Stragi
Un altro massacro israeliano a Gaza
Un attacco israeliano a Beit Lahia, una città nel nord di Gaza, ha ucciso almeno 73 palestinesi sabato sera, 19 ottobre, secondo l’ufficio stampa governativo dell’enclave. Lo riporta il giornale arabo Middle East Eye.
Oltre 100 altre persone sono rimaste ferite e diverse persone sono scomparse. «Questa è una guerra di genocidio e pulizia etnica. L’occupazione ha condotto un massacro orribile a Beit Lahia», ha affermato l’ufficio stampa palestinese.
Ai residenti non è stato dato alcun avvertimento di lasciare le loro case. Molte persone sono rimaste intrappolate sotto le macerie, con paramedici e squadre di difesa civile impossibilitati a raggiungere immediatamente la zona a causa dell’intensità dei bombardamenti israeliani.
⚡️Fires have erupted in Beit Lahiya, northern Gaza, amid heavy Israeli artillery shelling targeting the besieged town. pic.twitter.com/s6ZHM08SMF
— The Global Monitor (@theglobalmonit) October 22, 2024
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L’attacco ha scosso l’intera parte occidentale della città e gli edifici sono crollati mentre le persone erano all’interno, ha riferito il canale televisivo qatarino Al Jazeera, il cui inviato avrebbe trovato che i suoi stessi parenti sarebbero stati uccisi nell’attacco.
Al Jazeera journalist Anas al-Sharif was reporting live on air when he found out his relatives were killed by an Israeli airstrike.
At least 87 people have been killed or are missing under rubble after Israel’s raid hit a residential area in Beit Lahiya in northern Gaza. pic.twitter.com/DboQSdHnhw
— AJ+ (@ajplus) October 21, 2024
Hossam Abu Safia, direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahia, ha affermato che molti dei feriti nell’attacco sono morti a causa di una grave mancanza di risorse, forniture mediche e personale specializzato presso la struttura.
L’attacco a Beith Lahia è avvenuto dopo che le forze israeliane avevano in precedenza preso di mira l’ospedale Kamal Adwan e altri due ospedali nel Nord di Gaza (l’ospedale indonesia e l’al-Awda), il 19 ottobre. Sembra probabile che tutti questi attacchi facciano parte dell’operazione di pulizia etnica israeliana nel nord di Gaza, attualmente concentrata sul campo profughi di Jabalia, in corso dal 1° ottobre.
The Indonesian hospital in the besieged Beit Lahiya in northern Gaza is burning. The Israeli army set fire to the hospital, according to local sources. pic.twitter.com/xdsmVjs29x
— Clash Report (@clashreport) October 21, 2024
In quel periodo, a Jabalia non è arrivato né cibo né acqua pulita. Mohammed al-Hajjar, corrispondente di Middle East Eye a Gaza, ha riferito che l’esercito israeliano aveva preso di mira «qualsiasi luogo in cui venisse rilevato un movimento» a Jabalia, aggiungendo che molte persone erano intrappolate nelle loro case, soffrendo la fame e la sete.
Video emersi in rete mostrerebbero droni quadricotteri israeliani ordinare a migliaia di rifugiati palestinesi di uscire dai rifugi.
Khalifa Bin Zayed school in Beit Lahiya, northern Gaza. An Israeli quadcopter is telling the thousands of Palestinians sheltering there to get out. What a maniacal marauding murderous monster the Palestinians are beholding. A true technological genocide of the 21st century. pic.twitter.com/OCOY6h8KfY
— Samira Mohyeddin سمیرا (@SMohyeddin) October 22, 2024
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La cittadina di Beith Lahia ha circa 70 mila abitanti, ed è conosciuta per i suoi numerosi fichi di sicomoro, per la sua acqua fresca e dolce, le bacche e gli alberi di agrumi.
