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Tra quanto assassineranno Donald Trump?

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È un periodo dove stanno saltando fuori verità sempre più indicibili. In particolare, negli ultimi giorni questioni di importanza immane sono saltate fuori lungo lo strano asse Trump-Carlson-Musk.

 

Tucker Carlson, come sa il lettore di Renovatio 21, aveva il programma di news più seguito di tutta la TV via cavo USA. Il suo show, in genere aperto da monologhi memorabili lunghi anche 20 minuti, andava in onda cinque giorni alla settimana alle otto di sera, tenendo incollati non solo tutti gli americani di tendenza conservatrice, ma pure, i numeri non mentono, anche molti democrat: i suoi ascolti erano multipli di quelli della CNN.

 

Rupert Murdoch, il padrone della rete dove trionfava Carlson, Fox News, lo ha, per ragioni ancora avvolte nel mistero (ma sulle quali Renovatio 21 ha avanzato una tetra ipotesi…), licenziato in tronco.

 

Dopo settimane, Carlson è riapparso su Twitter, ora comprato da Elon Musk, con il quale Tucker aveva fatto una densa intervista (rivelatrice di tante cose rispetto al mondo di Big Tech e dell’Intelligenza Artificiale) qualche giorno prima di essere licenziato. Il popolare giornalista decide dunque di far partire una sorta di embrione di programma, ancora poco definito nella tempistica e nel calendario, sul social network muskiano.

 

Il risultato è clamoroso: i suoi video vengono visti decine di milioni, a volte centinaia di milioni di volte. Di fatto, siamo a multipli del pubblico da record che raggiungeva su Fox, che era già a sua volta un ordine di grandezza superiore alle reti dell’establishment come CNN, MSNBC, etc.

 

Carlson quando era su Fox già aveva iniziato ad essere preso come un oracolo: la sincerità con cui affrontava ogni tema, rifiutando nel caso la vulgata imposta dal suo editore – un caso su tutti, quello dei vaccini, attaccati da Tucker sin dalla prima ora – lo avevano reso una rarissima figura di giornalista a cui il pubblico americano dava la sua fiducia. Probabilmente, l’unico.

 

Ora, tale potere oracolare è moltiplicano: tutto quello che viene detto nel programma di Carlson ha un valore immenso.

 

L’intervista fatta a Budapest a Orban dell’altro giorno è qualcosa di epocale: con le parole del premier magiaro a Carlson, si apre un fronte interno alla NATO, di cui l’Ungheria è parte. Al contempo, nello stesso spezzone, oltre che la lode a Trump come unica soluzione al rischio di distruzione totale che stiamo vivendo, Orban ha rivelato di essere pronto alla guerra contro chiunque toccherà il gasdotto che gli porta il combustibile russo. Una decisione presa con la Serbia, ha detto il primo ministro ungherese.

 

Aggiungiamo che prima di pubblicare il video con l’intervista ad Orban, Carlson aveva postato una breve clip in cui veniva accolto in modo regale all’ambasciata della Serbia a Budapest, dove era in visita il presidente serbo Vucic, che gli ha fatto trovare a riceverlo mezzo governo di Belgrado, tutti entusiasti di incontrare Tucker. Nel video, che non si è capito se prelude ad una prossima intervista, si vedeva ad un certo punto Carlson che, in auto per le strade della capitale magiara, diceva che era particolarmente interessante sentire Vucic, in quanto la Serbia è un Paese che la NATO ha bombardato…

 

 

Si sta aprendo, in modo definito, una nuova ondata di NATO-scetticismo in America? Ed è pure possibile parlarne liberamente, grazie al Twitter di Musk?

 

Come riportato da Renovatio 21, a dispetto delle apparenze, grandi nomi della politica e dell’amministrazione americana, presidenti e senatori, funzionari e politologi, hanno espresso negli anni avversione nei confronti del Patto Atlantico, visto più come un fattore di destabilizzazione per il mondo che non come strumento di pace.

