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Vaccini, esperimenti umani e Big Pharma: il romanzo profetico di Le Carré

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La notizia c’è, eccome: l’Intitute Hospitalo-Universitaire Méditerranée Infection di Marsiglia ha pregato il professor Didier Raoult di accomodarsi all’uscita. In altre parole: un importante istituto universitario francese di medicina mette alla porta il suo direttore, il quale, dettaglio non trascurabile, è uno dei microbiologi e virologi più importanti su scala globale.

 

Oppure bisogna dire che la notizia ci sarebbe, ma non vale più di venti righe in cronaca? Sorge questo dubbio dato che per il mondo dell’informazione mainstream sembra non sia accaduto nulla o, addirittura, che tutto stia procedendo come deve procedere anche se con qualche fastidioso fisiologico sussulto.

 

O, ancora, la notizia non c’è proprio? E forse per la vulgata vaccinista planetaria è davvero così, poiché il professor Raoult, pioniere della cura anti-COVID tramite idrossiclorochina, critico delle misure restrittive in atto nella Francia vaccinista e vaccinata, allergico al potere delle case farmaceutiche, non poteva sperare in altro epilogo della sua carriera. «Il suo profilo – ci informano le autorità competenti – non è più compatibile con le sue funzioni per le sue prese di posizione sul COVID-19». 

 

Per quanto mi riguarda, ritengo che la notizia sia talmente grossa che nessun aspirante collega potrebbe negarla senza essere bocciato da un’onesta commissione d’esame di giornalismo. Ma, oggi più che mai, anche questo mestiere è costretto a vivere di paradosso e, se uno lo vuole fare bene e con coscienza, deve andare a caccia di non-notizie, di fatti che il potere vuole occultare all’intelligenza ancora in piedi tra le rovine.

 

Da questo punto di vista, il licenziamento del professor Raoult può essere considerato un caso di scuola poiché riassume tre elementi fondanti del totalitarismo sorto sulla narrazione di una pandemia quanto meno anomala: l’arbitrio assoluto del potere, la compiuta deriva religiosa della scienza, il denaro necessario a sostenere l’uno e l’altra. Tutto questo va poi collocato dentro al delirio di onnipotenza tecnologico e informatico, ma questo è un capitolo ulteriore che affronteremo in un altro momento.

 

L’impudica irruzione di potere, scientismo e denaro nella vicenda di un uomo che ha cercato di fare il suo lavoro di medico e ricercatore mi ha convinto definitivamente a trarre dallo scaffale un libro di cui avevo in animo di parlare da qualche tempo, Il giardiniere tenace.

Si tratta di un romanzo di John Le Carré, il genio letterario che ha portato la scrittura spionistica dentro la speculazione metafisica sulla condizione dell’uomo contemporaneo

 

Si tratta di un romanzo di John Le Carré, il genio letterario che ha portato la scrittura spionistica dentro la speculazione metafisica sulla condizione dell’uomo contemporaneo e ne ha individuato la tragedia nella mancanza di strumenti, quand’anche vi fosse la volontà, per distinguere il vero dal falso. Le molteplici identità della spia, le sue molteplici appartenenze, le molteplici verità di cui si fa serva e spacciatrice costituiscono e insieme sono frutto di un generale quadro di menzogna in cui non vi è altra luce che quella gettata dalla potenza dell’arbitrio.

 

Il giardiniere tenace, da cui è stato tratto il film The Constant Gardener – La Cospirazione, è uscito nel 2001 e, anche se non è dichiarato dall’autore, trae spunto dal Contenzioso di Kano. La non complottista Wikipedia, che fornisce un ampio resoconto della vicenda, introduce la questione così:

 

Con l’espressione contenzioso di Kano si fa riferimento ad un insieme di casi giudiziari che vedono coinvolta la multinazionale farmaceutica Pfizer in seguito ad alcuni eventi accaduti nel 1996, quando – nel corso di una grave epidemia nella città di Kano, in Nigeria – diversi bambini furono oggetto di una sperimentazione umana non autorizzata. Tale sperimentazione non era stata preventivamente concordata né con le competenti autorità nigeriane, né con i genitori. Gli interventi riguardarono bambini malati di meningite da meningococco, cui fu somministrata trovafloxacina – un antibiotico sperimentale – invece della ben più documentata terapia a base di ceftriaxone. Secondo le accuse mosse alla Pfizer, i decessi e le lesioni gravi registratisi in seguito alla sperimentazione sarebbero imputabili al protocollo usato; a sua difesa, la multinazionale sostiene che il proprio farmaco è risultato efficace almeno quanto la migliore terapia disponibile all’epoca dei fatti. L’intera vicenda venne alla ribalta dell’opinione pubblica dopo un’inchiesta del Washington Post del dicembre 2000,[1] suscitando un notevole clamore a livello internazionale. Ad oggi il caso è oggetto di due controversie legali, una negli Stati Uniti ed una in Nigeria. Agli episodi di Kano è ispirata la trama del romanzo Il giardiniere tenace di John le Carré, dal quale è stato tratto anche un adattamento cinematografico.

 

«Esiste una tendenza da parte degli studenti, nonché di molti medici, a trattare la letteratura medica con eccessivo rispetto e a dare per scontato che le notizie che appaiono su riviste importanti come “Lancet” e “New England Journal of Medicine” siano indiscutibili»

E ora veniamo al Giardiniere tenace.

