Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Pensiero
Volodymyr Zelensky e l’etnopolitica
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Time Magazine ha proclamato Volodymyr Zelensky «uomo dell’anno 2022»; scelta ovvia per la redazione del settimanale: il presidente ucraino è l’incarnazione del coraggio pervasivo che ha consentito al popolo di resistere all’invasore russo.
Ma, a cominciare dal 25 luglio scorso, il potere in Ucraina si è trasferito dalle mani di Zelensky a quelle del vicepresidente del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa nazionale, Oleksiy Danilov. Zelensky si concentra sul compito di portavoce del regime, delegando a Danilov la stesura dei decreti che poi il presidente firma. I due hanno instaurato un regime di terrore.
Il 17 e 25 luglio tre membri del Consiglio sono stati silurati per diversi fatti di tradimento, riportati da funzionari ai loro ordini:
– il diplomatico Ruslan Demchenko;
– il capo del servizio d’intelligence, lo SBU, Ivan Bakanov, amico d’infanzia di Zelensky;
– infine, l’ex consigliera giuridica di Zelensky, la procuratrice generale Irina Venediktova.
A proposito di questi giorni cruciali, Rinat Akhmetov, prima della guerra l’uomo più ricco dell’Ucraina, ha dichiarato che Zelensky si è impadronito del potere, di tutti i poteri, sotto l’apparenza di riforme.
Il 26 agosto, sul canale NTA, Oleksiy Danilov ha rivelato che il Consiglio per la Sicurezza e la Difesa a novembre 2021, vale a dire quattro mesi prima dell’intervento militare russo, aveva adottato un piano per la difesa del Paese.
Il documento è stato preparato dopo che Zelensky aveva respinto il piano per un Minsk III, proposto l’8 e 9 dicembre 2019 da Parigi. «È un documento fondamentale, nonché voluminoso, che descrive le attività di tutti i corpi delle forze armate, senza eccezioni: chi deve agire e come in una situazione di legge marziale», ha precisato Danilov il 7 settembre a Left Bank.
Assassinio gli oppositori politici
Gli assassinii politici sono in genere prerogativa dei nazionalisti integralisti, non di organismi governativi. In ogni momento possono sequestrare e fare sparire, persino giustiziare nella pubblica via sotto gli occhi di tutti, gli oppositori politici. Le vittime sono innanzitutto giornalisti e politici eletti. Non si tratta di un’innovazione: queste uccisioni hanno cadenzato la guerra civile iniziata nel 2014.
Si pensi al deputato Oleg Kalashnikov, ucciso nel 2015 sulla soglia della sua abitazione con undici pallottole alla testa. La polizia non ha mai accertato né l’esecutore né il mandante dell’assassinio.
In alcuni casi sono azioni dello SBU (servizio d’intelligence). Come, per esempio, l’esecuzione del negoziatore ufficiale Denis Kireev, di ritorno da Gomel [in Bielorussia], dove aveva partecipato agli incontri, infruttuosi, con la Russia. È stato ucciso per strada il 6 marzo 2022 perché durante i negoziati aveva osato menzionare i legami storici tra Kiev e Mosca.
I dirigenti politici non si assumono la responsabilità di queste operazioni, ma le fomentano. Affermano che il Paese deve essere «epurato»; che si devono uccidere non solo gli agenti della Federazione di Russia, ma chiunque diffonda la cultura russa o ne riconosca il valore.
Procedimenti penali sono stati avviati contro alti funzionari di Stato, come il deputato Yevhen Murayev, l’ex ministro degli Esteri Arsen Avakov, l’ex primo ministro Arseni Iatseniouk, l’ex segretario del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa Oleksandr Truchynov, nonché contro l’ex presidente Poroshenko.
Lo SBU ora arresta anche molti civili, accusati di aver collaborato con i russi.
Vietare la lingua russa
Secondo gli Accordi di Minsk II (articolo 11, nota esplicativa) (1) del 12 febbraio 2015, spettava alle regioni del Donbass scegliersi la loro lingua ufficiale.
