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Mezzo miliardo di zanzare OGM liberate in Florida: la popolazione locale è furiosa

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Nelle Florida Keys, isole al sud della penisola, un’azienda biotecnologica chiamata Oxitec sta per rilasciare 500 milioni di zanzare geneticamente modificate.

 

Questi insetti ematofagi OGM sono progettati per uccidere la popolazione locale di zanzare lungo un lungo tratto delle isole.

 

Nelle Florida Keys, isole al sud della penisola, un’azienda biotecnologica chiamata Oxitec sta per rilasciare 500 milioni di zanzare geneticamente modificate

Uomini in uniforma  si stanno presentando ai cittadini per far firmare loro dei documenti riguardo alle zanzare. «Non so nemmeno cosa ho firmato. Ho appena firmato il mio nome – ha detto una cittadina locale, Virginia Donaldson, a Futurism – Ero tipo “Oh, controllo delle zanzare, sì qualunque cosa”».

 

Senza rendersene conto, Donaldson aveva accettato di partecipare a un esperimento genetico: l’eradicazione delle zanzare tramite l’immissione in natura di centinaiai milioni – presto miliardi – di creature bioingegnerizzate.

 

Non tutti i cittadini l’hanno presa bene: «Trovo questo criminale, che siamo stati vittime di bullismo in questo esperimento», ha detto Meagan Hull, residente in Florida Keys, in un’accesa riunione del consiglio comunale a marzo riportata dal sito. «Abbiamo tutto da rischiare, niente da guadagnare, ed è tutto per i profitti di Oxitec».

 

Oxitec, con la collaborazione dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente e dei governi locali, prevede di rilasciare 500 milioni di zanzare, in ognuna delle quali i suoi scienziati hanno inserito un gene chiamato OX5034. Dopo un processo lungo anni, l’EPA ha approvato il piano Oxitec nel maggio 2020 attraverso un permesso di uso sperimentale (EUP), un’autorizzazione speciale che consente alle aziende di testare sul campo nuovi pesticidi.

 

Questi insetti ematofagi OGM sono progettati per uccidere la popolazione locale di zanzare lungo un lungo tratto delle isole.

Oxitec dice che le zanzare, tutti i maschi – che quindi non pungono gli umani – si riprodurranno quindi con femmine selvatiche, che pungono. Ma trasmetteranno il gene OX5034 , un  fattore ereditario che impedisce a qualsiasi prole femminile di raggiungere l’età adulta. La teoria è che più le zanzare geneticamente modificate e i loro discendenti si riproducono, meno zanzare femmine che pungono ci saranno nell’area.

 

In pratica: la sterilizzazione di una popolazione (zanzare, per ora, non ancora umani) per mezzo dell’ingegneria genetica.

 

Questo esperimento nel mondo reale, che dovrebbe iniziare presto, avrà come obiettivo la specie di zanzara Aedes aegypti . Questi insetti costituiscono solo il 2-4% della popolazione di zanzare nelle Florida Keys, ma sono associati a quasi tutti i casi di malattie trasmesse dalle zanzare. Oxitec afferma che il processo potrebbe aiutare a fermare la diffusione di malattie trasmesse dagli insetti che colpiscono gli esseri umani, come la dengue e lo Zika, impedendo agli insetti che li trasportano di sopravvivere. In più, dice, con la sterilizzazione tramite ingegneria genetica non si debbono usare pesticidi.

 

In pratica: la sterilizzazione di una popolazione (zanzare, per ora, non ancora umani) per mezzo dell’ingegneria genetica

«Tutto ciò cade a pezzi, però, se una qualsiasi delle zanzare femmina finisce davvero per sopravvivere e riprodursi. Alla domanda su questa possibilità» scrive Futurism. Il portavoce dell’EPA Kenneth Labbe ha detto a Futurism che l’esperimento terminerà nel momento in cui una femmina adulta portatrice del gene di proprietà si presenterà durante la raccolta.

 

«Nell’improbabile caso in cui Oxitec trovi una prole femmina geneticamente modificata, deve interrompere immediatamente il rilascio, applicare pesticidi convenzionali mirati agli stadi delle zanzare adulte e larvali e continuare il monitoraggio fino a quando non vengono trovate zanzare femmine OX5034 per due generazioni consecutive», ha detto Labbe.

