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Economia

Washington ha attirato Erdogan nella trappola dell’orso?

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Renovatio 21 traduce questo articolo di William F. Engdahl apparso su New Eastern Outlook.

 

 

 

Dopo non essere riuscita a bloccare l’acquisto da parte della Turchia dell’avanzato sistema di difesa aerea russo S-400, la diplomazia di Washington negli ultimi mesi sembrava essere riuscita a «ribaltare» il presidente turco Recep Tayyip Erdogan a sostegno degli interessi statunitensi in diversi paesi critici dalla Libia all’Armenia all’Ucraina, anche in Afghanistan. Con l’economia turca sull’orlo della catastrofe mentre la lira precipita, sembra sempre più che i cinici strateghi di Washington potrebbero aver semplicemente attirato l’astuto Erdogan in una mortale trappola dell’orso.

 

 

 

Il presidente turco Erdogan è stato definito un maestro nel giocare tutte le parti a suo vantaggio, un camaleonte politico che è passato da Washington e dalla NATO, di cui la Turchia è un membro vitale, alla Russia, all’Iran e anche alla Cina.

 

Nel 2016 ha accusato la CIA di essere dietro un tentativo di colpo di stato per assassinarlo e portare al potere le reti controllate dalla CIA di Fethullah Gülen in esilio poiché Washington ne aveva abbastanza dei ribaltamenti di Erdogan in fedeltà. Il colpo di stato fallì e le notizie furono che Erdogan avevano ricevuto intercettazioni dai servizi segreti russi che gli salvarono la vita

Nel 2016 ha accusato la CIA di essere dietro un tentativo di colpo di stato per assassinarlo e portare al potere le reti controllate dalla CIA di Fethullah Gülen in esilio poiché Washington ne aveva abbastanza dei ribaltamenti di Erdogan in fedeltà. Il colpo di stato fallì e le notizie furono che Erdogan avevano ricevuto intercettazioni dai servizi segreti russi che gli salvarono la vita.

 

Successivamente, le relazioni con Mosca migliorarono notevolmente. Nel novembre 2015 la Russia aveva imposto un severo divieto di viaggio alla Turchia dei turisti russi e un divieto di importazione di cibo turco come rappresaglia per un jet turco che abbatteva un jet russo all’interno del territorio siriano, un atto di guerra. Le sanzioni russe hanno colpito profondamente l’economia turca.

 

Quindi Erdogan iniziò uno spostamento verso Mosca.

 

Nel 2017 la Turchia ha ignorato le ripetute proteste di Washington e della NATO e ha accettato di acquistare l’avanzato sistema missilistico di difesa aerea russo S-400, ritenuto il più avanzato al mondo. Nello stesso periodo in cui la Russia ha iniziato la costruzione del primo dei due gasdotti del Mar Nero diretti alla Turchia, TurkStream nell’ottobre 2016, allontanando ulteriormente Ankara e Washington.

 

 

Crisi della lira 2018

Nel 2018 le relazioni tra Washington e Ankara erano diventate tese per usare un eufemismo.

 

Nel 2017 la Turchia ha ignorato le ripetute proteste di Washington e della NATO e ha accettato di acquistare l’avanzato sistema missilistico di difesa aerea russo S-400, ritenuto il più avanzato al mondo. Nello stesso periodo in cui la Russia ha iniziato la costruzione del primo dei due gasdotti del Mar Nero diretti alla Turchia, TurkStream nell’ottobre 2016, allontanando ulteriormente Ankara e Washington

Le tre grandi agenzie di rating del credito statunitensi, Fitch, Moody’s e S&P, hanno tutte declassato il debito sovrano della Turchia allo status di «spazzatura» citando le recenti mosse politiche ostili di Erdogan.

 

Il risultato fu una caduta libera della lira costringendo la Banca Centrale ad aumentare drasticamente i tassi di interesse e soffocare la crescita economica nel processo. Nell’agosto 2018 gli Stati Uniti imponevano anche sanzioni economiche alla Turchia chiedendo il rilascio di Andrew Brunson e di altri cittadini statunitensi accusati di spionaggio per conto del tentativo di colpo di stato di Gülen del 2016.

