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Geopolitica

Ursula offre al Canada lo status di «membro associato UE»

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La  presidente della Commissione Wuropea Ursula von der Leyen ha proposto di fare del Canada il primo «membro associato» dell’UE.

 

Il primo ministro canadese Mark Carney ha accolto con favore l’«ambizione» dell’UE, pur precisando che il Canada non punta all’adesione a pieno titolo all’Unione di Brusselle. Con Carney – ex governatore della Banca d’Inghilterra che in passato si era definito europeo – presente al suo intervento a Strasburgo, von der Leyen ha dichiarato che l’UE e il Canada dovrebbero costruire quella che ha definito «un’alleanza per il futuro».

 

«Vogliamo portare le relazioni con il Canada al livello più alto possibile», ha affermato, aggiungendo che ciò riguarderà settori come l’energia, i minerali critici e la difesa, con l’Artico destinato a diventare un «progetto comune di punta».

 

Al momento non esiste lo status di «membro associato» dell’UE. Il termine non figura nei trattati UE, nessun Paese – nemmeno l’Ucraina tanto amata dagli euroburocrati – detiene tale posizione e Bruxelles deve ancora precisare quali diritti o obblighi riconoscerebbe al Canada.

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La Commissione Europea ha presentato l’idea come una nuova forma di partenariato che darebbe vita alla più stretta associazione possibile con un Paese extraeuropeo. Resta da chiarire se il Canada otterrebbe un maggiore accesso al mercato unico dell’UE o quali norme dell’Unione dovrebbe rispettare.

 

L’UE ha già rapporti stretti con Paesi non membri: Norvegia, Islanda e Liechtenstein partecipano al suo mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo, mentre la Svizzera ha una serie di accordi bilaterali con il blocco. Nessuno di questi, tuttavia, è formalmente un «membro associato» dell’UE.

 

Le due parti hanno già ampi legami economici e di sicurezza. Il loro Accordo economico e commerciale globale (CETA) è applicato in via provvisoria dal 2017 e ha eliminato la maggior parte delle tariffe.

 

Nel 2025 hanno firmato un accordo di partenariato in materia di sicurezza e difesa, mentre quest’anno il Canada è diventato il primo Paese extraeuropeo ad aderire al programma di difesa SAFE dell’UE.

 

Ottawa ha cercato di rafforzare i rapporti economici con l’Europa per ridurre la forte dipendenza dagli Stati Uniti, dopo le controversie tariffarie con Washington. Giovedì Carney ha dichiarato al Parlamento Europeo che il Canada «accoglie con favore questa ambizione», ma ha sottolineato che Ottawa non punta alla piena adesione all’UE.

 

«La nomenclatura precisa per l’Europa è una questione che riguarda l’Europa stessa», ha poi affermato, aggiungendo che «ciò che conta è la sostanza».

 

Carney ha proposto una maggiore cooperazione nei settori dei minerali critici, dell’energia e della difesa, insieme a un commercio digitale «senza soluzione di continuità» di beni e servizi non agricoli e maggiori opportunità per i giovani canadesi ed europei di lavorare e studiare oltreoceano.

 

L’ambasciatore designato del Canada presso l’UE, Jonathan Wilkinson, ha dichiarato che Ottawa aveva già discusso l’idea con Bruxelles, ma ha messo in guardia dal fissare un’etichetta prima di aver definito in cosa consisterebbe la relazione.

 

L’annuncio di von der Leyen avrebbe colto di sorpresa le capitali dell’UE. Alcuni diplomatici, rimasti anonimi, hanno detto a Politico che agli Stati membri non era stato chiesto di approvare la proposta di adesione come membri associati prima della sua presentazione ufficiale.

 

Qualcuno ha suggerito che il Canada potrebbe ottenere qualcosa di simile agli accordi commerciali strategici che l’UE ha con Ucraina, Moldavia e Georgia, aggiungendo: «Gli Stati membri non si accorderanno su nient’altro».

 

Anche la Germania ha espresso dubbi sull’etichetta proposta. Il portavoce del governo, Stefan Kornelius, ha affermato che la terminologia andrebbe riconsiderata. Il Financial Times ha riportato l’opposizione di Berlino alla procedura accelerata per la concessione di uno status speciale al Canada, anche per le implicazioni che ciò potrebbe avere sugli altri partner dell’UE.

