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Immigrazione

Robocani «assassini», ne parla il Washington Post

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Il Washington Post, prestigiosa e potente testata liberal americana controllata da Jeff Bezos (Amazon), entra nella questione dei robocani, avvertendo che potrebbero aumentare le morti sul confine messicano.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’agenzia doganale USA sta sperimentando la tecnologia dei robocani per controllare i tormentati confini tra i Messico e Stati Uniti. Questi «droni di terra» avrebbero il compito di cercare immigrati clandestini in un territorio di  circa 66.8000 chilometri quadrati.

I robocani doganieri, scrivono gli accademici estensori dell’editoriale Geoffrey Boyce e Sam Chambers, «aumenterebbero un investimento di circa 30 anni che il Dipartimento per la sicurezza interna e i suoi predecessori hanno fatto in strumenti di sorveglianza ad alta tecnologia volti a catturare i migranti che attraversano il confine tra Stati Uniti e Messico e scoraggiare gli altri dal provarci».

 

La tesi degli autori è che essi indurrebbero gli immigrati verso punti di passaggio più pericolosi, e mortali.

 

«L’uso da parte della Border Patrol di sistemi di sorveglianza ad alta tecnologia nel deserto ha già contribuito direttamente a un allarmante aumento delle morti di migranti, il risultato di un piano di controllo delle frontiere che non è riuscito a frenare o scoraggiare in modo significativo la migrazione, ma ha attivamente incanalato i migranti verso terreno inospitale» scrivono Boyce e Chambers.

 

Secondo loro, l’implementazione di torri di controllo solarizzate per monitorare il confine «è corrisposto a un aumento di circa il 643% del tasso di mortalità tra il 2006 e il 2020».

 

«L’anno scorso ha stabilito un record per le morti al confine in Arizona, con il recupero di 226 set di resti umani».

«Per i migranti, evitare la sorveglianza spesso significa percorsi di viaggio più lunghi e difficili che accelerano la disidratazione ed estendono l’esposizione all’ambiente desertico estremo».

 

La tesi è quindi che i robocani non farebbero altro che spaventare i clandestini (la cui immigrazione, pare di capire dalle parole degli autori, è inevitabile), spesso affidati ai coyote (gli «scafisti» messicani del deserto confinante con Arizona e Texas) spostandone il percorso vero luoghi impervi, «sprofondando nelle montagne, accucciati negli arroyos e in altre fessure nel deserto per periodi di tempo più lunghi» con la «probabilità di collasso della capacità del corpo di regolare il calore».

 

I robocani ucciderebbero, quindi, solo con la paura – come fanno già, dicono, le torri di controllo.

 

Poniamo un’altra questione: quando invece i robocani verranno armati, come uccideranno?

 

Il lettore di Renovatio 21 sa che i robocani sono già stati armati.

 

E quando verranno impiegati, invece che ai confini, all’interno delle città, per cacciare una porzione della popolazione?

 

Il lettore di Renovatio 21 sa che i robocani, assieme ad altri sistemi robotici, sono già stati utilizzati in città in funzione pandemica.

 

Droni terrestri per piegare il nemico: la dissidenza, o perfino il genere umano tutto, colpevole di crimini imperdonabili contro Gaia.

 

Preparatevi ad un futuro che potrà essere identico all’episodio Metal Head di Black Mirror.

 

 

 

 

 

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Immigrazione

Elon Musk si offre di finanziare la causa contro la polizia britannica per il ragazzo inglese ucciso dall’immigrato sikh

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Elon Musk è intervenuto pubblicamente per chiedere conto alla polizia britannica di quello che appare come uno dei più inquietanti fallimenti delle forze dell’ordine emersi in Gran Bretagna negli ultimi anni. Lo riporta Modernity News.

 

Il magnate della tecnologia si è offerto di finanziare una causa per omicidio colposo contro gli agenti che, a suo parere, avrebbero dato priorità alle accuse di «razzismo» formulate dall’aggressore invece di salvare la vita del diciottenne Henry Nowak.

