinanzi all’evidenza del fallimento più completo e disastroso del Vaticano II e della scelta sciagurata di abbandonare la Sacra Tradizione, anche i più prudenti e moderati sono costretti a riconoscere lo strettissimo rapporto di correlazione tra scopo prefisso, mezzi adottati e risultato ottenuto.

 

Anzi, proprio nella considerazione dello scopo che si voleva raggiungere, dovremmo chiederci se quanto ci veniva entusiasticamente annunciato come «primavera conciliare»non fosse un pretesto, dietro cui in realtà si celava il piano inconfessabile contro la Chiesa di Cristo.

 

I fedeli non solo non partecipano con maggior consapevolezza ai Santi Misteri come si era loro promesso, ma sono arrivati a considerarli superflui, portando la frequenza alla Messa a livelli infimi. Né si può dire che i giovani trovino alcunché di entusiasmante o eroico nell’abbracciare il Sacerdozio o la Vita religiosa, dal momento che l’uno e l’altra sono stati banalizzati, privati della loro specificità, del senso di offerta e di sacrificio sull’esempio di Nostro Signore, che ogni azione davvero cattolica deve portare con sé.

 

La vita civile si è imbarbarita oltre ogni dire, e con essa la morale pubblica, la santità del matrimonio, il rispetto stesso della vita e dell’ordine della Creazione. E questi propagandisti del Vaticano II rispondono con le sfide della bioingegneria, del transumanesimo, vagheggiando esseri prodotti in serie e connessi alla rete globale come se mettere mano alla natura umana non fosse un’aberrazione satanica indegna di essere anche solo ipotizzata.

 

Li sentiamo pontificare che «l’esclusione dei migranti è schifosa, è peccaminosa, è criminale» (qui), mentre le ONG, le Caritas e le associazioni assistenziali lucrano sul traffico dei clandestini a spese dello Stato e rifiutano accoglienza agli stessi Italiani, abbandonati dalle istituzioni e vessati dalle crisi indotte dal Sistema. Esortano al disarmo le Nazioni «sovraniste» e portano a vergognarsi della propria identità i cittadini, ma teorizzano la liceità dell’invio di armi in Ucraina a un fantoccio del Nuovo Ordine Mondiale, finanziato dagli enti globalisti e dalle principali organizzazioni dell’élite.

 

Un altro gravissimo errore teologico che adultera la vera natura della Chiesa risiede nelle basi essenzialmente laiciste dell’ecclesiologia conciliare, non solo per quanto concerne la visione dell’istituzione e il suo ruolo nel mondo, ma anche per aver spezzato il vincolo di gerarchica complementarietà tra l’autorità spirituale della Chiesa e l’autorità civile dello Stato, che entrambe hanno la propria origine nella Signoria di Cristo.

 

Questo tema, apparentemente complesso nella sua trattazione quasi iniziatica da parte dei cultori del Vaticano II, è stato oggetto di un recente intervento di Joseph Ratzinger (qui) e mi ripropongo di affrontarlo separatamente.

 

«Tu che ci ami – dice Bergoglio nell’omelia della “memoria di San Giovanni XXIII” – liberaci dalla presunzione dell’autosufficienza e dallo spirito della critica mondana. Liberaci dell’autoesclusione dall’unità. Tu, che ci pasci con tenerezza, portaci fuori dai recinti dell’autoreferenzialità. Tu, che ci vuoi gregge unito, liberaci dall’artificio diabolico delle polarizzazioni, degli “ismi”».

 

Parole di un’impudenza inaudita, quasi beffarde.

 

Ebbene, è giunto il momento in cui i chierici e i fedeli della «chiesa conciliare» si interroghino se essa non sia la prima a presumere di poter essere autosufficiente, ad alimentare la critica mondana deridendo i buoni Cattolici come rigidi e intolleranti, ad escludersi deliberatamente dall’unità nella Tradizione, a peccare orgogliosamente di autoreferenzialità

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

26 Ottobre 2022

Evaristi Papæ et Martyris

 

 

 

 

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Immagine di Lothar Wolleh via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine tagliata

 

 

 

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Mons. Viganò: papato e katéchon, «chi dovrebbe trattenere il mistero d’iniquità ha scelto di assecondarlo»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Festa della Madonna della Quercia, Custode di Viterbo.

 

 

 

SUBTER QUERCUM, QUAE ERAT IN SANCTUARIO DOMINI

nella Festa della Madonna della Quercia, Custode di Viterbo

 

Quasi terebinthus extendi ramos meos,

et rami mei honoris et gratiæ.

Eccli 24, 22

Ecce lapis iste erit vobis in testimonium,

quod audierit omnia verba Domini.