 

Va rammentato qui qualcosa che Carlson dichiarò in un’intervista anni fa, quando gli chiesero che cosa lo avesse «svegliato» rispetto alla narrazione dei media dominanti, di cui Carlson (già reporter e presentatore per la CNN) era parte integrante: figlio di un diplomatico (e giornalista), Carlson è praticamente cresciuto a Washington, educato in scuole di élite, frequentando il gotha politico-mediatico.

 

Alla domanda riguardo cosa lo avesse allontanato dal suo mondo washingtoniano (fatto di cene e feste, dove ha peraltro avuto modo di incontrare Hunter Biden), Carlson diede una risposta inaspettata: fu, nel 2015, il candidato presidente Donald Trump, quando, ancora considerato una sorta di disturbo flamboyant che sarebbe stato espulso con le primarie, si chiese: a cosa serve ora la NATO?

 

Tucker, essendo uomo di TV, conosceva Trump, e, dice, non ne aveva quest’opinione altissima. Eppure la domanda risuonava in lui fortissima: già, a cosa serve ora la NATO? La domanda era più che legittima…

 

Il giornalista tentò di parlarne ai suoi amici e vicini di Washington. Notò una reazione scomposta, irrazionale. Tutti quelli con cui tentava di parlarne, dicevano, si irritavano, e cominciavano ad attaccare il «buffone» Trump, senza tuttavia fornire la minima risposta alla domanda. A cosa serve la NATO?

 

Qui, dice, si è svegliato. È stato, come si dice ora, redpillato. C’era qualcosa che non si poteva toccare, anche se era perfettamente legittimo, in teoria, e logico, farlo. Carlson si era già amaramente pentito, anni prima, di aver sostenuto la guerra in Iraq: dopo aver fatto da tamburista per i neocon nell’invasione del 2003, era andato a Baghdad per scrivere un articolo sul campo riguardo ad un amico reporter morto lì qualche mese prima. Vide una situazione talmente allucinante che, tornato a casa, trovò la forza per rimangiarsi tutto quello che aveva scritto sulle operazioni di Bush in Medio Oriente.

 

Ora, con Trump, il quadro era divenuto ancora più netto: sì, c’è un potere americano, che puoi chiamare Deep State o anche Permanent Washington, che vuole la guerra, vuole morte e distruzione, come fosse indemoniata. Tale potere è dominante nei circoli della capitale (quelli in cui lui era cresciuto, e in cui ha vissuto per anni) ma è per molti versi antitetico all’America reale che trovi appena esci dalle metropoli, che, sotto la guida dei democrat, sono oramai zone di guerra, territori falliti senza più legge né sicurezza.

 

Ottenuto il programma nell’ora di punta su Fox, e portatolo in vetta come trasmissione di quel genere più vista del Paese, Carlson ottenne di spostare lo studio di registrazione in una casa del Maine, in mezzo ai boschi, dove si era ritirato allontanandosi da Washington.

 

È da qui, dallo studio domestico che Fox ha abbandonato, che Trump ha giocato una delle sue ultime, geniali mosse elettorali. Invece che presentarsi a Milwaukee per il primo dibattito fra candidati presidenti repubblicani – la corsa per le primarie – lui, forte di un margine sugli inseguitori che i sondaggi dicono essere di 40, 50 o financo 60 punti, l’ex presidente decide di chiamare Carlson, e proporgli un’intervista da mettere online su Twitter esattamente cinque minuti prima della diretta del dibattito fra i suoi concorrenti repubblicani.

 

Le conseguenze di questa manovra hanno proporzioni da sisma: la videointervista Carlson-Trump viene vista 260 milioni di volte, il dibattito delle primarie repubblicane mandato in onda da Fox News (sì, la stessa azienda che ha cacciato Tucker) ha invece 12,8 milioni di telespettatori.

 

In pratica, Trump demolisce ogni speranza, se ne avevano, di essere sostituito come candidato Repubblicano. Al contempo il social di Musk dimostra di essere un veicolo migliore per la politica delle TV tradizionali con i loro riti politici, come il debate per le primarie di partito.