 

L’intervento di Musk arriva mentre le drammatiche immagini delle telecamere indossate dagli agenti vengono proiettate alla Southampton Crown Court durante il processo per omicidio a carico di Vickrum Singh Digwa, il ventitreenne di origine sikh indiana accusato di aver accoltellato Nowak quattro volte con una lama di 21 centimetri.

 

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Ha poi posto un’altra domanda diretta: «Sono stati presi provvedimenti contro gli agenti di polizia che hanno ammanettato questo ragazzo e lo hanno lasciato morire dissanguato per strada? Chi sono?»

 

 

In un altro post, Musk ha scritto: «Inconcepibile. Sono felice di finanziare una causa per omicidio colposo contro queste disgustose scuse di forze dell’ordine. Devono assolutamente essere licenziati.»

 


Nowak, studente del primo anno di contabilità e finanza all’Università di Southampton e originario dell’Essex, stava rientrando a casa dopo una serata con i compagni della squadra di calcio universitaria quando è stato aggredito. Secondo l’accusa, Digwa lo ha colpito quattro volte dopo che Nowak aveva tentato di fuggire.

 

All’arrivo della polizia, le immagini della bodycam mostrano Nowak appoggiato a un muro, sorretto dal padre di Digwa. Quest’ultimo ha detto agli agenti: «Continua a cadere, quindi sto solo cercando di tenerlo su».

 

Nowak ripeteva continuamente «Non riesco a respirare» e affermava di essere stato accoltellato. Invece di fornire immediato soccorso medico, gli agenti hanno ammanettato il ragazzo sanguinante e lo hanno arrestato per sospetta aggressione, basandosi sulle accuse della famiglia di Digwa secondo cui Nowak li avrebbe insultati con epiteti razzisti. Un agente ha risposto alle sue disperate suppliche rispondendo: «Non credo proprio, amico».

 

Henry ha perso conoscenza e è morto, annegato nel suo stesso sangue. Il fratello di Digwa ha dichiarato all’operatore del servizio di emergenza: «siamo appena stati aggrediti a sfondo razziale da una persona bianca… Ha aggredito fisicamente mio fratello. Siamo Sikh, indossiamo il turbante, e lui ha aggredito mio fratello».

 

I video mostrati alla giuria riprendono Digwa e il fratello mentre accusano Nowak di un attacco razziale. Nowak ha negato. Si sente Digwa affermare: «Nessuno ti ha accoltellato, fratello, sei in piedi. Sei ubriaco». Il padre di Digwa ha aggiunto: «sta fingendo, un minuto fa stava parlando con voi. Ora sta cercando di alzarsi e andarsene».

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Il Digwa portava apertamente in pubblico un grande shastar da 21 cm, una lama cerimoniale sikh, insieme al kirpan più piccolo prescritto dalla religione. I pubblici ministeri hanno sollevato dubbi sul motivo per cui l’arma più grande fosse presente.

 

Il ragazzo sikh nega l’omicidio. Sua madre, Kiran Kaur, è accusata di favoreggiamento per aver presumibilmente rimosso il coltello dalla scena del crimine.

 

L’offerta di Musk ha provocato le critiche di chi denuncia un «doppio gioco» nell’applicazione della legge, in cui le accuse di razzismo contro un cittadino britannico sembrano prevalere su evidenti emergenze mediche. Nessun agente è stato nominato o sanzionato pubblicamente. Ad oggi, non risulta confermata alcuna azione disciplinare.

 

Questo caso presenta parallelismi con altri episodi in cui le autorità sembrano più attente a presunti torti che alla protezione della vita. Nowak era un giovane studente britannico che stava semplicemente tornando a casa. Il team legale di Digwa sostiene che si sia trattato di legittima difesa, avvenuta «nell’impeto del momento» in seguito al presunto scambio verbale.