 

La trama, a differenza di altri romanzi di Le Carré è lineare e semplice da seguire. Tessa Quayle, giovane avvocato, militante per la difesa dei diritti umani in Africa e moglie del diplomatico Justin Quayle in servizio presso l’Alto Commissariato Britannico in Kenya viene brutalmente uccisa in circostanze misteriose. Il marito, un appassionato di giardinaggio, applica la tenacia del suo hobby alla ricerca della verità sulla morte della moglie. Tessa aveva scoperto che la multinazionale farmaceutica KVH Karel Vita Hudson, grazie alla collaborazione dell’istituto medico universitario canadese Dawes Hospital, ha messo a punto un farmaco contro la tubercolosi denominato Dypraxa e, tramite la società inglese House of ThreeBees, lo sta testando tacitamente e abusivamente in Kenya corrompendo autorità locali e del Regno Unito. Per questo, capisce Justin Quayle, la donna è stata assassinata assieme al medico con il quale stava indagando.

 

Di seguito, evidenziati in corsivo e introdotti da brevissime spiegazioni, trovate alcuni brani del romanzo di Le Carré che di questi tempi sarebbe un peccato lasciare inoperosi  sullo scaffale di una libreria. Siccome si tratta di fiction, mi sono permesso di nerettare i passi che mi hanno colpito con più violenza. Una libertà che baratto volentieri con l’invito a leggere e diffondere il libro, edito in Italia da Mondadori.

 

 

I vangeli della nuova religione

Nel corso delle ricerche, Justin Quayle, scopre nell’archivio della moglie Tessa documenti dai risvolti inquietanti:

 

 «Nelle università corrompere è ancora più facile che negli ospedali: cattedre, laboratori, borse di studio per la ricerca e chi più ne ha più ne metta»

Estratti da riviste mediche specializzate che, in termini più o meno oscuri e opportunamente obliqui, magnificano gli effetti del nuovo farmaco Dypraxa, la sua “assenza di mutagenicità” e “lunga emivita nelle cavie”. Estratti dall’“Haiti Journal of Health Sciences” che avanzano caute riserve sul Dypraxa, firmati da un medico pakistano che ha condotto prove cliniche sul farmaco in una clinica universitaria di Haiti. Sottolineata in rosso da Tessa la frase “potenzialmente tossico”, possibile comparsa di insufficienza epatica, emorragie interne, vertigini, lesioni al nervo ottico. Estratti dal numero successivo della medesima rivista, in cui una serie di luminari dalle lunghe e altisonanti qualifiche contestano l’articolo del medico pakistano citando trecento casi clinici, accusandolo di “scarsa obiettività” e “atteggiamento irresponsabile nei confronti dei malati” e scagliando generici anatemi su di lui. (Nota scritta a mano da Tessa: “Questi opinion-leader tanto obiettivi lavorano tutti per la KVH, che opera tramite ‘commissioni itineranti’ profumatamente pagate per individuare le ricerche più promettenti nel campo delle biotecnologie in tutto il mondo”).

 

 

Il dio-scienza e i suoi profeti

Dagli appunti di Tessa Quayle:

 

Ove presentano i risultati negativi della sperimentazione, lo fanno su riviste specializzate sconosciute e non sulle testate più importanti… di conseguenza l’eventuale smentita di risultati positivi pubblicati precedentemente non ha la stessa diffusione

Esiste una tendenza da parte degli studenti, nonché di molti medici, a trattare la letteratura medica con eccessivo rispetto e a dare per scontato che le notizie che appaiono su riviste importanti come “Lancet” e “New England Journal of Medicine” siano indiscutibili. Tale ingenua fede nei “vangeli clinici” è forse incoraggiata dallo stile dogmatico adottato da molti autori, in maniera tale che le incertezze intrinseche in qualsiasi lavoro di ricerca spesso non vengono messe sufficientemente in luce… (Nota di Tessa: “Gli articoli sono commissionati dalle case farmaceutiche, anche sulle cosiddette riviste prestigiose”). Per quanto concerne gli interventi delle case farmaceutiche ai congressi scientifici e la pubblicità, bisogna essere ancora più scettici… è troppo facile mancare di obiettività… (Nota di Tessa: “Secondo Arnold, le grosse case farmaceutiche spendono miliardi per comprarsi medici e ricercatori che pompino i loro prodotti. Birgit dice che la KVH ha recentemente donato cinquanta milioni di dollari a un’importante clinica universitaria statunitense, oltre a pagare stipendi e rimborsi spese per tre primari e sei ricercatori.

 

 

Il dio-scienza e i suoi adepti

Sempre dalle note di Tessa Quayle:

 

Nelle università corrompere è ancora più facile che negli ospedali: cattedre, laboratori, borse di studio per la ricerca e chi più ne ha più ne metta. ‘È sempre più difficile trovare opinioni scientifiche non comprate’ dice Arnold”.) Ancora Stuart Pocock: … c’è sempre il rischio che gli autori vengano convinti a dare maggior enfasi ai risultati positivi di quanto la realtà effettivamente giustifichi. (Nota di Tessa: “A differenza del resto della stampa mondiale, le riviste farmaceutiche non amano pubblicare cattive notizie”). Ove presentano i risultati negativi della sperimentazione, lo fanno su riviste specializzate sconosciute e non sulle testate più importanti… di conseguenza l’eventuale smentita di risultati positivi pubblicati precedentemente non ha la stessa diffusione. 

 

«Una delle case farmaceutiche più importanti del mondo ha messo centinaia di pazienti a rischio di infezioni letali trascurando di fornire informazioni di importanza cruciale a sei ospedali coinvolti in una campagna di sperimentazione su scala nazionale»

Molti trial non hanno le caratteristiche strutturali necessarie a fornire una valutazione obiettiva della terapia. (Nota di Tessa: “Sono fatte apposta per dimostrarne la validità, non per metterla in discussione, e pertanto peggio che inutili”). Talvolta alcuni autori raccolgono appositamente dati atti a dimostrarne la validità… (Nota di Tessa: “Atti a distorcerne i risultati”.) Estratto dal «Sunday Times» di Londra dal titolo CASA FARMACEUTICA METTE A RISCHIO I PAZIENTI CON SPERIMENTAZIONI IN OSPEDALE pesantemente sottolineato da Tessa e presumibilmente fotocopiato o faxato ad Arnold Bluhm, visto che portava l’annotazione: Arnie, hai VISTO questo?! Una delle case farmaceutiche più importanti del mondo ha messo centinaia di pazienti a rischio di infezioni letali trascurando di fornire informazioni di importanza cruciale a sei ospedali coinvolti in una campagna di sperimentazione su scala nazionale”. 