 

Le esportazioni turche di acciaio e alluminio sono state colpite da dazi statunitensi raddoppiati con l’aumento dell’inflazione. Un impegno dell’alleato di Erdogan e sostenitore della Fratellanza Musulmana, il Qatar, a investire 15 miliardi di dollari in Turchia è riuscito a calmare la crisi e una successiva visita di Erdogan a Pechino ha assicurato alcuni miliardi in più in aiuti cinesi. Il ministro degli Esteri turco ha accusato «potenze straniere» di essere dietro la crisi della Lira per motivi politici.

 

Dopo una scioccante perdita della roccaforte politica chiave del posto del sindaco di Istanbul nel 2019, Erdogan ha chiaramente tentato di migliorare la sua «utilità» per l’Occidente, in particolare per Washington. Si trova ad affrontare importanti elezioni nazionali nel 2023 e potrebbe essere in pericolo di perdere la presa se l’economia continuasse a scendere.

 

Sia Donald Trump che ora Joe Biden sembravano accogliere favorevolmente l’aiuto turco, specialmente quando danneggiava gli interessi russi. Quindi, nel 2019, quando la Turchia ha prestato materiale e sostegno militare al governo sostenuto da Washington a Tripoli nella loro guerra con le forze russe del generale Haftar, ha evitato il collasso del regime corrotto di Tripoli, con l’approvazione della NATO. Indirettamente, Erdogan è andato contro Putin e la Russia.

 

Allo stesso modo, nel settembre 2020, durante lo scoppio della «guerra armeno-azera», la Turchia ha fornito droni critici e consiglieri militari al loro alleato musulmano Azerbaigian contro l’Armenia, membro dell’Unione economica eurasiatica russa. È stato un altro attacco turco indiretto contro gli interessi strategici russi, molto vicino a casa nostra.

 

Quindi, nel 2019, quando la Turchia ha prestato materiale e sostegno militare al governo sostenuto da Washington a Tripoli nella loro guerra con le forze russe del generale Haftar, ha evitato il collasso del regime corrotto di Tripoli, con l’approvazione della NATO. Indirettamente, Erdogan è andato contro Putin e la Russia

Nell’ottobre 2020, a seguito dei significativi progressi militari azeri in Nagorno-Karabakh, Erdogan ha elogiato la «grande operazione dell’Azerbaigian sia per difendere i propri territori che per liberare il Karabakh occupato», aggiungendo che la Turchia è con e continuerà a sostenere «l’Azerbaigian amichevole e fraterno con tutti i nostri mezzi e tutto il nostro cuore». Putin, secondo quanto riferito, non era divertito dalla cosa.

 

Le relazioni tra Turchia e Armenia sono ostili e risalgono alla prima guerra mondiale, quando la Turchia ottomana fu accusata di sterminare più di 1,5 milioni di armeni con una pulizia etnica. La Turchia fino ai giorni nostri rifiuta con veemenza di accettare la responsabilità del genocidio contro gli armeni che dopo il 1920 entrarono a far parte dell’Unione Sovietica fino alla sua dissoluzione nel 1991.

 

Ora, solo il 10 aprile, mentre la Casa Bianca di Biden ha intensificato la pressione sull’Ucraina affinché agisca militarmente per riconquistare la regione separatista del Donbass e la Crimea, che oggi fa parte della Russia, Erdogan ha invitato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in Turchia per colloqui sui militari cooperazione. A Istanbul dopo i colloqui, Erdogan ha annunciato che i due presidenti avevano firmato un accordo strategico in 20 punti che includeva il sostegno turco alle richieste dell’Ucraina di restituire il Donbass a Kiev e alla Crimea, la base della flotta navale russa del Mar Nero.

 

Dopo il colpo di stato appoggiato dalla CIA in Ucraina nel marzo 2014, la Crimea ha tenuto un referendum in cui i cittadini hanno votato in modo schiacciante per aderire alla Russia, qualcosa che la NATO non era felice di usare per usare un eufemismo. Inoltre, il 10 aprile Erdogan ha annunciato che la Turchia ha sostenuto l’offerta dell’Ucraina di aderire alla NATO, minaccia strategica per Mosca.

 

La Turchia ha fornito droni critici e consiglieri militari al loro alleato musulmano Azerbaigian contro l’Armenia, membro dell’Unione economica eurasiatica russa. È stato un altro attacco turco indiretto contro gli interessi strategici russi, molto vicino a casa nostra

Già nel gennaio 2020 la Turchia e l’Ucraina hanno firmato importanti accordi commerciali militari, compreso un accordo che prevedeva che l’Ucraina fornisse alla Turchia 600 milioni di dollari di motori per missili da crociera.

