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Il Canada ha studiato uno scenario militare statunitense «estremo»

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Il primo ministro canadese Mark Carney ha rivelato che il suo governo ha valutato con attenzione l’ipotesi di un’azione militare guidata dagli Stati Uniti contro il proprio Paese, nonostante il presidente Donald Trump abbia escluso l’uso della forza contro il vicino settentrionale.

 

In un’intervista al New York Times pubblicata mercoledì, Carney ha definito tale scenario un «rischio estremo di coda»: un evento considerato altamente improbabile ma abbastanza grave da giustificare una pianificazione di emergenza.

 

«Si tratta semplicemente di gestione del rischio», ha detto, aggiungendo che «sarebbe irresponsabile non [prepararsi]». Carney ha rifiutato di precisare in che cosa consistesse quella preparazione.

 

Trump ha più volte ventilato l’idea di rendere il Canada il 51° Stato degli Stati Uniti, ma ha escluso esplicitamente l’uso della forza militare per arrivarci, affermando nel gennaio 2025 che avrebbe invece fatto ricorso alla «forza economica».

 

Il presidente americano accusa da tempo Ottawa di pratiche commerciali sleali, in particolare su prodotti lattiero-caseari e automobili, e ha imposto una serie di dazi sui prodotti canadesi dall’inizio del 2025. Washington ha inasprito la disputa nell’agosto 2026 con ulteriori dazi del 50% su una serie di prodotti canadesi.

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La rivelazione di Carney arriva pochi giorni dopo il suo viaggio nell’UE per rafforzare i legami con il blocco.

 

Parlando al Parlamento europeo la scorsa settimana, Carney ha sostenuto che l’integrazione economica viene sempre più «strumentalizzata», con i dazi usati come leva e le dipendenze dalle catene di approvvigionamento sfruttate come punti deboli: osservazioni interpretate in larga parte come un riferimento implicito alle pressioni economiche di Washington su Ottawa.

 

Anche la difesa è stata al centro dei colloqui di Carney a Strasburgo, dove con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è discusso dell’ampliamento della cooperazione militare tra Canada e UE e degli appalti congiunti per rafforzare quella che Carney ha definito la loro «autonomia strategica».

 

Tale cooperazione sta già prendendo forma attraverso il programma di appalti per la difesa SAFE dell’UE, del valore di 150 miliardi di euro, al quale il Canada è diventato il primo Paese extraeuropeo a partecipare. L’iniziativa rientra nel più ampio piano di militarizzazione di Bruxelles previsto dalla strategia Readiness 2030, volta a contrastare una presunta minaccia proveniente dalla Russia, che Mosca ha ripetutamente negato.

 

Ottawa sta inoltre cercando legami più stretti con le strutture militari europee al di fuori dell’UE. La scorsa settimana ha presentato formalmente domanda di adesione alla Joint Expeditionary Force (JEF), un raggruppamento militare di risposta rapida composto da dieci nazioni e guidato dalla Gran Bretagna, che affianca la NATO e opera principalmente nelle regioni artica, nordatlantica e baltica, aree chiave del fianco settentrionale del blocco, che si estende fino ai confini con la Russia.

 

Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno era emerso che il Canada stava sviluppando un modello di risposta a un’ipotetica invasione statunitense, con una strategia ipotizzata si basa su una guerra non convenzionale di tipo insurrezionale, ispirata alle tattiche impiegate dai mujaheddini afghani contro le forze sovietiche.

 

Come riportato da Renovatio 21, tre mesi fa Carney, intervenendo prima dell’avvio del vertice del G7, ha dichiarato che nessun Paese o istituzione potrebbe essere escluso o opporsi a un «nuovo ordine mondiale» che partirà dall’Europa.

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Mosca adotterà tutte le misure necessarie contro le testate nucleari in Lituania. Truppe estoni muovono verso il confine

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Interrogato sulle recenti mosse della Lituania per autorizzare il dispiegamento di armi nucleari statunitensi sul proprio territorio, al confine con la Russia, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha avvertito oggi che le azioni lituane «non possono essere percepite se non come un passo verso un’escalation delle tensioni, così come non può esserlo il dispiegamento di armi nucleari in un paese confinante. Lo riporta l’agenzia stampa governativa russa TASS.   «Nessuno di questi sviluppi contribuirà alla stabilità e alla prevedibilità nel continente europeo. Al contrario, con nostro rammarico, segneranno un’ulteriore e significativa escalation delle tensioni. Quanto alla Russia, naturalmente, Mosca sarà costretta ad adottare tutte le misure necessarie per garantire la propria sicurezza» ha detto il portavoce. Le parole di Peskov fanno eco a quelle già rilasciate dal presidente Putin e da altri alti funzionari russi in risposta a una serie di provocazioni contro il Paese, tra cui quella su Kaliningrad.   Nell’ambito della spinta occidentale a posizionare missili nucleari lungo tutto il confine occidentale della Russia, la Lituania sta modificando la propria Costituzione per assecondare questa provocazione. Ieri il Seimas, il Parlamento lituano, ha superato a larga maggioranza la seconda delle tre votazioni necessarie per abolire la disposizione costituzionale (articolo 137) che vieta il dispiegamento di armi nucleari e di basi militari straniere sul territorio nazionale.

