Pensiero
Un partito per liberare la Sicilia e la sua ricchezza. Intervista al candidato alle regionali Mario Pagliaro
Il 25 settembre non sarà solo la fatidica data delle elezioni politiche 2022. Quel giorno si voterà anche in Sicilia per rinnovare l’Assemblea Regionale Siciliana – la mitica ARS, che i siciliani seguitano a chiamare convintamente «Parlamento». Renovatio 21 crede che quanto accada in Sicilia vada sempre seguito. Non solo perché è tecnicamente la regione più grande d’Italia, ma perché nei secoli ciò che muove dalla Trinacria – e dal suo sottosuolo – può sconvolgere gli equilibri degli uomini di tutto il mondo: l’Etna è una colossale metafora di ciò che stiamo dicendo, da prendere alla lettera.
Abbiamo appreso che il professor Mario Pagliaro, che già in passato abbiamo intervistato su Renovatio 21, si è ora candidato. Il professore , accademico di Europa, fra gli scienziati italiani più citati al mondo, è chimico esperto in materiali nanostrutturati, nonché tra i massimi conoscitori della tecnologia solare in Italia, che ha spiegato nel preziosissimo libro divulgativo Helionomics. La libertà energetica con il solare (2018).
Pagliaro è candidato per un piccolo partito, Siciliani Liberi, che si presenta alle elezioni regionali per la seconda volta dopo quelle del 2017. Per farlo, il partito ha dovuto raccogliere migliaia di firme in pochi giorni a cavallo di Ferragosto, mentre ai partiti già rappresentati in ARS non era ovviamente richiesta alcuna firma.
I ragazzi ce l’hanno fatta. Le firme sono arrivate, e i candidati sono stati presentati.
Renovatio 21 lo ha sentito per farsi raccontare del suo movimento e della Sicilia, nel presente e nella Storia – e nel futuro.
Professor Pagliaro, cosa è il Movimento Siciliani Liberi?
Un partito politico siciliano che viene da lontano ed è destinato ad andare lontano: perché ha per obiettivo quello di ridare ai siciliani il governo della Sicilia. Inoltre, in continuità con la migliore cultura siciliana, è un partito che esprime una netta dissidenza culturale rispetto a quel «radicalismo borghese» che da tempo domina la propaganda culturale in Italia e in Europa.
Sarete quindi presenti alle Regionali del 25 settembre, ma non alle politiche?
Esatto. Benché pressoché tutto ciò che riguarda la Sicilia venga di fatto deciso a Roma e Milano, il presidente della Regione Siciliana e il Parlamento regionale dispongono di amplissimi poteri. Che se ben utilizzati porterebbero enorme beneficio alla Sicilia.
Chi ha fondato il partito?
Il professore Massimo Costa, docente universitario di economia aziendale e storico. È autore di una storia istituzionale e politica della Sicilia divenuta in breve tempo una lettura fondamentale per chiunque voglia conoscere la storia politica della Sicilia.
Ciro Lomonte, architetto e fine intellettuale, ne è il Segretario. Fervente cattolico, per anni nella direzione della residenza universitaria «Segesta» dell’Opus Dei e per due volte candidato a sindaco di Palermo, ha mostrato in numerosi articoli come i nuovi occupanti piemontesi presero subito di mira le tradizioni e la cultura siciliana per impedire alla popolazione di identificarvisi.
Ad esempio, in un bel numero del Covile del 2017 dedicato alla sua candidatura a sindaco ha spiegato perché, con vari pretesti, i palermitani dovettero attendere il 1974 per ricominciare a festeggiare la loro Santa patrona.
Sul sito del partito leggo che si tratta di un partito indipendendista. È questo il vostro programma per la Sicilia?
Lo ha spiegato bene la candidata alla presidenza della Regione, Eliana Esposito. Quando i siciliani vedranno i benefici dell’autogoverno, saranno loro stessi a chiedere l’indipendenza. Il programma, adesso, è quello di ridare il governo della Sicilia ai siciliani all’interno dell’attuale ordinamento, che il partito rispetta pienamente, per migliorare ogni singolo aspetto dell’amministrazione regionale: che va dalla gestione delle acque e del patrimonio boschivo a quello storico-artistico, altrove in Italia competenze dello Stato.