 

L’Ucraina fornisce anche all’esercito turco i motori per i suoi droni che eludono le sanzioni statunitensi alla Turchia sugli S-400. Più recentemente la Turchia ha rivenduto i suoi droni da combattimento Bayraktar TB2 all’esercito ucraino che prevede di usarli contro i combattenti del Donbass. In breve, negli ultimi mesi Erdogan ha fatto molte cose per sostenere le azioni degli Stati Uniti contro la Russia.

 

 

Mistero del genocidio?

Ciò rende ancora più curioso il fatto che il 25 aprile il presidente degli Stati Uniti Biden sia diventato il primo presidente degli Stati Uniti ad andare contro la Turchia, alleata della NATO, e ad accusarla di genocidio contro gli armeni nel 1915.

 

Da quando la Turchia è entrata a far parte della NATO, l’argomento del genocidio armeno è stato tabù come Ankara ha ripetutamente chiarito. Perché, proprio quando Erdogan svolge un ruolo chiave di supporto nell’agenda anti-russa dell’amministrazione statunitense, Biden oi suoi consiglieri hanno ritenuto necessario dichiarare la colpa della Turchia ottomana per un genocidio contro gli armeni avvenuto 106 anni fa?

Negli ultimi mesi Erdogan ha fatto molte cose per sostenere le azioni degli Stati Uniti contro la Russia

 

Visto il riemergere della crisi della lira da quando Erdogan ha licenziato il capo della Banca Centrale il mese scorso, sostituendolo con un alleato di partito, la Turchia è diventata vulnerabile anche più che nel 2018. A questo punto sembra che Washington abbia l’astuto Erdogan in una trappola per orsi.

 

Se il suo nuovo capo della Banca Centrale ora si muove per tagliare i tassi di interesse per stimolare l’economia in mezzo alla crisi della lira, decine di miliardi di fondi di investimento occidentali potrebbero uscire dalla Turchia e far precipitare l’economia nella sua peggiore crisi dal 2018, probabilmente anche peggiore, prima delle elezioni nazionali del 2023.

 

Per anni le società turche si sono rivolte ai mercati del debito in dollari, dove i tassi di interesse erano di gran lunga inferiori a quelli turchi. La caduta della lira rende molto più costoso il rimborso in dollari, soprattutto perché l’economia è colpita dalla crisi del coronavirus e il turismo è stato nuovamente bloccato da Mosca fino a giugno.

Decine di miliardi di fondi di investimento occidentali potrebbero uscire dalla Turchia e far precipitare l’economia nella sua peggiore crisi dal 2018, probabilmente anche peggiore, prima delle elezioni nazionali del 2023

 

Erdogan ha perso poco tempo a reagire all’affronto. Le proteste turche sono iniziate al di fuori della base aerea strategica della NATO Incirlik chiedendo alle truppe statunitensi di andarsene.

 

Il 24 aprile, un giorno dopo che Washington ha notificato a Erdogan la sua dichiarazione sul genocidio armeno pianificato, Erdogan ha lanciato azioni militari in Iraq e Siria.

 

L’esercito turco ha annunciato la ripresa della sua Operazione Claw-Lightning, volta a «porre fine completamente» alla minaccia terroristica al confine meridionale della Turchia con la Siria. Ha coinvolto attacchi aerei contro le posizioni delle forze curde del PKK che gli Stati Uniti appoggiano contro Damasco. La Turchia sostiene che i curdi del PKK sono terroristi che minacciano la Turchia.

 

Allo stesso tempo, le forze turche hanno rafforzato la loro posizione consolidata nella Grande Idlib dove ora ci sono migliaia di truppe e armi pesanti, inclusi carri armati, veicoli da combattimento di fanteria, artiglieria, lanciarazzi, sistemi di sorveglianza, disturbatori e sistemi di difesa aerea. Dal 2018, la presenza turca di Idlib avrebbe dovuto monitorare congiuntamente con la Russia la reciproca riduzione dell’escalation sul territorio siriano.

Più sorprendente ancora è stato quanto rapidamente Erdogan si è mosso per riparare le recinzioni con i suoi vicini arabi.

 

 

Riparare le recinzioni arabe

Più sorprendente ancora è stato quanto rapidamente Erdogan si è mosso per riparare le recinzioni con i suoi vicini arabi.