La zona è altresì ricordata per essere stata teatro del massacro della moschea di Ibrahim al-Maqadma, avvenuto è svolto il 3 gennaio 2009, nell’ambito dell’operazione dell’esercito israeliano Piombo Fuso (2008-2009). In quell’occasione, l’aviazione dello Stato Ebraico aveva lanciato un missile contro la moschea di Ibrahim al-Maqadma a Beit Lahia mentre si svolgevano le preghiere serali (Salat al-maghrib).
Secondo i testimoni, all’interno della moschea c’erano oltre 200 palestinesi che pregavano. L’attacco ha causato la morte di almeno 16 persone, inclusi sei bambini, e oltre 60 civili sono rimasti feriti.
La moschea, situata a Beit Lahia, prende il nome dal fondatore di Hamas, Ibrahim al-Maqadma, ucciso dagli israeliani con un «omicido mirato» l’8 marzo 2003. L’ al-Maqadma era accusato dallo Stato degli ebrei di essere il responsabile della morte di 28 israeliani.
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Immagine screenshot da Twitter
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Stragi
Gaza, Israele sta «utilizzando l’acqua come arma»
Secondo un rapporto dell’organizzazione umanitaria internazionale Medici Senza Frontiere (MSF), Israele avrebbe utilizzato l’accesso all’acqua come arma e forma di «punizione collettiva» contro i palestinesi di Gaza. Israele ha respinto le accuse definendole infondate.
L’organizzazione ha affermato in un rapporto pubblicato martedì che Israele ha «creato artificialmente» la scarsità d’acqua nella Striscia, generando «condizioni incompatibili con la dignità umana e la sopravvivenza». L’accesso all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene è stato «gravemente compromesso» dall’inizio dell’offensiva israeliana a Gaza nell’ottobre 2023, si legge nel rapporto.
Il rapporto evidenzia un forte aumento delle malattie legate alla scarsità d’acqua, tra cui diarrea, infezioni cutanee, pidocchi e ferite infette. Inoltre, la mancanza di acqua potabile e servizi igienico-sanitari sta aggravando la malnutrizione e compromettendo gravemente la salute mentale.
Gaza non dispone di fonti naturali di acqua dolce e si affida invece alle falde acquifere e all’acqua di mare, entrambe bisognose di trattamento. Gran parte delle infrastrutture, tra cui impianti di desalinizzazione, pozzi, condutture e sistemi fognari, sono state rese inutilizzabili o inaccessibili, secondo Medici Senza Frontiere.
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Nel contesto del collasso del sistema idrico pubblico, Medici Senza Frontiere (MSF) è diventata la più grande organizzazione non governativa produttrice di acqua a Gaza, pompando e desalinizzando acqua di falda tramite unità mobili e distribuendola con camion nelle zone colpite. Il rapporto ha evidenziato che diversi camion di MSF sono stati attaccati dalle forze israeliane.
La soglia umanitaria minima è di circa 15 litri d’acqua a persona al giorno, di cui 6 litri per bere e 9 litri per uso domestico. A Gaza, secondo l’UNICEF, la popolazione riceve al massimo questa quantità minima di acqua potabile, e molti non hanno accesso nemmeno alla quantità minima di acqua potabile sicura.
Il Coordinatore delle attività governative nei territori (COGAT) di Israele ha respinto il rapporto in una serie di post pubblicati martedì su X, definendo le affermazioni «prive di fondamento» e «fattualmente errate». Ha affermato che Israele sta facilitando, non limitando, l’accesso all’acqua, citando il funzionamento di quattro condotte idriche, la riparazione delle infrastrutture e la fornitura di carburante ed elettricità per i sistemi idrici. Ha accusato Medici Senza Frontiere (MSF) di parzialità nella stesura del rapporto e di carenze operative.
Nonostante il cessate il fuoco concordato lo scorso ottobre, gli attacchi e gli scontri a fuoco israeliani continuano in tutta Gaza, con oltre 700 palestinesi uccisi dall’inizio della tregua, secondo le Nazioni Unite. Il bilancio complessivo delle vittime dall’ottobre 2023 ha superato le 72.000 unità, secondo le autorità sanitarie di Gaza.
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Immagine di UNRWA: United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 IGO
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