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Cina

Lo «scudo microchip» per l’indipendenza di Taiwan da Pechino

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews.

 

 

L’isola è il più grande produttore mondiale dei preziosi componenti usati per le principali tecnologie civili e militari. Cina e USA entrambi dipendenti dalla produzione taiwanese. Un’invasione cinese metterebbe a rischio la filiera tecnologica globale. Esperti: la «polizza» chip non esclude lo scoppio di un conflitto.

 

 

Con la pandemia e il relativo incremento nella richiesta di articoli tecnologici, Taiwan ha ampliato la produzione di microchip.

 

Secondo TrendForce, nel 2021 il mercato globale dei preziosi componenti elettronici è salito a quasi 79 miliardi di euro. Il 64% è riconducibile a vendite taiwanesi; il 92% se si considerano i chip più avanzati: secondo molti osservatori, una polizza assicurativa per la sopravvivenza di Taipei come Stato di fatto indipendente dalla Cina comunista.

 

Taiwan Semiconductor Manufacturing Company Ltd (TSMC) produce il 90% dei chip (o semiconduttori) usati nel globo. È l’11ma impresa al mondo per capitalizzazione di mercato. Nel 2021 ha investito 26 miliardi di euro, quasi il doppio del budget di Taipei per la propria difesa.

 

Il 64% è riconducibile a vendite taiwanesi; il 92% se si considerano i chip più avanzati: secondo molti osservatori, una polizza assicurativa per la sopravvivenza di Taipei come Stato di fatto indipendente dalla Cina comunista

L’export di Taiwan verso la Cina è arrivato a 110 miliardi di euro nel 2021, una crescita di quasi il 23% rispetto all’anno precedente. L’incremento delle vendite di componentistica elettronica è stato del 23,3%.

 

Secondo dati del Congresso USA, nel 2020 dalla Cina è arrivato il 60% della domanda mondiale di semiconduttori. Più del 90% dei microchip usati dal gigante asiatico è importato o prodotto in territorio cinese da aziende straniere (compresa TSMC). Come riporta Reuters, nei primi tre mesi del 2021 metà dell’export taiwanese diretto in Cina erano chip.

 

Per ridurre la dipendenza dai microchip prodotti a Taiwan, da tempo Pechino ha annunciato un rafforzamento della propria industria del settore: i dati sugli acquisti tecnologici da Taipei mostrano per ora il fallimento dei propositi cinesi. Secondo diversi analisti, l’industria dei chip cinesi è indietro di una decina d’anni rispetto a quella taiwanese, un gap che tende ad allargarsi.

 

Al momento paiono insuperabili le capacità taiwanesi di produrre chip a meno di 10 nanometri, utilizzati in diverse tecnologie civili e militari, soprattutto nell’intelligenza artificiale. Di solito però i componenti sono sviluppati e disegnati da laboratori statunitensi. TSMC ha già avviato la produzione pilota di semiconduttori a 3 nanometri e la ricerca per realizzarne a 2 nanometri. Secondo le autorità taiwanesi, compagnie locali e straniere progettano d’investire nell’industria nazionale dei chip 94 miliardi di euro da qui al 2025.

Più del 90% dei microchip usati dal gigante asiatico è importato o prodotto in territorio cinese da aziende straniere (compresa TSMC). Come riporta Reuters, nei primi tre mesi del 2021 metà dell’export taiwanese diretto in Cina erano chip.

 

I ritardi della Cina nello sviluppare la produzione domestica, sommati alle sanzioni Usa nei confronti delle imprese hi-tech cinesi, portano le autorità taiwanesi a pensare che le importazioni di microchip da parte di Pechino continueranno a crescere. Contribuisce a questo trend anche la domanda di semiconduttori delle imprese straniere presenti sul territorio cinese.

 

Il risvolto della medaglia è che così Taipei non riuscirà a realizzare uno dei suoi principali obiettivi: emanciparsi dal mercato cinese e diversificare i propri partner commerciali. Per il momento l’isola ha ridotto la sua quota d’investimenti nella Cina continentale: nei primi 11 mesi del 2021 è stata di 4,2 miliardi di euro, un calo annuo del 14,5%.

 

La Cina considera Taiwan una «provincia ribelle», e non ha mai escluso di riconquistarla con l’uso della forza.