 

 

Il dio-scienza vive di menzogna

Dagli appunti di Tessa Quayle:

 

“Appunti personali di Tessa. Memorandum. Una scioccante citazione dalla rivista “Time”, circondata di punti esclamativi e con due buchetti agli angoli in corrispondenza delle puntine con cui l’aveva appesa in bacheca, in uno stampatello visibile dall’altra parte della stanza per chiunque avesse occhi per vedere e non distogliesse lo sguardo. Un terrificante universale per dargli ulteriore spinta nella sua ricerca del particolare: IN 93 TRIAL CLINICI I RICERCATORI HANNO RISCONTRATO 691 REAZIONI NEGATIVE, MA NE HANNO RIFERITE SOLTANTO 39 ALL’ISTITUTO NAZIONALE DELLA SANITÀ USA”. 

 

 

Il dio-scienza si ciba di umanità

Dagli appunti di Tessa Quayle:

 

«I colossi farmaceutici statunitensi cercano di prolungare la durata dei loro brevetti in maniera da mantenere il monopolio e i prezzi da capogiro e usare il Dipartimento di stato per spaventare il Terzo Mondo, impedendogli di produrre gli equivalenti generici dei prodotti di marca a un decimo del costo» 

Gran parlare di “Idra farmaceutica americana” e “Capitale abietto”, un articolo frivolo che arrivava da chissà dove intitolato L’ANARCHIA È TORNATA DI MODA. Justin clicca di nuovo e trova sotto accusa la parola “umanità”. Appena la sente pronunciare, Tessa va su tutte le furie. Le basta sentirla, confida a Bluhm via e-mail, evidentemente in vena di confidenze, perché le venga voglia di impugnare una pistola. Ogni volta che sento una casa farmaceutica giustificare le proprie azioni sulla base di Umanità, Altruismo, Doveri verso il genere umano, mi viene da vomitare e non perché sono incinta, ma perché nello stesso tempo leggo che i colossi farmaceutici statunitensi cercano di prolungare la durata dei loro brevetti in maniera da mantenere il monopolio e i prezzi da capogiro e usare il Dipartimento di Stato per spaventare il Terzo Mondo, impedendogli di produrre gli equivalenti generici dei prodotti di marca a un decimo del costo. 

 

 

Il dio-scienza si nutre di denaro

Dagli appunti di Tessa Quayle:

 

Un suo amico ha in cura alcuni casi gravi nell’area di Brooklyn, e dice che le statistiche sono già spaventose. Negli Stati Uniti, nei quartieri sovrappopolati dove vivono le minoranze etniche, l’incidenza è in continuo aumento. O, in un linguaggio comprensibile alle borse di tutto il mondo: se l’andamento del mercato della TBC seguirà le previsioni, ci saranno da rastrellare milioni e milioni di dollari e ad accaparrarseli sarà proprio il Dypraxa, sempre che dalle prove generali condotte in Africa non emergano controindicazioni gravi.

 

 

L’industria farmaceutica dimentica Dio (quello vero)

Birgit, responsabile della Hippo, organizzazione che denuncia gli abusi compiuti dalle case farmaceutiche, soprattutto nel Terzo Mondo, parla con Justin Quayle:

 

Fece una pausa, rendendosi conto che stava parlando troppo, ma Justin non desiderava che cambiasse argomento. “La moderna industria farmaceutica ha solo sessantacinque anni. Vi lavorano anche persone per bene e ha compiuto miracoli dal punto di vista umanitario e sociale, ma la sua coscienza collettiva non è ancora sviluppata. Lorbeer scrive che le case farmaceutiche hanno voltato le spalle a Dio. Fa molti riferimenti biblici che io non capisco. Forse perché non capisco Dio”. 

 

 

Sovvenzione & Repressione

Da un colloquio tra Justin Quayle e Amy, archivista del Dawes Hospital e amica di Lara, la studiosa che ha messo a punto il Dypraxa e si è poi opposta alla sua diffusione avendone scoperto gli effetti collaterali:

 

«Se apri bocca, ti tolgono lo stipendio, ti cacciano dal lavoro e dalla città»

Amy: “La Karel Vita imperversa e la Dawes ubbidisce ciecamente. Ha dato un primo contributo di venticinque milioni di dollari per un nuovo laboratorio di biotecnologia e gliene ha promessi altri cinquanta. Non sono bruscolini nemmeno per una massa di imbecilli senza cervello ma pieni di soldi come la Karel Vita. E, se fanno i bravi, chissà quanto li foraggeranno ancora. Come si fa a resistere?”. “Be’, almeno si prova” disse Amy. “Se non provi neanche, ce l’hai nel culo”. “Ce l’hai nel culo sia che ci provi, sia che non ci provi. Se apri bocca, ti tolgono lo stipendio, ti cacciano dal lavoro e dalla città. Parlare liberamente qui può costare moltissimo, caro il mio signor Quayle, più di quanto la maggior parte di noi si può permettere”

 

 

Corruzione & Falsificazione

Dal colloquio tra Justin Quayle e Lara, la ricercatrice che ha messo a punto il Dypraxa:

 

«Alcuni effetti collaterali erano deliberatamente nascosti. Se ne trovavano, riscrivevano immediatamente il protocollo in maniera che non comparissero più»