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito l’idea «ridicola» e ha avvertito che adotterebbe ritorsioni economiche se la ritenesse ostile a Washington.

 

«Se l’intenzione è buona, va bene », ha detto Trump, ma ha avvertito che imporrebbe «tariffe molto pesanti» sull’Europa se avesse un’opinione diversa. Ha anche ventilato la possibilità di interrompere gli scambi commerciali con l’Europa «su molti prodotti».

 

Carney ha risposto che «nessuno detterà» con chi il Canada potrà stipulare accordi internazionali. Ha tuttavia insistito sul fatto che legami più stretti con l’Europa «non sono una reazione ad altro» e potrebbero rendere il Canada un partner «più forte» degli Stati Uniti.

 

Il Canada sta cercando di diversificare i propri scambi a causa del deterioramento dei rapporti con il suo principale partner commerciale. Oltre il 70% delle esportazioni di merci canadesi è ancora diretto verso gli Stati Uniti, il che rende Ottawa fortemente esposta ai cambiamenti nella politica commerciale americana.

 

Anche l’Artico è un’area di interesse comune. Il Canada è uno degli otto Stati artici, mentre tra i membri dell’UE solo Danimarca, Finlandia e Svezia hanno territori nella regione. Carney ha citato la «geografia artica unica» del Canada tra le risorse che il Paese potrebbe mettere a disposizione per una cooperazione più stretta con l’Europa.

 

Pochi giorni prima della proposta di von der Leyen, i leader europei riuniti al Vertice europeo sull’Artico in Finlandia avevano chiesto un ruolo più incisivo dell’UE nella regione. In seguito von der Leyen ha indicato l’Artico come un «progetto congiunto di punta» con il Canada, senza però precisarne i dettagli.

 

Il Canada non è il primo Paese per il quale si è discusso di uno status ambiguo. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva proposto un modello simile per l’Ucraina all’inizio di quest’anno, ma Kiev lo ha respinto preferendo perseguire la piena adesione all’UE. L’idea, tuttavia, non ha trovato un ampio consenso all’interno del blocco.

 

Lo status proposto per il Canada non è ancora stato definito e richiederebbe il sostegno degli Stati membri dell’UE. Bruxelles e Ottawa dovrebbero proseguire i colloqui in vista del prossimo vertice Canada-UE che si terrà a Montreal il 29 e 30 ottobre.

 

Come riportato da Renovatio 21, quando Carney è stato nel fulcro finanziario statale di Londra, la Bank of England, è stato pioniere della questione della CBDC, la moneta elettronica emessa da banca centrale. Nel 2019, prima di pandemia, dedollarizzazione superinflazione e crash bancari che stiamo vedendo, l’allora governatore della Banca d’Inghilterra Carney ne aveva parlato all’annuale incontro dei banchieri centrali di Jackson Hole, nel Wyoming nel 2019.

 

Il Carney, sedicente cattolico, l’anno scorso aveva dichiarato che «dobbiamo unirci tutti» ai valori musulmani.

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A Davos lo scorso gennaio il Carney aveva tenuto un discorso di tenore antitrumpiano sostenendo che, se mai è esistito, l’«ordine basato sulle regole» è finito e ci troviamo ora in un era di fantasia geopolitica imperiale. Trump aveva risposto attaccando il recente abboccamento di Ottawa con Pechino, preconizzando che la Cina «divorerà» il Canada., e rivendicando le sue mire sulla Groenlandia.

 

Tre mesi fa il Carney, intervenendo prima dell’avvio del vertice del G7, aveva dichiarato che nessun Paese o istituzione potrebbe essere escluso o opporsi a un «nuovo ordine mondiale» che inizierà dall’Europa.

 

Come riportato da Renovatio 21, solo cinque mesi fa Carney aveva menzionato ancora una volta il «nuovo ordine mondiale» durante un viaggio nella Repubblica Popolare Cinese, la cui partnership con il Canada egli ha elogiato.