 

L’isola è di fatto indipendente da Pechino dal 1949; all’epoca i nazionalisti di Chiang Kai-shek vi hanno trovato rifugio dopo aver perso la guerra civile sul continente contro i comunisti, facendola diventare l’erede della Repubblica di Cina fondata nel 1912 (che a sua volta aveva messo fine al bimillenario impero cinese).

 

Inizialmente una dittatura a partito unico (il Kuomintang di Chiang), tra fine anni ’80 e metà anni ’90 del secolo scorso Taiwan è diventata una vibrante democrazia, oltre che un’economia di mercato molto dinamica.

Come i cinesi, anche gli USA dipendono dai microchip made in Taiwan, fatto che rende l’isola indispensabile a entrambe le potenze in competizione

 

Agli occhi della leadership cinese, la presidente taiwanese Tsai Ing-wen è una pericolosa secessionista. Tsai non riconosce il «principio dell’unica Cina», secondo il quale esiste una sola Cina, quella rappresentata dal governo di Pechino.

 

Come i cinesi, anche gli USA dipendono dai microchip made in Taiwan, fatto che rende l’isola indispensabile a entrambe le potenze in competizione.

 

Nel 2021 la scarsità di semiconduttori – dovuta all’alta domanda di prodotti tecnologici generata dalla pandemia – ha creato problemi per la produzione di molti beni, come le automobili: un avvertimento di cosa potrebbe accadere alla filiera tecnologica globale se la produzione taiwanese si arrestasse per un conflitto.

 

Gli USA hanno legami diplomatici ufficiali con Pechino, ma senza accettare la posizione cinese secondo cui Taiwan è parte della Cina. Con il Taiwan Relations Act, gli Stati Uniti hanno promesso di difendere Taipei, soprattutto con forniture militari.

 

I taiwanesi parlano del loro «scudo di silicio» contro un colpo di mano cinese e a garanzia del sostegno statunitense. Esperti, soprattutto negli Usa, ammoniscono però che l’interdipendenza economica spesso non basta a prevenire lo scoppio di guerre

Adottato nel 1979 dopo il formale riconoscimento diplomatico della Cina comunista, il provvedimento non specifica l’effettiva natura dell’impegno USA: una «ambiguità strategica» che produce continue tensioni con il governo cinese.

 

In caso di conflitto gli scenari sono cupi per Washington come per Pechino. Con la riconquista dell’isola da parte cinese, gli USA potrebbero perdere le forniture di chip. Anche se l’invasione riuscisse, la Cina rischierebbe invece di trovare gli stabilimenti della TSMC distrutti, vittime dei combattimenti.

 

Per questo motivo, i taiwanesi parlano del loro «scudo di silicio» contro un colpo di mano cinese e a garanzia del sostegno statunitense. Esperti, soprattutto negli Usa, ammoniscono però che l’interdipendenza economica spesso non basta a prevenire lo scoppio di guerre.

 

 

 

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Cina

Leone approva il nuovo vescovo della chiesa «cattolica» cinese contraffatta, mentre scomunica i vescovi FSSPX

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La Cina ha consacrato oggi un vescovo della Mongolia Interna con l’approvazione di Papa Leone XIV, nel quadro del controverso accordo tra Vaticano e Cina.
Joseph Chang Yanfeng è stato consacrato durante una cerimonia guidata dal vescovo Meng Qinglu, vicepresidente dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, organismo vicino al Partito Comunista Cinese (PCC) che controlla la Chiesa «cattolica» di Stato in Cina.

 

«Oggi, mercoledì 22 luglio 2026, ha avuto luogo l’ordinazione episcopale del Rev. Giuseppe Chang Yanfeng, che il Santo Padre, in data 15 giugno 2026, ha nominato Vescovo di Chifeng (Provincia della Mongolia Interna, Cina), avendone approvata la candidatura nel quadro dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese.», ha comunicato mercoledì la Santa Sede.

 

«Il Rev. Giuseppe Chang Yanfeng è nato il 4 aprile 1984 a Beizhen (Provincia del Liaoning). Dal 2000 al 2006 ha frequentato il Seminario Teologico di Shenyang, svolgendo poi un periodo di tirocinio pastorale, dal luglio 2006 al febbraio 2007, presso la Parrocchia di Lindong. Dal 2007 al 2010 ha condotto studi presso l’Università Cattolica di Daejeon, in Corea del Sud, conseguendovi una Laurea in Teologia biblica» continua la nota vaticana.