 

A giudicare dai precedenti, tale ottimismo pare mal riposto: sappiamo per certo che in un precedente esperimento condotto dal 2013 al 2015, Oxitec ha rilasciato zanzare in Brasile che trasportavano un gene ingegnerizzato in precedenza, OX513A , e alla fine ha rilasciato anche quelle con OX5034 . Mentre la società ha dichiarato il rilascio un successo, scienziati non affiliati a Oxitec di Yale e una manciata di istituzioni brasiliane hanno pubblicato una ricerca sulla rivista Nature Scientific Reports sostenendo che alcune delle zanzare si erano accoppiate, prodotto una prole vitale e alla fine hanno creato una nuova popolazione ibrida genetica capace di sopravvivere in natura.

 

L’esperimento in Brasile  aveva creato una specie di super zanzare: l’esatto contrario del fine che si erano posti gli scienziati

Cioè, l’esperimento in Brasile, come scritto a suo tempo da Renovatio 21, aveva creato una specie di super zanzare: l’esatto contrario del fine che si erano posti gli scienziati.

 

Tali conclusioni sono state energicamente contestate da Oxitec, che ha spinto per una ritrattazione. Da allora la rivista ha schiaffeggiato un’espressione di preoccupazione su alcune delle sue scoperte che rimane ancora irrisolta. Nathan Rose, responsabile degli affari normativi di Oxitec, ha riconosciuto che alcune zanzare femmine OX513A sono sopravvissute in Brasile, ma ha affermato di essere fiducioso che le zanzare OX5034 non sarebbero in grado di farlo.

 

A tutti rimane però in mente l’idea espressa in Jurassic Park: «la vita trova sempre una via». In quel caso finzionale, i dinosauri femmina riuscivano a maschilizzarsi grazie ad una parte di genetica del rospo con cui ne avevano ricostruito il DNA. Nella realtà delle zanzare brasiliane o americane, potrebbe esserci qualcosa di ancora più imprevedibile.

 

Tra le varie figure apparse negli articoli che dedichiamo oramai da anni al tema, comparve subito un personaggio ora divenuto centralissimo: il dottor Andrea Crisanti, che, appunto, ora gli avversari accusano di non essere uno specialista ma uno zanzarologo

Renovatio 21 segue la storia delle zanzare OGM sterilizzate da diversi anni: è per noi impossibile non vedere il pendìo scivoloso che dalla zanzara porta all’uomo.

 

Il nostro primo articolo («I vaccini come guerra biologica») che cita l’argomento risale al 2017, quando scrivemmo dell’ipotesi di utilizzo di zanzare geneticamente modificate come vettori per «vaccinare» la popolazione.

 

Tra le varie figure apparse negli articoli che dedichiamo oramai da anni al tema, comparve subito un personaggio ora divenuto centralissimo: il dottor Andrea Crisanti, che, appunto, ora gli avversari accusano di non essere uno specialista ma uno zanzarologo.

 

Crisanti dirigeva a Terni dei laboratori che creavano zanzare GM, create con il nobile fine di sconfiggere la malaria – per un progetto dell’Imperial College di Londra (quello che ha fornito i dati sballati che hanno indotto Johnson a mutare idea e a instaurare il lockdown più draconiano d’Europa) lautamente finanziato dalla Fondazione Bill e Melinda Gates.

 

Tenete sempre presente questa faccenda delle zanzare: il pendìo scivoloso dall’insetto all’uomo è già stato segnato dal disegno della Necrocultura. Con la chimica o con la genetica, la popolazione umana dovrà ridursi, sparire

Se non credete a Renovatio 21, credete a Netflix: guardate la serie di documentari Selezione innaturale, che è tutta incentrata sulla tecnologia del gene drive, applicata non solo alle zanzare, ma anche ai ratti, e respinta da intere comunità come quella neozelandese. Lo stesso Crisanti appare nella seria nei suoi laboratori in Lazio.

 

Tenete sempre presente questa faccenda delle zanzare: sarà vitale nel prossimo futuro. Perché, ribadiamo, il pendìo scivoloso dall’insetto all’uomo è già stato segnato dal disegno della Necrocultura. Con la chimica o con la genetica, la popolazione umana dovrà ridursi, sparire.

 

Si prepara un’apocalisse, l’apocalisse degli insetti.