“Dopo due anni ho fatto una brutta scoperta. La sperimentazione della KVH era una truffa. I trial non erano studiati in maniera scientifica, ma apposta per poter lanciare sul mercato il farmaco il prima possibile. Alcuni effetti collaterali erano deliberatamente nascosti. Se ne trovavano, riscrivevano immediatamente il protocollo in maniera che non comparissero più”. “Quali erano questi effetti collaterali?”. Tono professorale, caustico e arrogante. “Nel periodo della sperimentazione scorretta, ne sono stati osservati pochi. Questo anche per via dell’entusiasmo della Kovacs e di Lorbeer e del fatto che i centri medici e gli ambulatori del Terzo Mondo volevano a tutti i costi risultati positivi. Dei trial parlavano bene anche le riviste mediche, per bocca di stimati professori che si guardavano bene dallo sbandierare i propri lucrosi rapporti con la KVH. In realtà gli articoli venivano scritti a Vancouver o a Basilea e soltanto firmati dagli illustri luminari. Accennavano al fatto che il farmaco avesse controindicazioni per una percentuale trascurabile di donne in età fertile. Si erano verificati disturbi della vista e qualche decesso, ma grazie a un’abile manipolazione delle date non rientravano nel periodo della sperimentazione”. “Ci sono mai state lamentele?”. Quella domanda la fa arrabbiare. “E di chi? Dei medici e paramedici del Terzo Mondo che facevano soldi con la sperimentazione?”. 

 

 

Uomini & cavie

Dal colloquio di Justin Quayle con Lara:

 

“No, non mi sono lamentata. Ho protestato. Con forza. Quando ho scoperto che il Dypraxa veniva dato per sicuro e non in fase di sperimentazione, sono intervenuta a un meeting scientifico dell’università denunciando nei dettagli la posizione immorale della KVH. E questo non mi ha resa popolare. Il Dypraxa è un buon farmaco, il problema non è questo. Il problema è triplice”. Alza tre dita affusolate. “Uno: gli effetti collaterali vengono deliberatamente nascosti per motivi di lucro. Due: le popolazioni più povere del mondo vengono usate come cavie da quelle più ricche. Tre: un dibattito scientifico legittimo su questi problemi è impossibile a causa delle intimidazioni delle case farmaceutiche”.

 

 

Lucrare necesse est

Dal colloquio di Justin Quayle con Lorbeer, addetto alla diffusione del Dypraxa in crisi di coscienza. Qui Lorbeer usa l’esempio di un vecchio farmaco contro la malaria per mostrare come viene utilizzato a scopo di lucro.

 

“Quei bastardi vendono questo stesso farmaco da trent’anni, ormai. A che cosa serve? Per la malaria. E sa perché ha trent’anni, Peter? Dovrebbe venire la malaria a qualcuno di New York, uno di questi giorni: allora vedrà se non troveranno una cura in fretta!”. Prende un’altra scatola con le mani che, come la voce, gli tremano di sacra indignazione. “Questa generosa e filantropica industria farmaceutica del New Jersey ha regalato il suo prodotto ai paesi poveri e affamati del mondo, okay? Le case farmaceutiche hanno bisogno di essere amate, perché altrimenti si spaventano e diventano tristi”. E pericolose, pensa Justin, ma non ad alta voce. “Perché l’ha regalato? Glielo dico io, va’: perché siccome adesso ne producono uno migliore, questo è diventato inutile. Così regalano agli africani quello vecchio a sei mesi dalla scadenza e per la loro generosità ottengono uno sgravio fiscale di qualche milione di dollari. A parte il fatto che risparmiano qualche altro milione di dollari sui costi di magazzino e di distruzione di vecchi farmaci che non possono più vendere. E tutti gli dicono: ‘Ma guarda che bravi”. Azionisti compresi’”.

 

 

Il denaro alimenta il potere e il potere alimenta il denaro

Sandy Woodrow, dell’Alto Commissariato Britannico spiega a Justin Quayle perché l’inchiesta condotta da sua moglie doveva essere insabbiata e il documento prodotto distrutto:

 

«Su qualcuno i farmaci bisogna ben sperimentarli, no? Voglio dire, chi si sceglie, perdio? La Harvard Business»

Justin riformulò la domanda come se dovesse farsi capire da uno straniero o da un bambino. “Hai pensato di chiedere a Pellegrin perché bisognava distruggere il documento?”. “Due ordini di motivi, secondo Bernard. Tanto per cominciare erano in gioco degli interessi britannici. Dobbiamo difendere ciò che ci appartiene”. “E tu gli hai creduto?” chiese Justin e di nuovo dovette aspettare che Woodrow arginasse un’altra ondata di lacrime. “Ho creduto alla storia della ThreeBees. Certo che ci ho creduto. Punta di diamante dell’imprenditoria inglese in Africa. Gioiello della Corona. Curtiss, cocco dei leader africani, che distribuisce tangenti a destra, a sinistra e al centro ed è una delle grandi risorse del paese. Per di più è nella manica di metà del governo di Sua Maestà, il che non guasta”. “E l’altro ordine di motivi?”. “La KVH. Quelli di Basilea hanno avanzato l’ipotesi di aprire un grande stabilimento chimico nel Galles meridionale e un altro in Cornovaglia nel giro di tre anni. Più un terzo in Irlanda del Nord. Per portare benessere e prosperità nelle nostre zone depresse. Ma se partiamo in quarta sul Dypraxa, si tirano indietro”. “Partiamo in quarta?”. “Il farmaco era ancora in fase di sperimentazione. E lo è tuttora, in teoria. Se avvelena gente che sarebbe morta comunque, che problema c’è? Nel Regno Unito il Dypraxa non aveva ancora l’autorizzazione ministeriale, quindi su quello si poteva stare tranquilli, no?”. Woodrow era di nuovo battagliero. Stava facendo appello a un professionista, a un collega. “Voglio dire, Cristo, Justin. Su qualcuno i farmaci bisogna ben sperimentarli, no? Voglio dire, chi si sceglie, perdio? La Harvard Business School?”. Stupito di non ottenere l’appoggio di Justin su quella bella argomentazione, ne azzardò un’altra. “Voglio dire, Gesù, non spetta al ministero degli Esteri britannico pronunciarsi sulla sicurezza dei farmaci non autoctoni, ti pare? Deve agevolare l’industria britannica, non anadre in giro a raccontare che una società inglese sta avvelenando i suoi clienti in Africa. Conosci le regole del gioco. Non siamo pagati per avere il cuore tenero. In un modo o nell’altro quella gente morirebbe comunque”. 