Il 1° settembre 2022 Danilov ha invece dichiarato: «Sono loro [gli abitanti del Donbass] che devono trovare una lingua comune con noi, non noi con loro. Abbiamo dei confini e se qualcuno non è soddisfatto delle leggi e delle norme che regolano il territorio del nostro Paese, noi non tratteniamo nessuno»,
Il 21 ottobre ha precisato meglio: «La lingua russa dovrebbe sparire completamente dal nostro territorio perché strumento di propaganda ostile e di lavaggio del cervello della nostra popolazione».
Controllare i media
Il 20 luglio, in piena crisi del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa, Danilov ha dichiarato che molti personaggi, che prima dell’«aggressione russa» comparivano abitualmente in televisione, ora non si vedono più. «Non si sa dove siano finiti. Lo SBU farà dichiarazioni pesanti su di loro».
Danilov li ha accusati di riferire il punto di vista russo: «Da noi inculcare le versioni russe è una cosa molto, molto pericolosa. A quanto pare dovremmo sforzarci di capire. Sapete cosa vi dico? Non abbiamo bisogno di loro. Lasciate che se ne vadano, che tornino nei loro acquitrini a gracchiare nella loro lingua russa.»
Il Consiglio per la Sicurezza e la Difesa aveva già assunto la sorveglianza di tutti i media sia scritti sia radiotelevisivi. Aveva inoltre vietato un centinaio di canali Telegram, definendoli «filorussi».
Distruggere 100 milioni di libri russi
Il 19 maggio, ossia prima della crisi del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa, l’Istituto del Libro Ucraino, ente che sovrintende alle biblioteche pubbliche, è stato incaricato di distruggere 100 milioni di opere. (2)
Tutti i libri di autori russi, oppure pubblicati in lingua russa, oppure stampati in Russia dovevano essere distrutti.
È stata nominata una Commissione parlamentare per la verifica dell’attuazione di questa epurazione intellettuale. È emerso che la stragrande maggioranza dei libri delle biblioteche erano manuali di cucina, di cucito e così via.
Queste pubblicazioni hanno dovuto attendere prima di andare al macero, perché la priorità è stata riservata ad autori perniciosi come Aleksandr Puskin e Lev Tolstoj.
Vietare partiti politici
Uno alla volta, tutti i 12 partiti politici di opposizione sono stati dichiarati illegali. L’ultimo è stato sanzionato il 22 ottobre (3). Gli eletti sono stati destituiti dai loro incarichi.
Solo l’oblast’ di Transcarpazia, vicino all’Ungheria, rifiuta di estromettere gli eletti locali provenienti dai partiti politici ora fuori legge.
Confiscare i patrimoni degli oppositori e dei russi
Da fine febbraio l’Agenzia Ucraina di Ricerca e Gestione degli Averi (ARMA), organo della lotta alla corruzione voluto dall’Unione Europea, ha sequestrato beni per 1,5 miliardi di grivnia, ossia 41 milioni di dollari.
Gli oligarchi proprietari di media sono stati costretti uno dopo l’altro a cederli. Si è trattato dell’esecuzione di un piano deliberato, finalizzato a sottrarre il Paese alla loro influenza. Conservano però il diritto di possedere altri tipi di società.
Secondo una legge ucraina del 2021, gli oligarchi sono gli 86 cittadini che hanno un patrimonio di almeno 80 milioni di dollari, nonché un ruolo nella vita pubblica, e che esercitano grande influenza sui media. Secondo Danilov, a guerra finita non dovrebbero più esserci oligarchi.
Il 7 novembre il Consiglio per la Sicurezza e la Difesa ha deciso di nazionalizzare le imprese che appartengono agli oligarchi, tra i quali anche Igor Kolomojskji, finanziatore di Volodymyr Zelensky. Ora sono amministrate dal ministero della Difesa e alla fine della legge marziale dovrebbero essere «restituite al popolo ucraino».