 

«È stato ordinato presbitero il 18 novembre 2010 per la Diocesi di Chifeng. Dal 2010 al 2013 ha lavorato nella curia diocesana e, contemporaneamente, in diverse parrocchie della circoscrizione. Dal mese di ottobre 2013 al settembre 2019 è stato parroco della Cattedrale di Chifeng e successivamente, dal 2019 al 2021 è stato parroco di Lindong. Dal 15 ottobre 2021 ha ricoperto l’incarico di Amministratore diocesano di Chifeng».

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L’accordo sino-vaticano, ufficialmente segreta e sottoscritta nel 2018, si ritiene riconosca la Chiesa di Stato in Cina e permetta al Partito Comunista Cinese di designare i vescovi. Il papa manterrebbe formalmente il potere di veto, ma nella pratica il controllo resterebbe al PCC. Si presume inoltre che l’accordo contempli la rimozione dei vescovi legittimi e la loro sostituzione con prelati graditi al PCC.

 

L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante la sede vacante successiva alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC avevano già suscitato timori che la Cina stesse sfruttando il periodo di vacanza.

 

Come parte dell’accordo, il Vaticano ha riconosciuto sette «vescovi» illegittimi insediati dalla chiesa «patriottica» e ha cacciato due vescovi della fedele Chiesa cinese sotterranea dalle loro diocesi, sostituendoli con «vescovi» scelti dal PCC. Alcuni vescovi erano stati dapprima nominati senza l’assenso di Roma, una violazione che, a differenza dei casi Lefebvre e ora Viganò, non ha bizzarramente prodotto scomuniche.

 

Una serie di nomine episcopali – fatte mentre sacerdoti vengono torturati – dall’ultimo rinnovo dell’accordo nell’ottobre 2022 hanno evidenziato il primato del potere esercitato da Pechino nell’accordo. In tre occasioni note, tra cui la nomina del nuovo vescovo di Shanghai, il PCC ha nominato nuovi vescovi o li ha assegnati a nuove diocesi, lasciando che il Vaticano si mettesse al passo con gli eventi ed esprimesse la sua frustrazione espressa in termini diplomatici.

 

Negli anni trascorsi dall’attuazione dell’accordo, la persecuzione dei cattolici – in particolare dei cattolici «clandestini» che non accettano la Chiesa controllata dallo Stato – è aumentata in modo evidente.

 

L’accordo ha portato ad un aumento della persecuzione religiosa, che la Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina ha descritto come una conseguenza diretta dell’accordo. Nel suo rapporto del 2020, la Commissione ha scritto che la persecuzione testimoniata è «di un’intensità che non si vedeva dai tempi della Rivoluzione Culturale».

I segni dell’infeudamento della gerarchia cattolica al potere cinese sono visibili da tempo, e appaiono in forme sempre più rivoltanti: un articolo in lingua inglese nel portale internet della Santa Sede sembrava lasciar intendere che le persecuzioni dei cristiani in Cina ad opera del Partito Comunista Cinese sono «presunte».

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Come ipotizzato da Renovatio 21, dietro all’accordo sino-vaticano potrebbero esserci ricatti a vari membri del clero: la Cina per un periodo ha disposto dei dati di Grindr, l’app degli incontri omosessuali, dove si dice vi siano immense quantità di consacrati. Da considerare, inoltre, che per lungo tempo il messo per l’accordo con Pechino fu il cardinale Theodore McCarrick, forse la più potente figura cattolica degli USA, noto per lo scandalo relativo non solo ai suoi appetiti omofili (anche con ragazzini) ma alla struttura che vi aveva costruito intorno. McCarrick quando andava in Cina a trattare per la normalizzazione dei rapporti tra Repubblica Popolare e Santa Sede, dormiva in un seminario della Chiesa Patriottica Cinese…

 

Mentre continuano i cattolici desaparecidos, le delazioni sono incoraggiate e pagate apertamente, il lavaggio del cervello investe quantità di sacerdoti, le suore sono perseguitate e le demolizioni di chiese ed istituti religiosi continua senza requie, il Vaticano invita due vescovi patriottici al Sinodo, e Pechino, come ringraziamento, «ordina» nuovi vescovi senza l’approvazione di Roma – mentre i veri sacerdoti vengono torturati dal governo del Dragone.