 

 

Questa è fiction. E la realtà?

l termine del romanzo, nella «Nota dell’autore», Le Carré tiene a dire che l’Alto Commissariato Britannico di Nairobi non è come lo ha descritto nella sua storia, che il Dypraxa non è mai esistito, cosi come anche la KVH e i vari altri istituti citati. Riferimenti a persone e fatti realmente accaduti sono del tutto casuali.. Ma poi dice anche:

«La sopravvivenza della BUKO è resa ancora più necessaria dal fatto che le opinioni in campo medico vengono insidiosamente e metodicamente corrotte dai colossi farmaceutici. E la BUKO non solo mi ha aiutato moltissimo, ma mi ha invitato a tessere le lodi delle case farmaceutiche corrette»

 

La BUKO Pharma-Kampagne di Bielefeld, in Germania – da non confondere con la Hippo del romanzo – è un’organizzazione finanziariamente indipendente e a corto di personale i cui componenti si battono con lucidità e competenza per denunciare gli abusi che le case farmaceutiche compiono, soprattutto nel Terzo Mondo. Se siete in vena di generosità, vi invito a mandare loro un contributo per aiutarli a proseguire nella loro opera. La sopravvivenza della BUKO è resa ancora più necessaria dal fatto che le opinioni in campo medico vengono insidiosamente e metodicamente corrotte dai colossi farmaceutici. E la BUKO non solo mi ha aiutato moltissimo, ma mi ha invitato a tessere le lodi delle case farmaceutiche corrette. (…)

 

Sia il dottor Paul Haycock, veterano dell’industria farmaceutica internazionale, sia Tony Allen, grande conoscitore dell’Africa e consulente farmaceutico dotato di occhi e di cuore, mi hanno aiutato e dato consigli, informazioni e allegria, sopportando con buona grazia i miei attacchi contro la loro categoria – come peraltro l’ospitalissimo Peter, che preferisce rimanere modestamente nell’ombra. Alle Nazioni Unite ho ricevuto una mano da parecchie persone schiette. Nessuna di loro sapeva che cosa cercavo, ma credo sia opportuno non farne i nomi. (…)

 

Nel descrivere le tribolazioni di Lara nel capitolo diciotto, mi sono ispirato a numerosi casi, avvenuti in particolare nel continente nordamericano, di ricercatori medici di grande competenza che hanno osato dissentire dalle opinioni dei loro finanziatori e che per questo hanno subito umiliazioni e persecuzioni. Il punto non è se i loro scomodi risultati fossero corretti o meno. In gioco c’è il conflitto tra coscienza individuale e interessi delle società, il diritto elementare dei medici di esprimere opinioni scientifiche autonome e il loro dovere di informare i pazienti sui rischi che ritengono associati ai trattamenti prescritti.

 

FINE 

 

O è solo l’inizio?

 

 

Alessandro Gnocchi

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

 

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Gli omosessuali contro Dune

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Il film campione di incassi, in questa disgraziata stagione dei cinema europei funestati dalla pandemia, è il kolossal americano Dune. Stranamente è uscito da noi prima che in America – forse perché la versione nostrana era stata approntata per il Festival di Venezia, forse perché volevano capire che effetto poteva fare. Il film uscirà nelle sale USA praticamente in contemporanea con lo streaming su HBO.

 

Come noto, Dune è la riduzione cinematografica di un potente ciclo di romanzi di fantascienza scritti negli anni Sessanta da Frank Herbert. La storia, che parla di messia e imperi galattici, di giustizia per i popoli oppressi, ha contenuti che il mondo oggi riconosce come «attuali», come un supposto ambientalismo di fondo, la giustificazione dell’indipendenza del Terzo Mondo (che però ha bisogno di un bianco che lo guidi, nel più classico «white saviour complex»), lo sfruttamento delle riserve energetiche. In realtà, Herbert scriveva ispirandosi forse alla questione araba dei suoi anni, tanto che alcuni residui di – la parola jihad usata in accezione molto positiva – oggi suonano strambi assai.

 

Quella del regista Villeneuve, con il suo all-star cast di attori della Hollywood più recente, non è la prima volta di Dune al cinema.

 

Ci aveva provato negli anni Settanta il geniale regista-mago Alejandro Jodorowski, mettendo insieme un cast che andava da Salvador Dalì a Orson Welles a Mick Jagger, con i Pink Floyd alla colonna sonora e i migliori artisti (Moebius, Giger) alla scenografia.

 

Il film non venne mai realizzato, nonostante un paio di milioni di dollari – di allora – sputtanati per la preproduzione (Dalì, per divenire l’attore più pagato del mondo, voleva 100 mila dollari l’ora, lo accontentarono…), tuttavia è riconosciuto che il progetto ebbe un’influenza immane sul cinema, ponendo le basi per la produzione di pietre miliari come Guerre Stellari e Alien.

 

Tuttavia, se facciamo a meno di considerare le non indimenticabili serie TV che produssero nei primi anni 2000, il vero grande precedente è costituito dal Dune di David Lynch prodotto da Dino De Laurentiis nel 1984.