 

La politica e i media vengono, ancora una volta dopo il 2016, disintermediati da Trump. Carlson lo ha capito, e lo ha capito anche Musk: Twitter ora diviene un attore mediatico centrale, non solo un deposito di dichiarazioni (i tweet di questo o quel politico, di questo o quell’ente) ma un teatro live che sbaraglia la TV.

 

È davanti a questa ulteriore, sottile rivoluzione in corso che vanno ascoltate le parole che Carlson, tornato dall’Ungheria, ha proferito durante il podcast del comico Adam Corolla, che era spesso ospite di Tucker Carlson Tonight ai tempi di Fox News.

 

Come riportato da Renovatio 21, durante l’ora di conversazione con Corolla ha detto senza mezzi termini che si aspetta «una guerra calda tra USA e Russia entro un anno».

 

«Siamo già in guerra con la Russia, ovviamente, stiamo finanziando i loro nemici (…) Penso che potrebbe accadere facilmente (…) Penso che potremmo fare una cosa del tipo “Golfo del Tonchino” farci strada, dove all’improvviso i missili atterrano in Polonia, e “Sono stati i russi! Il nostro alleato NATO è stato attaccato! Stiamo andando in guerra!” Vedo ciò accadere molto facilmente».

 

Qui l’allusione è ad un attacco false flag – cioè un’operazione sotto copertura per fingere di essere attaccati, come accadde con l’incidente del Golfo del Tonchino per mandare le truppe USA contro il Vietnam del Nord – di cui abbiamo già visto un esempio proprio qualche mese fa con il missile ucraino che uccide due polacchi nella loro fattoria in territorio della Polonia.

 

Nella stessa intervista, Carlson sgancia un’altra bomba. Con espressione perfettamente seria, dice di aspettarsi l’assassinio di Donald Trump.

 

«Nessuno lo dirà, ma non so come si possa non arrivare a questa conclusione. Capisci cosa intendo? Hanno deciso, Permanent Washington ed entrambi i partiti, hanno deciso che c’è qualcosa in Trump che è troppo minaccioso per loro. Semplicemente non possono permettere che succeda» dice Carlson a Carolla.

 

«Inizi con le critiche, poi passi alla protesta, poi passi all’impeachment, ora passi alle accuse in tribunale, e nessuno di queste cose funziona, cosa succede dopo? Facci un disegnino, amico. Stiamo accelerando verso l’assassinio, ovviamente».

 

 

La spiegazione di tale enorme affermazione è, in realtà, piuttosto logica.

 

«Una volta che inizi a incriminare i tuoi avversari politici, sai che devi vincere altrimenti ti incrimineranno se vincono. Quindi non possono perdere. Faranno di tutto per vincere. Allora come fanno? Non tireranno fuori di nuovo il COVID, so che tutti a destra hanno paura rifaranno il COVID e l’obbligo di mascherine: non possono farlo. Sono già stati smascherati. Non funzionerà».

 

E quindi «Cosa faranno? Andranno in guerra con la Russia, ecco cosa faranno».

E chi è, come giustamente ricordato da Orban durante l’intervista sempre di Carlson, l’unico uomo che può riportare la pace?

 

Anzi, chi è l’uomo che ha detto che farà cessare la guerra in 24 ore una volta tornato presidente?

 

Sì, Donald Trump. Per continuare la guerra, estenderla, globalizzarla, hanno bisogno di rimuovere questo ostacolo. Minacciarlo con più di mezzo millennio di carcere non serve a nulla: lui continua e, soprattutto, il suo indice di gradimento sale. Non solo: ora anche i tiepidi sono convinti che contro The Donald, vi sia una cospirazione, perché i processi sempre più sbilenchi, con evidenza lo comprovano. Gli fanno la foto segnaletica: e la popolazione esplode, è l’immagine più iconica dell’anno, forse del decennio.

 

Qualcuno chiederà: se è così pericoloso per l’establishment, perché non lo hanno ammazzato prima?

