Pensiero
Nelson Mandela e il green pass
Crediamo che il green pass – e il passaporto vaccinale, e il 2G, e ogni altro nome con cui i vari Paesi danno un nome al lasciapassare COVID – costituisca un’apartheid vera. Su questo sito la chiamiamo spesso con l’espressione «apartheid biotica». Ci sembra incredibile che ci venga ora venduto un concetto di «libertà» che passa attraverso la segregazione di una parte della popolazione. Ma è così.
Si tratta di una prima assoluta per la triste storia della discriminazione umana: non si è discriminati per colore della pelle, lingua, appartenenza etnica, ideologia – si è discriminati ad un livello biologico, perfino, subcellulare, biomolecolare.
Abbiamo tutti visti i parossismi a cui si è arrivati. Come se niente fosse, Paesi interi hanno diviso supermercati e bar tra un segmento biotico della popolazione e l’altro – i vaccinati hanno i loro tavolini, magari fuori, e in tanti posti non possono entrare. «Come i fumatori una volta», minimizza qualcuno. No, in realtà i fumatori in piscina potevano andare, bastava che non vi fumassero.
Siamo dinanzi ad un progetto di ingegneria sociale sacrificale: la cancellazione delle minoranze
Come se niente fosse, si è stabilito quello che qualcuno potrebbe definire un nuovo razzismo, basato sulla marchiatura mRNA. Il genetista Lee Silver, un entusiasta di quella che battezzò «riprogenetica», cioè la creazione sempre più artificiale di bambini bioingegnerizzati, disse nel suo libro di fine anni Novanta Il paradiso clonato che la società si sarebbe presto divisa in due tronconi: da una parte i GenRich, la popolazione geneticamente arricchita, creature con DNA manipolato per essere più belli, più sani, più funzionali; dall’altro i Natural, coloro che, per fede religiosa, arretratezza, o anche solo per sfortuna sono venuti al mondo attraverso gestazione e concepimento naturali.
Silver sosteneva che queste due classi sociali si sarebbero distinte al punto tale che i Natural sarebbero finiti giocoforza a fare i lavori domestici in casa dei GenRich. Non solo: andando avanti nel tempo, la diversità genetica dei due gruppi sarebbe diventata tale che incroci tra le due «razze» sarebbero diventati biologicamente impossibili.
Ebbene, non siamo ancora passati per l’ingegneria genetica (ma, il lettore di Renovatio 21 lo sa, ci stiamo arrivando), ma siamo pienamente davanti ad una società divisa oramai in due classi biologiche – e, per inciso, a dividerle c’è appunto una tecnica genetica, il mRNA.
L’apartheid dei non vaccinati è una realtà che si farà sentire in modo sempre più osceno. Al momento, in Austria e in Germania abbiamo il lockdown per i soli non vaccinati, quindi i lager, già attivi in Australia e, a quanto consta da una legge appena votata a Vienna, di possibile prossima apertura in un Paese limitrofo.
Tuttavia, è stato notato, se guardiamo all’apartheid esperito dai neri africani, le differenze balzano all’occhio. Ai neri sudafricani non veniva impedito di uscire di casa. Ai neri sudafricani non veniva impedito di lavorare. Ai neri sudafricani non era chiesta un’alterazione genetica. Ai neri sudafricani non era orrendamente concesso di prendere gli autobus dei bianchi, ma gli autobus per i neri c’erano.
In pratica, le condizioni dei neri sotto l’apartheid sudafricano erano migliori di quelle di tanti non vaccinati sotto il regime della tirannide sanitaria.
In pratica, le condizioni dei neri sotto l’apartheid sudafricano erano migliori di quelle di tanti non vaccinati sotto il regime della tirannide sanitaria
A questo punto, è impossibile non tirare fuori la storia dell’icona della lotta all’apartheid, Nelson Mandela.
Non ci è possibile provare simpatia per quello che è stato preconfezionato dal mondo «laico» (cioè massonico e globalista) come un santo «laico» (cioè massonico e globalista) del XX secolo, al pari di Gandhi e Martin Luther King – il fondatore di Renovatio 21 ha scritto a riguardo un ebook, e ne ha parlato anche in un capitolo di un altro libro.
Mandela era un terrorista: così era considerato, e a ragione, dal governo sudafricano dell’apartheid. Venne imprigionato perché il suo partito, l’ANC (che era pesantemente influenzato dall’URSS e dai suoi satelliti) aveva abbandonato i metodi costituzionali e intrapreso la via della lotta armata: sabotaggi, con morti e feriti, e addestramento di un ala militare per futuro uso.