 

Si tratta di un film che chi è cresciuto negli anni Ottanta difficilmente non ha visto: era uno dei maggiori kolossal, pure mezzo italiano, di quell’epoca. Fu un flop, e Lynch fatica ancora oggi a parlarne nelle interviste. I critici vomitarono. Il pubblicò disertò.

 

Chi scrive invece ritiene sia un capolavoro. Riguardandolo in questi giorni, ho capito che il giudizio ha un motivo che va ben al di là della nostalgia di quei giorni in cui, a sei anni, fu portato in un cinema di montagna a vederlo.

 

Il film è bizzarrissimo. Permette di sentire, e in continuazione, i pensieri dei personaggi. Che in molti casi, vero, sono piuttosto bidimensionali. Ma il tutto è calato in immagini che riescono ad essere tetre ed epiche.

 

Soprattutto, lo pensavo quaranta anni fa e lo penso tuttora, c’è una cosa davvero riuscita del film: i cattivi.

 

Il Casato Harkonnen, con il suo pianeta notturno, le sporche architetture gotico-industriali e i sempiterni capelli rossi, è pressoché perfetto. C’è il crudele barone Vladimir Harkonnen, il ciccione volante, sfigurato da pustole e da un sadismo senza limiti. C’è Glossu Rabban, corporatura endomorfa, sorriso diabolico e carnivoro al punto da consumare perfino bevande fatte di esseri viventi spremuti. C’è Nefud, l’incerto capo delle guardie del barone. C’è Feyd Rautha, atletico e calcolatore, non meno tremendo dello zio Vladimir.

 

Scopriamo ora che contro il film, a causa degli Harkonnen, negli anni si è scatenata la comunità LGBT, pardon, degli omosessuali – nel senso dei maschi. Perché la sigla LGBT è solo una maschera strategica per coprire l’agenda del gruppo omo-maschile: le lesbiche, prima di essere inzigate, si facevano i fatti loro, i transessuali non hanno vero peso e i bisessuali chi li ha visti mai.

 

«Il film più oscenamente omofobo che abbia mai visto»

Quindi: gli homo dichiarano guerra a Dune.

 

Il motivo sono proprio le scene e i personaggi che impressionavano come più riusciti nella loro villaneria.

Lo storico del cinema Robin Wood nel libro Hollywood from Vietnam to Reagan definisce Dune «il film più oscenamente omofobo che abbia mai visto». Il riferimento è alle scene in cui appare il barone Harkonnen, in particolare ad una delle prime.

 

Il barone Harkonnen uccide gratuitamente un personaggio efebico che pare attirare il suo desiderio. Così come, nel quadro di un incesto omofilo, pare guatare con voluttà il corpo seminudo del nipote Feyd Rautha (interpretato da Sting, in un momento di indice di massa grassa inferiore al 10%) che esce da una doccia gassosa.

 

 

Buttiamo nella mischia anche l’orrenda misoginia, con la scena in cui gode, dopo averlo a lungo programmato, a sputare in faccia alla moglie del suo rivale mentre questa è legata a terra (e lui, invece, svolazza qua e la) .

 

 

Lo studioso accusa il film di Lynch di «essere riuscito ad associare in una singola scena l’omosessualità con la grossolanità fisica, depravazione morale, violenza e malattia».

 

Wood non è solo. Lo scrittore gay Dennis Altman scrisse che il film può essere preso ad illustrazione di come nei primi anni Ottanta «i riferimenti all’AIDS iniziarono a penetrare nella cultura popolare…  È stato solo un caso che nel film Dune il cattivo omosessuale aveva piaghe suppuranti sul viso?».

 

Lo studioso accusa il film di Lynch di «essere riuscito ad associare in una singola scena l’omosessualità con la grossolanità fisica, depravazione morale, violenza e malattia»

Sangue e pustole. Malattia. All’epoca l’AIDS era vista così, altro che alone viola, preservativo, fiocchetto rosso, cocktail di antivirali pagati dal contribuente, solidarietà etc.

 

Scorrendo la rete, è possibile vedere che gli interventi sul tema sono tanti. Dune omofobo.

 

Un utente di Reddit si chiede se sia vero. Dice di aver letto il libro, dove, secondo lui, il barone era da considerarsi, più che omosessuale, pedofilo… Ma questa è una porta che nessuno crediamo voglia aprire.

 

Invece, altri utenti trovano una citazione che pare spiegare le scelte creative di Lynch nel libro di Herbert L’Imperatore-dio di Dune:

 

«L’omosessuale, latente o meno, che mantiene quella condizione per ragioni che si potrebbero chiamare puramente psicologiche, tende a indulgere in comportamenti che causano dolore, cercandolo per sé e infliggendolo agli altri. Lord Leto dice che questo risale al comportamento di prova nel branco preistorico».

«I riferimenti all’AIDS iniziarono a penetrare nella cultura popolare…  È stato solo un caso che nel film Dune il cattivo omosessuale aveva piaghe suppuranti sul viso?»

 

Un altro risponde che nello stesso romanzo, pagine prime, vi era un elogio dell’omosessuale come buon soldati.

 

Sul altri forum volano gli stracci.

 

«In realtà Herbert ERA omofobo. Nella vita reale ha praticamente rinnegato suo figlio gay, e nel testo God-Emperor a cui si fa riferimento cita specificamente l’omosessualità maschile come motivo per NON usare truppe maschili poiché, sebbene possano essere grandi guerrieri, gli omosessuali fanno parte dello spostamento del sesso nel dolore: si abbandonano a comportamenti che causano dolore».

 

Parlando di un passaggio particolare della storia, l’utente scrive che «il personaggio principale ipotizza che alcune truppe suicide debbano essere omosessuali come “Quando gli umani per qualsiasi motivo diventano terminali per quanto riguarda la sopravvivenza della loro specie, è relativamente facile spingerli oltre il breve passo nel voler morire”».