 

Il 26 aprile, il portavoce di Erdogan Ibrahim Kalin ha affermato che la Turchia stava cercando di rettificare le relazioni con l’Arabia Saudita, dove il commercio bilaterale è sceso di un enorme 98% da quando un boicottaggio ufficiale saudita di merci turche nel 2020 su ciò che i sauditi hanno definito atti turchi ostili, un riferimento alle provocazioni di Erdogan , accuse molto pubbliche secondo cui i sauditi hanno brutalmente assassinato il giornalista saudita Jamal Khashoggi a Istanbul nell’ottobre 2018, così come il sostegno turco al Qatar in mezzo a un boicottaggio saudita.

 

Prima del 2013 Riyadh era stato uno dei principali sostenitori finanziari di Erdogan, che allora era un attore chiave nella guerra contro Assad in Siria. Il nuovo regime a Washington finora è stato piuttosto freddo verso l’Arabia Saudita, un grande cambiamento rispetto ai tempi di Trump.

Negli ultimi due anni la Turchia è emersa come una grande forza militare a sorpresa grazie al dispiegamento dei suoi collaudati droni Bayraktar TB2 di proprietà della famiglia del genero del presidente Recep Tayyip Erdogan, Selcuk Bayraktar. Sono stati decisivi in ​​Libia, nel Nagorno-Karabakh e in Siria

 

Allo stesso tempo Ankara sta cercando di ricostruire i legami con il presidente egiziano al-Sisi che sono stati tesi da quando l’esercito egiziano ha estromesso Morsi e sostenuto al-Sisi in un contro-colpo di stato del 2013 contro la primavera araba sostenuta dagli Stati Uniti dei Fratelli Musulmani. Se Erdogan riuscisse a riconquistare il sostegno degli stati arabi del Golfo, compresa l’Arabia Saudita, il sostegno militare turco al Golfo potrebbe alterare la geopolitica del Medio Oriente a svantaggio di Washington.

 

Negli ultimi due anni la Turchia è emersa come una grande forza militare a sorpresa grazie al dispiegamento dei suoi collaudati droni Bayraktar TB2 di proprietà della famiglia del genero del presidente Recep Tayyip Erdogan, Selcuk Bayraktar. Sono stati decisivi in ​​Libia, nel Nagorno-Karabakh e in Siria.

 

Ciò che viene dopo nel turbolento governo di Recep Tayyip Erdogan è più incerto che in qualsiasi momento nella sua quasi ventennale detenzione al potere, prima come Primo Ministro e ora come Presidente. Con le elezioni nazionali previste per il 2023, se l’economia continua a sprofondare, tutte le scommesse sono svanite. La dichiarazione di Biden sul «genocidio» suggerisce che Washington potrebbe tentare di spingerlo oltre il limite ben prima del 2023.

 

Tuttavia, il risultato è tutt’altro che chiaro in questo frangente, e molto dipende dalla capacità di Erdogan di forzare nuove alleanze efficaci.

 

 

William F. Engdahl

 

 

 

F. William Engdahl è consulente e docente di rischio strategico, ha conseguito una laurea in politica presso la Princeton University ed è un autore di best seller sulle tematiche del petrolio e della geopolitica. È autore, fra gli altri titoli, di Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation («Semi della distruzione, l’agenda nascosta della manipolazione genetica»), consultabile anche sul sito globalresearch.ca.

 

 

Questo articolo, tradotto e pubblicato da Renovatio 21 con il consenso dell’autore, è stato pubblicato in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook e ripubblicato secondo le specifiche richieste.

 

 

Renovatio 21 offre la traduzione di questo articolo per dare una informazione a 360º.  Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Economia

Cosa c’è dietro al Trattato del Quirinale?

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Facciamola breve: il Trattato del Quirinale, la poco spiegabile creazione di un direttorato franco-italiano per l’Europa, ci tenevano a non farvelo vedere.

 

Con la nobile eccezzione de La Verità, nelle settimane precedenti nessun giornale ve ne ha parlato. Hanno preferito farlo solo a fatto compiuto – anzi, usiamo l’espressione napoleonica, fait accompli.

 

Il Trattato non è passato per il Parlamento. Punto. A questo punto potremmo anche chiudere l’articolo, il lettore magari ha già capito molto. Ma vale la pena di fare un paio di rilievi che nessuno, in questa ennesima rapina francese nei confronti dell’Italia sottomessa, pare aver voglia di fare.