La norma si applica anche alla società costruttrice ucraina di motori di aereo, Motor Sich, già in contenzioso con investitori cinesi davanti a una Corte di arbitraggio dell’Aia (affare Beijing-Skyrizon) [Nel 2017 il 41% della Motor Sich è stato rilevato dalla cinese Beijing’s Skyrizon Aviation, ndt].
La Cina, che chiede 4,5 milioni di dollari, ha definito la nazionalizzazione un «furto». Secondo Beijing, «Dal 2020 il governo ucraino ha creato continui problemi, criticato, imbrigliato e perseguitato senza ragione gli investitori cinesi, persino imposto sanzioni economiche speciali senza motivo, nell’intento di nazionalizzare Motor Sich PJSC con mezzi illegali e saccheggiare spudoratamente i beni cinesi all’estero».
Il 20 ottobre il Consiglio di Sicurezza e Difesa ha sequestrato sul territorio ucraino beni di 4.000 società e persone russe.
Il provvedimento riguarda anche personalità ucraine trasferitesi in Russia prima della guerra, per esempio i cantanti Taisiya Povaliy, Ani Lorak, Anna Sedokova, nonché la presentatrice televisiva Regina Todorenko.
Vietare la Chiesa ortodossa
Il 1° dicembre il Consiglio per la Sicurezza e la Difesa ha deciso di «vietare alle organizzazioni religiose, affiliate a centri d’influenza della Federazione di Russia, di operare in Ucraina», ha annunciato il presidente Zelensky, firmando il decreto 820/2022. (4)
Al Servizio di Stato per l’Etnopolitica e la Libertà di Coscienza è stato affidato il compito di sequestrare gli edifici della Chiesa ortodossa che fanno riferimento al patriarcato di Mosca.
Due settimane fa il servizio d’intelligence ucraino (SBU) ha brutalmente perquisito un monastero, accusando dei pope di aver chiamato la Russia «Madre Patria».
Il presidente Zelensky ritiene di rispettare le norme occidentali dei Diritti dell’Uomo. È un fatto che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non potrà più accettare denunce della Russia perché Mosca è uscita dal Consiglio d’Europa.
Tagliare tutte le relazioni con la Russia
Il 4 ottobre il presidente Zelensky ha firmato un decreto che vieta ogni nuovo negoziato con la Russia.
Il 1° dicembre Danilov ha esortato a «distruggere la Russia», precisando così il concetto:
«Devono solo essere distrutti per cessare di esistere in quanto Paese, all’interno delle frontiere dove ora esistono… Sono solo dei barbari. E quando dite che ci si deve sedere allo stesso tavolo con questi barbari e parlare con loro, ritengo che sia indegno del nostro popolo».
Thierry Meyssan
NOTE
1) «Paquet de mesures en vue de l’application des Accords de Minsk», Réseau Voltaire, 12 febbraio2015.
2) «Il governo Zelensky ordina la distruzione di 100 milioni di libri», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 giugno 2022.
3) «L’Ucraina vieta l’ultimo partito di opposizione», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 1 novembre 2022.
4) Decreto 820/2022 della presidenza dell’Ucraina, 1° dicembre 2022.
Fonte: «Volodymyr Zelensky e l’etnopolitica», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 13 dicembre 2022.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Pensiero
Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
Pareva un caso sonnacchioso da fine estate.
Una bimba di quattro anni, tale Anna Rosa, Rosa Maria o giù di lì, viene portata all’ospedale di Palermo perché ha la febbre alta, mal di gola e vomito. Al pronto soccorso ci sarà qualche specializzando o un medico consumato dal caldo. La guardano un po’ e la dimettono subito con diagnosi di «tonsillite essudativa febbrile».
Che significa, in parole povere, che ha le placche; anche in agosto, succede; ormai non ci si capisce più niente, sapete quanti ne abbiamo? Prenda l’antibiotico e la tachipirina, e nel caso tornate.