 

È riportato che il vizietto del barone Harkonnen, nella successiva trasposizione a serie TV, è molto attenuato. Forse impercettibile. In pratica, la saga continua nei cuori dei fan e dei produttori cinematografici, ma certe posizioni del creatore del ciclo, come dire, si possono stingere…

«In realtà Herbert ERA omofobo. Nella vita reale ha praticamente rinnegato suo figlio gay»

 

Non c’è in corso solo una de-omofobicizzazione. La rimozione di ogni contenuto anche vagamente critico alla sfera LGBT: pensate agli attacchi al film Il Silenzio degli Innocenti (Il Silenzio degli agnelli, in originale: i distributori avevano paura di urtare la famiglia FIAT) per il fatto che l’assassino abbia evidenti pulsioni trans.

 

C’è all’opera una vera omosessualizzazione dell’audiovisivo, a partire dai film per ragazzi. La rivelazione di qualche mese fa è che uno dei personaggi più popolari dell’universo Marvel (acquistato e pompato a mille dalla Disney), Loki, è bisessuale. Interessante che lo debbano dire apertis verbis al loro pubblico di minorenni.

 

Quindi, ci chiediamo: quanti personaggi gay ci saranno nel nuovo Dune ore in sala? Nessuno? O si sarà invertito il quadro, e qualcuno nella squadra degli eroi della Casa Atreides, con buona pace dell’anima di Herbert, avrà fatto outing?

 

Timothée Chalamet, il protagonista, è un ragazzino divenuto famoso per aver interpretato l’amante minorenne di un professore americano che viene in Italia nel film Chiamami con il mio nome. Su Twitter, dopo la presentazione al Festival di Toronto, l’attore James Woods ha scritto della differenza di età tra gli amanti del film piazzando l’hashtag NAMBLA, la sigla della storica organizzazione in difesa della pedofilia.

 

La realtà è che noi non lo possiamo sapere. Perché, senza green pass, al cinema non entreremo.

 

Non come quei fortunati che, vaccinati e certificati elettronicamente, potranno andare in una sala semivuota a godersi le avventure dei Fremen, un popolo oggetto delle angherie di un potere che lo sottomette per la sua tecnologia e per la stessa crudeltà dei suoi baroni.

 

Chissà se a qualche fortunato, abbassando la mascherina per manducare un pop corn, questa storia ricorderà qualcosa.

 

 

 

 

Immagine di LSGC via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 3.0 Unported (CC BY-NC 3.0)

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Il cantante dei Megadeth Dave Mustaine contro mascherine e tirannia sanitaria

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Nuovo caso di rocker che, rara avis, si schiera contro la dittatura sanitaria.

 

Il 15 settembre a Camden, New Jersey, i Megadeth, storico gruppo Thrash Metal americano, hanno tenuto un concerto.

 

I Megadeth sono attivi dal 1983 e sono, di fatto, un’emanazione del chitarrista e cantante Dave Mustaine, che faceva parte dei Metallica per poi essere allontanato dopo intensi litigi. Tuttavia, alcune delle canzoni più potenti dei Metallica – come la strumentale Orion – portano anche la firma di Mustaine.

 

Nel concerto in New Jersey di tre giorni fa, Mustaine, 60 anni, prima di eseguire l’ultima canzone (Holy Wars, un pezzo sulle violenze in Medio Oriente, che effettivamente suona bene anche oggi), ha preso il microfono e ha detto un paio di cose sulla situazione attuale.

 

«Voglio solo dirvi quanto è bello. Guardatevi intorno, ragazzi. Guardate alla vostra destra, guardate alla vostra sinistra e guardate quanto è meraviglioso. Siamo tutti qui insieme».

 

In effetti, veniamo da mesi in cui i concerti – come ogni altro libero raggruppamento di esseri umani – sono stati proibiti.

 

«Non stiamo dando di matto, e noi non stiamo urlando alla gente, “indossa la tua fottuta mascherina”»

«Non stiamo dando di matto, e noi non stiamo urlando alla gente, “indossa la tua fottuta mascherina”».

 

«Ascoltate, inizia con questo tipo di sensazione che costruiamo in questo momento. Ci sentiamo insieme, sentiamo la forza nei numeri. Ci sentiamo invincibili. Le persone non saranno in grado di fermarci».

 

«In questo momento, quello che sta succedendo è la tirannia. Questa si chiama tirannia. Pensateci quando tornate a casa. E la tirannia non è solo nel governo. La tirannia in questo momento è nelle scuole e la tirannia è nel settore medico».

 

I sottotitoli sono di Renovatio 21.

 

«In questo momento, quello che sta succedendo è la tirannia. E la tirannia non è solo nel governo. La tirannia in questo momento è nelle scuole e la tirannia è nel settore medico»

La folla ha risposto scandendo in coro «U.S.A.–U.S.A.». È un coro che peraltro si sente spesso durante le apparizioni di Trump. Quando l’ex presidente qualche settimana fa è entrato nello stadio dove si stava tenendo un importante match di MMA, il pubblico lo ha salutato urlando all’unisono questa minimale formula canora nazionalista.

 

Mustaine in passato ha sostenuto attivamente il Partito Democratico, per poi passare a fiancheggiare negli anni 2000 figure del Partito Repubblicano. Passò quindi ad attaccare il presidente Obama come «il presidente più divisivo mai visto» e sostenendo la tesi dei cosiddetti birthers, secondo cui Obama non è davvero nato negli USA – quindi, secondo la legge, non potrebbe essere presidente.

 

Mustaine ha inoltre suggerito durante passati concerti che le stragi in America potrebbero essere state concepite dal sistema per implementare la confisca delle armi dei cittadini.