Jos 24, 27

Diletti Fratelli e Sorelle,
carissimi Claudio, Mauro e Antonio,
carissimi Silvio e Francesco,

 

Quando Giosuè, giunto al termine dei suoi giorni, radunò le tribù d’Israele a Sichem per rinnovare l’Alleanza, non le condusse in un palazzo, né entro le mura di una fortezza. Le condusse sotto una quercia. E là, dopo che il popolo ebbe gridato Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus, egli prese una grande pietra e la pose subter quercum, quae erat in sanctuario Domini, e disse: «Ecco, questa pietra sarà per voi testimone, perché ha udito tutte le parole del Signore».

 

Un patto, un popolo, una quercia. La Scrittura ce lo mostra tremila anni prima che accadesse qui in Viterbo, sul Campo Graziano, nel settembre del 1467. Perché anche Viterbo, liberata dalla peste dopo una settimana di preghiera e penitenza, si legò alla sua Signora con un patto d’amore — così lo chiamarono i nostri padri, e così lo chiamiamo ancora — e anche Viterbo lo strinse sotto una quercia. Non la pietra fu il testimone, ma un povero coppo di terracotta, dipinto da un pittore che si chiamava Monetto e appeso a un ramo da un artigiano che si chiamava Battista. Quel coppo ha udito il voto della Città; quel coppo, da cinque secoli e mezzo, ne è il testimone.

 

Ed è di questo patto che oggi, festa patronale, dobbiamo parlare: perché un patto ha due contraenti, ed è lecito chiederci se entrambi lo abbiano mantenuto.

 

La Provvidenza ha voluto che questa festa fosse anche, per cinque giovani, il giorno in cui essi sottoscrivono personalmente quel patto. Ieri sera, ai primi Vespri della vigilia, Silvio e Francesco hanno rivestito la cappa ed hanno iniziato ufficialmente l’anno propedeutico che li prepara al Seminario; fra pochi istanti Mauro e Antonio riceveranno l’Ostiariato, e Claudio il Lettorato. Cinque nomi in più, dunque, sotto la quercia. Di loro parlerò dopo; ma tenete presente fin d’ora che tutto ciò che dirò della Madonna della Quercia vale, in modo eminente, per chi oggi si consacra al Suo servizio.

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I. La Madonna che non si lascia spostare

Consentitemi anzitutto di ricordare un particolare della storia della Quercia che si tace troppo spesso, e che invece mi pare quello che più ci riguarda in quest’ora.

 

Prima dei prodigi del 1467 ve ne furono altri, più silenziosi, e di un genere singolare. Intorno al 1450 un eremita, tal Pier Domenico Alberti, ritenne che quell’immagine fosse troppo esposta, troppo povera, troppo abbandonata: la staccò dall’albero per portarla nel suo romitorio, dove le avrebbe assicurato un culto più decoroso. Il mattino seguente il coppo era di nuovo sulla quercia. Qualche anno più tardi una pia donna, Bartolomea, fece lo stesso, con la stessa buona intenzione, e più di una volta: e più di una volta l’immagine tornò da sé al ramo dal quale era stata tolta.

 

Riflettete, carissimi. Nessuno dei due voleva profanare la sacra immagine; entrambi volevano migliorarne la collocazione. Erano persone devote, e credevano di comportarsi in modo ragionevolissimo. Perché lasciare l’effige della Madre di Dio in un campo, tra il vento e la pioggia, quando si può darle un tetto e una lampada votiva? E la Vergine, con dolcezza e con fermezza, rispose tornando dov’era. Non dove Le pareva più comodo, ma dove Dio l’aveva posta.

 

Vi è qui un ammaestramento che oso dire profetico. Da sessant’anni si è tentato di spostare la Chiesa dal luogo in cui Nostro Signore l’ha collocata: dalla sua dottrina immutabile, dal suo Sacrificio, dalla sua disciplina, dalla sua costituzione gerarchica. E lo si è fatto, quasi sempre, con le ragioni dell’eremita e di Bartolomea: rendere la Fede più accessibile, più vicina all’uomo, più adatta ai tempi. Si è chiamato aggiornamento ciò che era un trasloco.

 

Ma la Chiesa, come l’immagine della Quercia, non appartiene a chi la vorrebbe sistemare altrove; e ogni volta che la si stacca dal suo albero, cioè dalla Tradizione, essa torna là dove è stata posta, nelle mani di poveri fedeli che non hanno cambiato di una virgola ciò che hanno ricevuto. Guardate dove fioriscono oggi le vocazioni, le famiglie numerose, i giovani in ginocchio: non nelle sale conferenze in cui si discute di sinodalità, ma sotto la vecchia quercia.

 

Il coppo che torna al ramo è il segno che Dio non ratifica gli spostamenti degli uomini, per quanto pii essi si credano. Ne transgrediaris terminos antiquos, quos posuerunt patres tui (Prov 22, 28) — non varcare i confini antichi, che i tuoi padri hanno posto. Colei che conservabat omnia verba hæc non poteva darci lezione più chiara.