 

Tuttavia, le prove delle telecamere indossate dagli agenti, ora rese pubbliche grazie al processo, dipingono il quadro di un adolescente morente ignorato, mentre la versione dell’aggressore ha avuto la precedenza.

 

La disponibilità di Musk a finanziare una causa civile evidenzia la crescente frustrazione per l’inazione istituzionale. Il processo prosegue alla Southampton Crown Court. Digwa nega le accuse.

 

La morte di Henry Nowak dovrebbe spingere a una profonda riflessione. Quando la polizia tratta un adolescente britannico accoltellato come l’aggressore sulla base di affermazioni non verificate della famiglia dell’aggressore, mentre lui muore dissanguato dicendo di non riuscire a respirare, significa che qualcosa non funziona nelle priorità delle forze dell’ordine.

 

Le esenzioni religiose che permettono il porto di lame di grandi dimensioni in pubblico, unite a una cultura delle forze dell’ordine che sembra anteporre determinate accuse ai doveri immediati di salvataggio di vite umane, rendono i cittadini comuni vulnerabili.

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In Italia i sikh non possono portare in giro il loro tradizionale pugnale sacro (kirpan). La Corte di Cassazione ha stabilito che l’esigenza religiosa non costituisce un «giustificato motivo» per derogare alle leggi nazionali sulla sicurezza. Il porto di qualsiasi coltello o lama atta ad offendere resta severamente vietato.

 

La Corte di Cassazione ha stabilito che l’esigenza religiosa non costituisce un «giustificato motivo» per derogare alle leggi nazionali sulla sicurezza. Il porto di qualsiasi coltello o lama atta ad offendere resta severamente vietato.

 

Nel 2017 la Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un cittadino Sikh, stabilendo che le esigenze di culto non giustificano la violazione delle leggi a tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza. Per conciliare la fede religiosa con la legge italiana, sono stati creati dei kirpan simbolici modificati, fabbricati in modo da non poter essere affilati e del tutto inidonei a offendere o tagliare.

 

Secondo una credenza popolare diffusa (ma per taluni priva di fondamento), il sikh dovrebbe bagnare di sangue il coltello una volta estratto – al punto che, se la situazione si calma, dovrebbe incidersi leggermente la mano per fargli «bere» almeno il proprio sangue.

 

Il coltello kirpan è uno dei «Cinque K» (Kakars), ovvero i cinque simboli sacri che ogni sikh battezzato (Khalsa) deve indossare sempre. Oltre al il pugnale gli altri quattro simboli sono: kesh (i capelli e la barba lasciati incontaminati e mai tagliati. Rappresentano l’accettazione del corpo così come Dio lo ha creato e la santità della vita. I capelli vengono raccolti e protetti dal tipico turbante chiamato Dastar); kangha (un piccolo pettine di legno custodito all’interno dei capelli, sotto il turbante. Simboleggia la pulizia, l’ordine mentale e la disciplina quotidiana del corpo e dello spirito); kara (un braccialetto di ferro o acciaio indossato al polso destro. La sua forma circolare, senza inizio né fine, rappresenta l’eternità di Dio e l’unità della comunità); kachera (dei calzoncini o mutande di cotone, simili a un paio di boxer, allacciati con un cordone. Simboleggiano la castità, l’autocontrollo morale e la prontezza nel difendere il prossimo in caso di necessità).

 

In Italia la legge non concede alcuna esenzione ai sikh nemmeno per quanto riguarda il turbante e il casco. Essi hanno l’obbligo assoluto di indossare il casco quando viaggiano in moto o in scooter: a differenza di altri Paesi (come il Regno Unito o l’India), il Codice della Strada italiano non prevede deroghe per motivi religiosi legati all’uso del dastar.