In che senso ridare il governo della Sicilia ai siciliani? Non sono siciliani i presidenti della Regione o i «parlamentari» dell’ARS?
Certo che lo sono. Ma fanno tutti parte di partiti politici i cui vertici sono a Roma e a Milano e i cui interessi molto spesso non coincidono con quelli della Sicilia. A un importante avvocato siciliano molti rimproveravano di essere lui a fare le leggi regionali. Lui, sornione, rispondeva che non faceva le le leggi: ma che le scriveva, visto il livello culturale dei «parlamentari» regionali siciliani.
Non si riferiva a tutti, ovviamente, la Sicilia ha avuto dal 1946 al 1992 sia grandi presidenti della Regione che grandi parlamentari regionali.
La legge elettorale era proporzionale e i partiti e gli uomini politici siciliani disponevano di un autentico consenso popolare. Oggi però, con la fine del proporzionale e i partiti ridotti a semplici comitati elettorali, è sufficiente una riunione a Roma per far dimettere il presidente della Regione.
È mai accaduto?
Prenda il presidente uscente, il catanese Sebastiano «Nello» Musumeci, storico esponente del MSI. Ha scritto Ciro Lomonte che secondo lui il 25 Settembre voterà per Siciliani Liberi, convinto anche lui della necessità di sostenere un partito siciliano che ridia ai siciliani la possibilità di autogovernarsi.
Nonostante buoni risultati con le infrastrutture, con la gestione dei rifiuti durante la gestione dell’assessorato da parte del veneto Pierobon, e quella del patrimonio storico-artistico da parte del grande Sebastiano Tusa fino alla sua tragica scomparsa, gli è stato chiesto di dimettersi e di non ricandidarsi.
Nonostante ancora il 31 luglio dichiarasse le elezioni anticipate «un’ipotesi che non esiste» è bastata una riunione dei partitia Roma a fargli annunciare le dimissioni su Facebook.
Probabilmente, se la DC avesse trattato così Rino Nicolosi, ultimo grande presidente della Sicilia anche lui catanese, alle elezioni regionali o politiche avrebbe perso 300mila voti e avrebbe visto la rivolta nel partito.
E durante la prima Repubblica, come mai l’indipendentismo siciliano fu rapidamente riassorbito?
Il grande sviluppo economico conosciuto nei 45 anni della «prima Repubblica» (1947-1992) riassorbì rapidamente le istanze indipendentiste. Erede del Partito Popolare del siciliano Don Sturzo, la DC aveva in Sicilia un enorme consenso elettorale. Concesse dunque alla Sicilia una relativa autonomia e vi portò lo sviluppo economico attraverso grandi investimenti pubblici.
La Cassa per il Mezzogiorno guidata dal professore Pescatore e la Regione con l’Ente di sviluppo agricolo costruivano le uniche infrastrutture, incluse enormi dighe, mai costruite in Sicilia dal 1860 ad oggi.
L’ENI, oltre ad investire su petrolio e gas siciliani, faceva sorgere vicino ad Enna persino una fabbrica tessile che per decenni ha dato lavoro a 400 operai, mentre le banche pubbliche controllate dalla Regione erogavano credito all’intero sistema produttivo. Tutto finì con la liquidazione dei partiti popolari e la nascita della cosiddetta «seconda Repubblica».
Parliamo della Sicilia di oggi. Qual è ora il male che maggiormente l’affligge?
La drammatica situazione finanziaria che priva la Regione e gli enti locali (Comuni ed ex Province) delle risorse necessarie persino a riparare e manutenere le strade. Percorrendole, i turisti stentano a credere che si tratti di una regione europea nel 2022.
A differenza però della vulgata propagandata, la responsabilità dello stato delle finanze regionali non è dei famosi «forestali».
A fronte di innumerevoli competenze e costi, inclusi quelli della motorizzazione civile, Roma trattiene ogni anno oltre 10 miliardi di tasse che l’articolo 36 dello Statuto siciliano, formalmente recepito nella Costituzione, assegna in via esclusiva alla Regione Siciliana.