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II. Gedeone sotto la quercia

Vi è nella Sacra Scrittura un’altra quercia, e sotto di essa siede un uomo che ci somiglia. Venit Angelus Domini, et sedit sub quercu quæ erat in Ephra; mentre Gedeone, il più piccolo della più piccola famiglia di Manasse, stava battendo il grano di nascosto, nel torchio, per sottrarlo ai Madianiti che avevano invaso e devastato Israele. E l’Angelo gli disse: Dominus tecum, virorum fortissime. Il Signore è con te, o uomo fortissimo.

 

Sono le stesse parole che l’Angelo dirà, tredici secoli dopo, a una Vergine di Nazareth: Dominus tecum. La Chiesa non le ha unite per caso nella sua liturgia. Sotto la quercia di Ofra, Dio saluta la propria forza nell’uomo più debole; a Nazareth, saluta la propria forza nella creatura più umile. E in entrambi i casi la forza non sta nel saluto, ma in Colui che lo pronunzia: Dominus tecum.

 

Che cosa fece Gedeone, salutato così? Tre cose, che sono il programma di ogni cattolico in tempo di occupazione. La prima: di notte, con dieci servi, Gedeone abbatté l’altare di Baal che suo padre aveva innalzato, e tagliò il palo sacro. Non dialogò con Baal, non ne valorizzò gli elementi positivi, non cercò con esso un cammino comune: lo abbatté, e offrì al Signore un olocausto sopra la sua rovina.

 

La seconda: Gedeone chiese a Dio un segno, e Dio glielo diede nel vello — il vello asciutto mentre tutta la terra era bagnata, e poi il vello bagnato mentre tutta la terra era asciutta. I Padri della Chiesa hanno visto in quel vello la Vergine, sulla quale scese la rugiada del Verbo mentre il mondo restava arido.

 

La terza: Gedeone si presentò alla battaglia con trentaduemila uomini, e il Signore gliene lasciò trecento. Ne glorietur contra me Israël, et dicat: Meis viribus liberatus sum (Jd 7, 2) — perché Israele non si vanti dicendo: mi sono liberato con le mie forze.

 

Fratelli carissimi, i Madianiti di quest’ora non arrivano sui cammelli. Occupano cattedre, dicasteri, redazioni, parlamenti; occupano il Vaticano, gli atenei, i seminari e le curie vescovili. E il popolo di Dio batte il grano di nascosto, nel torchio: celebra la Messa di sempre in cappelle di fortuna, insegna il Catechismo in casa, battezza i figli in una Fede che i pastori ufficiali dichiarano superata. Non è la prima volta; e forse non sarà l’ultima. Ma a chi, in questa condizione, si sente il più piccolo della più piccola famiglia, la quercia di Ofra risponde: Dominus tecum.

 

E quanto ai numeri, Dio ha già detto con Gedeone ciò che pensa della preponderanza numerica.

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III. L’albero maestro di Lepanto

Chi entra nella Basilica della Quercia e alza gli occhi, vede tra le sue reliquie più singolari un albero di nave: l’albero maestro di una galea turca, catturata a Lepanto il 7 ottobre 1571, e donato al nostro Santuario da San Pio V. Un papa santo volle che il trofeo della vittoria cristiana stesse qui, presso la Madonna della Quercia, e non è difficile intuirne il motivo: quel legno spezzato accanto al legno che regge l’immagine della Vergine dice, senza parole, quale albero vinca e quale albero affondi.

 

San Pio V non vinse Lepanto con la diplomazia; la vinse con il Rosario. Mentre le galee si urtavano nel golfo di patrasso, Roma pregava, e il papa — ce lo narrano i suoi biografi — si alzò dal tavolo di lavoro, aprì la finestra e disse ai presenti: «Non è ora di affari; andate a ringraziare Dio, perché la nostra flotta ha vinto». Istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, aggiunse alle Litanie l’invocazione Auxilium Christianorum. Ed è lo stesso San Pio V che, un anno prima, con la Bolla Quo Primum, aveva fissato in perpetuo il Rito della Santa Messa che oggi si celebra a questo altare, e che nessun suo Successore aveva il diritto di proscrivere.

 

Ecco allora, dilettissimi, che questa festa unisce ciò che gli uomini vorrebbero separare: la Madonna, il Rosario, la Messa di sempre, e la vittoria sui nemici della Cristianità. San Pio V le teneva insieme, e per questo fu santo e vinse. Chi oggi le separa — chi recita il Rosario ma tollera che si abolisca la Messa, chi vuole la Messa ma si vergogna di parlare di nemici della Fede, chi parla dei nemici ma non prega — non vincerà nulla. L’albero maestro turco ci ricorda che la Cristianità è stata salvata, in un giorno d’ottobre, da un papa che sapeva ancora chi fosse il nemico e Chi fosse l’Aiuto.

