Spirito
Mons. Viganò: i sacramenti per l’edificazione del Regno di Dio nella storia
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò risalente alla III domenica dopo Pasqua
Inimica respuere
Omelia nella Domenica III dopo Pasqua
Amen, amen, dico vobis:
quia plorabitis et flebitis vos,
mundus autem gaudebit:
vos autem contristabimini,
sed tristitia vestra vertetur in gaudium.
Gv 16, 20
Il Vangelo di questa terza Domenica di Pasqua fa parte del cosiddetto «discorso di addio» che Nostro Signore rivolge nel Cenacolo agli Apostoli la sera del Giovedì Santo, prima di andare a pregare nel Getsemani ed essere poi arrestato dalle guardie del tempio. Giuda è già uscito per tradirLo (Gv 13, 30) e di lì a poco consegnerà l’Agnello immacolato ai Suoi aguzzini, riscuotendo i trenta denari.
Il «modicum» di cui parla il Signore (Gv 16,16) si riferisce al breve intervallo tra la Sua morte in croce («non mi vedrete più») e la Resurrezione («di nuovo un poco e mi rivedrete»), preannunciando poi la gioia definitiva che nessuna prova potrà togliere. Non è casuale il paragone del dolore dei discepoli a quello delle doglie del parto della donna che genera un figlio.
Esso richiama il travaglio dell’anima nel momento in cui tutto sembra perduto — il Maestro messo a morte, i discepoli dispersi, il rinnegamento di Pietro, l’apparente vittoria dei cospiratori del Sinedrio — e la gioia che essa prova quando le sofferenze svaniscono al vagito di una nuova vita che si apre al mondo.
Vediamo dunque assimilato il Mistero della Redenzione alla nascita di una creatura, quasi a richiamare la Regina Crucis, la Donna vestita di sole (Ap 12, 1) – figura della Vergine Madre e della Chiesa – è colta nel travaglio del parto mentre un drago (Satana) attende di divorare il figlio maschio (il Messia, Cristo).
Il parto simboleggia la generazione della Chiesa attraverso le persecuzioni e le prove storiche; i dolori delle doglie del parto rappresentano il prezzo della Redenzione e della testimonianza evangelica, ma culminano nella vittoria divina. Il figlio è rapito presso il trono di Dio (Ap 12, 5), prefigurando la Resurrezione e l’Ascensione.
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Come osserva l’esegesi, i dolori del parto nel Vangelo di Giovanni illustrano il travaglio della Passione del Signore e dell’annuncio del Vangelo, mentre nell’Apocalisse essi esprimono il medesimo mistero applicato alla nascita del Messia e alla vita della Chiesa militante, ostacolata dal maligno ma protetta da Dio. Questa immagine biblica ricorre anche nell’Epistola ai Galati — Sono di nuovo in doglie finché Cristo sia formato in voi, dice San Paolo (Gal 4, 19) — e sottolinea la fecondità generatrice della Fede.
Le doglie del parto simboleggiano anche il travaglio dell’anima, chiamata a purificarsi delle concupiscenze per essere pura e santa al cospetto di Dio, come leggiamo nell’Epistola della Messa: Io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all’anima (1Pt 2, 11). San Pietro lo dice esplicitamente: come stranieri e pellegrini, perché siamo di passaggio in questo mondo, incamminati verso la nostra meta soprannaturale. L’illusione di un paradiso in terra ci tiene ancorati alla carne, mentre siamo chiamati alle realtà del Cielo.
Su questa terra, cari amici, siamo sì di passaggio, ma come soldati arruolati per una militia spirituale. E in questo servizio militare siamo chiamati ad esercitarci all’uso delle armi spirituali e a combattere i nemici dell’anima, secondo il monito di San Paolo:
Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio (Ef 6, 11-17).
Armatura, corazza, calzari, scudo, elmo, spada: l’equipaggiamento militare del miles Christi è assicurata dalla Grazia del Battesimo che abbiamo tutti ricevuto e della Cresima che Davide, Nicola, Ettore, Giovanni e Nicola hanno ricevuto poc’anzi, diventando a pieno titolo soldati di Cristo. Il carattere sacramentale impresso dalla Cresima costituisce un sigillo indelebile che configura in modo permanente l’anima del fedele a Nostro Signore Gesù Cristo e lo inserisce più profondamente nel Suo Corpo Mistico.