 

In un discorso pubblico in cui lanciava nuove iniziative energetiche in Canada Carney ha preso in giro Trump imitando la gestualità del presidente americano.

 


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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution 4.0 International

 

 

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Geopolitica

Trump annuncia l’accordo sulla Groenlandia

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Gli Stati Uniti assumeranno di fatto il controllo della sicurezza della Groenlandia in virtù di un intesa conclusa con la Danimarca e con il territorio artico autonomo, ha dichiarato il presidente Donald Trump.   In un post pubblicato venerdì su Truth Social, Trump ha sostenuto che l’accordo «conferisce agli Stati Uniti il ​​controllo permanente sulla sicurezza e su tutte le altre esigenze in Groenlandia, affrontando completamente TUTTE le nostre numerose preoccupazioni statunitensi».   «Su mia indicazione, abbiamo lavorato con i rappresentanti della Danimarca e della Groenlandia per garantire che gli Stati Uniti avranno PER SEMPRE la piena capacità di fare ciò che è necessario in Groenlandia per assicurare e difendere la sicurezza della Groenlandia e degli Stati Uniti d’America», ha aggiunto.

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«Inoltre, d’ora in poi, nessun avversario degli Stati Uniti potrà MAI avere una base in Groenlandia, una presenza militare in Groenlandia o effettuare investimenti sensibili in Groenlandia, senza la nostra espressa autorizzazione scritta.»   Trump ha assicurato che gli Stati Uniti saranno «molto protettivi» verso la Groenlandia, definendo l’intesa «un sogno che si avvera per gli Stati Uniti d’America».   L’annuncio è arrivato in coincidenza con un incontro dei più alti ufficiali militari della NATO a Copenaghen, dove i 32 capi della difesa dell’Alleanza si sono riuniti per esaminare il rafforzamento della deterrenza e della difesa collettiva.   Il presidente ha a lungo sostenuto che gli Stati Uniti dovrebbero ottenere la Groenlandia dalla Danimarca, in ragione della posizione strategica dell’isola e della necessità di contenere l’influenza russa e cinese nell’Artico. Le sue richieste hanno provocato sdegno a Copenaghen e hanno ulteriormente tesato i rapporti con gli alleati americani della NATO in Europa.   L’accordo di difesa tra Stati Uniti e Danimarca del 1951 consente già a Washington di chiedere un incremento della presenza militare in Groenlandia. Pur avendo rifiutato il trasferimento della sovranità sul territorio agli Stati Uniti, i funzionari danesi si sono detti disponibili a rivedere gli accordi in vigore per rispondere alle preoccupazioni di sicurezza sollevate da Trump.   La Danimarca ha confermato il raggiungimento di un’intesa poco dopo la dichiarazione di Trump.   «Un accordo che rafforza la nostra sicurezza comune nella regione artica e del Nord Atlantico e che è quindi positivo anche per la NATO e per l’Europa. Allo stesso tempo, riconosce la sovranità e l’integrità territoriale del Regno e il diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese», ha dichiarato il primo ministro danese Mette Frederiksen.   «L’accordo riconosce gli interessi della Groenlandia e il nostro ruolo nella cooperazione internazionale. È un vantaggio per tutti», ha dichiarato il ptrmirt groenlandese Jens-Frederik Nielsen.

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L’emittente danese DR, citando l’ufficio del primo Mministro, ha riferito che le parti intendono firmare l’accordo la prossima settimana a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Nuova York.   A febbraio la NATO ha avviato l’iniziativa Arctic Sentry, coordinando ed ampliando le attività militari alleate nell’Artico, comprese le esercitazioni a guida danese in Groenlandia e nelle zone circostanti. La decisione è seguita ai colloqui tra Trump e il Segretario Generale della NATO Mark Rutte sulla sicurezza nella regione.   Lo sviluppo avviene mentre un altro grande Paese articolo, il Canada, ha ricevuto la proposta di diventare «membro associato della UE».   Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, aveva affermato che il futuro della Groenlandia spetta al suo popolo e alla Danimarca, respingendo la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di annettere l’isola artica. Il capo dell’UE aveva inoltre annunciato investimenti per 200 milioni di euro per quest’anno e il prossimo, nell’ambito degli sforzi di Bruxelles per rafforzare la propria presenza sull’isola. Il pacchetto copre settori quali la connettività internet, l’energia idroelettrica e le materie prime critiche.      