 

Ho detto un papa. Perché il papato è stato per secoli il katéchon, ciò che trattiene il mistero d’iniquità. E noi viviamo in un tempo in cui chi dovrebbe trattenere il mistero d’iniquità ha scelto di assecondarlo; in cui la Sede di Pietro dialoga con chi avversa la Fede e la dissacra, e tace con chi Le chiede di essere confermato nella Fede. Non lo dico con compiacimento, ma con il dolore di un Vescovo. Nel frattempo, noi facciamo ciò che fece Roma nel 1571: preghiamo il Rosario, offriamo il Santo Sacrificio e non abbandoniamo la nave.

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IV. I dieci servi di Gedeone

Vengo ora a voi, carissimi Claudio, Mauro, Antonio, e a voi, Silvio e Francesco.

 

Quando Gedeone abbatté di notte l’altare di Baal, la Scrittura annota un particolare che pare secondario: assumptis decem viris de servis suis. Prese con sé dieci dei suoi servi. Non i notabili di Ofra, non i sacerdoti, non i capi delle tribù: dieci servi, di cui non conosciamo il nome, che nel buio portarono la scure, la fune, la legna per l’olocausto. Senza di essi Gedeone non avrebbe potuto fare nulla; e senza Gedeone essi non avrebbero saputo che cosa fare.

 

Questo è il ministero che oggi la Santa Chiesa vi conferisce: essere i servi del Sacrificio dell’altare, coloro che portano gli strumenti del culto sotto la quercia, nell’ora in cui il culto del vero Dio si celebra quasi di nascosto e al suo posto si adorano gli idoli.

 

A voi, Mauro e Antonio, tra poco consegnerò le chiavi, dicendovi: Sic agite, quasi reddituri Deo rationem pro iis rebus quae his clavibus recluduntur. Comportatevi come chi dovrà rendere conto a Dio di ciò che con queste chiavi si apre e si chiude. Giosuè pose la pietra del patto subter quercum, quae erat in sanctuario Domini (Jos 24, 26): sotto la quercia che stava nel santuario del Signore. Un santuario ha una soglia, e la soglia ha un custode. Voi sarete custodi della soglia di questa Chiesa, che è la soglia del patto: aprirete a chiunque venga per rinnovarlo, per pentirsi, per adorare — e non v’è peccatore al mondo per il quale quella porta sia troppo stretta — ma non aprirete a chi viene per riscriverne le clausole.

 

L’ostiario, dice l’antica disciplina, percutit cymbalum et campanam, suona le campane: fate che le vostre campane siano quelle che chiamarono i trentamila del 1467 che si radunarono a Viterbo per implorare la fine della peste, e non quelle che tacciono per non disturbare il mondo. E ricordate l’eremita e Bartolomea: la Madonna non si lascia spostare, e neppure la Chiesa. Il vostro ufficio è il più umile e per questo il più esposto: il portinaio è il primo che il nemico incontra, e il primo che può tradire. Ma voi non tradirete.

 

A te, Claudio, consegnerò il libro: Accipe, et esto verbi Dei relator. E ti dirò di proclamare le divine letture distincte et aperte, absque omni mendacio falsitatis — chiaramente, apertamente, senza alcuna menzogna di falsità. Considera che cosa disse Giosuè della pietra: audivit omnia verba Domini — la pietra ha udito tutte le parole del Signore. Tutte: non quelle gradite, non quelle pastoralmente corrette, non quelle che l’uditorio è disposto ad accogliere. Il lettore è una pietra che ha udito tutte le parole e le restituisce tutte, intere, senza togliere e senza aggiungere.

 

Oggi si è fatto della Parola di Dio un cammino, un ideale, un discernimento: tu ne farai ciò che ne fece la Vergine, che conservabat omnia verba hæc e ne visse fino al Calvario. Con la Parola non si negozia; si proclama, e si obbedisce. Quod ore legis, corde credas, atque opere compleas. E poiché al lettore la Chiesa affida di benedicere panem et fructus novos, ricordati che il primo frutto della terra che tu benedirai è quello che pende da un albero del Campo Graziano.

 

E a voi, Silvio e Francesco, che ieri sera, ai primi Vespri, avete rivestito la cappa, dico una parola sola, perché all’inizio del cammino le parole devono essere poche. La cappa che portate non è un abito da cerimonia: è un manto, ed è il primo segno che voi vi ponete sub tuum præsidium, sotto la protezione di Colei che noi qui veneriamo. Ieri il mondo vi ha visti entrare in chiesa vestiti come tutti; oggi vi vede vestiti diversamente, e già vi giudica.

 

Bene: cominciate ad abituarvi. L’anno propedeutico non serve a imparare il latino — quello verrà — ma a imparare a essere coppi di terracotta, cioè a lasciarvi dipingere il volto di Cristo senza pretendere di scegliere il pennello. Gedeone chiese un segno, e Dio glielo diede nel vello: chiedete anche voi il vostro, con umiltà, e la Madonna ve lo darà; ma non chiedete di essere in molti. Trecento bastarono, e voi siete due.