Nelson Mandela, l’idolo celebrato da coloro che oggi impongono la tirannide biotica, avrebbe qualcosa da raccontare. Qualcosa che interroga, nel profondo, il senso stesso della democrazia
Sugli attentati da loro perpetrati, con morti innocenti, si potrebbe scrivere a lungo, così come dell’orrido modo in cui giustiziavano i loro stessi uomini – una copertone in fiamme intorno al collo e via, con tanto di canzoncina che celebrava il necklacing, la cosiddetta «collana»: «With our boxes of matches, and our necklaces, we shall liberate this country», con la nostra scatola di fiammiferi, e le nostre collane, libereremo questo Paese…
Tuttavia, proprio Nelson Mandela, l’idolo celebrato da coloro che oggi impongono la tirannide biotica, avrebbe qualcosa da raccontare. Qualcosa che interroga, nel profondo, il senso stesso della democrazia.
Mandela fu arrestato nel 1962. Seguì il cosiddetto Rivonia Trial, il processo, durato dall’ottobre 1963 al giugno 1964, che terminò con la condanna all’ergastolo comminata a Mandela per cospirazione per rovesciare lo Stato.
«Sono accusato di aver incitato le persone a commettere un reato in segno di protesta contro la legge, una legge nella cui preparazione né io né alcun membro del mio popolo abbiamo avuto voce in capitolo»
Mandela, al termine del processo, tenne un discorso divenuto storico, considerato oggi uno dei momenti fondanti del Sudafrica attuale, sorto dopo 27 anni di prigionia del leader. Era il 20 aprile 1964.
Vengono citate spesso, e a ragione, la bellezza e la poesia del suo idealismo civile:
«Durante la mia vita ho dedicato me stesso a questa lotta del popolo africano. Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera. Ho coltivato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivranno insieme in armonia e con pari opportunità. È un ideale per il quale spero di vivere e di vedere realizzato. Ma, mio Signore, se è necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire».
Gli avvocati di Mandela erano contrari all’inserzione di questo riferimento alla morte: temevano che avrebbe potuto portare la sentenza verso la pena capitale. Mandela volle includere lo stesso queste parole.
È possibile per una larga fetta della popolazione, subire una legge sulla quale non ha avuto alcuna voce in capitolo?
Tuttavia, politicamente e filosoficamente più significativo fu la prima dichiarazione in tribunale, nel 1962.
«Sono accusato di aver incitato le persone a commettere un reato in segno di protesta contro la legge, una legge nella cui preparazione né io né alcun membro del mio popolo abbiamo avuto voce in capitolo».
«Nel soppesare la decisione sulla pena da infliggere per un simile reato, il giudice deve tener conto della questione della responsabilità, se sono io responsabile o se, di fatto, gran parte della responsabilità non ricade sulle spalle del governo che ha promulgato quella legge, sapendo che il mio popolo, che costituisce la maggioranza della popolazione di questo Paese, si è opposto a quella legge, e sapendo inoltre che ogni mezzo legale per dimostrare tale opposizione è stato ad esso precluso dalla legislazione precedente e dall’azione amministrativa del governo».
Mandela parla dell’impasse definitivo della democrazia: una parte della popolazione non ha più alcun canale per esprimersi.
Ma più ancora, il leader sudafricano nelle righe dà respiro ad uno dei più grandi temi della democrazia, quello che il politologo di Yale Ian Shapiro chiama «principle of affected interest», il «principio dell’interesse colpito».
È possibile per una larga fetta della popolazione, subire una legge sulla quale non ha avuto alcuna voce in capitolo?
Oggigiorno, ci troviamo esattamente nella posizione di Mandela. Leggi terrificanti – leggi di apartheid peggiore di quello sudafricano – vengono implementate senza che né nel governo né in Parlamento vi sia la benché minima rappresentazione di una una percentuale di popolazione a doppia cifra che rifiuta completamente le politiche in atto
«La posizione di Mandela era che il principio dell’interesse colpito era stato violato» sostiene Shapiro. «Questa nozione è molto vicina alla più fondamentale idea procedurale della teoria democratica, cioè che le persone i cui interessi sono colpiti da una decisione, presumibilmente dovrebbero avere qualche voce in capitolo nel prendere quella decisione».
Ciò è particolarmente vero nei casi in cui la popolazione non abbia un’espressione di rappresentanza democratica – la scintilla che fece scoccare l’ora della Rivoluzione Americana, quel «No taxation without representation» inovato dal Tea Party. Se ci vuoi tassare, vogliamo avere una rappresentazione all’interno del processo decisionale sulle tasse.
Siamo praticamente nel cuore della giustizia democratica. Senza rappresentazione di vaste porzioni della popolazione — specialmente quelle in dissenso con il potere! – non vi è giustizia e non vi è, come da etimo, potere del popolo. La forma di governo risultante è sola una forma di tirannide che si fa chiamare cosmeticamente «democrazia».