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Il voto è stato di 106 a 18, al primo turno il risultato era stato di 99 a 13. Per entrare in vigore, la legge dovrà essere approvata definitivamente dal Seimas il 12 gennaio 2027 con almeno 94 voti favorevoli. Il presidente del parlamento, Juozas Olekas, ha dichiarato: «L’abolizione del divieto di dispiegamento di armi nucleari elimina le restrizioni legali in materia di sicurezza che differivano da quelle in vigore in altri paesi dell’UE e della NATO».   Il governo spinge inoltre per la creazione di una base militare statunitense. Oggi il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevičius ha aggiunto che pagherà Washington per la costruzione di una base militare nel Paese. Su Facebook ha pubblicato l’idea proposta a Washington: «Questa è una garanzia di deterrenza e sicurezza di fondamentale importanza. I nostri partner devono solo prendere la decisione politica di stazionare permanentemente le truppe, e la Lituania è pronta a coprire i costi».   Movimenti inquietanti si stanno registrando anche in un ulteriore Paese baltico. Come riportato da Renovatio 21, l’Estonia si sta aggiungendo al tentativo di accerchiamento strategico della Russia.   «L’Estonia sposta le truppe più vicino alla Russia in un’offensiva di “difesa attiva”», ha riportato il Financial Times il 5 ottobre, aggiungendo che «lo Stato baltico si prepara a condurre attacchi in profondità nel territorio del suo vicino in caso di attacco». «Difesa attiva» significa «spostare le unità di combattimento principali da Tapa, nel Nord dell’Estonia, a Johvi, a 50 chilometri dal confine con la regione di Leningrado», ha spiegato il quotidiano russo in lingua inglese Moscow Times, noto per le posizioni anti-Cremlino. «Il Paese sta anche acquisendo droni e missili balistici in grado di colpire fino a 300 chilometri all’interno del territorio russo».   Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha minimizzato la questione nel briefing quotidiano con la stampa. «Non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che il nostro Ministero della Difesa e gli altri servizi competenti possiedano le informazioni necessarie per monitorare e valutare adeguatamente la situazione lungo i nostri confini».   Tutto ciò va ben oltre al Baltico e si inserisce però in un’offensiva su vasta scala dell’UE volta ad accerchiare la Russia a Ovest, dispiegando capacità di attacco, comprese armi nucleari della NATO, dalla Finlandia a Nord fino alla Polonia e alla Romania a Sud.   Questa strategia provocatoria include anche l’ipotesi di strangolare e persino di conquistare l’exclave russa di Kaliningrad, il che ha suscitato i più gravi avvertimenti da parte dei vertici della Federazione Russa, che pure di difendere la città hanno fatto capire di essere pronti alla guerra atomica.

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Immagine di NATO North Atlantic Threaty via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
 
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Gli Stati Uniti ritirano improvvisamente tutti i bombardieri da Fairford in Inghilterra

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Nel fine settimana l’aeronautica militare statunitense ha ritirato una dozzina di bombardieri B-1B dalla base RAF di Fairford. Lo riporta il New York Times.

 

Il quotidiano neoeboraceno ha definito «insolita» la rapidità dell’evacuazione: «il ritiro è stato estremamente insolito: raramente si verificano mosse così rapide da una base aerea alleata in un Paese in tempo di pace, a migliaia di chilometri da una zona di combattimento».

 

Secondo il NYT, lo spostamento improvviso di tanti bombardieri, con così poco preavviso, è avvenuto in tempi talmente stretti che l’aeronautica stava ancora organizzando il rifornimento in volo mentre gli aerei decollavano per rientrare negli Stati Uniti.

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Il ritiro è seguito a giorni di minacce del presidente Trump, che aveva detto di temere di poter ordinare la ripresa di importanti operazioni militari contro l’Iran dopo le elezioni di medio termine del 3 novembre. Il ridispiegamento sarebbe avvenuto in risposta a nuove informazioni su una minaccia imminente dall’Iran.