 

Il controverso miliardario cinese Guo Wengui, ora rifugiato negli USA, sostiene che il Vaticano sarebbe corrotto con «1,6 miliardi di dollari l’anno per fermare le critiche alla politica religiosa di Pechino».

 

La scelta del PCC di nominare due vescovi in quel frangente dimostra che Pechino non attribuisce particolare peso al ruolo della Santa Sede o del papa. Evidenzia inoltre come, nell’ambito dell’accordo sino-vaticano estremamente riservato, appaia essere la Cina – e non la Santa Sede – a detenere il controllo.

 

Joseph Chang Yanfeng è il sesto vescovo approvato finora da Papa Leone XIV nell’ambito dell’intesa tra Vaticano e Cina. L’accordo è stato violato più volte. Tre anni la Cina aveva «ordinato» il nuovo vescovo di Shanghai, senza che Roma avesse nulla da eccepire.

 

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato aspramente l’accordo, definendolo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e accusando il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi. Come noto, Lo Zen – che è stato portato a processo nella Hong Kong pechinizzata, tra il silenzio imbarazzante del Sacro Palazzo (l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa) – avversa il processo di sinodalizzazione (accusando Francesco di usare i sinodi per «cambiare la dottrina della Chiesa») ed è stato tra i più agguerriti nemici del documento sulle omo-benedizioni lanciato dal tandem Bergoglio-Fernandez.

 

Come riportato da Renovatio 21, una conferenza stampa aerea, di ritorno da Budapest, Bergoglio aveva di fatto mollato il cardinale cinese, ex arcivescovo di Hong Kong che ha passato la vita a combattere le persecuzioni della Cina comunista e a difendere quei cattolici cinesi «sotterranei» che da quando è in corso l’accordo sino-vaticano, hanno il tremendo timore di essere stati abbandonati dal Vaticano.

 

Si tratta, oggi, di uno schiaffo che indirettamente (o direttamente), coinvolge anche la Fraternità San Pio X, che è stata scomunicata in toto – vescovi e pure, incredibilmente, illecitamente, anche sacerdoti e fedeli – per aver scelto e consacrato i suoi vescovi senza mandato di Roma.

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L’introduzione della scomunica immediata (latae sententiae) per le consacrazioni episcopali senza mandato del Vaticano risale al pontificato di Papa Pio XII, introdotta per rispondere alla crisi con la Cina comunista. Negli anni Cinquanta, il regime di Mao Zedong istituì l’Associazione Patriottica Cattolica Cinese e iniziò a ordinare vescovi sottomessi al partito, aggirando l’autorità di Roma.

 

Di fronte a questa minaccia scismatica, il Sant’Uffizio emanò nel 1951 un decreto che comminava la massima pena canonica ai consacranti e ai consacrati. Pio XII formalizzò la dura linea dottrinale nel 1958 con la celebre enciclica Ad Apostolorum Principis, ribadendo l’esclusivo diritto papale nelle nomine dei pastori. La norma è stata poi recepita nel codice di diritto canonico moderno.

 

Nel nostro tempo di ribaltamento totale, i cinesi ordinano vescovi senza incorrere nella scomunica, e al contrario sono scomunicati di discepoli di uno dei massimi collaboratori di Pio XII, monsignor Marcel Lefebvre.

 

Bisogna proprio dirlo: il Vaticano è, oggi, invertito.

 

 

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Immagine di rheins via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

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Cina

Pechino respinge le accuse di Trump di interferenze elettorali

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La Cina ha respinto l’affermazione del presidente statunitense Donald Trump secondo cui Pechino avrebbe orchestrato il furto di 220 milioni di schede elettorali americane per interferire nelle elezioni del 2020. Le dichiarazioni esplosive di Trump sono giunte alla vigilia della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista per la fine di settembre, e nel contesto di una tregua commerciale provvisoria tra i due Paesi.   In un discorso alla nazione trasmesso in prima serata giovedì, Trump ha accusato i servizi segreti cinesi di aver acquisito illegalmente 220 milioni di file di elettori contenenti nomi, indirizzi, numeri di telefono e affiliazioni politiche, affermando che Pechino ha incaricato un’unità specifica di sfruttare tali dati.   Il presidente americano definito la presunta violazione «un incubo senza precedenti per la sicurezza elettorale» e la «più grande violazione» dei dati elettorali nella storia degli Stati Uniti.   Il presidente ha anche sostenuto che le agenzie di Intelligence statunitensi avrebbero rilevato la presunta raccolta di dati da parte della Cina nel 2020, ma l’avrebbero intenzionalmente nascosta a lui e al Congresso. Non ha tuttavia annunciato alcun piano di ritorsione contro Pechino.   Liu Chang, portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, ha respinto le accuse, dichiarando: «La Cina non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti».