 

Cinque servi in più sotto la quercia. Non è poco: è precisamente ciò con cui Dio ha sempre cominciato.

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V. Il patto: chi lo ha rotto?

Torniamo dunque al patto d’amore, e alla domanda che ho posto all’inizio: i contraenti l’hanno mantenuto?

 

La Madonna, certamente. Dal 1467 a oggi non vi è generazione viterbese che non abbia potuto testimoniare la Sua protezione: il cavaliere Spiriti che nel 1506, inseguito dai nemici, passò a cavallo un precipizio che nessun cavallo può passare; la giovane Barbara Moscaroli, che nel 1625 restò un’ora a galla nel pozzo profondo in cui era caduta; le mille grazie che coprono le pareti del Santuario della Quercia. La Signora della Quercia ha tenuto fede al Suo impegno con una puntualità che dovrebbe farci arrossire.

 

E noi? Non parlo di Viterbo soltanto, ma della Cristianità intera, della quale Viterbo è un frammento e uno specchio. Un patto con la Madre di Dio è un patto con Suo Figlio, e un patto con Suo Figlio ha delle clausole che non si possono riscrivere: Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus (Jos 24, 24). Serviremo il Signore; obbediremo ai Suoi comandamenti. Non ai comandamenti di questa o quella agenda, non alla morale riscritta dei sinodi, non alla religione universale della fratellanza senza Cristo: ai Suoi Comandamenti, tutti, e sempre.

 

Ora, dilettissimi, guardiamo con onestà a ciò che è accaduto. Il patto d’amore è stato spezzato non dal popolo, che ha continuato a salire alla Quercia, ma dai Pastori che avrebbero dovuto custodirlo in nome del popolo. Si è insegnato che i comandamenti sono un ideale, che il peccato è una fragilità, che la Verità è un cammino; si è consegnata la Città di Dio alla città dell’uomo, e si è chiamata questa resa apertura. Chi ha rotto il patto non è chi ha resistito a questo tradimento: è chi lo ha compiuto e chi, per quieto vivere, lo ha subito. E oggi chi resta fedele viene colpito con censure che non si osano applicare a chi apertamente nega la Fede.

 

Ma la pietra sotto la quercia di Sichem ha udito le parole del Signore; e il coppo sotto la quercia di Viterbo ha udito le parole di Viterbo. Testimoni entrambi: e nel giorno del giudizio parleranno.

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VI. Nisi Dominus custodierit civitatem

Da pochi anni questa Città ha voluto proclamare ufficialmente la Vergine della Quercia sua Custode. È un titolo che merita di essere preso sul serio, perché il Salmo ci ammonisce: Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam (Ps 126, 1) — se il Signore non custodisce la città, invano vigila chi la custodisce. Invano vigilano i sistemi di sicurezza, le assicurazioni, i piani sanitari, le reti digitali di sorveglianza che il potere mondiale stende sulle nostre vite in nome della nostra protezione. Invano: perché la città che si è affidata a se stessa ha già perduto ciò che voleva custodire.

 

Viterbo, nel 1467, non chiese soccorso a un’agenzia né si precipitò a farsi vaccinare: salì in ginocchio a una quercia. E la peste cessò. Vi è nella semplicità di quel gesto una sapienza politica che i nostri governanti, e purtroppo anche i nostri pastori, hanno smarrito: la salvezza pubblica si ottiene con la pubblica penitenza. Non lo dico io: lo dice la storia di questa Diocesi.

 

Una Città che ha una Custode in Cielo può permettersi di non temere gli uomini; una Città che si vergogna della sua Custode sarà preda del primo Madianita che passa.

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VII. Rinnoviamo il patto

Rinnoviamo dunque oggi il patto d’amore, ma rinnoviamolo intero, con tutte le sue clausole, e non come una cerimonia civica.

 

Rinnoviamolo come l’immagine che torna al ramo: promettendo di non lasciarci spostare, con tutte le buone ragioni del mondo, dalla Fede dei nostri padri.

 

Rinnoviamolo come Gedeone sotto la quercia di Ofra: abbattendo di notte, se occorre, gli altari di Baal che le nostre Diocesi e le nostre parrocchie hanno lasciato innalzare. Rinnoviamolo chiedendo il segno del vello, cioè la Vergine; accettando di essere trecento.

 

Rinnoviamolo come San Pio V: con il Rosario in mano, la Messa di sempre all’altare, e senza alcuna vergogna di sapere chi è il nemico e Chi è l’Auxilium Christianorum.

 

Rinnoviamolo come i dieci servi di Gedeone: voi, Mauro e Antonio, alla soglia con le chiavi; tu, Claudio, con il libro che ha udito tutte le parole; voi, Silvio e Francesco, sotto il manto della cappa; e ciascuno di noi, nel posto che la Provvidenza gli ha assegnato, senza chiedere un posto migliore.