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Merz: l’amicizia «incondizionata» con gli Stati Uniti è finita

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L’epoca dell’amicizia senza riserve con gli Stati Uniti sta per chiudersi, ha affermato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, imputando il peggioramento dei rapporti all’amministrazione Trump.

 

Merz, un tempo considerato uno dei politici tedeschi più vicini agli Stati Uniti, ha avuto ripetuti scontri con il presidente americano Donald Trump su temi che vanno dal conflitto con l’Iran alla politica interna tedesca.

 

«L’era dell’amicizia transatlantica incondizionata è probabilmente finita, almeno per il prossimo futuro», ha dichiarato il cancelliere giovedì ai militanti della sua Unione Cristiano Democratica (CDU) in un incontro elettorale a Berlino, in vista delle elezioni regionali del parlamento di questo fine settimana.

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«Stiamo assistendo a un cambiamento negli atteggiamenti politici dall’altra parte dell’Atlantico, nonché a una trasformazione nella percezione dell’alleanza transatlantica, cosa che forse non ritenevamo possibile», ha aggiunto.

 

Ad aprile Merz aveva sostenuto che gli Stati Uniti non hanno una strategia coerente in Medio Oriente e che sono stati «umiliati» dall’Iran nel conflitto. Trump gli aveva risposto di occuparsi di «risollevare le sorti del suo Paese in rovina».

 

Un mese dopo il cancelliere, che in passato aveva lavorato per il colosso finanziario americano BlackRock, ha detto di non considerare più gli Stati Uniti la «terra delle opportunità», precisando che sconsiglierebbe ai propri figli di recarsi lì per lavoro o per studio.

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump cinque mesi fa aveva minacciato di ritirare le truppe dalla Germania. Tre mesi fa l ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius aveva respinto la richiesta di lealtà avanzata dalla Casa Bianca agli altri membri della NATO.

 

Nel corso dell’estate Merz ha avvertito l’amministrazione Trump di non interferire nelle elezioni tedesche. Le sue parole sono coincise con l’avvio, da parte del Dipartimento di Stato americano, di un programma di sovvenzioni di quasi 5 milioni di dollari a sostegno di progetti volti a rafforzare la resilienza democratica, lo stato di diritto, la libertà di parola e di stampa e i diritti umani in Europa.

 

«Era ora che ci assumessimo maggiori responsabilità», ha dichiarato giovedì il cancelliere, difendendo l’aumento della spesa per la difesa tedesca. Il Paese rafforzerà le proprie forze armate e continuerà a finanziare l’Ucraina nel suo conflitto con la Russia, nonostante una «crisi strutturale» nella propria economia, ha affermato Merz.

 

Dal suo ritorno alla Casa Bianca all’inizio del 2025, Trump ha imposto dazi doganali sulla maggior parte dei partner commerciali degli Stati Uniti e ha proseguito le sue critiche di lunga data alle politiche migratorie europee riprendendo i piani per l’acquisizione della Groenlandia, territorio danese autonomo, e ha attaccato Merz per le sue critiche alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, accusandolo di aver «svolto un pessimo lavoro» come cancelliere.

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Nel 2025 il vicepresidente americano JD Vance ha scioccato molti funzionari europei alla conferenza annuale sulla sicurezza di Monaco, dove, invece di concentrarsi sulla Russia, ha criticato i governi europei per quella che ha definito l’erosione della libertà di parola e la «migrazione fuori controllo».

 

Vance ha criticato anche il «muro di fuoco» tedesco, ovvero il rifiuto di lunga data dei partiti tradizionali, tra cui la CDU di Merz, di collaborare con Alternativa per la Germania (AfD), il partito anti-immigrazione che ora è il secondo partito più grande in parlamento. «La democrazia si fonda sul sacro principio che la voce del popolo conta. Non c’è spazio per i muri di fuoco. O si rispetta questo principio o non lo si rispetta», ha affermato.