Questo carattere perfeziona la Grazia battesimale, rendendo il battezzato capace di testimoniare la Fede con maggiore forza e responsabilità. L’immagine delle pietre vive della Chiesa, tratta dalla Prima Lettera di Pietro (1Pt 2, 4-5), esprime con efficacia tale realtà: i fedeli, uniti a Cristo pietra angolare, sono edificati come edificio spirituale, come membra vive e dinamiche del Corpo Mistico, ciascuna chiamata a contribuire alla crescita e alla santificazione dell’intera comunità ecclesiale.
Vi è inoltre un aspetto poco noto che può illuminare ulteriormente la nostra meditazione. Nei mattoni e nelle tegole romane e paleocristiane era consuetudine imprimere un bollo (sigillum) che recava il nome della fabbrica di laterizi, il nome del proprietario e talvolta l’indicazione dell’impiego previsto (edificio pubblico, villa, tempio).
Tale marchio non era ornamentale, ma giuridico e funzionale: attestava l’origine certa del materiale e ne determinava la destinazione d’uso, garantendone l’autenticità e l’integrità all’interno della costruzione. Allo stesso modo, il carattere della Cresima marchia l’anima con il «bollo» divino.
Il divino Artefice è lo Spirito Santo, che agisce mediante il Sacramento conferito dal ministro della Chiesa; l’uso è l’edificazione del Regno di Dio nella storia. Questo sigillo spirituale indica che l’anima appartiene irrevocabilmente alla Santissima Trinità, che l’ha scelta e conformata a Cristo; ne specifica la funzione: il cresimato è destinato a essere pietra viva nella Chiesa, chiamato a testimoniare pubblicamente la Fede; ne garantisce la permanenza: come il bollo impresso nel laterizio non può essere cancellato senza distruggere il mattone stesso, così il carattere sacramentale è indelebile e sopravvive anche al peccato grave, rendendo sempre possibile il ritorno alla piena comunione ecclesiale.
La Cresima, carissimi giovani, non è dunque un semplice rito di passaggio, bensì l’impronta divina che vi trasforma in elemento strutturale della Chiesa. Segnati da questo sigillo, portate in voi la responsabilità di contribuire stabilmente alla costruzione del tempio spirituale, manifestando nel mondo la bellezza e la solidità della dimora di Dio tra gli uomini. Tale consapevolezza invita ciascuno di noi a vivere la propria vocazione con fedeltà e coraggio, consapevoli di essere, per grazia, pietre preziose e insostituibili nell’edificio eterno della salvezza.
Ma come farlo? Come combattere il bonum certamen (2Tim 4, 7) e meritare la palma della vittoria? Come dedicare la propria esistenza alla sequela di Cristo e conservare intatta la Fede?
Ce lo spiega la Colletta della Messa:
Deus, qui errantibus, ut in viam possint redire justitiæ, veritatis tuæ lumen ostendis: da cunctis, qui christiana professione censentur, et illa respuere, quæ huic inimica sunt nomini; et ea quæ sunt apta, sectari. O Dio, che mostri la luce della tua verità a coloro che errano, perché possano tornare sulla via della giustizia: concedi a tutti coloro che professano la fede cristiana di respingere ciò che vi si oppone e di seguire ciò che la favorisce.
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E come attraversare il deserto nel pellegrinaggio verso la terra promessa? Dove trovare l’alimento soprannaturale che fortifichi l’anima in questo cammino? Con la Santissima Eucaristia, nutrimento degli Angeli, mistica Manna, farmaco di immortalità, cibo delle anime sante. Proprio oggi Nicola si accosterà per la prima volta al Banchetto eucaristico: vi invito a pregare per lui, perché sia interamente dedicato al Signore Sacramentato, come un tabernacolo vivente; perché cresca nella luce della Fede e nel fuoco della Carità.
Carissimi, restate fedeli! Custodite la fiamma della Fede Cattolica, del Sacerdozio Cattolica e della Santa Messa. Rimanete fedeli alla Santa Chiesa Cattolica, Apostolica Romana, respingendo tutti gli errori che contrastano e addirittura negano la Verità Cattolica, e tenendovi alla larga da chi li diffonde.
Questi tempi di grande prova spirituale, simili alle doglie del parto, finiranno presto: In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia (Gv 16, 20).
E così sia.
Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
Bassano del Grappa, 26 aprile MMXXVI
Dominica III post Pascha
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Gender
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Spirito
Ordine e disordine
Nel mondo moderno è più facile scivolare in questa spirale di disordine morale, da qui l’urgente necessità di ristabilire l’ordine intorno a noi.