 

E rinnoviamolo, infine, come i trentamila del 1467: in ginocchio. Perché il patto non lo scriviamo noi; lo scrive la Vergine Madre nel Suo Cuore Immacolato, che ha promesso di trionfare, e che trionferà anche su questa peste, come sull’altra, quando i figli di questa Città e di questa Chiesa avranno di nuovo imparato la strada del Campo Graziano.

 

Quasi terebinthus extendi ramos meos, et rami mei honoris et gratiæ. Sotto quei rami vi sia rifugio; sotto quei rami vi sia il testimone del vostro voto; sotto quei rami, dilettissimi, vi trovi sempre la Madonna della Quercia, Custode di Viterbo e Regina del Santissimo Rosario. E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 13 Settembre MMXXVI
Beatæ Mariæ Virginis a Quercu, Diœcesis Viterbii Patronæ, et Viterbii Custodis

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Immagine: Filippo Caparozzi (circa 1588-1644), Madonna e Santi, particolare, Santa Maria della Quercia, Viterbo.

Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

 

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Spirito

Cristo è anche Re delle nazioni

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Pubblicata il 24 giugno 2026, la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X viene qui presentata in diverse parti. Questa tredicesima parte ci ricorda che la regalità di Gesù Cristo si esercita non solo sugli individui, ma anche sulle famiglie, sulle istituzioni, sui popoli e sulle nazioni. Riafferma, in contrapposizione al secolarismo moderno, che le società stesse devono riconoscere Dio, conformare le proprie leggi al suo ordine e promuovere il regno sociale di Cristo.  

XII. La regalità sociale di Cristo e la civiltà cristiana

96. Professo che la Santissima Trinità può e deve essere riconosciuta e adorata non solo da ogni singolo individuo, ma anche dalle famiglie, dalle istituzioni e dalla società civile. Nessuna autorità umana è indipendente da Dio, poiché ogni autorità proviene da Lui e deve essere esercitata secondo la legge eterna.   97. Professo che le società civili, al pari degli individui, hanno il dovere di riconoscere e onorare l’unico vero Dio, Gesù Cristo, il Verbo incarnato, la seconda Persona della Santissima Trinità, e di rendergli l’adorazione dovuta, nella vera religione da Lui rivelata e istituita.   98. Professo che le autorità che governano queste società debbano garantire il bene comune conformandosi alla duplice legge divina, sia naturale che rivelata. L’esercizio della libertà non consiste nel dare libero sfogo a tutti i capricci della concupiscenza, ma nello scegliere il modo migliore di utilizzare i beni di questo mondo in vista della salvezza eterna.