 

Vale la pena di fare un paio di rilievi che nessuno, in questa ennesima rapina francese nei confronti dell’Italia sottomessa, pare aver voglia di fare

Non solo è stata versata una lacrima d’inchiostro per raccontare come stesse avvenendo la firma epocale tra le due «potenze» latine – alcune storie che paiono aleggiare attorno a questo storico Trattato non sono neanche ora chiare. Anzi, non è chiaro nulla: l’unica cosa limpida è la presenza, da Gentiloni in giù, di sciami di papaveri piddini muniti di Légion d’Honneur. Non sono pochi, i politici nostrani finiti in qualche modo fra le braccia dei francesi.

 

Ricordate Letta depresso quando, con un colpo di palazzo non ancora spiegato, Renzi gli soffiò il posto di primo ministro. Se lo accollarono i francesi, gli diedero un ruolo prestigioso all’Institut d’Etudes politiques de Paris, lui si riebbe, lo fotografarono che faceva balletti coreografati, è tornato in patria magrissimo e intriso di idealismo zelotesco (transessuali, ius soli, etc.).

 

Poi vi è il caso di Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari Europei nel governo Renzi e Gentiloni, poi consulente agli Affari Europei ma nel governo francese (!), infine eurodeputato eletto in una lista sostenuta da Macron. La Meloni arrivò a parlare di tradimento e di revoca di cittadinanza. Il problema è però più vasto di così.

 

Ricordiamo bene il Trattato di Caen, anche quello non esattamente trasparentissimo, con il quale il governo Gentiloni sembrava cedere acque territoriali italiane alla Francia. Ricordiamo anche la missione italiana in Mali, un pantano tutto francese, sul quale – pure lì – c’è una bella spirale del silenzio.

 

È tutto opaco, criptato, poco leggibile. È come se tutti, dai giornalisti ai politici di opposizione, non avessero la forza – o la voglia – di unire i puntini. Che sono tanti e belli evidenti

È tutto opaco, criptato, poco leggibile. È come se tutti, dai giornalisti ai politici di opposizione, non avessero la forza – o la voglia – di unire i puntini. Che sono tanti e belli evidenti.

 

Il balletto a cui stiamo assistendo in questo momento è senza precedenti. Tutto si muove, nella finanza e nell’industria, in chiave di questo momento francese. Un mega-fondo americano, dove lavora l’ex numero 1 della CIA generale David H. Petraeus, vuole rilevare tutta TIM, mettendo fuori gioco per sempre i francesi presenti in CDA, cioè Bolloré.

 

La cosa potrebbe far parte di una manovra più grande: Bolloré è il primo sostenitore del candidato presidenziale, non si sa ancora quanto serio o quanto pagliaccio, della destra-destra più a destra della Le Pen, Eric Zemmour (che in un’intervista ha inneggiato ad una nuova conquista francese del Nord Italia), di cui il network di Bolloré Cnews non fa che parlare tutto il giorno. Al contempo, Vivendi-Bolloré, che ha litigato con la famiglia di Berlusconi in Mediaset – è socio anche lì – ora pare andare d”accordissimo con Silvio.

 

E poi ancora: ci sono pezzi di Fimeccanica-Leonardo che vanno ai francesi, in modo apparentemente indolore per gli italiani. Ballano lo storico produttore di cannoni Oto Melara e il produttore di siluri Wass. Qualcuno parla di una complicata partita di equilibri per il nuovo caccia europeo.

 

C’è la questione, quella sì in teoria ancora dolorosa, dell’acquisto da parte di Fincantieri dei Chantiers de l’Atlantique per fare sommergibili; l’affare è sfumato catastroficamente (per gli italiani) anni fa, con lo Stato francese a mettersi di mezzo. La consulenza era dei Rothschild, gli antichi datori di lavoro del presidente Macron. Advisor dei Rothschild, fedelissimi del giovane presidente con moglie anziana, sono in circolazione anche in queste ore.

 

Tutto è piuttosto insensato, ma non gliene frega niente a nessuno. Il COPASIR, l’organo di controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani – cioè il massimo ente di Intelligence della Nazione, è stato sentito a posteriori. Fait accompli.