La DC, dominus dello Stato nella prima Repubblica, si guardò bene dal far varare i decreti attuativi dello Statuto riguardo l’articolo in questione che regolerebbe la distribuzione dei tributi fra Stato e Regione. Con la seconda Repubblica, le crescenti difficoltà finanziarie dello Stato, oggi arrivato a detenere 2800 miliardi di debito pubblico, hanno portato i governi nazionali a sottrarre al bilancio regionale siciliano sempre maggiori risorse.
Senza entrare nei dettagli, a partire dal 2014 si sono succeduti una serie di accordi fra Stato e Regione «in materia di finanza pubblica» con cui quest’ultima ha rinunciato a molti miliardi dovuti, peggiorando notevolmente lo stato di quelle regionali.
Si ha sempre l’impressione che la Sicilia sia terra di tesori immensi, moltissimi dei quali sconosciuti, inutilizzati.
Questo è del tutto vero. Mi lasci citare il caso di un carissimo amico e grande archeologo con il quale al CNR abbiamo a lungo collaborato, il compianto professore Sebastiano Tusa, poi assessore del governo Musumeci. Consapevole che i tesori sottomarini della Sicilia non venivano valorizzati ed anzi erano spesso rubati dai tombaroli subacquei, Sebastiano da archeologo della Regione prima fonda il Gruppo investigativo archeologico subacqueo regionale immergendosi lui stesso per molti anni.
Poi trova in un giovane e colto uomo politico di Siracusa assessore ai Beni culturali nel primo governo Cuffaro, Fabio Granata, il sostegno necessario alla nascita della Soprintendenza del Mare.
In pochi anni scopriranno ed esporranno nei musei della Sicilia autentici tesori come il Satiro Danzante oggi esposto a Mazara del Vallo o le teste marmoree di Giulio Cesare, Tito ed Agrippina rinvenute a Pantelleria ed oggi esposte nel castello dell’isola.
Cosa si può fare per mettere a frutto la ricchezza della Sicilia?
Darle una classe dirigente nuova, fiera innanzitutto di essere fatta di siciliani al servizio della Sicilia. Questo recupero dell’ethos pubblico tanto da parte degli uomini politici che dei funzionari regionali farà sì che i siciliani non svendano più la loro terra e le loro funzioni ad interessi esterni che spesso non coincidono con il bene della Sicilia.
In questo processo, il ruolo di avanguardia di un partito piccolo ma organizzato e ricco di idee concrete per dare soluzioni ai problemi della Sicilia come Siciliani Liberi potrà essere molto più grande del suo attuale consenso.
È possibile pensare ad una rinascenza industriale della Sicilia a partire dall’energia solare e da altri innovazioni tecnologiche darebbero all’isola un immenso valore strategico e materiale?
È possibile e sarebbe anche fattibile in pochi anni. Serve, appunto, una nuova classe dirigente capace di agire su due fronti: da un lato diminuire la tassazione facendo dell’intera regione una Zona Economica Speciale, come chiede il programma di Siciliani Liberi, e dall’altro ritornare all’intervento diretto dello Stato nell’economia, ricostituendo l’IRI e affidandogli la ricostruzione industriale di Italia e Sicilia, partendo proprio dalle nuove tecnologie dell’energia.
Prima ancora della guerra in Ucraina, il blocco e poi il forte aumento dei prezzi dei semilavorati e delle altre merci in arrivo dalla Cina hanno chiarito la fragilità dell’economia europea ormai in larga parte deindustrializzata.
Di fronte ai costi energetici divenuti insostenibili per imprese e famiglie, la Francia ha subito nazionalizzato l’industria elettrica. La Germania ha nazionalizzato il maggiore distributore di gas naturale e trasferito enormi risorse a tutte le aziende, partendo dalla compagnia di bandiera.
Se l’Italia vuole sopravvivere, non ha alternative all’immediata ricostituzione dell’IRI di cui parlammo un anno fa con Renovatio 21 anticipando la crisi energetica di cui allora non parlava nessuno.
Non vi è solo la terra, il sole e il mare: parliamo delle eccellenze scientifiche della Sicilia, del suo capitale umano.
È enorme. Come l’Armenia o la Grecia, la Sicilia occupata dal Piemonte nel Maggio del 1860 ha visto espatriare in un secolo che ha incluso due guerre mondiali una parte enorme della sua popolazione. Sono siciliani di seconda o terza generazione il cantante americano Zappa o il pilota di Formula 1 Ricciardo.
