Economia
La situazione industriale in Italia. Intervista al prof. Pagliaro
Ad agosto, l’Italia ha registrato l’ennesimo calo della produzione industriale, perdendo quasi il 3% sul corrispondente mese di agosto del 2024. I sindacati parlano apertamente di «più grande crisi produttiva dal dopoguerra». I dazi imposti dagli USA hanno fatto crollare l’export italiano di oltre il 21% solo ad agosto. E ancora peggio a settembre e ad ottobre, facendo crollare l’export, che era l’unica cosa che ancora reggeva dell’economia italiana a fronte di una domanda interna che ormai decresce persino per i consumi alimentari, i quali a settembre, pur aumentando in valore a causa dell’inflazione, si sono ridotti dell’1,8%: un valore enorme per il consumo più anelastico di tutti, quello alimentare.
Siamo quindi tornati a sentire il professor Mario Pagliaro per un aggiornamento sulla questione. Lo scienziato italiano da tempo sostiene come la rifondazione dell’IRI sia un’ineludibile necessità. «Il cambiamento è già iniziato», ci aveva detto a marzo.
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Dobbiamo ricordare ancora una vola che Lei è stato fra i primi a parlare del ritorno dello Stato dell’economia, e certamente il primo a darne conto pubblicamente mettendo in evidenza l’insieme dei nuovi investimenti industriali condotti dallo Stato, tramite la Cassa Depositi e Prestiti e altri veicoli di investimento. Ce ne sono stati di ulteriori?
Certo. Nel settore energetico Italgas ha acquisito e incorporato 2i Rete Gas divenendo il primo operatore della distribuzione del gas in Europa. In quello commerciale, la società del Tesoro Invitalia ha investito 10 milioni per acquisire una quota significativa del capitale di Coin. Non molti sanno lo Stato nel 2020 ha costituito il Fondo Salvaguardia Imprese, affidandone la gestione ad Invitalia, con cui acquisisce partecipazioni di minoranza nel capitale di imprese in difficoltà per rilanciarle e salvaguardare l’occupazione.
Nel settore industriale, a fine 2022 Invitalia era già entrata nel capitale sociale del produttore di treni passeggeri Firema ampliando ulteriormente nel 2024 il suo investimento con altri 17 milioni, quando ha anche contribuito a rilanciare lo storico stabilimento ex Ferrosud di Matera. La dotazione iniziale del Fondo era di 300 milioni di euro, ma è stata ulteriormente incrementata. È sufficiente visitare la pagina web del Fondo per vedere come lo Stato sia persino entrato nel capitale delle Terme di Chianciano.
E Lei pensa che questo schema, che di fatto è esattamente ciò che fece l’IRI quando nacque nel 1933, sia estendibile ad esempio al settore automobilistico?
Occorre chiedersi, piuttosto, cosa accadrà se lo Stato non interverrà ricreando l’industria automobilistica di Stato. La produzione automobilistica ha costituito il cuore dell’industria manifatturiera italiana dalla metà degli anni Trenta alla fine degli anni Novanta. Oggi, è al suo minimo storico. Nel 2025 la produzione di autoveicoli nei primi 6 mesi, è stata di sole 136.500 unità, in calo del 31,7% rispetto al già anemico dato di quasi 200mila veicoli prodotti nel primo semestre del 2024.
Quanti posti di lavoro e quante aziende subfornitrici è possibile mantenere con una produzione annua di 370mila autoveicoli? Erano le stesse domande che si ponevano Beneduce e Menichella quando suggerirono al governo di creare l’IRI.
In un quadro evidentemente difficile per l’economia italiana, Lei vede anche fatti positivi?
Certo. L’Italia è tornata a proiettarsi economicamente sul Vicino Oriente e sul Nord Africa. L’industria delle costruzioni italiana, che non casualmente vede lo Stato azionista dell’impresa più grande tramite la Cassa depositi e prestiti, è tornata a lavorare in molti Paesi del Vicino Oriente dove è apprezzata per le sue formidabili capacità. Enormi commesse sono state acquisite in Arabia Saudita. A settembre è stata inaugurata in Etiopia la Grand Ethiopian Renaissance Dam, ovvero la più grande diga ad uso idroelettrico mai realizzata in Africa: un’opera monumentale, interamente progettata e realizzata dall’industria italiana, con una capacità installata di oltre 5.000 MW: pari a quasi 5 centrali nucleari.
Ancora, pochi giorni fa a Tripoli Libia e l’Italia hanno firmato oggi il contratto per la realizzazione di un importante lotto dell’autostrada costiera libica, per un valore di circa 700 milioni di euro. A realizzare i lavori del lotto sarà un’altra grande azienda delle costruzioni italiana. Inutile forse sottolineare come tali progetti abbiano grandi ricadute in termini di sviluppo dei Paesi africani o mediorientali in questione, eliminando attraverso lo sviluppo economico le condizioni di sottosviluppo economico che portano all’emigrazione di massa verso l’Europa.