 

Ricordiamo che la Francia secondo il Trattato invierà un suo ministro ogni tre mesi ad assistere ad un nostro Consiglio dei Ministri. L’Italia, specularmente, manderà un ministro nostrano al tavolo del Premier francese. Con la differenza, immensa, che a fare le cose in Francia, Repubblica Presidenziale, non è il premier ma il Presidente

L’Eliseo ad una certa si era pure incazzato con quei pochissimi giornali (La Verità, pochissimi altri) che avevano osato pubblicare qualche indiscrezione e magari pure qualche domanda sul Trattato nelle settimane precedenti. Niente, ci hanno tenuto a rassicurarci: faremo come con Stellantis… Cioè, l’inghiottimento francese definitivo di FIAT da parte dei francesi. Ci prendono in giro? Non lo sappiamo: guardiamo Macron, sua moglie, il bodyguard, e non sappiamo se intorno ci siano persone con senso dell’umorismo.

 

Ma tutto questo, perché?

 

L’idea, sussurrata a denti stretti, è che si imporrebbe così una nuova centralità latina in Europa. La Germania, il vero nucleo di potere europeo, dovrebbe quindi essere messa fuori gioco: il Trattato del Quirinale sostituisce il Trattato dell’Eliseo, il patto tra Berlino e Parigi che ha dominato l’Europa sino ad oggi. (Fateci caso: anche lì, la stipula avviene nel palazzo presidenziale della parte più debole).

 

Perché fare fuori la Germania? Perché, uno pensa, forse il nuovo cancelliere, Olaf Scholz detto Scholzomat, non ha il peso politico e geopolitico della Merkel, o forse non ha – ancora – i fili giusti, i contatti, la fiducia di qualcuno, forse, ma ammettiamo di non sapere chi possa essere.

 

I sudditi del Dragone sono in solluchero: ora che sparisce l’Angelona, a comandare in Europa sarà, per tramite del Trattato del Quirinale, il prestigioso Mario ex BCE, il quale magari poi al Quirinale ci trasloca proprio.

 

Ma sarà proprio così?

 

Non dimentichiamo cosa significa per noi la Francia: il Paese che ha messo in crisi totale i nostri interessi in Libia, con effetto non secondario di far invadere le nostre coste di immigrati che nei prossimi anni andranno a creare in Italia no-go zones identiche alle banlieues francesi

Ricordiamo che la Francia secondo il Trattato invierà un suo ministro ogni tre mesi ad assistere ad un nostro Consiglio dei Ministri. L’Italia, specularmente, manderà un ministro nostrano al tavolo del Premier francese. Con la differenza, immensa, che a fare le cose in Francia, Repubblica Presidenziale, non è il premier ma il Presidente. Un’altra presa per il culo? Il parait. Sembra.

 

Non dimentichiamo cosa significa per noi la Francia: il Paese che ha messo in crisi totale i nostri interessi in Libia, con effetto non secondario di far invadere le nostre coste di immigrati che nei prossimi anni andranno a creare in Italia no-go zones identiche alle banlieues francesi. Sono quegli stessi francesi i cui poliziotti, ogni tanto, sconfinano in Italia – inaudito e un po’ grave, molto eloquente in fatto di rispetto – per riportare nel nostro territorio africani che non vogliono o per fare irruzioni vere e proprie su suolo italiano.

 

Cosa vi aspettavate? Simmetria e rispetto da parte di un Paese che è potenza nucleare?

 

Di fare affari con qualcuno che ha una parola dispregiativa per voi – Rital – mentre noi per i francesi non ne abbiamo? («Mangiarane» non è un peggiorativo serio)

 

Pensavate di essere riamati da coloro che, secondo una diffusa battuta europea, sono «italiani di cattivo umore»?

 

Quindi, cosa ha spinto Macron e Draghi l’uno nelle braccia dell’altro? Qual è il motore di questo storico, opacissimo Trattato?

Ma quindi, cosa ha spinto Macron e Draghi l’uno nelle braccia dell’altro? Qual è il motore di questo storico, opacissimo Trattato?

 

Non sappiamo. Guardiamo la foto della sera dell’elezione di Macron all’Eliseo, davanti alla piramide del Louvre, le braccia alzate come a produrre un grande compasso. La squadra ora si allarga a tanti elementi italiani.

 

Cosa c’è dietro al Trattato del Quirinale?

 

Mah. Boh. Je ne sais pas.

 

 

 

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Civiltà

Giorgetti parla di Blackout

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Il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti ha apertamente parlato di possibili interruzioni della corrente elettrica nei prossimi tempi.

 

«Anche nei prossimi giorni lo sforzo che dobbiamo fare è come cercare di sterilizzare nel modo più equo possibile questo tipo di impatto sulle nostre famiglie, al netto dellʼesigenza che a livello europeo si definisca un piano per evitare cose anche peggiori, e cioè la possibilità di andare in black-out, cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico».