 

 

 

 

 

 

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Morti di caldo, morti di inciviltà

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Conosciamo tutti la lagna goscista, che da oltreoceano si spande anche da noi, limitando le libertà degli europei e degli italiani: la libera vendita delle armi, dice il grillo parlante progressista con tutti i suoi giornaloni e propalatori decerebrati salariati, genera stragi. Eccerto.

 

È ovvio, no? Se permetti al cittadino di comprarsi pistole e fucili, magari per difendersi dall’anarco-tirannia migratoria, magari per difendersi da lupi ed orsi reimmessi nel suo balcone di casa dallo Stato moderno, magari addirittura, sia mai, per impedire – come saggiamente prevedevano gli estensori della Costituzione USA – da un governo perverso e totalitario installatosi al potere (Tommaso Jefferson: «Quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà»), stai decisamente preparando la strada ad ecatombi indiscriminate, di quelle che si leggono nelle cronache.

 

Le quali cronache, il lettore di Renovatio 21 lo sa, sono ricche di tanti dettagli (beh, un po’ meno recentemente che gli assissinii di massa sono perpetrati spesso da ragazzini trans et similia), tranne che quelli che riguardano gli psicofarmaci che, gratta gratta, al fine si scopre che tutti gli stragisti armati ingollano ad abundantiam.

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Ecco che i partiti «democratici» con i loro Soloni intellettuali (cioè, indirettamente o direttamente impiegati statali, per lo più) ci snocciolano le cifre: vi sarebbero, dicono le statistiche degli enti anti-armi, ben 30.000 decessi per armi da fuoco, ma nel calderone ci buttano suicidi, omicidi e incidenti, cioè anomalie di sistema che non riguardano il cittadino medio, che però va privato dei suoi mezzi di difesa.

 

Insistono: vi sono ben 13 decessi ogni 100.000 abitanti, pensate, ma meglio non dire che la percentuale più alta dei decessi totali da arma da fuoco negli Stati Uniti è storicamente riconducibile ad atti di autolesionismo e suicidio, due fenomeni, guarda guarda, intimamente legati al consumo massivo di psicofarmaci di cui sopra.

 

Ebbene, sarebbe il caso di tirare fuori ora un’altra statistica, secondo noi assai significativa: quella dei morti di caldo in Europa.

 

Diamo i numeri: nel 2024 le morti stimate legate al caldo sarebbero state 62.800, nel 2023 50.800, nel 2022 ben 67.900. Le persone over 75 e le donne sono le più colpite. Due terzi circa dei decessi avvengono nell’Europa meridionale. L’Italia è costantemente il Paese con il numero assoluto più alto (oltre 19.000 nel 2024), seguita da Spagna e Germania.

 

Secondo dati Bloomberg, la situazione 2026, ovviamente in via di abissale aggiornamento in questi giorni di canicola estrema in tutto il Vecchio Continente, vedono oltre 25.000 morti legate al caldo dall’inizio dell’anno, 11.900 nella sola Germania da aprile). Le statistiche EuroMOMO (ve lo ricordate? L’ente statistico per le euromorti da cui piluccavano per le nostre analisi piccanti durante tempesta delle menzogne vaccinali COVID e relativi malori) dicono di diecine di migliai di morti in eccesso durante l’ondata di calore di fine giugno, con 10.000-14.000 decessi in più nella settimana di picco – e figuriamoci ora.

 

In sintesi numerica: negli ultimi anni si parla di 50.000–70.000 morti per caldo ogni estate in Europa, con l’Italia spesso in testa per numero assoluto.

 

In sintesi sociopolitica: il caldo uccide in Europa più di quanto uccidano le armi da fuoco in America. Parliamo, praticamente, di multipli: il calore da noi ammazza molta, molta più gente della supposta emergenza della libera circolazione di pistole e fucili negli Stati Uniti.

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A questo punto, chiediamoci, cercando di uscire dalla cappa mentale del «Cambiamento Climatico» (prima lo chiamavano «Riscaldamento globale», poi dopo eventi come la conferenza sul Clima COP15 di Copenhagen, dove la neve bloccò gli aeroporti, hanno fischiettosamente cambiato nome e natura del fenomeno): perché la gente muore di caldo?

 

Risposta semplicissima: gli anziani, i deboli, tutti quanti stanno morendo in questi giorni lo fanno perché privi dell’aria condizionata. Non è più complicato di così: più condizionatori, più vita.