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Secondo il New York Times, gli sforzi della Cina per raccogliere dati sugli elettori sono «ampiamente noti da anni». Le informazioni sugli elettori, in molti casi, possono essere scaricate o acquistate gratuitamente, ha affermato il giornale, aggiungendo che il possesso di tali dati potrebbe fornire informazioni sugli elettori americani, ma non consentirebbe di per sé a nessuno di manipolare i voti.   I dati declassificati dalla Casa Bianca contengono anche una serie di promemoria del funzionario di alto livello dell’Intelligence informatica Chris Porter, il quale sosteneva che la Cina avesse intrapreso «almeno alcune iniziative esplorative di basso livello» per minare le possibilità di Trump contro l’allora candidato democratico Joe Biden. Nonostante ciò, Porter concordava con la conclusione generale dell’intelligence secondo cui «non vi erano informazioni che suggerissero un tentativo da parte della Cina di interferire con i processi elettorali».   La clamorosa accusa di Trump arriva poche settimane prima della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista intorno al 24 settembre. Secondo il South China Morning Post, Pechino invierà la prossima settimana a Washington il viceministro degli Esteri Ma Zhaoxu per contribuire a preparare il terreno per il viaggio.   L’agenzia Reuters ha avvertito che le accuse di Trump potrebbero incrinare i rapporti tra Stati Uniti e Cina e destabilizzare la fragile tregua commerciale. Denis Simon del Quincy Institute, un think tank di Washington, ha dichiarato al South China Morning Post che il discorso era significativo perché elevava la presunta interferenza cinese nelle elezioni a «una narrazione centrale per la sicurezza nazionale», aggiungendo tuttavia che sebbene le osservazioni di Trump possano gettare dubbi sulla visita di Xi, «una retorica aspra non impedisce automaticamente la diplomazia del vertice», e la questione chiave è se «i due governi possano continuare a compartimentalizzare, mantenendo i canali di negoziazione e allo stesso tempo accusandosi reciprocamente di minacce alla sicurezza sempre più gravi».   Trump si è recato in Cina a maggio, ma i colloqui di alto livello con Xi non hanno portato a una svolta sul fronte commerciale. La Cina si è impegnata ad aumentare gli acquisti di soia statunitense e ad acquistare 200 aerei Boeing, anche se il numero effettivo si è rivelato molto inferiore alle aspettative.   Trump ha anche affermato di aver discusso con Xi della vendita di armi a Taiwano. La sua amministrazione ha poi dichiarato che le spedizioni verso l’isola, che Pechino considera territorio sovrano, erano state sospese.   Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 era emerso che il presidente Biden aveva venduto 1 milione di barili dalla riserva di petrolio strategica USA all’azienda cinese in cui ha investito suo figlio Hunter.   Ora alcuni osservatori sostengono che, con la guerra iraniana, ad essere colpito gravemente è proprio l’approvigionamento del petrolio da parte della Cina – e quindi sarebbe Pechino, e non Teheran, il vero fine della guerra scatenata da Trump.  

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Cina

Trump accusa la Cina di «interferenze elettorali» nel voto 2020

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pronunciato un discorso serale alla Casa Bianca dedicato alla sicurezza elettorale, annunciando il rilascio di documenti di intelligence declassificati che illustrano nel dettaglio presunte vulnerabilità nel sistema di voto.

 

«Ogni americano merita di sapere che quando esprime il proprio voto, questo verrà conteggiato correttamente», ha dichiarato Trump, sostenendo che il sistema attuale «è catastroficamente inadeguato» e risulta pericolosamente esposto agli attacchi informatici.