 

La risposta che possiamo dare è che nel 2016 nessuno si aspettava che divenisse presidente, secondo alcune ricostruzioni nemmeno lui, la moglie e parte del team. Rammenterete i sondaggi che davano Hillary in testa con distacchi abissali, le previsioni di possibilità di vittoria di oltre il 90% per la Clinton pubblicate anche sui giornali italiani. Recentemente Trump ha ricordato che, alle ore 17 del giorno delle elezioni, Hillary e i suoi già stavano festeggiando, prima ancora che le urne fossero chiuse…

 

Del resto, Trump era solo un clown messo lì per dare un tono all’ambiente. E non è mai stata smentita, neanche dal diretto interessato, la storia secondo cui la candidatura presidenziale fosse stata suggerita a Trump proprio dai Clinton, che volevano gettare un petardo nelle primarie repubblicane 2015 e magari mandare fuori scena quello che credevano essere il candidato più pericoloso contro cui doveva correre Hillary, Jeb Bush.

 

È opinione di molti sostenitori di Trump che anche le elezioni del 2016 fossero truccate, ma i brogli non furono abbastanza da fermare la valanga di voti per il biondo appaltatore del Queens star della reality TV.

 

Quell’elezione già aveva fatto emergere pattern sociopolitici (e geopolitici) che sarebbero divenuti drammaticamente centrali negli anni a venire.

 

Da una parte, la demonizzazione della Russia, indicata dai democratici, in quella che è davvero una teoria del complotto senza alcuna base, come artefice dell’elezione di Trump, pupazzo di Putin. L’isteria russofobica ha generato conseguenze enormi: ha guastato i rapporti con Mosca anche una volta eletto Trump, che non poteva fare accordi con Putin senza essere linciato dalla stampa e dalla politica goscista come marionetta del Cremlino.

 

Di più: recentemente il giornalista Glenn Greenwald, quello che portò alla ribalta il caso Snowden, ha dato una lettura psicanalitica non improbabile del conflitto russo-ucraino: i miliardi e le armi che i democratici USA stanno dando a Kiev per combattere la Russia sono una sorta di risposta al più grande trauma psicopolitico della loro esistenza, cioè la mancata elezione a presidente di Hillary Clinton nel 2016.

 

Dall’altra parte, era emersa in quella corsa elettorale la demonizzazione dell’avversario, un astio estremo nei confronti del personaggio che è rimasto invariato durante la presidenza e dopo, anzi è cresciuto. Anche qui si è parlato di un fenomeno psicologico specifico, la Trump Derangement Syndrome, la «sindrome da disturbo Trump», che è una bella definizione che avremmo voluto avere durante i quasi trenta anni di «sindrome da disturbo Berlusconi» che lo Stato-partito italiano con i suoi politici goscisti, i suoi media venduti,  i suoi oligarchi ci ha inflitto senza pietà continuativamente.

 

Infine, in quella fatale campagna elettorale venne a galla forse il fenomeno più rilevante, ed inquietante, che avremo visto poi concretarsi tragicamente nell’era Biden: la demonizzazione della stessa popolazione che vota, che Hillary definì «basket of deplorables» – il «cestino di miserabili».

 

Si tratta di un salto di paradigma, politicamente: puoi attaccare l’avversario, ma non i suoi elettori. Quelli devi portarli a te, sedurli… saranno comunque i tuoi cittadini quando salirai al potere… Invece no. Non più.

 

I deplorables che non votavano per lei, vennero insultati da Hillary, e poi programmaticamente perseguitati da Biden. Lo dichiarò, con una scenografia stile Albert Speer e due Marines ai lati, nel famoso discorso chiamato «Dark Brandon», in cui si scagliava non contro Trump, ma contro gli americani MAGA, cioè i suoi sostenitori. E non si trattava di retorica, per quanto perversa: appena eletto, era cominciato la traslazione del concetto di terrorismo, per cui le agenzie di sicurezza non dovevano più occuparsi degli islamisti, ma dei genitori che protestano per l’insegnamento del gender o della Critical Race Theory a scuola, per i papà e le mamme che rifiutano i lockdown, le mascherine e i vaccini per i loro figli: tutti questi miserabili erano divenuti, concretamente, potenziali domestic terrorists.