Sono siciliani grandi scienziati come i fisici Majorana, il chimico Cannizzaro, o direttori di orchestra come Gino Marinuzzi, definito da Paolino Isotta il più grande del XX secolo. E poi innumerevoli imprenditori, artisti e scrittori. Quasi tutti hanno fatto grandi cose fuori dalla Sicilia: ma quando la Regione Siciliana ha saputo investire bene, ad esempio creando l’Istituto regionale del vino oppure la Soprintendenza del Mare, in quei settori è cambiato tutto in pochi anni.
Quando, su incarico dell’Istituto del vino, il grande enologo piemontese Giacomo Tachis iniziò il suo lavoro in Sicilia da più parti si insisteva perché le vigne in Sicilia fossero estirpate. Oggi, in Sicilia le aziende vitivinicole che usano i metodi colturali insegnati da Tachis fatturano molti milioni di euro e i loro vini sono premiati nel mondo.
Lo stesso occorre fare adesso con l’energia solare: creare un Istituto regionale e far crescere il numero di impianti sui tetti da quello ridicolo attuale, 60.000, a un milione e 700mila. Tanti quanti sono gli edifici in Sicilia.
Parliamo di storia della Sicilia. Ci può raccontare la versione che non conosciamo?
Chi vuol conoscere quella vera, può leggere il libro di Massimo Costa. Praticamente nessuno in Sicilia sa che il Regno di Sicilia è durato ininterrottamente dall’incoronazione a Palermo di Re Ruggero da parte di Papa Anacleto la notte di Natale del 1130 all’anno successivo al Congresso di Vienna del 1815.
Reinsediati i Borbone dal Congresso di Vienna, Re Ferdinando nel 1816 pose la basi per la fine del Regno fondando un «Regno delle Due Sicilie» tramite cui sottrasse a Palermo tanto la corona che il Parlamento. Trasferì quindi la capitale e la corte a Napoli, allora come oggi la più bella città europea.
Furibonde, la nobiltà siciliana e la nascente borghesia si rivolsero a Londra, già ampiamente presente in Sicilia, per liberarsi dei Borbone. Si ritrovarono nel Maggio 1860 occupati da questi sconosciuti piemontesi.
Così quando a Bronte ad Agosto i contadini capirono che non ci sarebbe stata alcuna divisione del latifondo si ribellarono con le armi. Garibaldi inviò subito le truppe guidate da Bixio. I presunti capi della rivolta furono passati per le armi nellapiazza del paese di fronte alla popolazione atterrita. Bixio usò la moderna rete telegrafica fatta costruire dal Re Borbone per telegrafare a Palermo a Garibaldi: «Rivolta domata».
I siciliani prima, e i meridionali poco dopo, capirono subito che tipo di occupazione sarebbe stata quella piemontese
Quanto ai nobili siciliani che pure avevano tradito il Re Borbone può letteralmente assaporarne la disperazione di fronte al nuovo occupante ancora un secolo dopo in ogni pagina de Il Gattopardo. Come ricorderà, il libro è stato scritto da un principe siciliano che si intratteneva su questi temi con un altro grande intellettuale e nobile siciliano, il barone Corrado Fatta della Fratta.
C’è un importanza della Sicilia nella storia d’Europa e del mondo?
Centrale. E la ragione è geografica. Il Mar Mediterraneo, cerniera degli oceani, è il più importante al mondo. La Sicilia ne è al centro. Lo svela bene la mappa antropomorfa del mondo realizzata ad Ebstorf, in Sassonia, nel XIII secolo. In cima alla mappa, c’è la testa di Cristo in Oriente. Le sue mani segnano i limiti del mondo conosciuto. Al centro c’è Gerusalemme, la città santa. E poco più in basso, a forma di cuore c’è l’isola di Sicilia.
Che la Sicilia e il suo possedimento fossero strategici lo sapevano già i Romani, che conquistandola si proietteranno in poco tempo sul Nord Africa e sulle terre di Oriente con le loro immense ricchezze. Lei saprà che la legione romana che conquistò Gerusalemme era di stanza a Messina, la Legio X Fretensis, cioè dello stretto di Messina.