 

Trump ha accusato la Cina di aver compiuto «la più grande violazione di dati elettorali della storia», affermando che Pechino ha ottenuto informazioni su 220 milioni di elettori statunitensi, compresi nomi, indirizzi, numeri di telefono e preferenze politiche.

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Il presidente statunitense ha inoltre sostenuto che i operatori del Deep State all’interno delle agenzie di intelligence statunitensi «hanno lavorato attivamente per sopprimere e minimizzare le informazioni sulla portata delle sinistre interferenze cinesi nelle elezioni».

 

«Le agenzie di spionaggio statunitensi hanno iniziato a venire a conoscenza della violazione dei registri elettorali nel 2020», ha affermato Trump, accusando i funzionari di aver occultato la presunta violazione sia al presidente sia al pubblico.

 

La Casa Bianca ha reso disponibili quattro pacchetti di documenti scaricabili in coincidenza con il discorso presidenziale. Il primo include valutazioni dell’intelligence e altri rapporti datati tra gennaio 2020 e giugno 2026, che, secondo l’amministrazione, dimostrano «che gli avversari degli Stati Uniti, tra cui almeno Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, nonché gruppi non statali, hanno la capacità di compromettere le infrastrutture elettorali statunitensi».

 

La documentazione individua come particolarmente vulnerabili i database centralizzati di registrazione degli elettori, i registri elettorali elettronici e i siti web ufficiali delle elezioni. Cita inoltre informazioni di intelligence su un presunto complotto venezuelano per alterare digitalmente i risultati elettorali durante le elezioni del 2020 in quel paese.

 

La seconda serie di documenti riguarda la presunta acquisizione e lo sfruttamento da parte della Cina delle informazioni sugli elettori americani. La Casa Bianca sostiene che i dati di decine di milioni di elettori in 18 stati sono stati acquistati, rubati e hackerati, e che Pechino ha incaricato un’unità specializzata di utilizzarli.

 

Tuttavia, le informazioni relative alla registrazione degli elettori sono spesso pubbliche o reperibili commercialmente in molti stati, e il semplice possesso di tali dati non dimostra di per sé che le schede o i conteggi dei voti siano stati modificati.

 

Il terzo comunicato riguarda un’indagine sulla registrazione degli elettori a Muskegon, nel Michigan. La Casa Bianca afferma che gli incaricati hanno ammesso di aver firmato moduli a nome di altre persone, di aver presentato registrazioni per individui fittizi e di aver ricevuto buoni regalo in base al numero di domande raccolte.

 

Trump ha dichiarato che al direttore dell’FBI Kash Patel è stato ordinato di assicurare che il caso venga indagato a fondo e che eventuali reati sospetti siano deferiti alla magistratura.

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Il documento conclusivo cita una revisione del Dipartimento per la Sicurezza Interna che avrebbe individuato circa 278.000 non cittadini iscritti nelle liste elettorali federali.

 

La Casa Bianca non ha precisato quanti di essi, se ve ne sono stati, abbiano effettivamente votato, e non ha sostenuto che i risultati elettorali statunitensi siano stati alterati durante le elezioni del 2020.

 

I Biden avevano diversi interessi con la Cina, con un libro – Red-Handed: How American Elites Get Rich Helping China Win – che sostiene che avrebbero guadagnato diecine di milioni di dollari da personaggi «con legami diretti con gli apparati cinesi di spionaggio». Vi sarebbero, secondo alcuni, affari diretti con il giro del presidente cinese Xi Jinpingo. Secondo certuni dissidenti cinesi che hanno lanciato accuse prima delle elezioni 2020, l’uomo del Delaware sarebbe stato un pupazzo di Pechino.

 

Sull’origine del capitale del fondo internazionale di Hunter Biden fece un’ammissione un professore pechinese ad una conferenza pubblica appena dopo le elezioni 2020.

 

 

«Ora vediamo che Biden è stato eletto. L’élite tradizionale, l’élite politica, l’establishment sono molto vicini a Wall Street, giusto? Trump ha detto che il figlio di Biden ha una sorta di fondo globale. Lo avete sentito? Chi lo ha aiutato a mettere in piedi il fondo?» dice Di Dongsheng, un professore all’Università Renmin di Pechino, nel discorso finito in TV.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 era emerso che il presidente Biden aveva venduto 1 milione di barili dalla riserva di petrolio strategica USA all’azienda cinese in cui ha investito suo figlio Hunter.

 

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