 

Come riportato da Renovatio 21, la diaspora sikh in tutto il mondo sta attraversando gravi tensioni ricche di violenza a causa di una spaccatura interna tra i separatisti che desiderano staccarsi dall’India e formare un vero e proprio Stato sikh (il Khalistan) e i moderati. Per un sikh battezzato, togliere il turbante in pubblico per indossare il casco è un atto fortemente contrario alla propria disciplina morale. Di conseguenza, molti Sikh in Italia scelgono semplicemente di spostarsi in auto o con i mezzi pubblici per non violare né la propria fede né la legge dello Stato.

 

Tale battaglia, che ha creato incidenti diplomatici di enorme rilievo tra il Canada e l’India, ha avuto qualche episodio visibile pubblicamente anche in Italia.

 

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Immigrazione

La Germania valuta di pagare ai siriani 8.000 euro per remigrare

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Il ministero dell’Interno tedesco starebbe valutando l’ipotesi di offrire ai rifugiati siriani fino a 8.000 euro per favorire il loro rientro volontario in patria. Lo riporta la rivista Focus, citando fonti nel governo. La proposta arriva in un contesto in cui il consenso verso il partito Alternativa per la Germania (AfD), che ha posto al centro della propria campagna elettorale le questioni migratorie, tocca livelli record.   La Germania è stata una delle destinazioni principali per i siriani fuggiti dalla guerra civile durante la crisi migratoria del 2014-2015, dopo che l’allora cancelliera Angela Merkel aveva scelto una politica di immigrazione a porte aperte.   Secondo i dati del ministero dell’Interno, ad agosto 2025 in Germania risiedevano oltre 951.000 siriani. Più di 500.000 di loro disponevano di permessi di soggiorno temporanei legati allo status di rifugiato o alla protezione sussidiaria, mentre il numero di rimpatri volontari in Siria restava relativamente basso, come riferito mercoledì da Focus.

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Roman Poseck, ministro degli Interni del Land tedesco dell’Assia, ha sostenuto che erogare anche decine di migliaia di euro a ciascun rifugiato per il rimpatrio rappresenterebbe un investimento conveniente a lungo termine, perché altrimenti lo Stato dovrebbe sostenere costi molto più elevati per l’alloggio in Germania. Con il sistema attuale, i pagamenti per il rimpatrio volontario si aggirano in media intorno a 1.000 euro.   «I sussidi di sostegno nell’ordine delle quattro cifre, o talvolta anche nell’ordine delle cinque cifre basse, rappresenterebbero spesso un guadagno per lo Stato se rapportati ai costi a lungo termine delle prestazioni sociali», ha dichiarato a Focus.   Berlino sta ora respingendo il 95% di tutte le nuove richieste di asilo presentate da cittadini siriani, secondo quanto riportato il mese scorso dai media tedeschi. Il cancelliere Friedrich Merz aveva affermato a marzo che fino all’80% dei siriani residenti in Germania avrebbe potuto fare ritorno in patria nei successivi tre anni, attribuendo poi l’affermazione al leader siriano Ahmed al-Sharaa (già conosciuto come il terrorista jihadista al-Jolani) il quale ha negato di averla pronunciata, definendo la cifra esagerata.   Merz, recentemente classificato come il leader più impopolare d’Europa, sta subendo crescenti pressioni dalla destra. L’AfD è emersa come il partito più popolare in Germania, superando l’Unione Cristiano Democratica (CDU) della cancelliera in termini di consenso, secondo un sondaggio del mese scorso. Il partito di destra ha prevalso nonostante il boicottaggio da parte di tutti i partiti tradizionali e le accuse di estremismo mosse dai suoi critici.   Non sono mancati, in Germania, episodi di estrema violenza da parte degli immigrati siriani in Germania.   Come riportato da Renovatio 21, tre anni fa un uomo tedesco è stato gettato sui binari della stazione da immigrati dalla Siria. Lo scorso dicembre era stato sventato un attacco terroristico ad un mercatino di Natale bavarese nel cui commando era presente un siriano.   In un episodio di insolenza rivelatrice, a fine 2024 masse di immigrati siriani invasero i mercatini di Natale tedeschi gridando «Allahu akbar», in celebrazione della presa di Damasco da parte degli islamisti anti-Assad.   Se sono così felici, perché non tornano a casa loro? La risposta è semplice: più facile vivere, e pure delinquere, a spese degli europei, ai quali, come grinch levantini, è possibile anche rovinare il Natale – non solo con i canti, ma pure con la continua minaccia di attentati ai mercatini natalizi, fatta spesso con modalità auto-kamikaze, come nel recente caso di Modena.  