 

Il ministro lo ha dichiarato nel corso dell’assemblea di Confartigianato, dove ha parlato apertamente «dei settori che scompariranno letteralmente dal dato economico, altri che ne beneficeranno». Si tratta della vera «transizione» a cui andiamo incontro, ossia l’olocausto di attività economiche (soprattutto quelle piccole e medie) entrato nella fase di soluzione finale grazie alla pandemia.

 

«La possibilità di andare in black-out… cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico»

Tuttavia vogliamo concentrarci sulla notizia: anche noi abbiamo finalmente l’establishment che parla improvvisamente di possibile sospensione dell’elettricità nel Paese.

 

Il black-out diventa quindi una possibilità concreta anche per l’Italia.

 

Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale.

 

A inizio stagione ha cominciato a girare in Germania (per poi divenire virale in tutta europa)uno spot realizzato dalla Bundesamt für Bevölkerungsschutz und Katastrophenhilfe (BBK – l’ufficio federale della protezione civile e dell’assistenza in caso di catastrofi, una sorta di Protezione Civile tedesca) che preparava i cittadini alla possibilità di un inverno senza riscaldamento.

Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale

 

 

A metà ottobre il ministero della Difesa dell’Austria – Paese che ci ha anticipato nel nuovo lockdown  draconiano – ha lanciato la campagna di affissioni in tutta l’Austria («Blackout – Cosa fare quando tutto è a posto?»), dove si iniziava a parlare di interruzioni di corrente su larga scala.

 

Anche in Romania da giorni si respira l’aria di blackout.

 

Il canale TV nazionale Antena 3, un canale di notizie 24 ore che trasmette anche nella vicina Serbia, ha mandato in onda programmi con grafiche che guidavano lo spettatore nel fare scorte (batterie, radio, candele, acqua, cibo in scatoletta) in vista di «pană de curent de o săptămână în Europa»: un «blackout di una settimana in Europa».

 

 

La Cina sta già da mesi sperimentando blackout che stanno mettendo in dubbio la tenuta economica e produttiva del colosso asiatico. L’amministrazione del Partito Comunista Cinese sta già trasmettendo comunicazioni di tenore emergenziale per i cittadini, invitandoli per esempio a fare scorte per l’inverno.

 

Due parole anche sull’autorevole fonte dell’allarme.

 

Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?

L’onorevole Giancarlo Giorgetti è da sempre percepito come l’uomo dell’establishment dentro alla Lega. È cugino del banchiere e grand commis di Stato Massimo Ponzellini , a sua volta figlio d’arte (il padre era membro del consiglio della Banca d’Italia e abbiente sostenitore della nascita dell’editore bolognese Il Mulino) e allievo di Romano Prodi, con cui fonda la società Nomisma e con il quale lavora all’IRI dal 1983 al 1990. Ponzellini è stato presidente della grande società di appalti Impregilo nonché, nel 2009, della Banca Popolare di Milano.

 

Nell’estate 2018, durante il governo gialloverde del Conte 1, i giornali parlarono di uno scontro tra Giorgetti e il collega deputato leghista Claudio Borghi, da sempre su posizioni anti-euro assai contrarie allo status quo.  Il tema era quello dei cosiddetti minibot.

 

«C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i minibot? Se si potessero fare, li farebbero tutti» virgolettò Repubblica. Giorgetti e Borghi smentirono screzi, si disse che i giornalisti non avevano capito il tono.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad inizio autunno alcuni analisti si sono spinti a dire che con Draghi al colle la manovra potrebbe essere quella di portare Giorgetti al ruolo di primo ministro.

 

Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?

«I veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato» scrisse La Stampa lo scorso 30 settembre.

 

Più che dei veleni nel Palazzo, l’onesto cittadino vorrebbe sapere della corrente elettrica a casa sua. Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?

 

Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?

 

A quale altra rinuncia ci stanno preparando?

A quale altra rinuncia ci stanno preparando?

 

Dopo il lockdown, il blackout: il processo verso l’azzeramento di ogni attività umana sembra inarrestabile. Niente lavoro, niente consumi, fors’anche niente sostentamento biologico.

 

La Civiltà pare essere impegnata in una regressione verso la barbarie, o ancora meglio, in una corsa verso l’entropia, verso la morte termica.

 

Questo, il nostro lettore lo sa, altro non è se non il copione della Necrocultura: annientare l’essere umano e le sue attività, la sua prosperità, la sua vita.