Però la febbre non passa, e quando la riportano in ospedale, due giorni dopo, qualcuno si accorge che non è una tonsillite, ma una difterite. Malattia poco frequente e però curabile, se si prende in tempo. La curano, infatti, ma potrebbe non essere stata presa in tempo, o qualcosa va storto, perché la bimba muore.
Oh be’, sarà un errore medico, uno delle centinaia di migliaia in cui ogni anno incorrono i medici in Italia. Una morte che riempie un trafiletto di colore ed entra dritta dritta nelle statistiche, come quello di Trento, quell’altro di Albenga, quelli di Bari, e così via. Spiace, s’intende.
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Ma ecco che salta fuori che la bambina non era vaccinata, perché i genitori si sono opposti.
La belva apre l’occhio. In un lampo si volta e mette a fuoco la preda.
Partono all’assalto i cosiddetti professionisti dell’informazione. Alla faccia di ogni privacy: sparano il nome e cognome della bambina; il nome e cognome della mamma; il nome e cognome del papà. Chi sono e da dove vengono.
Non c’è ancora nessuna conferma, si attendono gli esami, l’autopsia è ancora di là da farsi. Beh, inezie. Il verdetto è già pronto e strillato nei titoli: BAMBINA NON VACCINATA MORTA DI DIFTERITE – I GENITORI SONO NOVAX.
È il lacerante colpo di timpano che dà il via all’osceno sabba intorno al corpicino di Anna Rosa. Ai giornali, ai TG e ai sedicenti esperti non sembra vero di stirare la gobba e rinverdire i fasti del COVID, e fanno a gara per puntare l’indice più a fondo nelle anime straziate di due genitori ai quali è morta una figlia.
Da subito ci si preoccupa di chiarire che i medici non c’entrano niente. L’hanno detto subito, in ospedale: noi abbiamo fatto di tutto. Come non crederci? Lo dice anche il luminare televisivo. Anche se poi si scopre che non solo hanno confuso la difterite con la tonsillite, perdendo tre giorni, ma che a quanto pare hanno recuperato, il 17 agosto, vaccinandola. D’accordo, una volta si diceva che non si vaccina a malattia in corso per via dell’effetto ADE che intensifica l’infezione, ma che sarà mai? I medici e gli infermieri sono i buoni. Sono sempre i buoni, figuriamoci. Ballano perfino Jerusalema.
I cattivi invece sono i genitori «novax». La morte è colpa loro. Capite, mamma e papà? Lo spiegano i virologi con il muso bianco di cerone: la colpa è solo vostra. Della vostra scelta di non vaccinare Anna Rosa, della vostra riluttanza, ignoranza e diffidenza antiscientifica.
Non importa se nella sola Europa l’obbligo vaccinale anti-difterite è sconosciuto in Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. Che è come dire 260 milioni di abitanti nelle quali non si scorge alcuna ecatombe.
Non importa nemmeno se in Italia il tasso di mortalità all’introduzione del vaccino, nel 1939, era stabilmente basso da vent’anni; non importa se negli anni successivi è perfino aumentato ed è andato a diminuire solo dal 1946, con la fine della guerra e il miglioramento delle condizioni di vita. Se non ci si vaccina, ci si ammala e si muore: parole famose, degne del marmo. La piccola è morta per causa vostra, cari genitori. Altre ragioni non ce ne sono. Siete colpevoli.
È tutto un po’ folle e campato in aria, ma l’azione va a segno. La mamma di Anna Rosa ne è ferita e sfoga il suo dolore su Facebook, respingendo tutto. Denuncia l’errore medico, osserva che la difterite è ancora un sospetto, e ricorda che in casa ha una bara bianca e che solo Dio può giudicare. Sciocchezze. La povera donna ha il torto di rifarsi a quelli che in tempi di maggior decenza si chiamavano rispetto, prudenza, tatto, umanità, timor di Dio. Nulla le viene perdonato, anche perché il suo messaggio, giustamente, non si cura affatto del decoro: è senza punteggiatura, ha una sintassi sconnessa e indulge ad abbreviazioni come «ke» per «che», e «xke» in luogo di «perché».