Un noto proverbio afferma che l’ordine esteriore riflette l’ordine interiore. Questa verità, sebbene a volte inquietante, rimane una realtà profonda. Chi ha visitato i conventi di monache ha potuto constatare un ordine e una pulizia notevoli, frutto di uno spirito di disciplina, povertà e contemplazione, che genera pace, serenità e gioia interiore.
Questo spirito di disciplina e di parsimonia dovrebbe permeare tutte le istituzioni, le comunità e le famiglie. È una virtù che si acquisisce fin dalla prima infanzia, ma che, purtroppo, si sta perdendo sempre più ai giorni nostri.
Esiste uno stretto legame tra l’ordine e la nostra vita spirituale. Infatti, l’intera opera della nostra vita spirituale consiste nel ristabilire nella nostra anima l’ordine che il peccato ha distrutto nella natura e in particolare nella nostra anima. A causa del peccato originale, le passioni dominano la volontà e l’intelletto, e quindi dobbiamo ristabilire l’ordine; vale a dire, che l’intelletto, illuminato dalla Fede, tenda alla verità, che la volontà sia orientata al bene e che intelletto e volontà controllino le nostre passioni (ordine materiale; ordine di disciplina nella vita; ordine della vita spirituale; ordine di organizzazione; ordine di realizzazione dei progetti; ordine di obbedienza a principi, regolamenti, statuti, leggi, etc.).
In un mondo in perenne accelerazione, dove le informazioni viaggiano alla velocità della luce e le richieste sono innumerevoli, la questione dell’ordine e del disordine non è mai stata così rilevante.
L’ordine, prima di tutto, apporta una preziosa chiarezza mentale. Un ambiente organizzato, che si tratti di un ufficio, di una casa o persino della nostra mente, permette al cervello di impiegare meno energie nella ricerca, nell’ordinamento o nella preoccupazione. Questo, a sua volta, favorisce la concentrazione e la creatività.
A livello collettivo, l’ordine è la condizione primaria per la vera libertà. Senza regole condivise, leggi rispettate e istituzioni stabili, la società precipita nell’arbitrarietà e nel caos. Da Platone a Jordan Peterson, i grandi pensatori hanno sottolineato come l’ordine (il cosmo) si contrapponga al caos primordiale. L’ordine rafforza anche la fiducia reciproca: ogni oggetto messo al suo posto, ogni impegno mantenuto, ogni processo migliorato rappresenta una vittoria sul disordine.
Dio stesso è un Dio d’ordine. Tutta la creazione testimonia un’armonia e una legge che è al contempo divina e naturale. La Provvidenza agisce secondo ordine, anche quando non lo percepiamo pienamente.
Il Vangelo stesso offre esempi toccanti. Dopo la Risurrezione, gli apostoli trovarono nella tomba i teli funebri, «piegati uno alla testa e l’altro ai piedi», segno di calma e ordine nel cuore stesso del Mistero Pasquale. Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino, inoltre, definiscono la pace come «la tranquillità dell’ordine».
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Il profondo danno causato dal disordine
Il disordine non è un fenomeno neutro. A livello psicologico, l’accumulo di compiti incompiuti, oggetti sparsi e impegni non mantenuti genera una persistente sensazione di sopraffazione. Molti casi di procrastinazione cronica sono in realtà dovuti a problemi organizzativi non identificati correttamente.
Dal punto di vista economico, il disordine rappresenta un pozzo senza fondo: sprechi, perdita di beni, distruzione involontaria e mancanza di un’etica della povertà. Costituisce inoltre un’ingiustizia verso gli altri e un attacco al bene comune.
A livello visivo, un ambiente caotico affatica il cervello attraverso una stimolazione costante. A lungo termine, può causare stress, ansia, scoraggiamento e perdita di motivazione. Studi hanno dimostrato un legame tra il disordine e l’aumento del cortisolo (l’ormone dello stress), problemi di memoria, cattive abitudini alimentari, ridotto controllo degli impulsi e un maggiore rischio di disturbi d’ansia e dell’umore. A livello relazionale, il disordine emotivo – comunicazione confusa, promesse non mantenute, conflitti irrisolti – distrugge la fiducia e spesso porta a rotture sentimentali. Le famiglie caratterizzate da caos relazionale vedono spesso i propri figli sviluppare maggiore ansia e difficoltà scolastiche.
Da dove nasce il disordine? È moralmente sbagliato?