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Immigrazione

Il pattern della strage di Modena: jihad, psicosi, anarco-tirannia

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Ci hanno messo un po’ a dirci che il responsabile sarebbe un nordafricano. Non solo in Italia: ma pure all’Estero, dove l’efferato episodio di violenza ha avuto eco, hanno fischiettato. Tipo il New York Times, che ha titolato «Macchina sulla folla». Cioè, capito, la macchina, tipo senza pilota, che si scaglia a 100 all’ora contro pedoni a caso. Eccerto: anche il NYT aderisce a suo modo alla Carta di Roma, il giornalista deve evitare finché può di dire che il protagonista del fatto di nera è un immigrato.

 

Poi, quando è divenuto impossibile tacere delle origini del sospettato, è partita la litania psichiatrica: è solo un caso di malato di mente, è uno spostato, ha problemi, non c’entra nulla col terrorismo islamico. Trapela che le forze dell’ordine che hanno perquisito la casa non avrebbero trovato traccia di estremismo.

 


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Insomma, circolare. Cioè, in senso metaforico: perché proprio nel non circolare, nella trasformazione del traffico in un’arma di insicurezza collettiva, si basa, a nostro dire, la strategia profonda dietro questo tipo di eventi.

 

Abbiamo, negli anni, preso qualche appunto. Al punto che è evidente a chiunque, per quanto lo si voglia negare, che c’è un pattern preciso, pure rivendicato, dietro questa modalità stragista.

 

20 giugno 2015, Graz, Austria: un uomo di 26 anni di origini bosniache, Alen R., lancia un SUV a tutta velocità nella zona pedonale della città, uccidendo 3 persone e ferendone 36. Le perizie riscontrano una grave psicosi paranoide e l’uomo viene dichiarato non imputabile ma internato in un ospedale psichiatrico.

 

14 luglio 2016, Nizza, Francia: Mohamed Lahouaiej-Bouhlel (un tunisino) guida un camion di 19 tonnellate per oltre 2 km sulla Promenade des Anglais durante i festeggiamenti del 14 luglio. 86 morti, oltre 430 feriti. Arriva la rivendicazione dell’ISIS.

 

9 dicembre 2016, Berlino, Germania: Anis Amri (un altro tunisino) ruba un camion e lo lancia contro il mercatino di Natale a Breitscheidplatz. 12 morti, 56 feriti. Rivendicato dall’ISIS anche questo.

 

17 agosto 2017, Barcellona, Spagna: il marocchino Younes Abouyaaqoub guida un furgone contro i pedoni sulle Ramblas.
16 morti, oltre 130 feriti. L’ISIS rivendica. Seguito da un altro attacco a Cambrils

 

22 marzo 2017, Londra, Gran Bretagna: Khalid Masood (un britannico convertito) lancia un’auto contro i pedoni sul Westminster Bridge, poi accoltella. 5 morti (4 sul ponte + 1 poliziotto). L’eccidio viene considerato attentato jihadista.

 

3 giugno 2017, Londra, Gran Bretagna: tre attentatori (inclusi Khuram Shazad Butt e Rachid Redouane) lanciano un furgone contro i pedoni sul London Bridge, poi accoltellano. 8 morti, 48 feriti. Rivendicazione ISIS

 

19 giugno 2017, Parigi, Francia: auto contro veicolo della polizia sui Champs-Élysées. L’attentatore viene ucciso.