 

Ecco che si spiegano le persecuzioni contro i pro-life, con padri di famiglia prelevati da squadre d’assalto in casa per aver protestato fuori dalle cliniche degli aborti.

 

Ecco che si comprende perché l’FBI abbia cominciato a istituire un sistema di spie contro i cattolici che vanno alla Santa Messa in latino.

 

Ecco che capiamo da dove venga la persecuzione contro chiunque fosse in Campidoglio quel fatale 6 gennaio.

 

È un mutamento immane che abbiamo tante volte cercato di spiegare su Renovatio 21: lo Stato non cerca più la convivenza fra i suoi cittadini, ma l’eliminazione del segmento cui non riesce a dare a bere la sua narrativa. Tale porzione di cittadini è considerata come sacrificabile: il senso della pandemia, dell’apartheid biotica che avete subito, del green pass che vi impedisce di lavorare e vivere, è tutto qua.

 

Nel nuovo concetto di Stato, voi non siete più inclusi. Voi sarete sacrificati. E le aziende private, lo sapete, sono allineate: ecco perché Facebook vi censura, perché il negozio non vi fa entrare senza certificato verde e mascherina. Come dimostrano chiaramente anni di World Economic Forum a Davos, la convergenza tra multinazionale e Stato, tra pubblico e privato è oramai totale – lo chiamano Grande Reset.

 

Perché, entrati oramai in questa nuova era, a chi vi sta sopra non interessa più il vostro voto, né il vostro danaro. Ecco perché è così facile emarginarvi, eliminarvi.

 

Donald Trump rappresenta un immenso ostacolo a questa trasformazione in atto. Va in cerca di voti con manifestazioni oceaniche, ama la gente. È ricco, ma più che con i grandi donatori, ora pare stia facendo soldi con le t-shirt della sua foto segnaletica. Si oppone alla globalizzazione, mette in riga la Cina.  Si oppone all’immigrazione selvaggia dal confine meridionale – cioè il piano Kalergi in versione USA. Pare avere a cuore la classe media, quella che il partito di Davos vuole eliminare, e che il mandarinato pandemico ha ferito a morte.

 

Aggiungiamoci pure, come dicevamo sopra, che non ama molto la NATO. Quell’organizzazione di superpotenza militare, anche atomica, basata a Bruxelles, che è per coincidenza la stessa città di Marc Dutroux, cioè, pardon, la stessa città dell’Unione Europea. (Scusate, ci eravamo per un attimo confusi, è stato un lapsus)

 

Il lettore capisce da sé che, non sarà mai un pazzo solitario, né i soli nemici politici, a tentare di ucciderlo: dietro il suo assassinio ci sarà un piano immenso, un sistema globale in via di realizzazione, un mondo intero, un potere planetario in grado di schiacciare perfino un presidente americano.

 

È già successo. Uccisero Kennedy che era un uomo di pace, un uomo in grado disinnescare con Krushev la più tremenda crisi atomica, quella dei missili sovietici a Cuba. Per evitare di ritrovarsi ancora una volta ad avere a che fare con un così, sei anni dopo uccisero il fratello, Robert Kennedy, quando era ancora candidato alle primarie democratiche, con ampie prospettive di vittoria. (Il figlio di Robert, Robert Kennedy jr., anche lui candidato democratico, sappiamo prende sul serio la possibilità di essere assassinato anche lui)

 

 

Non che Trump non conosca la situazione, anzi.

 

Uno dei momenti più incredibili offerti dalla trasmissione di Tucker Carlson quando era su Fox fu la puntata in cui disse – forte di una fonte che non poteva nominare ma che, assicurava, conosceva la realtà delle cose – che il presidente John Kennedy fu ammazzato con il coinvolgimento della CIA. Era la prima volta che, dopo 60 anni di bisbigli impubblicabili, qualcuno lo diceva forte e chiaro.

 

Sì, la CIA ha ucciso il presidente degli USA, quello che avrebbe dovuto servire. Le implicazioni di questo sono gigantesche: la storia degli USA, apprendiamo, non la fanno i presidenti, ma un potere non eletto che può trucidarli a piacere…

 

«È un Paese completamente diverso da quello che pensavamo fosse. È tutto falso» aveva confessato a Carlson la sua fonte.