 

A maggio il Pentagono ha annunciato l’intenzione di ritirare circa 5.000 dei oltre 36.000 soldati statunitensi in servizio attivo di stanza in Germania, segno di un’ulteriore tensione nei rapporti militari tra gli alleati.

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Gli Houthi rivendicano l’abbattimento di un aereo saudita

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Mercoledì le forze Houthi dello Yemen hanno dichiarato di aver abbattuto un caccia F-15 saudita, diffondendo un video dei resti in fiamme del velivolo. Se confermato, il filmato rappresenterebbe la prima prova in assoluto dell’abbattimento di un aereo saudita da parte della difesa aerea Houthi.   In una dichiarazione video, il portavoce degli Houthi, Yahya Saree, ha affermato che il jet è stato abbattuto sul governatorato di Marib, nello Yemen, utilizzando «un missile terra-aria di fabbricazione locale». Saree ha poi sostenuto che i combattenti Houthi hanno respinto con successo due ondate di F-15 e Eurofighter Typhoon sauditi, decollati per cercare il relitto.   Il Saree non ha precisato quando sia avvenuto l’incidente e l’esercito saudita non ha ancora confermato la perdita del jet.

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Un filmato diffuso dagli Houthi mostra un equipaggio addetto ai missili che prende di mira il jet e apre il fuoco. Si vede poi un missile colpire il velivolo, che precipita al suolo in una palla di fuoco. Non è chiaro se il pilota sia riuscito a eiettarsi dall’aereo in fiamme.   Le immagini riprese sul luogo dell’incidente mostravano i combattenti Houthi che sollevavano la coda dell’aereo, su cui sventolava la bandiera saudita. I militanti si sono messi in posa davanti alla coda, gridando «Morte all’America» e «Morte a Israele».   Prima di mercoledì, gli Houthi, noti anche come movimento Ansar Allah, avevano affermato di aver abbattuto tre caccia sauditi, uno nel 2017 e due nel 2018. Il gruppo aveva anche dichiarato di aver danneggiato, ma non abbattuto, un jet saudita nel 2018. Riyadh ha negato di aver mai perso un aereo da guerra a causa del fuoco degli Houthi e, in assenza di prove video inequivocabili, queste precedenti affermazioni erano impossibili da verificare.   L’Arabia Saudita è in guerra contro gli Houthi dal 2015, sebbene i combattimenti siano stati interrotti da un cessate il fuoco nel 2022. Le violenze tra sauditi e Houthi sono riesplose a luglio, quando il governo di Aden, sostenuto dall’Arabia Saudita, ha colpito un aeroporto di Sana’a, città controllata dagli Houthi.   Gli Houthi hanno risposto con attacchi contro obiettivi sauditi, mentre i jet sauditi hanno ripreso i raid aerei su larga scala sullo Yemen. La scorsa settimana, le forze Houthi hanno attraversato la costa occidentale dello Yemen, conquistando la città portuale di Mocha e consolidando il loro controllo sullo stretto di Bab el-Mandeb.   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa gli Houthi hanno dichiarato il blocco navale dell’Arabia Saudita.

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L’offensiva degli Houthi minaccia le vitali esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita. Il Regno wahabita ha recentemente spostato le sue esportazioni dal Golfo Persico a est al Mar Rosso a ovest, poiché lo Stretto di Ormuzzo rimane chiuso a causa della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Con gli Houthi al controllo della parte occidentale, le esportazioni saudite sono ora minacciate da entrambi i lati.   Secondo Saree, mercoledì le forze Houthi hanno anche colpito una base aerea saudita a Khamis Mushait e gli impianti petroliferi della compagnia nazionale Saudi ARAMCO a Yanbu con droni e missili balistici.   Come riportato da Renovatio 21, la situazione saudita, e mondiale, è ulteriormente aggravata dall’attacco all’oledotto Est-Ovest, che permette di aggirare lo Stretto ormusino, attacato da un drone che pare di essere provenuto dall’Iraq. Le spedizioni di petrolio per l’Europa sono quindi annullate.   La produzione petrolifera saudita è crollata al livello più basso dal 1990.  

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