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99. Rifiuto pertanto il secolarismo moderno, che pretende di costituire la società come se Dio non esistesse. Il rifiuto pubblico di riconoscere Dio come Signore sovrano non è neutralità, ma un’ingiustizia sociale nei confronti del Creatore e una profonda causa di disordine tra le nazioni. Infatti, una società che nega a Dio l’onore che gli è dovuto distrugge progressivamente le fondamenta della propria giustizia: recide la legge umana dalla sua fonte eterna e abbandona le nazioni ai capricci volubili dell’umanità decaduta.   100. Professo che Nostro Signore Gesù Cristo, poiché è il Verbo incarnato e poiché ha redento l’umanità con il Suo Sangue, è Re non solo degli individui, ma anche delle famiglie, delle istituzioni, dei popoli e delle nazioni. Ogni potere gli è stato dato in cielo e in terra: il Suo regno non si limita al santuario interiore della coscienza o alla sfera privata; deve estendersi alla sfera esterna, alle leggi, alla morale, all’educazione, alla cultura e alla vita pubblica. Il Suo Regno è eterno e universale: un regno di verità e di vita, un regno di santità e di grazia, un regno di giustizia, di amore e di pace.   101. Professo che la società civile, pur perfetta nel suo ordine, non possiede tutti i mezzi necessari per condurre l’uomo alla sua vera perfezione, che rimane inaccessibile alla natura umana decaduta senza l’aiuto della grazia salvifica ed elevatrice.   102. Per questo motivo affermo che coloro che governano la società devono sottomettersi alla salutare influenza della Chiesa, che illumina le menti attraverso il suo Magistero, guarisce e rafforza le volontà attraverso la grazia dei sacramenti e guida l’umanità verso il suo vero destino soprannaturale, di cui è custode. Il bene della società richiede, di conseguenza, che i capi di Stato riconoscano il loro diritto e il loro dovere di promuovere e proteggere la Santa Chiesa e di opporsi, attraverso le leggi del loro governo, a tutto ciò che ne ostacoli la necessaria influenza, che è quella dell’unica vera religione.   103. Rifiuto pertanto il liberalismo politico e religioso: non solo quello che rivendica per l’errore gli stessi diritti della verità e per i falsi culti lo stesso riconoscimento ufficiale e pubblico di quelli veri; ma anche quello che, in nome della dignità umana e di una falsa libertà religiosa, attribuisce a tutti il ​​diritto di agire pubblicamente secondo coscienza senza esserne impediti dall’autorità civile, anche quando tale coscienza è errata e si oppone al bene comune o alla vera religione.   104. Ammetto che in certi casi l’errore possa essere tollerato per evitare mali maggiori o per preservare il bene superiore della pace civile, ma affermo che esso non possiede di per sé un diritto morale a essere difeso o incoraggiato sulla stessa base della verità, né tantomeno a essere ostacolato in nome di una falsa libertà di coscienza.   105. Sostengo inoltre che, sebbene l’umanità possieda una dignità ontologica che la eleva al di sopra degli esseri materiali, la dignità umana che deve essere rispettata non è indifferente alla verità e alla falsità che le persone professano, né al bene e al male che commettono: chiunque professi la falsità o commetta il male perde la propria dignità morale. Pertanto, quando un’autorità legittima, al fine di difendere il bene comune da gravi disordini, punisce i crimini secondo le esigenze della giustizia con pene proporzionate, non viola in alcun modo la dignità umana.   106. Rifiuto altresì questa forma moderna di personalismo che vorrebbe assegnare alla Chiesa la missione di salvaguardare la dignità della persona umana e di instaurare una fratellanza universale sul fondamento di questa dignità, presumibilmente comune a tutta l’umanità, senza però distinguere, da un lato, la vera dignità del cristiano che rinuncia al peccato per vivere secondo la morale evangelica nella Chiesa cattolica, e dall’altro la falsa dignità di coloro che, sviati dall’errore e dal vizio, rifiutano la via della salvezza.   107. Condanno la conseguente falsificazione, che tende a rendere la Chiesa, se non serva, quantomeno collaboratrice del mondo nella realizzazione del suo stesso ideale: quello di una pace puramente terrena e temporale, fondata su un miglioramento naturalistico dell’umanità, senza alcuna prospettiva soprannaturale. Questo ideale favorisce l’indipendenza dell’uomo da Dio, dalla sua legge, dalla verità e dalla bontà; implica il disprezzo per la regalità sociale di Cristo e della cristianità; e conduce in ultima analisi all’ateismo e alla sostituzione dell’uomo a Dio.

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108. Respingo inoltre il pregiudizio moderno che dipinge la civiltà cristiana come oppressiva, oscurantista o nemica della dignità umana. Lungi dal distruggere ciò che di buono c’è nelle diverse culture, l’ordine cristiano lo accoglie e lo purifica. Così, sulla base della dottrina rivelata e attraverso l’influenza della teologia cattolica, in particolare di quella di San Tommaso d’Aquino, Dottore Comune della Chiesa, si è instaurata, sotto la guida del Magistero, una cultura cristiana veramente universale, che ha integrato i migliori elementi delle culture greca e latina. Autentico frutto del Vangelo, ha contribuito a educare i popoli e ad aiutarli a crescere nella fede e nelle virtù cristiane. Anche se non è mai stata perfetta, poiché l’umanità rimane per sempre peccatrice, questa civiltà ha rappresentato nondimeno la più alta realizzazione dell’ordine sociale cristiano nella storia.   109. Al contrario, il rifiuto moderno della regalità sociale di Cristo ha portato a un declino della civiltà, attraverso la secolarizzazione delle istituzioni, lo scioglimento del matrimonio, l’erosione dell’autorità, un’educazione atea, la tirannia delle passioni e la graduale scomparsa dello spirito di sacrificio nelle nazioni un tempo cattoliche. Contro questa pubblica apostasia, professiamo che tutto deve essere ricondotto a Cristo, che è l’unico Santo e, attraverso il suo Corpo Mistico, l’unico santificatore di anime e popoli.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Spirito

Mons. Schneider: la sinodalità è una «parola in codice per minare la dottrina cattolica»

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In un’intervista pubblicata giovedì sul sito AdVaticanum, dedicata al titolo di Corredentrice della Madonna, alla soppressione della Messa tradizionale in latino e al dialogo interreligioso, il vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha illustrato il proprio giudizio sul significato di «sinodalità».

 

Schneider ha sostenuto che il senso di «sinodalità» sia stato lasciato volutamente indefinito e ambiguo, così che ciascuno possa interpretarlo secondo i propri fini.

 

In questo concetto di sinodalità sarebbe implicito un «piano concreto per adattare gradualmente la dottrina e la struttura della Chiesa cattolica alle chiese protestanti e persino allo spirito di questo mondo in materia di sessualità e moralità», ha aggiunto il prelato.

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La sinodalità, in sostanza, «adatta la Chiesa cattolica a questo mondo» e sostituisce la costituzione divina della Chiesa con «strutture e metodi democratici di stampo protestante, inventati dall’uomo», ha affermato il vescovo. «Questo è un metodo molto pericoloso, che deve essere fermato».