 

Ora, è probabile che il lettore sia giunto con rapidità alla conclusione a cui sono arrivati in tanti: la fonte di Tucker non può che essere Donald Trump.

 

È una situazione di significato profondo davvero. Siamo a livelli di una tragedia, di un racconto mitico.

 

L’eroe sa quale può essere il suo destino. Sa che può essere ucciso, magari dai suoi stessi uomini. Eppure non desiste, e porta avanti la sua battaglia senza fermarsi, pienamente conscio del fato che incombe.

 

Dio salvi Donald Trump.

 

Signore, riporta la pace nel mondo.

 

Lettore, fallo anche tu: prega. Perché ne abbiamo davvero bisogno.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

 

Geopolitica

Colono ebreo armato accusato della morte di un leader palestinese in Cisgiordania

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Giovedì i procuratori israeliani hanno formalizzato l’accusa di omicidio colposo a carico del colono ebreo Yinon Levi in relazione all’uccisione a colpi d’arma da fuoco, avvenuta nel 2025 nella Cisgiordania occupata, della leader della comunità palestinese Awdah Hathaleen. Si tratta della prima incriminazione di questo genere in sette anni.

 

Hathaleen, insegnante di 31 anni, è stata uccisa il 28 luglio durante uno scontro con un gruppo di coloni che avevano introdotto escavatori nel villaggio di Umm al-Khair per livellare il terreno e realizzare un nuovo avamposto. Gli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono considerati illegali dal diritto internazionale, poiché le Nazioni Unite li ritengono un ostacolo alla nascita di uno Stato palestinese indipendente.

 

Le immagini dell’episodio mostrano Levi mentre brandisce una pistola durante lo scontro con i residenti e apre il fuoco contro la folla. Si odono alcuni degli uomini che lo circondano gridare «Sparatemi» in inglese. Secondo l’atto d’accusa, citato da Haaretz, Levi ha esploso un colpo verso degli edifici «agendo in modo sconsiderato, consapevole della possibilità che le sue azioni potessero causare la morte di qualcuno».

 

Se dichiarato colpevole, rischia fino a 12 anni di reclusione. Levi era stato inserito nella lista degli «estremisti violenti» dall’amministrazione Biden, ma il presidente statunitense Donald Trump lo ha cancellato dalle sanzioni americane nel 2025. Resta comunque soggetto alle sanzioni dell’Unione europea.

 

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Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, coloni e soldati israeliani hanno ucciso almeno 1.100 palestinesi in Cisgiordania dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas a Gaza nell’ottobre 2023.

 

L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din evidenzia che Levi è il primo civile israeliano a essere incriminato per la morte di un palestinese in Cisgiordania dal 2019. I dati dell’associazione, riportati dai media israeliani, indicano che tra il 2005 e il 2025 oltre il 90% dei casi non ha portato ad alcuna incriminazione e soltanto il 3% si è concluso con una condanna.

 

Negli ultimi anni Israele ha intensificato l’espansione degli insediamenti, una politica sostenuta da esponenti politici tra cui il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Il mese scorso Smotrich ha annunciato lo stanziamento di circa 440 milioni di dollari per la creazione di 34 nuovi insediamenti, provocando la condanna delle Nazioni Unite.

 

Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa coloni israeliani e soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso quattro palestinesi durante un attacco a un villaggio nella Cisgiordania occupata. Una moschea è stata data alle fiamme nel villaggio palestinese di Tal.

 

Due settimane fa i coloni hanno di fatto sequestrato un deputato USA, il congressman della California Ro Kanna.

 

I coloni due mesi fa hanno incendiato la città cristiana di Taybeh. Continui attacchi dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania come Taybeh, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa. Il vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme William Shomali a marzo aveva denunciato l’escalation degli attacchi terroristici dei coloni israeliani contro i cristiani.