 

Rendiamoci conto, quindi, di quanto facile dovrebbe essere salvare le esistenze di questi cittadini. Realizziamo: basta un apparecchio, che non costa tanto più che quelli che il sistema sanitario passa a certi pazienti anziani, per evitare stragi di migliaia di persone.

 

Basta una piccola tecnologia per far vivere gli esseri umani, e l’uso e la diffusione di tale tecnologia dovrebbero essere, in una civiltà, un fatto scontato. Una civiltà è fatti di esseri umani, per cui la loro preservazione dovrebbe essere l’obiettivo primigenio di tutti i suoi sistemi.

 

Nessuno, tuttavia ci pensa. Il motivo è semplicissimo: viviamo una fase di decomposizione della civiltà, di inciviltà. Non può essere altrimenti: la civiltà invasa dalla Necrocultura diviene anti-civiltà, sistema volto all’eliminazione programmatica degli esseri umani.

 

Lo Stato moderno, che ha fatto della Necrocultura il suo sistema operativo, dà una mano. Per cui, pensare che esso possa riconoscere la semplice causa di questa strage e fornire la soluzione – che è a scaffale – è errato.

 

Politici, giornali sembrano ignorare la questione se non per lanciare le solite geremiadi sul Cambiamento Climatico, la nuova religione copiata da quella cattolica – al posto di Dio abbiamo la dea Gaia, al posto del peccato abbiamo l’impronta carbonica, distribuita perfino come peccato originale, e al posto dell’espiazione abbiamo la riduzione delle attività degli uomini se non la loro eliminazione – , che nell’animo vacuo di qualche gonzo panciafichista con stipendio parastatale ha magari pure attecchito.

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I condizionatori sono maledetti: consumano tanto solo per dare benessere fisico agli esseri umani che, secondo il culto climatico globale, devono invece espiare, soffrire, morire.

 

Anche fuori dalla civiltà tecnologica del refrigerio le cose vanno male: se volete andare al fiume che solca la vostra provincia è facile che le forze dell’ordine vi multino, con la motivazione per cui l’acqua è inquinata o perché la balneazione lì è vietata punto e basta. Altri specchi d’acqua (laghetti, torrenti, idroscali) sono pieni di immigrati che anarcotirannicamente se ne fottono dei richiami e continuano a prodursi in grigliatine e talvolta in qualche atto di violenza.

 

Voi dite, le piscine pubbliche: come no, abbiamo visto come – fenomeno rilevabile in tutta Europa – esse siano oramai ostaggio di bande di giovinastri immigrati, con molestie di ragazzine che ciclicamente riempiono le pagine dei giornali e generano improbabili racconti della stampa locale su improbabili provvedimenti anti-bulli, cioè anti-maranza, che i gestori sono ora spinti, riluttantemente, ad adottare.

 

Tema importante quello delle piscine, perché interseca, con evidenza, quello del servizio pubblico vitale. Esse dovrebbero essere infatti potenziate ed espanse, ne andrebbero costruite di nuove, visto il benefizio fisico che ne trae la popolazione morente, senza contare come, per tutto l’anno, il nuoto («lo sport più completo», dice l’insopportabile luogo comune) garantisca salute a tantissimi.

 

E invece, assistiamo ad una contrazione nel settore: nella mia città c’era una piscina zonale che offriva, oltre alle vasche sportive, anche uno spazio spiaggesco estivo, con scivoli e acqua bassa, per la felicità dei bambini e dei genitori. Il luogo era divenuto famoso perché era lì che aveva cominciato a nuotare Thomas (cioè, Tommaso) Ceccon, loquace olimpionico medaglia d’oro alle drammatiche Olimpiadi di Parigi, della cui organizzazione egli giustamente si lamentò molto, arrivando a dormire in istrada perché, appunto, l’Olympiade macroniana ambientalmente corretta non considerava bene i condizionatori per gli atleti (ne abbiamo scritto su Renovatio 21: queste crudeltà, come quella di farli nuotare nelle acque fecali della Senna, costituiscono una bella riedizione delle angherie ai ragazzini delle 120 giornate di Sodoma dell’eroe rivoluzionario francese marchese De Sade).