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Ritiene che questo nuovo attivismo italiano nel Mediterraneo possa essere durevole?
Lo sarà certamente. Dai tempi di Roma, la ricchezza dell’Italia è dipesa dalla sua capacità di proiettarsi nel mare di cui è al centro proprio sull’Africa e sul Vicino Oriente.
Nel farlo, l’Italia portò in questi Paesi anche la sua civiltà, per la quale è amata ed apprezzata da quei popoli ancora oggi. Si tratta esattamente del progetto «Eurafrica» elaborato dai geniali geopolitici italiani della prima metà del Novecento, che poi sarà fatto proprio dai governi italiani succedutisi fino ai primi anni Novanta .
Nel farlo, l’Italia conoscerà una vera e propria rinascita economica e infrastrutturale. Infatti, sono finalmente in costruzione la nuova linea ferrata ad alta capacità fra Napoli e Bari, e quella fra Catania e Palermo, oltre a numerosi cantieri di strade e ferrovie già aperti in Calabria.
Ai giovani italiani che emigravano fino a pochi mesi fa oltre le Alpi, suggerisco di unirsi invece alle imprese italiane che si stanno proiettando verso il Vicino Oriente, il Nordafrica e il Corno d’Africa. Molte commesse sono già state acquisite, e molte altre lo saranno: non si tratta solo di grandi opportunità di lavoro e di crescita professionale. Ma di cooperazione per la pace e lo sviluppo comune con popolazioni giovani ed entusiaste: curandone la crescita con grandi lavori pubblici e un nuovo e molto più grande interscambio commerciale, l’Italia uscirà dalla depressione economica e dall’inverno demografico, e farà finalmente fiorire il proprio Mezzogiorno.
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Immagine di Axel Bührmann via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
Economia
Segnali di tensione emergono nel mercato obbligazionario statunitense
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Economia
Trump firmerà le banconote da un dollaro
Il dipartimento del Tesoro ha annunciato giovedì che la firma del presidente statunitense Donald Trump comparirà sulle banconote americane a partire da quest’estate.
Sarà la prima volta che la firma di un presidente statunitense in carica comparirà su valuta a corso legale.
Il dipartimento del Tesoro ha dichiarato che la riprogettazione è pensata per celebrare il prossimo 250° anniversario degli Stati Uniti. La firma di Trump dovrebbe sostituire quella del tesoriere statunitense, modificando una convenzione di lunga data, mentre la firma del segretario al Tesoro rimarrà e non verranno aggiunte nuove immagini.
Il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha affermato che la decisione è appropriata per il cinquantesimo anniversario della presidenza Trump, definendola un modo per riconoscere i successi sia del Paese che del Presidente Trump. Ha aggiunto che le prime banconote da 100 dollari con la firma di Trump accanto alla sua saranno stampate a giugno, e che nei mesi successivi seguiranno quelle di altri tagli.
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All’inizio di questo mese, una commissione federale per le arti ha approvato una moneta d’oro commemorativa con l’immagine di Trump, nell’ambito delle celebrazioni per il 250° anniversario. Sono stati anche proposti progetti per una moneta da 1 dollaro con la sua effigie, ma potrebbero incontrare ostacoli legali, poiché le norme statunitensi generalmente non consentono di raffigurare persone viventi sulla valuta.
I democratici hanno criticato la decisione, sostenendo che arriva in un momento in cui gli americani si trovano ad affrontare costi crescenti, tra cui l’aumento dei prezzi del carburante. A dicembre, diversi senatori democratici hanno presentato un disegno di legge volto a impedire che Trump compaia sulla valuta statunitense, compresa la proposta di moneta da 1 dollaro.
I critici sostengono inoltre che questa mossa politicizzi la valuta e rischi di confondere il confine tra simboli nazionali e personal branding, arrivando a definirla un comportamento in stile reale.
Nel suo secondo mandato, Trump si è impegnato a imprimere il suo nome su programmi e istituzioni governative. Tra le iniziative, il sito web di farmaci TrumpRx e la costosa «Trump Gold Card», che offre la residenza e un percorso verso la cittadinanza. La sua immagine compare su alcuni pass per i parchi nazionali e il suo nome è stato aggiunto alla segnaletica dell’US Institute of Peace. Ha anche rinominato una strada della Florida in «President Donald J. Trump Boulevard», suscitando critiche da parte di alcuni residenti che l’hanno considerata una scelta politicamente motivata e immeritata.
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Economia
Si profila la più grande crisi energetica della storia umana: parla l’inviato di Putin
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