A questi milioni di dissidenti senza alcuna rappresentazione, senza alcuna voce del processo decisionale, è chiesto il sacrificio del proprio corpo biologico e della propria morale
Oggigiorno, ci troviamo esattamente nella posizione di Mandela. Leggi terrificanti – leggi di apartheid peggiore di quello sudafricano – vengono implementate senza che né nel governo né in Parlamento vi sia la benché minima rappresentazione di una una percentuale di popolazione a doppia cifra che rifiuta completamente le politiche in atto.
Di più: a questi milioni di dissidenti senza alcuna rappresentazione, senza alcuna voce del processo decisionale, è chiesto il sacrificio del proprio corpo biologico e della propria morale. Leggi, ripetiamo con Mandela, «di cui né io né alcun membro del mio popolo abbiamo avuto voce in capitolo nella preparazione».
Cosa diviene quindi la democrazia?
I governi di tutto il mondo, oggi, perseguono l’esatto contrario: la disintegrazione degli individui dotati di ragione, e la preservazione di masse di persone irrazionali e manipolabili a piacimento, sia che li si chiuda in casa per mesi che gli si innesti una sostanza di alterazione genica
«La democrazia può essere il peggiore dei mali, la peggiore delle tirannie. Perché non c’è una tirannia peggiore della massa irrazionale, della folla dei linciatori». Lo abbiamo sentito in un articolo pubblicato ieri, il grande discorso di Lyndon Larouche sulla Legge Naturale come unica vera patria dell’essere umano.
«La democrazia come alcuni la definiscono è la democrazia della folla linciatrice, nei confronti della quale è importante non avere il colore della pelle sbagliato, o non avere il colore d’opinione sbagliato, entro la quale l’individuo non ha altro diritto all’infuori del diritto di essere d’accordo con ciò che sembra essere l’opinione dominante».
È esattamente così, come con Mandela: l’unico diritto che abbiamo è quello di essere d’accordo con l’opinione dominante, che oggi chiamano, sempre più sfacciatamente, «narrazione». Devi credere a tutto quello che ti dicono, anche quanto ciò che ti viene inculcato è spudoratamente privo di logica, e quello che ti viene iniettato è privo di garanzie di sicurezza (non per nulla, te lo portano i militari…). Altrimenti: scherno, emarginazione, magari pure l’espulsione dal discorso pubblico, la damnatio memoriae odierna che passa per i social media. Magari, poi, anche qualche manganellata, o un cane che vi sbrana davanti a tutti, o finanche un paio di pallottole.
Siamo dinanzi ad un progetto di ingegneria sociale sacrificale: la cancellazione delle minoranze.
Ci troviamo quindi ad un impasse storico – o forse, ad una mutazione politica epocale. La democrazia non rappresenta più i cittadini – solo, programmaticamente, alcuni di essi. Gli altri sono ignorati, o combattuti fino ad avvenuta sottomissione
Lo Stato democratico dovrebbe, in teoria, includere il dissenso, quando esso è basato non sulla barbarie irrazionale, ma sulla ragione. Lo Stato dovrebbe fornire la possibilità di parola, di ragione – di Logos – a tutti gli uomini che del Logos sono figli.
«La difesa dell’individuo che desideri ragionare, che intenda essere governato dalla Legge Naturale e dalla ragione, è il compito più sacro della società» diceva Larouche. «La difesa e lo sviluppo di tali individui è il compito della società».
I governi di tutto il mondo, oggi, perseguono l’esatto contrario: la disintegrazione degli individui dotati di ragione, e la preservazione di masse di persone irrazionali e manipolabili a piacimento, sia che li si chiuda in casa per mesi che gli si innesti una sostanza di alterazione genica.
Ci troviamo quindi ad un impasse storico – o forse, ad una mutazione politica epocale. La democrazia non rappresenta più i cittadini – solo, programmaticamente, alcuni di essi. Gli altri sono ignorati, o combattuti fino ad avvenuta sottomissione.
La democrazia, nata con l’intento di lasciare libera l’espressione dell’individuo, ora è divenuta censura e violenza. La democrazia è divenuta tirannide e schiavitù. La libertà è divenuta apartheid. Apartheid biotica.
La democrazia, pensata per includere le minoranze, ora progetta la loro eliminazione, politica e forse non solo politica.
La democrazia, nata con l’intento di lasciare libera l’espressione dell’individuo, ora è divenuta censura e violenza.
La democrazia è divenuta tirannide e schiavitù.
La libertà è divenuta apartheid. Apartheid biotica.
Roberto Dal Bosco
Immagine Laurel di via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0), immagine modificata.
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine generata artificialmente
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