Lo sapevano i Normanni che già con Re Ruggero conquistarono un’ampia area del Nord Africa oltre che Malta. Lo sapevano i tedeschi che con Enrico VI di Svevia scendono in Sicilia per dare alla Germania la proiezione imperiale.
In mancanza di cambiamento, quale potrebbe essere il destino della Sicilia?
Una nuova, drammatica emigrazione di massa. Durante i due anni dei vari lockdown, un gran numero di giovani siciliani vi ha fatto ritorno dal Nord, in particolare da Milano e dal Veneto.
Oggi, la Sicilia vive di «reddito di cittadinanza» e di turismo, oltre ad assistere ad una vera rinascita dell’agricoltura con molte pregiate produzioni, dal frumento al ficodindia, dal vino al limone, tornate redditizie in pochi anni.
Per avere un’idea, in Sicilia lo scorso febbraio a percepire in media 613 euro mensili di reddito di cittadinanza erano 625.000 persone: oltre il 13 per cento della popolazione. Ciononostante, le tre città, Palermo, Catania e Messina, si stanno svuotando rapidamente. A Palermo ormai risiedono solo 630.000 persone. Nel 1981 gli abitanti erano 702.000.
Solo l’anno scorso, la capitale siciliana ha perso oltre 7.000 abitanti. Se la crisi finanziaria dello Stato dovesse aggravarsi insieme alla crisi dell’euro, con le relazioni internazionali in rapido deterioramento, finirebbero tanto il reddito di cittadinanza che il turismo.
A quel punto, la crisi diverrebbe così grave da portare all’abbandono della Sicilia di tutta la popolazione in età lavorativa. Sarebbe, sostanzialmente, il collasso economico, sociale e demografico della Sicilia.
Un’ultima domanda ci incuriosisce. Cosa intende quando dice che il vostro Partito è fatto da dissidenti che in Sicilia si oppongono al «radicalismo borghese»?
Glielo spiego con un esempio. Il medico Chevalier de Jaucourt, stretto collaboratore di Diderot, curò circa 17.000 voci della Enyclopedie francese ancora oggi propagandata agli studenti di tutto il mondo come luce della nuova «epoca dei Lumi». Fra di essa c’era la voce «Palerme» definita «ville détruite de la Sicile», ovvero città distrutta della Sicilia. E continuava: «Sede di arcivescovado provvista di un piccolo porto, prima della sua distruzione causata da un terremoto, disputava a Messina il titolo di capitale». Mentre alla voce «Sicile» il medesimo illuminato scienziato concludeva: «In breve: la Sicilia oggi non ha più altro d’ importante che le sue montagne e il suo Tribunale dell’inquisizione».
Esterrefatto nel constatare che persino la traduzione italiana dell’Encyclopedia curata a Livorno contenesse le stesse menzogne, il benedettino siciliano Salvatore Di Blasi nel 1775 diede alle stampe un libro nel quale rivendicava la tradizione di una «Sicilia antichissima coltivatrice di Lettere» liquidando giustamente la «crassissima negligenza dei signori enciclopedisti».
Oggi non è diverso dal 1775: non bisogna aver letto Feyerabend per capire che il radicalismo borghese, mascherato da scientismo, procede con la stessa ridicola petulanza intellettuale di de Jaucourt e Diderot ai tempi della Encyclopedie.
Allora come oggi, la migliore tradizione del pensiero siciliano insegna che la dissidenza culturale è la prima necessaria opposizione a questa rovinosa quanta falsa «cultura» .
Immagine di NASA Marshall Space Flight Center via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic (CC BY-NC 2.0)
Pensiero
«Danno alla Chiesa, svilimento del pensiero e dell’azione di papa Leone XIV»: lettera del prof. Sinagra al cardinale Zuppi
Renovatio 21 pubblica la lettera circolante in rete che al segretario CEI cardinale Matteo Zuppi ha scritto l’eminente giurista .Augusto Sinagra, Il professor Augusto Sinagra (Catania, 1941) è un eminente giurista italiano, professore ordinario di Diritto dell’Unione Europea e Internazionale, noto per il suo lungo ruolo accademico alla Sapienza di Roma (fino al 2013) e la sua attività come avvocato patrocinante davanti alle magistrature superiori e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Egregio Cardinale,
con molto disagio mi rivolgo a lei con il suo titolo ecclesiastico di alto rango.