 

Né il Comando Europeo degli Stati Uniti, che si è limitato a confermare il rientro dei bombardieri, né il governo britannico hanno commentato.

 

Domenica funzionari americani si sono rifiutati di precisare la natura delle nuove informazioni che hanno portato al rapido ritiro, anche se alcuni aerei erano arrivati solo la settimana precedente nell’ambito di una normale rotazione delle forze, secondo il NYT. Un funzionario statunitense ha detto che le nuove informazioni rientravano negli stessi avvisi di minaccia emersi tre settimane prima, ma che i dettagli e il senso di urgenza erano cresciuti nelle ultime 24 ore, allarmando i comandanti.

 

Una settimana prima la polizia britannica aveva arrestato cinque uomini nel cuore della notte nelle immediate vicinanze della base di Fairford, con l’accusa di coinvolgimento in un complotto terroristico. Il primo ministro britannico Andy Burnham aveva poi cercato di collegare l’episodio all’Iran. Il 3 ottobre la polizia ha arrestato un altro uomo, descritto come cittadino con doppia cittadinanza britannica e iraniana, sospettato di far parte del complotto. Tutti e sei sono stati comunque rilasciati su cauzione in attesa della conclusione delle indagini.

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Marine USA arrestato per l’omicidio di una donna a Okinawa. La catena dell’orrore continua

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Un marine statunitense è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso e rapinato una donna a Okinawa, secondo le autorità giapponesi.   La vittima, Anna Yagi, 39 anni, è stata trovata morta sabato in una stanza d’albergo a Naha, capoluogo della prefettura. Okinawa ospita diverse importanti installazioni militari statunitensi e decine di migliaia di militari americani.   Il caporale Devin Jacob Ballard, 20 anni, di stanza presso la base aerea dei Marine Corps di Futenma a Ginowan, è accusato di aver strangolato Yagi e di averle rubato portafoglio e zaino. Ha negato le accuse.

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Secondo quanto riportato, le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano un uomo, che si ritiene essere Ballard, entrare nell’hotel con Yagi e uscirne da solo con quelli che sembrano i suoi effetti personali. La polizia lo ha rintracciato in una zona di locali notturni nella tarda serata di sabato.   Il Corpo dei Marines ha confermato che Ballard è assegnato alla III Forza di Spedizione dei Marines e ha dichiarato di collaborare con le autorità.   «Questo caso rappresenta un duro colpo e accresce la paura tra gli abitanti di Okinawa, già costretti a vivere a ridosso delle basi statunitensi», ha dichiarato ai giornalisti il neoeletto governatore di Okinawa, Genta Koja. «È assolutamente imperdonabile e siamo indignati».   «Devo dire che la disciplina e l’educazione delle truppe non stanno funzionando affatto», ha aggiunto, riferendosi alle misure introdotte dall’esercito statunitense dopo una serie di casi di violenza sessuale che hanno coinvolto personale americano sull’isola.   Domenica il governo giapponese ha presentato una protesta formale a Washington. Il primo ministro Sanae Takaichi ha chiesto piena collaborazione alle indagini, una disciplina più severa per il personale statunitense e «misure rigorose» per prevenire incidenti simili.   «Il verificarsi di un incidente così brutale e atroce è motivo di profondo rammarico», ha scritto su X, esprimendo le condoglianze alla famiglia della vittima.   Il ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi ha convocato l’ambasciatore statunitense George Glass, che ha promesso piena collaborazione alle indagini.