Il disordine deriva spesso da una combinazione di pigrizia, negligenza, mancanza di disciplina, imprudenza, disinteresse per il bene comune e assenza di spirito di povertà. Tutti questi aspetti sono moralmente riprovevoli. Certamente, il temperamento gioca un ruolo importante, ma anche il rifiuto di controllarlo rientra nell’ambito della moralità.
Il disordine nelle aree comuni di una casa o di qualsiasi comunità costituisce un’ingiustizia nei confronti del bene comune. Lo stesso vale per leggi, regolamenti e norme che non vengono applicati o che cambiano eccessivamente. La pigrizia, la mancanza di una mentalità orientata alla povertà, la negligenza e il disprezzo per il bene comune sono pertanto moralmente inaccettabili.
Oltre a queste cause classiche, il mondo moderno ha introdotto un elemento particolarmente dannoso: l’abuso degli schermi e la costante ricerca di distrazione e stimoli immediati. Questa abitudine si traduce in un notevole spreco di tempo che dovrebbe essere dedicato all’adempimento dei nostri doveri.
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Ordine di apprendimento
Nell’ambito dell’organizzazione, l’ordine richiede una rigorosa disciplina personale. I nostri obblighi possiedono una gerarchia naturale basata sul loro valore intrinseco e sul grado di urgenza. È quindi essenziale attenersi a questa gerarchia, senza rimandare, soprattutto i compiti che ci risultano più difficili.
In molte situazioni è necessario saper dire «no» alle richieste inopportune delle nostre emozioni o di chi turba quest’ordine. Scegliere l’ordine non significa rinunciare alla libertà, ma optare per una libertà superiore: la libertà di creare, di amare il bene comune e di progredire senza essere costantemente ostacolati dal peso del caos che abbiamo lasciato dilagare.
In termini pratici, l’ordine è classicamente definito dal principio: «ogni cosa al suo posto». Questa disciplina si acquisisce fin dalla prima infanzia. I bambini devono imparare presto a non lasciare giocattoli, vestiti e oggetti personali in giro per casa. Gli adulti devono fare lo stesso con i propri effetti personali nelle aree comuni, sul posto di lavoro o nella comunità.
Tra i segni più frequenti di disordine si annoverano: ante degli armadi lasciate aperte, cassetti non chiusi correttamente, piatti che si accumulano, giocattoli lasciati in soggiorno, attrezzi mai riposti al loro posto, un’officina caotica o attività intraprese d’impulso o d’impulso.
In un mondo moderno che promuove la gratificazione immediata e rifiuta lo spirito di sacrificio, diventa più facile scivolare in questa spirale di disordine morale, individualismo e mancanza di disciplina personale. Da qui l’urgente necessità di ristabilire l’ordine e le sue esigenze intorno a noi.
Se desiderate la pace nella vostra famiglia, comunità o azienda, coltivate l’ordine.
PS: L’esempio dell’ufficio del vescovo Marcel Lefebvre, sempre perfettamente ordinato, rimane un modello di disciplina interna che si manifesta esteriormente.
Padre Philippe Pazat, FSSPX
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine: dettaglio della facciata ovest di Notre-Dame, Parigi.
Immagine di Dietmar Rabich via Wikimedia pubblicata su licenza
Spirito
Mons. Hanappier consacra una chiesa FSSPX in Texas
Una chiesa consacrata a Dio
Per quasi quattro ore si sono svolti i solenni riti di consacrazione. Con le preghiere del Ponteficale romano, il vescovo, in un certo senso, ha sottratto l’edificio al suo uso secolare per consacrarlo definitivamente a Dio. L’altare stesso è stato consacrato e ha ricevuto le reliquie dei martiri, richiamando l’antica tradizione della Chiesa di celebrare il Santo Sacrificio presso le loro tombe. Anche le dodici croci di consacrazione poste sulle pareti della chiesa sono state unte con il santo crisma. Rimarranno i segni visibili di questa consacrazione e saranno illuminate ogni anno nel suo anniversario.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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Cinquant’anni di vita parrocchiale
La consacrazione ha coinciso con il 50° anniversario della parrocchia Queen of Angels. Mezzo secolo di vita cattolica ha così trovato il suo culmine nella solenne consacrazione della chiesa. Questi giorni si sono conclusi domenica 2 agosto con l’amministrazione del sacramento della Confermazione da parte di mons. Hanappier, seguita da una solenne Messa pontificale. Ad Majorem Dei Gloriam, per la maggior gloria di Dio! Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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