Il mio disagio è motivato dal fatto che io sono cattolico e lei mi pare di no; sia nel senso della doverosa e corretta testimonianza dei Vangeli, sia nel senso della liturgia e della tradizione. E ora anche nel suo modo diplomaticamente denigratorio nei confronti dell’attuale Pontefice.
È vero che lei è «figlio» del Concilio Vaticano II che tanti guasti, divisioni e contrasti ha provocato nella Chiesa cattolica. Bastano due esempi: il Vescovo Marcel Lefebvre e l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò.
Quel che lei dice e fa mi ricorda le parole del prof. Franco Cordero nel suo famoso libro Risposta a Monsignore (si trattava di monsignor Colombo responsabile spirituale della Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano), quando ammonì – anche lui in controtendenza rispetto agli esiti nefasti del Concilio Vaticano II – che il «Messaggio» sarebbe rimasto e lo si sarebbe raccolto nelle piccole chiesette di lontana periferia.
Lei, Signor Zuppi, (chiamandola così mi sento più a mio agio) non si rende conto del danno che fa alla Chiesa cattolica svilendo ingiustamente il pensiero e l’azione di papa Leone XIV che, secondo lei e secondo un’espressione romanesca a lei nota, «non se lo filerebbe più nessuno».
Si dice che lei è un diplomatico ma la sua non è un’espressione diplomatica ma è qualcosa che somiglia di più a un siluro subacqueo, e questo, Signor Matteo Zuppi, non è commendevole per l’apparente finalità che lei vuol perseguire.
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Attingendo ancora al linguaggio romanesco che lei conosce, penso che a lei ancora «rode» (non dico cosa per decenza) il fatto di non essere stato eletto papa. Ma la sua mancata elezione conferma la presenza in Conclave dello Spirito Santo.
Lei è degno «figlio» di Bergoglio da me sempre chiamato «il pampero argentino». Peraltro a lei manca qualsiasi capacità diplomatica se solo penso che, nominato dal suo dante causa Bergoglio mediatore per la guerra in Ucraina, nonostante i suoi plurimi viaggi e contatti, le sue parole si persero nel vento. E ora lei si permette di criticare Leone XIV del quale non può negarsi quantomeno la grande cultura agostiniana.
Lei dice che i fedeli non gli danno retta. Se la cosa la può tranquillizzare, i fedeli per fortuna non danno retta neanche a lei ma sono obiettivo: i fedeli non danno retta e le Chiese sono vuote non per colpa sua o di altri ma per colpa proprio del Concilio Vaticano II.
Un ultimo commento alla sua omelia del 17 marzo 2026 nella Cattedrale di San Pietro a Bologna. In tale circostanza lei, ormai intriso di «santegidiismo» e dunque più di politica che di fede, ha affermato che l’azione delle FF.AA. per essere efficace «deve essere accompagnata dall’intesa» in mancanza di che la F.A. non sarebbe un «deterrente«, mancando il dialogo e il confronto.
Egregio Zuppi, ma lei cosa pensa che le FF.AA. debbano rapportarsi al nemico dialogando in vista di un’intesa? Oppure che il ricorso alle FF.AA. debba essere deciso all’esito di un’intesa o di un dialogo? Ma con chi? Non le basta il Parlamento?
Devo concludere, mio buon Zuppi, nel senso che lei non si rende conto di quel che dice.
E il bello è che lei dice che la «storia insegna» anche perché lei per primo non conosce la storia e dovrebbe studiarla perché la storia non è quella di cui si discute nella Comunità di Sant’Egidio della quale lei è coerentemente parte.
Augusto Sinagra
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Pensiero
Verso la legge che fa dell’antisemitismo una nuova categoria dello spirito
L’industria dell’olocausto prospera da decenni, qualche volta quasi in concorrenza con le Fosse Ardeatine e, negli ultimi tempi, persino in conflitto con le foibe di Basovìzza e dintorni. È stata sfruttata quale strumento di lotta politica per mettere in guardia dal pericolo che i germi di una sua matrice ideologica, come l’antisemitismo, possano continuare a produrre frutti perversi. Non per nulla anche quella matrice è soggetta a perenne instancabile rievocazione.