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Secondo il governo prefettizio di Okinawa, l’isola rappresenta solo lo 0,6% del territorio giapponese, ma ospita il 70,3% delle installazioni militari statunitensi presenti in Giappone e utilizzate esclusivamente dalle forze armate americane.   Le preoccupazioni per criminalità, rumore degli aerei e inquinamento alimentano da tempo l’opposizione alle basi. Il rapimento e lo stupro di una dodicenne da parte di tre militari statunitensi nel 1995 scatenarono proteste di massa. Le manifestazioni contro la presenza militare americana sono continuate: nel 2018 una protesta attirò circa 70.000 persone.   Nel giugno 2024 Tokyo protestò formalmente contro due presunte aggressioni sessuali che coinvolgevano personale statunitense e contro i ritardi nella divulgazione dei casi. Il Corpo dei Marines intensificò di conseguenza i controlli sull’alcol e le pattuglie fuori dalle basi, mentre le Forze armate statunitensi in Giappone vietarono ai militari l’accesso ai locali pubblici fuori dalle basi dalle 1:00 alle 6:00 del mattino.   Nonostante le misure, sono seguite ulteriori accuse di violenza sessuale a carico di personale americano.   Come riportato da Renovatio 21, nel gennaio 2025 l’allora capo di gabinetto Yoshimasa Hayashi esortò le forze armate statunitensi in Giappone a inasprire la disciplina e ad adottare misure più severe per prevenire altri incidenti.   A Okinawa sono presenti 27.000 dei 50.000 soldati USA di stanza in Giappone, pur essendo l’isola appena lo 0,6% del territorio nazionale. Gli abitanti di Okinawa sono sempre stati considerati in modo leggermente subalterno da Tokyo: membri di un Regno extra-imperiale sino al 1872, è naturale che essi siano stati considerati una pedina di scambio con le forze armate statunitensi. Il generale McArthur ebbe l’idea che non essendo gli okinawani totalmente giapponesi, la presenza americana laggiù avrebbe potuto essere anche molto pesante, senza timori di disturbi da parte di revanscismi nazionalisti.   L’incidente recente è l’ultimo di una serie di violente aggressioni contro le donne a Okinawa. A dicembre 2024, un tribunale giapponese ha condannato il Senior Airman Brennon Washington per aver rapito e aggredito sessualmente una ragazza di 15 anni un anno prima, condannandolo a cinque anni di carcere con lavori forzati. Ha fatto ricorso contro il verdetto.   A giugno di due anni fa un caporale dei Marine è stato incriminato per tentata aggressione sessuale e a settembre, un altro caporale dei Marine è stato accusato di aver ferito una donna durante un’aggressione sessuale.   Nel 1995 produsse un’ondata di protesta senza precedenti la vicenda in cui tre militari statunitensi affittarono un furgone e rapirono una bambina di 12 anni, la legarono con nastro adesivo, quindi la stuprarono. Vi sono state situazioni in cui i militari ubriachi, in palese spregio di una proprietà privata non-americana, sono entrati a casa di famiglie giapponesi. Come aveva riportato anni fa il britannico Indipendent, le soapland di Okinawa – cioè i bordelli giapponesi a base di sesso e schiuma – hanno iniziato a proibire l’ingresso ai soldati USA, che probabilmente erano pure i loro migliori clienti.

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Gli okinawani sono stati particolarmente indignati negli scorsi ann quando i media locali hanno rivelato che il governo giapponese non aveva denunciato due casi di violenza sessuale che coinvolgevano membri del servizio americano. Dal 1972 i casi i casi denunziati sono più di 5000.   Nel 2002, un maggiore dei Marines, Michael Brown, fu accusato di aver tentato lo stupro una barista filippina, il processo fu controverso, e nonostante la condanna del tribunale giapponese Brown poté far ritorno in patria, dove nel 2005 fu arrestato per aver rapito una diciottenne di origine vietnamita. Condannato un’altra volta, ora è a piede libero.   Andando indietro con la memoria – stendendo un velo pietoso sugli stupri di guerra – troviamo l’agghiacciante caso di Yumiko-chan. Una bambina di 6 anni, Yumiko Nagayama, fu rapita dall’asilo, stuprata e uccisa ed infine abbandonata in una discarica presso la base militare di Kadena. Il corpo della piccola presentava un profondo taglio di coltello che dall’addome saliva sino alle budella. Fu accusato dell’orrendo crimine il sergente Isaac J. Hurt: la popolazione locale chiese un processo civile teletrasmesso in pubblico, ma le autorità di occupazione ignorarono la richiesta. Hurt fu trasferito in USA dove, contrariamente a quanto chiedevano con forza gli abitanti di Okinawa, non fu condannato a morte.   La situazione di Okinawa non è lontanissima da quella di altre basi USA disposte sul globo, come quella di Vicenza.   Nel 2013 un soldato di stanza alla base Dal Din, 22 anni, nel novembre 2013 fu denunciato per aver stuprato una minorenne in discoteca. Lo stesso militare, per qualche ragione non arrestato, né congedato, né trasferito, pochi mesi dopo avrebbero picchiato, stuprato e perfino rapinato una prostituta romena incinta di sei mesi.   Gli accordi degli anni Cinquanta tra USA e Italia fanno sì che, in barba ad ogni possibile concetto di sovranità, i militari USA la fanno sempre franca – come nel caso, notissimo, della strage del Cermis. E diciamo di più: secondo gli accordi, gli indennizzi spettano poi… al ministero dell’Economia italiano.   Bechi e bastonà, si dice in veneto. Cornuti e mazziati. L’espressione giapponese per esprimerlo è il kotowaza (proverbio)  踏んだり蹴ったり, fundari kettari: «essere calpestati e poi presi a calci».  

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