 

31 ottobre 2017, Nuova York, Stati Unit d’America: l’uzbeco Sayfullo Saipov guida un pickup su una pista ciclabile.
8 morti, 11 feriti. Rivendicato dall’ISIS; Saipov ha gridato l’immancabile «Allahu Akbar».

 

20 dicembre 2024, Treviri, Germania: Taleb al-Abdulmohsen, uno psichiatra di 50 anni di origine saudita residente in Germania, lancia la sua BMW contro la folla a un mercatino di Natale a Magdeburgo uccidendo 5 persone. Le indagini hanno da subito iniziato a dire che l’uomo non era un estremista islamico, perché sui social criticava apertamente la religione, bensì un soggetto affetto da una grave forma di psicosi.

 

Pasqua 2026, un mese fa: un camion merci che procedeva ad alta velocità si è lanciato contro dei cattolici durante una funzione religiosa all’alba di Pasqua in Pakistan, causando un morto e 60 feriti.

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È una lista incompleta, perché vi sono molti altri casi. Questa testata ha spesso riportato gli allarmi, in tutta Europa, che ciclicamente giunge per i mercatini di Natale, obiettivo facile per le stragi automobilistico-jihadiste.

 

C’è da notare, da una parte, il pattern terrorista – l’uso dell’auto come arma, seguito, quando questa diviene non più utilizzabile per seminare la morte, dall’uso del coltello per colpire passanti a caso (esattamente come a Modena…) – , dall’altra, il pattern giornalistico: molto spesso viene invocata la questione psichiatrica, insomma gli stragisti so’ pazzi, e quindi non c’è nulla da farci, non è possibile prevenire il problema, ce lo dobbiamo tenere e basta, come un raffredore o un’emicrania.

 

Si tratta, crediamo, di una forma di manipolazione che la grande informazione dell’establishment, in accordo con lo Stato moderno (in Italia, ovunque) vuole infliggere alla popolazione che, di suo, potrebbe cominciare ad avere qualche dubbio sulle ramificazioni che l’immigrazione massiva degli ultimi tre lustri direttamente sulla nostra esistenza.

 

Questa malafede è sensibile per chi, all’altezza del Natale 2015 (cioè, a breve distanza dal Bataclan), ha cominciato a vedere moltiplicarsi ai bordi dei centri storici pedonali delle città italiane i simpatici «panettoni» di cemento per impedire l’ingresso alle auto, specie quelle di grossa taglia come furgoni, SUV etc. Il ministero degli Interni, e quindi le questure, qualcosa sapevano.

 

Perché il lettore di Renovatio 21 riconosce come dietro alle stragi con l’auto vi sia un pensiero preciso delineato apertis verbis dall’estremismo islamico organizzato. Infatti, la tattica è stata esplicitamente promossa espressamente nella rivista di Al-Qaeda (sì, Bin Laden era pure editore, come noi) Inspire. Lo stesso dicasi per l’ISIS, che parlò dei veicoli assassini nella sua rivista Dabiq nel 2016, specificando il fine di massimizzare le vittime con mezzi semplici.

 

Nel 2010, Inspire, la rivista online in lingua inglese prodotta da al-Qaeda nella Penisola Arabica, esortava i mujaheddini a scegliere luoghi «solo pedonali» e ad assicurarsi di prendere velocità prima di lanciare i loro veicoli contro la folla per «ottenere la massima strage». L’articolo si intitolava «The Ultimate Mowing Machine», cioè la«falciatrice definitiva», e mostrava un SUV dotato di lame.

 

Il fenomeno ha un nome preciso: vehicle-ramming attack, o VAW (vehicle as a Weapon, il veicolo come arma). Gli analisti dell’Intelligence ritengono si tratti di un’attraente alternativa, più economica e logisticamente semplice, del suicidio kamikaze, che invece richiede il contrabbando dell’esplosivo, la produzione della veste, etc.