 

Sua Eccellenza ha descritto la sinodalità come il punto più alto del «modernismo», perché incarna il «relativismo completo», in particolare il relativismo morale.

 

«Si tratta perlopiù di ecclesiastici che hanno perso la fede, o che non sono più interessati a evangelizzare e convertire le persone per farne veri discepoli di Cristo e membri del Corpo Mistico di Cristo», ha dichiarato monsignor Schneider. Ciò che è «vietato» nel processo sinodale è «la Messa tradizionale in latino» e l’affermazione del «costante insegnamento della Chiesa riguardo alla struttura della Chiesa», ha aggiunto.

 

In precedenza, nel corso dell’intervista, il vescovo ha riproposto l’idea che il Vaticano emani una costituzione apostolica – di portata ancora maggiore rispetto a un motu proprio – per sancire il diritto della Messa tradizionale in latino a essere celebrata liberamente, in un ripudio della Traditionis Custodes.

 

Monsinor Schneider ritiene che un documento del genere dovrebbe prevedere la «coesistenza» della Messa della Tradizione e del Novus Ordo per realizzare una «Pax Liturgica Leonina».

 

Il vescovo ha poi offerto ulteriori precisazioni sulla fede alla luce di dichiarazioni e prassi problematiche da parte di prelati vaticani.

 

In primo luogo ha affermato che i fedeli possono usare il titolo di «Corredentrice» per descrivere la Beata Vergine Maria, nonostante l’attuale Dicastero per la Dottrina della Fede sostenga che tale termine sia «sempre inappropriato».

 

«I fedeli possono ancora usarla, perché esistono messali approvati dai papi, anche con un formulario di Messa, con il titolo di Mediatrice di tutte le Grazie. Pertanto, dovrebbero dire: «Questa Messa deve essere eliminata da tutti i messali», il che sarebbe assurdo», ha osservato Schneider. Ha inoltre sottolineato che questi titoli erano usati dai Dottori della Chiesa.

 

Il vescovo ha criticato anche gli incontri di dialogo interreligioso, spesso tenuti negli ultimi decenni in un contesto religioso o politico. Il loro problema principale, ha detto, è che relativizzano la Chiesa di Cristo e la trattano come se fosse «uguale» alle altre religioni.

 

Il vescovo Schneider ha invece proposto «un incontro e un dialogo interreligioso nella vita quotidiana», come quello praticato in Kazakistan, dove cattolici, ortodossi e musulmani si incontrano, si congratulano a vicenda per le rispettive festività e pregano gli uni per gli altri.

 

«E questo ci mantiene più uniti in armonia e pace rispetto a queste enormi conferenze in cui si incontrano solo i leader e i politici le usano» per i propri fini «relativizzando il nostro Signore Gesù Cristo». «Dovremmo dire subito alla gente, ai cattolici: per favore, amate il vostro prossimo, amate anche gli altri, andate loro incontro, aiutateli nella vita di tutti i giorni. E questo contribuirà maggiormente alla pace e all’armonia interreligiosa».

 

Interrogato su come fosse possibile che la Conferenza Episcopale Cattolica del Kazakistan avesse «reso obbligatoria la Comunione in ginocchio e sulla lingua, vietando la Comunione sulla mano», e continuasse a escludere i ministri straordinari e le ministranti, monsignor Schneider ha ricondotto la questione alla storia del Paese, sostenendo che la sua nazione era stata forgiata dal fuoco sotto il regime bolscevico, quando i cattolici erano costretti a praticare la loro fede «in clandestinità».

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Riferendosi agli attuali vescovi del Paese, li ha definiti «gli eredi dei martiri e dei confessori del Kazakistan. E nutrivano una venerazione così profonda per la Santa Eucaristia, una venerazione così profonda. Non potevano immaginare di ricevere il Signore stando in piedi», ha affermato Schneider, che ha ricordato di aver vissuto da bambino il periodo delle persecuzioni religiose.

 

Si è rammaricato del fatto che Papa Paolo VI, nonostante gli «avverti dei vescovi», avesse «aperto il diluvio» permettendo la Comunione sulla mano.

 

«Ritengo che la Comunione sulla mano abbia causato irriverenza e sacrilegi nella Chiesa e continui a causarli. È una delle ferite più profonde nel corpo della Chiesa e deve essere sanata, naturalmente, lentamente», ha affermato il prelato, autore di un libro sull’argomento intitolato Dominus Est («È il Signore»).

 

Tuttavia «la prima cosa da fare per ristabilire la salute del corpo della Chiesa è fermare la Comunione sulla mano. E questo deve essere fatto di nuovo dal Papa. La Santa Sede ha aperto il diluvio, e la Santa Sede deve richiuderlo. E naturalmente, con passi graduali, ma bisogna farlo»

 

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