 

Nel 1988 alcune sue parole (disse semplicemente: «… per la causa») durante un concerto a Belfast crearono una rivolta perché vennero interpretata come un endorsement dell’IRA.

 

Nonostante nel video sembri un po’ stanco – diciamo – bisogna ammettere che la lucidità c’è tutta.

 

«Abbiamo il potere, specialmente noi fan dell’heavy metal, abbiamo il potere di cambiare le cose»

Quella sua e quella del suo pubblico.

 

«Abbiamo il potere, specialmente noi fan dell’heavy metal, abbiamo il potere di cambiare le cose» dice Mustaine prima di riprendere le corde per l’ultimo pezzo.

 

È vero. Mustaine è un raro caso di musicista che si rende conto che i panorami apocalittici che metteva nelle canzoni decenni fa ora sono diventati realtà inoppugnabile. E, gli artisti non possono fare finta di niente – come invece stanno facendo tutti, anche in Italia, dove il conformismo rock – dal cantante in zona INPS al giovane gruppo da concertone dei sindacati 0 ha raggiunto livelli raccapriccianti.

 

 

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Eric Clapton lancia una canzone contro la prigione pandemica

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Eric Clapton pubblica un’altra canzone dal sapore politicamente scorretto decisamente anti lockdown dal titolo This Has Gotta Stop, che tra i suoi versi recita apertis verbis una condanna dell’attuale situazione in cui è finito il mondo:

 

«Basta, non lo posso più sopportare / Sono in giro da molto, molto tempo /Vedo tutto questo e sono abituato a essere libero».

 

La canzone ha un andamento blues molto deciso e frizzante, ed è stata scritta dallo stesso Clapton e prodotta dal suo collaboratore Simon Climie con Sonny Emery alla batteria, Nathan East al basso, Sharon White ai cori e con Nick Ingman e Perry Montague-Mason per quanto riguarda gli arrangiamenti e la sezione archi.

 

«Basta, non lo posso più sopportare / Sono in giro da molto, molto tempo /Vedo tutto questo e sono abituato a essere libero»

 

Il bluesman britannico è in aperta polemica con tutto quello che riguarda le restrizioni e gli obblighi che i governi, in ispecie quello britannico, hanno imposto ai propri cittadini.

 

Già lo scorso dicembre, insieme a Van Morrison, pubblicarono un brano intitolato Stand and Deliver, per protestare contro il lockdown indetto dal governo di Londra. 

«Ho preso la prima dose di AZ [AstraZeneca] e subito ho avuto reazioni gravi che sono durate dieci giorni. Le mie mani e i miei piedi erano congelati, insensibili o in fiamme, e praticamente inutili per due settimane, temevo che non avrei mai più suonato»

 

Il Clapton, nei mesi invernali, ha ricevuto le due dosi di siero contro il COVID con delle conseguenze fisiche sinceramente fastidiose e preoccupanti come lui stesso racconta:

 

«Ho preso la prima dose di AZ [AstraZeneca] e subito ho avuto reazioni gravi che sono durate dieci giorni. Le mie mani e i miei piedi erano congelati, insensibili o in fiamme, e praticamente inutili per due settimane, temevo che non avrei mai più suonato».

 

Parole forti dette da un musicista che si è «fidato» del proprio governo riguardo al vaccino, o presunto tale, ma che sulla propria pelle ha subìto gravi conseguenze nonostante «la propaganda dicesse che il vaccino era sicuro per tutti», disse proprio il chitarrista qualche mese fa, ma i fatti stanno dimostrando il contrario.

 

Nelle canali mainstream italioti i vari nani, saltimbanchi e ballerine starnazzano critiche a pappagallo verso artisti come Clapton che esprimono con coerente coraggio un suo pensiero che, ahimè, differisce dalla vulgata corrente e che quindi è condannabile e criticabile dai salottieri televisivi. 

 

Clapton non intende esibirsi dove è richiesto il lasciapassare sanitario. «Non mi esibirò dove viene richiesto»

Slowhand ha anche detto che non intende esibirsi dove è richiesto il lasciapassare sanitario. «Non mi esibirò dove viene richiesto», ha ribadito con fermezza il cantautore britannico.

 

La dichiarazione di Clapton è stata resa nota attraverso l’account Telegram del produttore cinematografico e architetto Robin Monotti, anch’egli scettico nei confronti del vaccino COVID-19 e critico nei confronti delle misure messe in campo dal governo inglese.

 

Ben vengano i Clapton, i Van Morrison, i Richard Ashcroft che esprimono una sorta di forma di ribellione nei confronti di queste leggi liberticide che ci vengono imposte in nome della «lotta alla pandemia».

 

Da noi poche voci dissonanti del «circolo degli artisti» si sono levate in timidi, ma intelligenti proteste contro questo sistema; non c’è da stupirsi nel vedere se solo una esigua quantità di personaggi cerca di criticare i vari lockdown, sieri salvifici e tessere verdi, perché tutto il resto è uniformato al potere ideologico costituito.

 

I cantori delle «vite spericolate piene di guai» e i suoi adepti si sono mostrati indefessi difensori della mascherina prima e poi tifosi del tanto discusso «lasciapassare» per accedere ai loro spettacoli dal vivo. 

 

Il rock, che è sempre stata considerata una musica, un’espressione artistica, uno stile di vita ribelle – ma solo nella realtà apparente – oggi più che mai lo vediamo «svuotato» della sua sostanza antisistema, e lo vediamo per quello che è, o che forse è sempre stato, ossia il «veicolo» usato da certi poteri per influenzare le masse a seconda dei propri scopi.

 

Viva la musica veramente ribelle di chi ha il coraggio della sincerità ideologica e artistica.

 

 

 

 

Immagine di Majvdl via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons  Attribution-Share Alike 3.0 Unported2.5 Generic2.0 Generic1.0 Generic

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