 

Oggi questa piscina non esiste più: il bando del comune per la gestione è andato deserto. L’amministrazione potrebbe quindi scaricare la colpa ai privati che si tirano indietro. La realtà è che l’intero progetto, vista l’importanza letteralmente vitale, andrebbe preso in mano dallo Stato punto e basta – ma lo Stato moderno, lo sappiamo, non ha come fine il vostro benessere. Per cui, ecco che un danno non irrilevante, sociale e biologico, viene portato al tessuto umano locale, e l’anticiviltà dei morti di caldo nemmeno immagina che dovrebbe porvi rimedio.

 

Ripenso con rabbia alle illuminanti parole di Mario Draghi, che il 6 aprile 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina che ha privato l’Italia dell’energia russa a basso costo, ebbe il coraggio di chiedere oscenamente in conferenza stampa «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»

 

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Ma di cosa stava parlando l’eurodrago, forse il peggiore premier mai avuto dal Paese? Stava dicendo che rifiutando il gas russo – e quindi la capacità di alimentare i condizionatori che non fanno morire la gente – avremo avuto la pace? Chissà se ora capisce quanto vacue e avventate sono le sue parole: abbiamo rifiutato il gas russo, mandando in malora l’intera economia manifatturiera italiana ed europea, e uccidendo di conseguenza un po’ di deboli, e abbiamo avuto che cosa?

 

Abbiamo avuto la realizzazione di un scenario di conflitto ancora più estremo, dove si parla con sempre maggiore tranquillità di guerra atomica tra Mosca e l’Europa.

 

C’è quindi una cifra geopolitica, anzi metapolitica, nell’Europa morta di caldo. Essa respinge la Russia (che è considerabile, come detto anche da Putin, uno Stato-civiltà) in quanto civiltà che ancora ha interesse a difendere la prosperità dei suoi esseri umani, al punto di andare in guerra per difendere i russofoni del Donbass. L’Europa della Cultura della morte no, non può concepirlo, nemmeno se si tratta dell’aria condizionata.

 

La realtà è che probabilmente, dai partiti non solo di sinistra alle stanze degli eurobottoni, lo Stato moderno vuole che moriate anche di caldo.

 

E ogni goccia di sudore che vi riga il corpo è una lacrima della nostra Civiltà cristiana che muore.

 

Roberto Dal Bosco

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Navi da guerra naziste affondate riemergono nel Danubio per l’ondata di caldo

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Diverse navi da guerra tedesche affondate durante la Seconda Guerra Mondiale, sono riemerse nel Danubio a causa di una forte ondata di calore e di una prolungata siccità. Le imbarcazioni sono diventate visibili quando il livello dell’acqua del secondo fiume più lungo d’Europa ha raggiunto minimi storici.   Foto e video pubblicati sui social media mostravano enormi relitti di navi adagiati nell’acqua e su un banco di sabbia in mezzo al canale vicino al villaggio di Prahovo, in Serbia.   In un altro luogo, il relitto di una nave mercantile ungherese affondata nel 1937 è riemerso nei pressi del villaggio croato di Opatovac.   Secondo la Banca europea per gli investimenti, circa 200 imbarcazioni potrebbero giacere sul fondo del Danubio. Il trasporto fluviale è quasi completamente bloccato a causa del basso livello dell’acqua, secondo il Ministero dei Trasporti ungherese.  

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Come riportato da Renovatio 21, anche il primo ministro ungherese Peter Magyar ha affermato che la centrale nucleare di Paks, che copre quasi la metà del fabbisogno elettrico dell’Ungheria, potrebbe rimanere chiusa per settimane a causa dell’insufficiente livello dell’acqua.   A Budapest, la scorsa settimana, è stato ritrovato un proiettile di artiglieria tedesco della Seconda Guerra Mondiale vicino al Ponte Margherita, una delle principali arterie stradali della città. Il ritrovamento ha comportato brevi chiusure di sicurezza per consentire l’intervento di una squadra di artificieri. L’autorità meteorologica nazionale ungherese ha inoltre segnalato un livello minimo record di 23 cm nel Danubio che attraversa la città. Il precedente minimo storico, registrato nel 2018, era di 33 cm.   Nella Bulgaria settentrionale, il prosciugamento di un fiume ha portato alla luce quelli che si ritiene essere i resti di un mammut. Le ossa sono state ritrovate da un abitante del villaggio di Ryahovo. Nikolay Nenov, direttore di un museo di storia regionale nella vicina città di Ruse, ha definito la scoperta «di grande importanza per la scienza».   Secondo l’agenzia Associated Press, nei prossimi giorni il livello del Danubio dovrebbe scendere ulteriormente, senza previsioni di piogge significative e con temperature che dovrebbero superare i 38 gradi Celsius nella regione.  