 

Secondo l’FBI l’attacco con veicoli «offre ai terroristi con accesso limitato a esplosivi o armi l’opportunità di condurre un attacco sul territorio nazionale con una formazione o esperienza minima».

 

È noto come alcuni canali Telegram di radicalizzazione promuovevano attacchi con «camion, coltelli, bombe, qualsiasi cosa. È Tempo di vendetta», scrive il Combating Terrorism Center di West Point. Alcuni canali hanno inoltre diffuso «manuali operativi», basati su attacchi low-tech di successo realizzati in passato dai sostenitori dello Stato Islamico. Concepiti come guide didattiche per potenziali aggressori, questi manuali descrivono nei dettagli l’addestramento, la pianificazione e le strategie di attacco di autori come Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, che nel 2016 ha lanciato un camion merci contro la folla a Nizza, in Francia, uccidendo 86 persone e ferendone oltre 400.

 

Questi manuali rappresentano un nuovo tentativo non solo di glorificare gli aggressori e incoraggiare trame analoghe, ma anche di consentire ai potenziali autori di imparare dai successi e dai fallimenti degli operatori precedenti.

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È interessante ricordare anche la rivista Rumiyah (che significa «Roma» in arabo, in riferimento all’ambizione di conquistare l’Occidente) era la pubblicazione in inglese di propaganda dell’ISIS, uscita dal 2016 al 2017 come successore di Dabiq. Era più orientata verso i «lone wolf» ( i terroristi che agiscono singolarmente, i «lupi solitari») in Occidente rispetto a Dabiq, che era più ideologica e sullo Stato Islamico.

 

La sezione ricorrente più importante di Rumiyah era «Just Terror Tactics» («Tattiche di Terrore Giusto»), che dava istruzioni pratiche e dettagliate su come commettere attentati semplici con mezzi comuni. Qui si scriveva che «sebbene siano una parte essenziale della vita moderna, pochissimi comprendono realmente la capacità letale e distruttiva del veicolo a motore e la sua capacità di causare un gran numero di vittime se utilizzato in modo premeditato».

 

Veniva quindi definito come il veicolo ideale il camion da carico pesante, a doppio asse posteriore, per schiacciare meglio le vittime: grande peso, accelerazione ragionevole, telaio e paraurti leggermente rialzati (per salire sui marciapiedi e superare barriere). Erano dati preziosi suggerimenti per il massacro: riempire il serbatoio di carburante, pianificare il percorso (accelerare al massimo su strade con folla), rubare il veicolo «con la forza o con l’inganno» se necessario (noleggi, furti), portare armi aggiuntive (coltelli, armi da fuoco) per continuare l’attacco dopo lo schianto.

 

Gli obiettivi consigliati erano i grandi raduni all’aperto: mercati, festival, parate, celebrazioni, convention, strade pedonali affollate, eventi politici e qualsiasi attrazione esterna che attiri grandi folle, specialmente con poca sicurezza, massimizzando morti e feriti schiacciando e travolgendo le persone, ricordando ai «crociati» (cioè gli occidentali) il terrore che l’Islam può infliggere loro.

 

L’articolo sulla rivista ISIS includeva immagini di camion a noleggio e della parata del Giorno del Ringraziamento di Macy’s a New York come esempio di obiettivo di morte.

 

Nel numero 9 (maggio 2017) di Rumiyah, la rubrica «Just Terror Tactics: Truck Attacks» («Tattiche del Terrore Giusto: attacchi con i camion») conteneva un’infografica con consigli su selezione del veicolo, acquisizione e target (festival, mercati, raduni). Riprendeva e raffinava i consigli precedenti. La rivista jihadista quindi lodava gli attacchi riusciti (Nizza 2016, Berlino 2016) definendoli «operazioni di terrore giusto» compiute da «soldati del Califfato».