Infatti una manifestazione importante del degrado morale, etico e culturale di questo mondo che pure presume di essere particolarmente evoluto, è lo sfruttamento delle tragedie umane per usi politici, o per altri usi che nulla hanno a che vedere con la pietà e la partecipazione dolorosa alla insoluta tragedia umana, Esso può avere varie declinazioni, riguardare un fenomeno di portata universale, o investire la vita privata, dove il dolore dovrebbe rimanere custodito nel riserbo decoroso della famiglia.
Invece sullo sfondo di quella perdita di tutti i valori, per cui Nietszche impazzito abbracciò il cavallo stremato che il vetturale frustava a sangue, tutto fa brodo, il fine giustifica i mezzi, i mezzi giustificano il fine.
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In questo quadro ecco dunque che la lotta contro l’antisemitismo ha subito anche una ulteriore, inaspettata mutazione genetica. E da blasone partitico, grazie a mutate circostanze polititiche interne ed esterne, ha conquistato un nuovo amplissimo spazio, fino a diventare una nuova legge fondativa dell’Occidente politicamente e correttamente inteso.
Ecco, dopo un ammirevole impiego di energie intellettuali e morali, e un intenso lavorio parlamentare, forse sottratto a miglior causa, la trionfale epifania del DDL 1722, partorito sulla scia della sapienza profusa e imposta da Bruxelles e approvato di fresco dal Senato della Repubblica.
Il carattere più interessante di questo disegno di legge è la sua paternità «bipolare». L’essere cioè il frutto condiviso delle due parti tradizionalmente in conflitto, insomma, grosso modo , di destra e sinistra unite qui da amorosi sensi. Cosa che, per le riflessioni che presto faremo, non è priva di significato e di interesse.
L’antisemitismo, ritenuto a lungo, stimma per antonomasia del nazifascismo, è rimasta una delle bandierine che la cosiddetta sinistra ha continuato a sventolare quale elemento distintivo di autolegittimazione di fronte alla destra, specie dopo la propria conversione alla religione neoliberista e atlantista.
Del resto, se la lotta politica si è ridotta allo schema Milan-Inter, bisogna mantenere diversi almeno i colori delle righe sulla maglia. La destra per antonomasia, per contro, a dispetto di qualche mutazione onomastica e qualche ostentata revisione ideologica, passata alla fine sotto la ragione sociale di Fratelli d’Italia, al di là delle specifiche originarie posizioni su alcuni temi etici e una sorta di obbligata infarinatura religiosa di facciata, ha contribuito ad assottigliare la linea di demarcazione tra i due schieramenti. Finché è pervenuta alla omologazione totale con riguardo alla politica estera e alla politica economica, in virtù del comune allineamento imposto dal feudatario statunitense e dal suo luogotenente europeo.
Un itinerario comprensibile se si considera che la lunga anticamera fatta per arrivare alla presidenza del Consiglio, e le abiure pubbliche, non hanno cancellato l’ombra persistente della XII disposizione transitoria che, col suo pervicace divieto di ricostituzione del partito fascista, ha continuato ad allungare la propria ombra su tutti i partiti considerati discendenti più o meno prossimi di quello.
Sta di fatto, d’altra parte, che tutte le blasonate «Democrazie Occidentali», in particolare quella statunitense e quella israeliana, sono accomunate e caratterizzate da sistemi che mettono in atto, peggiorandole, grazie ai mezzi tecnici di cui dispongono, tutte le più vistose espressioni e manifestazioni proprie, per metodi e finalità, del nazifascismo, con il supporto di una potentissima propaganda truffaldina ad uso dei cervelli già mediaticamente modificati.
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In questo contesto il DDL sull’antisemitismo, potrebbe apparire di primo acchito come l’inutile diversivo messo in atto da un Parlamento diventato inutile, e da un esecutivo ignavo ma pervicace, di fronte ad eventi fatali che mettono a rischio la sopravvivenza umana. Ma, a ben riflettere, esso viene ad assumere un significato di disarmante attualità se lo si legge come strumento di legittimazione politica interna delle oscenità giocate sullo scacchiere internazionale dalle oscene «democrazie» sioniste, diventate nel giro di pochi anni, una minaccia permanente per l’intera umanità, minaccia che soltanto i nostri governanti si impegnano ad eludere e mistificare.