La madre della bambina morta viene dunque derisa a sangue dalla schiera degli esseri superiori che scrivono pulito. Un’ignorante, dicono sguaiatamente, ed è il meno; un’analfabeta, non fa meraviglia che creda in Dio.
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Del resto, è del quartiere Zen di Palermo, o no? Ci pensa un articolo illuminato a rivelare che qui, come in certe tribù del Borneo, ci sia una «radicata credenza popolare» secondo cui i vaccini siano legati all’autismo, per cui la gente rifiuta l’esavalente. Si informa, peraltro, che allo Zen i ragazzini circolano su moto truccate, girano come ridere coltelli e armi, a capodanno sparano e il parroco è minacciato. Non c’entra nulla, è chiaro, ma tant’è. Siamo tra i selvaggi.
Si alzano sospiri, si scuotono teste: a gente così andrebbero tolti i figli.
Detto, fatto. Si muovono i pezzi da novanta. La Procura competente iscrive mamma e papà, a lettere di pece, nel registro degli indagati per omicidio colposo. Omicidio della loro figlia di quattro anni.
Il Tribunale per i minorenni, per non essere da meno, fa partire degli accertamenti per valutare la loro responsabilità genitoriale. Già, perché hanno altri tre bambini: e glieli porteranno via.
Non solo: avvia un’operazione, definita «urgentisssima», in grande stile. «A partire dal primo giorno di scuola i Carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari di Palermo nord per scovare i bambini non vaccinati». Proprio così, scovare.
La storia continua e non terminerà a breve, ma già da questo si capisce che a Palermo si è riproposto il terno che sei anni fa è uscito su tutte le ruote e ha sbancato l’Italia tutta.
A questo punto, per comprendere bene conviene rivolgersi alla smorfia napoletana, la più titolata, rodata e attendibile.
Innanzitutto si deve considerare la propaganda, affidata ai giornalisti impapocchiati, ai luridi programmi televisivi, ai virologi drogati. Loro, il compito di dare l’accelerata improvvisa, di montare il caso dicendo tutto anche se non si sa niente. Prestigiatori dell’apparenza, stringono un qualunque effetto alla causa che viene loro additata, a scorno di ogni logica, senza timore alcuno. Strillano all’unisono, berciano, battono la grancassa, la buttano in caciara, fanno gran mostra di civici sdegni e invocano il pugno duro.
La smorfia discretamente suggerisce il 4, «’o Puorco».
Tra i significati del numero ci sono anche la Casacca, che si gira e si volta con la convenienza; il Carnefice, colui che fa il lavoro sporco di sgozzare e imbrattarsi; la Bara Vuota, emblema del nulla spacciato per tragedia, come a Bergamo; e, naturalmente, i Pupazzi e il Servo.
Com’è ovvio, la propaganda nulla fa se non ci sono orecchie per ascoltare e bocche per ripetere e amplificare.
E qui entra in gioco l’innumere e garrulo esercito dei vigliacchi, dei mezzi sapienti la cui cultura affonda le radici nei libri di Piero Angela o di Biglino, degli sputacchioni di schermi, degli spiritosissimi, degli statisti da bar, dei rospi ricoperti di veleno. I loro versi assordano come lo starnazzo delle oche alla vista del pastone, ignare dei fornelli che si scaldano alle loro spalle.
Sono i fiancheggiatori, gli utili idioti, la falange quadrata in cui una testa vale l’altra e tutte insieme non valgono uno zero. L’esponente tipico si distingue per la cattiveria: perché l’italiano, checché se ne dica, è cattivo. Basta farsi un giro sui social, dove la melma ribolle più acre, per rendersi conto della pochezza e della mancanza di umanità con cui il bastardume italico tratta le tre cose su cui non è lecito scherzare mai: l’innocenza dei bambini, la misericordia di Dio e il dolore dei genitori.