 

Ciò che non è perfettamente compreso è come l’ISIS abbia creato una sorta di «globalizzazione degli spostati»: qualsiasi persona più o meno disturbata, o semplicemente adirata con il sistema, poteva commettere una strage e poi «donarla» allo Stato Islamico, che rivendicava. In pratica, è una sorta di franchising della psicosi assassina.

 

Non solo l’islamismo ultra-wahabita dell’IS gode di questa capacità: altri gruppi molto meno organizzati, come gli Incel o certo suprematismo bianco e sicuramente i transessuali armati, può incappare nello stesso meccanismo: il pazzo fa la strage, in seguito viene esaltato, vivo o morto, da forum internet (non solo nel Dark Web) di suoi simili. Ciò è vero persino per chi, come gli school shooter americani, fa la strage solo per il gusto di farlo, forse solo perché annebbiati dagli psicofarmaci SSRI: gli assassini, si è scoperto, hanno un profondo seguito online fatto da ragazzi e ragazze che vogliono emulare.

 

L’ISIS è solo più organizzata di questi gruppi, e ciò è riconosciuto dall’affiliazione indiretta ma esibita di tanti movimenti di terroristi di tutta l’Africa, che scelgono volentieri il brand della massima realtà jihadista.

 

Di fatto, lo Stato Islamico è un culto della morte che è riuscito a sussumere gli impulsi della gioventù islamica mondiale, in ispecie quella di seconda o terza generazione immigrata in Occidente – ciò era chiaro quando, una dozzina di anni fa, comparivano in rete i meme di propaganda ISIS tarati proprio sulla generazione giovanissima: «This is our Call of Duty. And we respawn in Jannah», diceva un’immagine circolante in rete che prendeva spunto dal famoso videogioco: «Questa alla nostra chiamata al servizio. E ci rigeneriamo (cioè, quando nei videogame si reinizia dopo essere stati uccisi) in paradiso».

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Ora ha poca importanza che pure il ministero dell’Interno continui a spiegarci che si tratta di «problemi psichiatrici».
No, questa è la psicosi stragista che giocoforza si genera con l’immigrazione di massa, e sulla quale il terrore organizzato programma lo sfruttamento.

 

«Allahu Akbar» gridato o meno, è evidente che gli effetti – la macchina assassina, i coltelli, la strage – sono i medesimi. Tragedie che esistono solo in funzione dell’immigrazione.

 

Se poi uno si chiede se c’è un motivo profondo, al di là dell’intenzione di morte degli attentatori immigrati, rispondiamo con semplicità: è l’anarco-tirannia. È il caricamento di uno Stato tirannico per il cittadino ma anarchico per l’immigrato, la cui funzione diviene quella di terrorizzare il cittadino, e levargli dalla testa altre aspirazioni (la famiglia, il salario, la salute) che non siano la sua stretta sopravvivenza.

 

Perché, poco più in là, c’è la proposta della biosorveglianza assoluta: per evitare che succedano queste cose, accetta di sottoporti al totalitarismo elettronico totale, il riconoscimento facciale, l’auto che può essere spenta da remoto.

 

Quindi, visto che la barzelletta secondo cui ci pagano le pensioni non è più possibile, diciamo la verità: l’importazione di milioni di immigrati giovani e criminali (criminali nell’atto stesso di immigrazione clandestina) serve da volano per lo Stato della sorveglianza totalista, di cui abbiamo avuto un assaggio col green pass.

 

Abbiamo scritto, in passato, che il futuro ruolo degli immigrati fatti entrare in massa poteva essere quello dei nostri guardiani durante la prossima emergenza: in realtà, la nostra sottomissione la stanno producendo già oggi comportandosi da assassini.

 

Il nostro domani, e in realtà già il nostro presente, ha due principali ingredienti: massacro e controllo. L’anarco-tirannia non è un concetto, ma è ciò che impatterà materialmente sulla vostra esistenza rendendola un inferno.

 

Roberto Dal Bosco

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