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La Xylella come prova generale del COVID. Intervista al professor Luca Marini

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Si torna a parlare di Xylella, un allarme mediatico inflitto alla popolazione italiana tutta nel corso oramai di lustri. Ma cosa può nascondersi dietro questo ulteriore fenomeno epidemico-emergenziale? Quali dinamiche sono davvero in gioco? Ne abbiamo discusso con una delle uniche voci davvero dissidenti – ed indipendenti – emersa con forza nel biennio pandemico: il prof. Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma ed ex vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica. Sul caso il professore ha opinioni taglienti e sorprendenti.

 

Professore, la diffusione del batterio Xylella, che secondo alcuni provoca la morte degli olivi, è un tema praticamente sconosciuto al di fuori dei confini della Puglia. Lei, però, afferma da anni che si tratta di una problematica di portata nazionale, anzi globale. Vuole provare a spiegarci perché?

Perché dal punto di vista scientifico, comunicativo e biopolitico l’affaire Xylella è stata la prova generale del COVID: ma la sua percezione è molto limitata, perché ha riguardato solo una regione d’Italia, anzi solo una parte di quella regione, e conseguentemente una aliquota molto ridotta di italiani.

 

Senta, proviamo a fare un po’ ordine. Quando è iniziato l’affaire Xylella?

Quasi quindici anni fa, quando il batterio venne identificato per la prima volta nel Salento. Ma i sintomi della fitopatia nota come «Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo» (CODIRO), di cui la Xylella sarebbe una concausa, erano già noti. Consideri che, secondo alcuni studiosi, i disseccamenti sono praticamente ciclici, anche se su orizzonti temporali molto ampi, praticamente secolari.

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E come è comparso il batterio?

E chi lo sa? Due inchieste, una avviata dalla procura di Lecce, l’altra della procura di Bari, sono state archiviate. Fino a qualche tempo fa, qualcuno affermava che il batterio si fosse diffuso dopo lo svolgimento di un workshop sul tema svoltosi in Puglia nei primi anni Dieci. Oggi nessuno ne parla più.

 

Ma se il workshop avesse costituito l’occasione per diffondere la Xylella, si potrebbe parlare di un vero e proprio complotto?

Che vuole che le dica? Pensi al COVID: qualcuno è riuscito a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il virus SARS-CoV-2 sia, o non sia, stato diffuso intenzionalmente? In ogni caso, lasci che glielo dica, a me, come studioso, questo è un aspetto che interessa solo marginalmente.

 

In che senso?

Ma sì, a me, come giurista e studioso di biopolitica, interessa la gestione della problematica. Che la causa sia naturale o umana (e io, per esperienza, propenderei comunque per questa seconda soluzione) cambia poco, se non, nel secondo caso, sul piano delle responsabilità da accertarsi in sede giudiziaria.

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E allora ci dica: come è stata gestita la questione Xylella?

Imputando esclusivamente a essa la causa del CODIRO. Sulla base delle conclusioni raggiunte da una parte della comunità scientifica, la normativa europea e italiana, dopo un lungo periodo di attendismo che potrebbe non essere stato del tutto casuale, si sono concentrate sulla lotta al batterio imponendo soluzioni peggiori del male perché fondate, in prima battuta, su una sola misura: l’eradicazione degli olivi. Niente ricerca scientifica, niente di niente: solo eradicazioni.

 

Si è trattato di un approccio un po’ radicale, no?

Soprattutto se si pensa che le eradicazioni, non solo degli olivi colpiti dal CODIRO, ma di tutti quelli presenti nel raggio di 100 metri da quello considerato malato, venivano effettuate in nome e per conto del principio di precauzione, un principio che nessuno, in Europa, invocava più dal 2003, e cioè da quando era stata liberalizzata la commercializzazione degli alimenti contenenti, costituiti o derivati da OGM. Praticamente, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere al paradosso di alberi sani abbattuti per precauzione e di cibi transgenici (come di apparati produttivi letali) imposti alla popolazione. Questa, del resto, è l’Europa che vuole il capitalismo ultra-finanziario e digitale.

 

Torniamo alla Xylella.