La smorfia napoletana, a colpo sicuro, indica il 71, «l’Ommo ‘e Merda». Il numero si riferisce peraltro anche al Corvo, egida di queste ripugnanti creature; all’Allegria, loro livido connotato; al Gelo, perché tanto e di natura infernale ce ne vuole in cuore, per fare quel che fanno e come lo fanno; all’Inquisizione, nel duplice senso di tribunale – ma plebeo, da pescivendole e tricoteuses – e di delazione e caccia all’uomo; al Carcinoma, poiché infine questo sono, e della specie più malodorante, rispetto al corpo del disgraziato nostro Paese.
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L’ultimo estratto della terna è il 90, «’a Paura». L’abbinamento alla vicenda sembra banale tanto è semplice, ma a ben vedere c’è di più. La smorfia, che le verità maggiori le indica per accenni, tra i significati riporta il Quirinale: e non è dubbio che con ciò voglia intendere lo Stato italiano nella sua essenza.
Già, perché lo Stato fa paura.
Fa paura in quanto dallo Stato c’è soprattutto da aspettarsi il Male. I suoi bracci operativi, esplica la smorfia, sono il Magistrato che gli conferisce la patente di legittimità e il Generale che lo esegue con la forza. La tenaglia – lo si vede tutti i giorni – si inceppa quando c’è da far rispettare il Bene, il Giusto, la tutela degli inermi, la protezione dell’uomo comune, della famiglia, dell’ordine naturale. In questi casi, quando non fa difetto il magistrato non risponde il generale; e così si forma la convinzione comune che lo Stato sia un ente floscio, imbelle, malfatto e deforme, buono solo a farsi buggerare e ridere dietro.
È un inganno. Laddove lo Stato vuol far valere le cose che gli stanno più a cuore si strappa la maschera di buon minchione, e si svela nella sua vera natura di Moloch.
C’è da far seccare una radice? Da esigere un sacrificio della vita, della libertà, della dignità? Occorre opprimere qualcuno? La tenaglia funziona a meraviglia. Preceduta dalla propaganda di regime e invocata dalla turba dei vili, lo Stato irrompe con la pesantezza di un elefante indiano in piena corsa, stritolando tutto ciò che trova. Il magistrato, seduto nel castelletto sulla groppa, muove il suo bastoncello, imperturbabile, velato da mille cortine di seta; il generale, alle redini, spinge l’animale a tutta forza contro l’obiettivo.
La famiglia di Anna Rosa ha ben motivo di temere. Lo Stato l’ha presa di mira ed è capacissimo, con il pretesto della morte della bambina, di smembrarla e di alzare le teste dei suoi membri sulle picche per spargere il panico.
Lo Stato infatti non solo fa paura in quanto è da temere, ma fa paura in quanto genera terrore. La paura è il modo con cui il Moloch si alimenta e alimenta i suoi soggetti. L’ideale è quello di una popolazione intimorita e inerme, che si può comandare alzando appena un sopracciglio o con una mezza parola. Un po’ come facevano certi padri antichi, i quali però amavano la prole e ne ricevevano il rispetto, dove lo Stato senza pupille esige solo l’obbedienza e la sottomissione più vieta.
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Colpirne uno per educarne cento: i recalcitranti, e anche soltanto i dubbiosi, devono essere ammaestrati dall’accaduto. Devono avere paura di fare la fine di Anna Rosa, di essere colpiti dalla difterite, di non essere curati, di morire, di essere disprezzati e segnati a dito, di perdere la capacità genitoriale, di doversi svenare in spese legali, di passare anni a combattere oltre i propri mezzi, nella solitudine e nel dolore.
Devono avere paura e chinare la testa davanti a questo mostro di morte che è lo Stato, indicibilmente inumano, ingiusto e violento, che vuol essere onorato come un dio, la cui cifra è proprio la paura e il cui numero è il 90.
Ad esso la smorfia napoletana, dalla quale non si sfugge, alla lettera S offre il significato di Satana.
Massimo Zanetti
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Pensiero
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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