Questo disegno di legge, non potendo attaccare frontalmente, almeno per il momento, la libertà di pensiero, intende attivare un marchingegno propagandistico volto a performare il pensiero comune. Il DDL non si avventura a stabilire conseguenze penali che andrebbero a scontrarsi con tutto il sistema costituzionale, ancora vigente, e con i principi fondamentali del diritto penale. Anche se non è da escludere che, se ormai tutto sembra diventato possibile, col tempo possa essere tentata anche quella via, una volta create ad arte apposite condizioni di fatto.
Tuttavia per il momento esso si ferma a stabilire un programma di indottrinamento capillare per tutti i cittadini fortunati fruitori di cultura democratica, e in particolare a beneficio della popolazione scolastica di ogni ordine e grado.
Anzitutto va segnalata la definizione di antisemitismo che dovrebbe essere il perno concettuale dell’intero programma di prevenzione e repressione previsto. Essa è stata mutuata, per impavida ammissione degli stessi estensori, da quella elaborata dalla «Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto». Di certo una fonte migliore non era pensabile. Tale definizione suona:
«Per antisemitismo si intende una determinata percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni etc.»
Su questa scelta si sono già appuntate facilmente numerose critiche che non è il caso qui di riprodurre, dati i vizi plateali di questa formulazione, Ci limitiamo a richiamare l’attenzione sul concetto di «percezione degli Ebrei» che dovrebbe essere accertata quale oggetto di prevenzione e repressione in quanto generatrice specifica di odio.
Siamo davanti alla scoperta di una novità: la percezione non è cosa appartenente evidentemente alla spettro autocognitivo proprio dell’individuo, ma è una entità misteriosamente misurabile anche dall’esterno, e in particolare dai programmatori addetti alla moralizzazione del genere umano. Ma forse per capire questo occorre immergersi nel mondo esoterico delle neuroscienze che ancora rimane lontano dal nostro senso comune.
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Per il resto sono da segnalare nell’ordine :
– Le linee di azione per la Strategia nazionale.
– Il monitoraggio degli episodi di antisemitismo.
– Le misure per contrastare il linguaggio d’odio. (A proposito del concetto di odio come entità perseguibile a priori dal legislatore, andrebbe ricordato che si tratta di un contenitore il cui valore va misurato in base all’oggetto e non per l’ involucro in sé. Infatti il catechismo ci ha insegnato che occorre odiare il male e amare il bene, e che per converso non si deve amare il male. Epstein non docet).
– Le azioni formative per studenti e docenti.
– La individuazione di un soggetto preposto a verificare il monitoraggio per verificare le azioni da contrastare.
– La formazione delle Forze dell’ordine, del personale prefettizio, e… della Magistratura.
Da ultimo è prevista la nomina da parte del presidente del Consiglio dei Ministri, di un coordinatore coadiuvato da tecnici nominati dall’Unione delle Comunità Ebraiche italiane.
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Un programma che sarebbe andato a pennello sia per il Komintern che per il Minculpop, a dimostrazione della bilateralità fraterna di questa iniziativa legislativa.
Lo scopo è palesemente quello, torniamo a sottolinearlo, di scoraggiare, sotto la bandiera dell’antisemitismo, una qualunque diffusa presa di coscienza della capacità da parte di poteri sovranazionali riconducibili all’alleanza israeloamericana e alle relative lobby di dominare e determinare i destini del mondo. Anche perché soltanto un forte movimento di masse dotate di un grande peso specifico potrebbe impensierire questi pur enormi e pericolosissimi coaguli di potere.
Insomma anche questo monstrum legislativo bipartisan, come si suole dire, cade a fagiolo in questo momento drammatico in cui i destini del mondo sono in mano all’alleanza messianica tra due regimi genocidari per vocazione e per programma egemonico, legati da un supposto Destino Manifesto che soltanto una ribellione planetaria potrebbe disinnescare.
Una ribellione del mondo che bisogna a tutti i costi prevenire anche con mezzucci di questo tipo, più risibili che miserabili, ma anche non per questo oggettivamente pericolosi.
Patrizia Fermani
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Immagine della Presidenza della Repubblica Italiana via Wikimedia; fonte Quirinale.it
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