 

 

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Economia

La moneta digitale cinese «cancerogena per l’occidente»

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L’investitore texano Kyle Bass è noto per il suo approccio assai critico della Repubblica Popolare Cinese e della sua strategia di dominazione economica e non.

 

La testata anticinese Epoch Times lo ha lungamente intervistato sullo stato attuale della situazione tra Pechino e Washington.

 

In particolare, il Bass si è soffermato sulle ambizioni da parte del Partito Comunista Cinese di lanciare una valuta digitale di Stato.

 

«Credo che l’adozione della loro valuta digitale della Banca Centrale sia cancerogena per l’Occidente»

«Credo che l’adozione della loro valuta digitale della Banca Centrale sia cancerogena per l’Occidente» ha detto Bass. «È l’adozione dell’accumulo tecnologico cinese. Ha una mente propria».

 

Torna nelle parole di Bass, l’immane infrastruttura si sorveglianza implementata in questi anni dai cinesi.

 

«Il loro progetto sui dati umani è interfacciato con il lancio della CBDC [la moneta elettronica cinese, ndr] e saranno in grado di corrompere  individui al di fuori della competenza dei regolatori bancari o della supervisione normativa sovrana. E quindi sarà un “mondo nuovo” per un Partito Comunista Cinese che è noto per corrompere, rubare, costringere, a fare tutto ciò che fanno mentre si muovono per il mondo».

 

Si tratterebbe, quindi, della creazione di un canale infallibile per l’accrescimento dell’influenza dei cinesi nel mondo.

 

«Il loro progetto sui dati umani è interfacciato con il lancio della CBDC [la moneta elettronica cinese, ndr] e saranno in grado di corrompere  individui al di fuori della competenza dei regolatori bancari o della supervisione normativa sovrana»

«Questo dà loro la possibilità di raggiungere direttamente le persone, il che è un vero problema. Quindi non credo che possiamo permettercelo. Credo che sia cancerogeno. Non puoi avere un po’ di cancro. O hai il cancro o non ce l’hai. E quindi dobbiamo tutti parlare del lancio della CBDC e del motivo per cui è così importante comprenderlo nel contesto della grande strategia cinese».

 

Come riportato da Renovatio 21, non è la prima volta che Kyle Bass suona l’allarme sull’estremo pericolo costituito da una moneta digitale cinese.

 

«Sarà un “mondo nuovo” per un Partito Comunista Cinese che è noto per corrompere, rubare, costringere, a fare tutto ciò che fanno mentre si muovono per il mondo»

«Immagina una valuta che ha quasi una mente propria… Conosce i dati del tuo conto, conosce la tua data di nascita, il tuo numero di previdenza sociale, conosce dove vivi» e cosa esattamente ti piace comprare, aveva dichiarato mesi fa, ricordando come tutta questa mole di dati può finire nelle mani del Partito Comunista Cinese.

 

«Penso che il renminbi digitale sia la più grande minaccia per il mondo così com’è oggi» aveva detto in un’altra intervista a Epoch Times.

 

«Penso che li vedrai lanciare il Valuta digitale della Banca centrale cinese, lo yuan digitale. Penso che sia un cavallo di Troia digitale» aveva preconizzato.

 

Un anno fa Bass aveva predetto che il fondatore del mega-portale di ecommerce Alibaba Jack Ma sarebbe stato fatto «scomparire» da Pechino entro un anno: una previsione puntualmente avveratasi.

 

«Questo dà loro la possibilità di raggiungere direttamente le persone, il che è un vero problema. Quindi non credo che possiamo permettercelo»

Il finanziere del Texas quest’estate aveva parlato del ritiro dall’Afghanistan da parte degli USA come una grande occasione per la Cina che nel Paese già estraeva minerali rari, elemento di vitale importanza per l’industria mondiale di cui Pechino si appresta a diventare monopolista.

 

Come riportato da Renovatio 21, Bass di recente ha ipotizzato che il crollo di grandi imprese cinesi come Evergrande sia «pilotato» da Xi Jinping per abbattere il prezzo delle case ed evitare quindi uno shock sistemico inaffrontabile.

 

Sarebbe quindi in corso un contenimento della crescita economica cinese: «In questo momento», aveva detto Bass, tutti coloro che credono che la Cina crescerà all’infinito del 6% all’anno «si sbagliano di grosso».

 

 

 

 

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