In seguito, all’eradicazione si sono aggiunte altre misure eterogenee, dal reimpianto di varietà considerati resistenti alla Xylella alle cosiddette buone pratiche agricole volte a limitare la diffusione di un insetto la [Sputacchina, ndr] che nel frattempo era stato individuato come vettore del batterio. Tutte queste misure, comunque, hanno prodotto, di fatto, risultati univoci e disastrosi.

 

Di che tipo?

Pensi al contrasto alla Sputacchina, che si traduce nella necessità di eliminare l’erba in cui vive e si sposta l’insetto: questo risultato può essere ottenuto o con arature periodiche, i cui costi sono cresciuti negli ultimi anni in modo tale da risultare praticamente insostenibili per chi non disponga di macchinari propri, o con l’impiego di ben più economici diserbanti, preferiti dalla maggior parte dei coltivatori. Ciò vuol dire che, se una delle concause del CODIRO fosse proprio l’uso massiccio di diserbanti, la soluzione normativa finirebbe per instaurare una spirale viziosa. Ma non è tutto qui.

 

Perché, c’è di peggio?

Certo. A distanza di quindici anni dall’inizio della vicenda, solo gli osservatori più ottusi potrebbero ostinarsi a negare che la gestione della Xylella non sia servito, di fatto, a

1) ostacolare la ricerca di altre possibili cause del CODIRO, con specifico riferimento, come detto, all’uso massiccio di diserbanti e fitofarmaci;

2) ridurre la biodiversità imponendo, in luogo degli olivi espiantati, il reimpianto di un numero ridottissimo di varietà (in origine una sola), ciò che fatalmente favorirà la diffusione di future fitopatie;

3) standardizzare verso il basso la qualità dell’olio prodotto a detrimento non solo delle tanto celebrate eccellenze alimentari e del Made in Italy, ma anche della dieta mediterranea, con intuibili conseguenze sulla salute umana se è vero che l’uomo è ciò che mangia;

4) compromettere la sopravvivenza dei piccoli produttori mediante la sostituzione di pratiche e modelli agricoli tradizionali con metodi e sistemi agro-industriali e, quindi, favorire ulteriormente i processi di concentrazione della proprietà e di globalizzazione dei mercati;

5) modificare permanentemente il paesaggio pugliese quale preludio all’insediamento di infrastrutture simbolo di una controversa transizione ecologica ed energetica, dalle pale eoliche ai parchi fotovoltaici alla TAP;

6) non ultimo, dividere la società tra «negazionisti» e «regolisti», e cioè tra scettici oscurantisti in odore di anarchia e zelanti cittadini ossequiosi delle leggi, secondo il classico evergreen «divide et impera».

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Messa così è difficile pensare che dietro tutta questa storia non ci sia un complotto.

Diciamo che la gestione della Xylella, azzerando diritti e libertà fondamentali di quanti (pugliesi e non) hanno dovuto sottostare a un impianto normativo scellerato, costituisce nient’altro che una applicazione del metodo totalitario, metodo che consiste, in buona sostanza, nel manipolare i dati scientifici per propagandare il terrore al fine ultimo di soggiogare i cittadini. 

 

Sembra di ascoltare il tormentone post-COVID. 

Se preferisce, diciamo che le misure di gestione dell’emergenza Xylella hanno avuto come scopo precipuo – con largo anticipo rispetto al COVID – l’azzeramento della libertà e dell’autonomia individuale quale preludio all’instaurazione e all’accettazione acritica del totalitarismo biopolitico globale, e cioè del totalitarismo promosso dalle élites finanziarie transnazionali di matrice giudaico-massonica che punta a controllare l’intera dimensione psico-fisica dell’essere umano, dalla nascita alla morte.

 

Certo è strano che tutto ciò sia stato sperimentato in un settore, come l’agricoltura, la cui importanza, tutto sommato, non sembra determinante.

Niente di più logico, invece. il complesso di conoscenze antropologiche, culturali e medico-religiose direttamente connesso al mondo rurale, unitamente alle possibilità di autarchica sussistenza che da sempre assicura l’agricoltura, sono viste come un pericolo nel quadro dell’euro-globalismo promosso dal capitalismo ultra-finanziario e digitale. E quindi non deve stupire che lo scopo reale della PAC [la politica agricola comune, ndr] sia, da sempre, proprio quello di uccidere l’agricoltura europea: da questo punto di vista, anzi, l’affaire Xylella è solo l’ultimo capitolo di un disegno strategico che parte da lontano.

 

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