 

L’annessione della Cisgiordaniaconsiderata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo. Incursioni militari si sono viste a inizio anno a seguito dell’esplosione di alcuni autobus, e poco prima erano stati effettuati raid aerei con relativa strage a Tulkarem. Due anni fa si ebbe l’episodio dei commando israeliani che entrarono in un ospedale cisgiordano travestiti da donna.

 

A febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.

 

In una strana umiliazione inflitta agli USA, due mesi fa il Parlamento israeliano (la Knesset) aveva votato per la «sovranità» sionista sulla Cisgiordania proprio mentre era in visita il vicepresidente americano JD Vance, che disse di sentirsi «insultato» dalla «stupida trovata». Trump ha dichiarato quindi che toglierà i fondi ad Israele qualora annettesse la Cisgiordania. Il presidente americano, contrariamente a quanto auspicato da ministri sionisti all’epoca della sua elezione, non sembra voler concedere allo Stato Giudaico l’anschluss di quella che gli israeliano chiamano «Giudea e Samaria».

 

La Knesset ha votato la proposta di legge di Ben-Gvir (che gira con una spilla a forma di cappio e festeggia il compleanno con torte sempre a tema di impiccagione) per dare la pena di morte ai «terroristi», intendendo per questi solo i palestinesi.

 

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Geopolitica

Attacco su vasta scala Houthi contro le forze sostenute dai sauditi

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I ribelli Houthi dello Yemen hanno reso noto di aver effettuato giovedì attacchi coordinati mediante droni e missili balistici contro vari accampamenti delle forze del governo riconosciuto a livello internazionale e appoggiato dall’Arabia Saudita. L’inasprimento del conflitto interrompe quattro anni di relativa tregua nella piccola nazione araba, devastata dalla guerra civile dal 2014 e posizionata in un punto strategico per il traffico marittimo sul Mar Rosso.   Secondo quanto comunicato dal portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, gli Houthi hanno colpito truppe, depositi e campi in tre province dello Yemen centrale e orientale dopo aver individuato un concentramento di forze sostenute dall’Arabia Saudita che si apprestavano a un’offensiva.   «L’operazione ha provocato la morte e il ferimento di centinaia di mercenari sauditi nemici», ha dichiarato, mettendo in guardia Riad dal procedere a ulteriori «escalation». Le forze governative hanno riconosciuto che alcuni dei loro soldati sono stati uccisi o feriti, senza però indicare numeri precisi. Reuters ha riportato fonti governative secondo cui almeno 30 soldati sarebbero deceduti.   Nel corso della giornata di giovedì, gli Houthi hanno effettuato attacchi nella provincia meridionale saudita di Najran, causando il ferimento di 11 civili, secondo quanto comunicato dall’esercito del Regno.  

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Le ostilità sono riprese in un contesto di crescenti tensioni interne nello Yemen, tra cui il peggioramento dell’economia, l’aumento del malcontento tribale e le conseguenze umanitarie del blocco imposto dall’Arabia Saudita nel corso dei 12 anni di guerra civile. Hanno inoltre coinciso con l’inasprimento delle tensioni regionali successive al conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, durante il quale gli Houthi hanno espresso il proprio sostegno a Teheran.   Durante la guerra tra Israele e Hamas a Gaza, gli Houthi avevano in precedenza lanciato missili contro Israele e preso di mira imbarcazioni nel Mar Rosso, provocando attacchi aerei da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Israele nello Yemen. Gli attacchi dei ribelli si sono interrotti in gran parte dopo che il gruppo ha raggiunto un cessate il fuoco con gli Stati Uniti nel maggio 2025.   Da mesi gli Houthi tentano di attivare voli diretti tra Sana’a, la capitale dello Yemen, e Teheran, nonostante l’opposizione del governo sostenuto dall’Arabia Saudita, che ritiene tali collegamenti una violazione dei termini della tregua.   Il 3 luglio un aereo della compagnia iraniana Mahan Air è atterrato a Sana’a per la prima volta in oltre un decennio per trasportare una delegazione Houthi ai funerali della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso il primo giorno degli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine di febbraio.   Tuttavia, quando lo stesso velivolo ha tentato di rientrare il 13 luglio, le forze sostenute dall’Arabia Saudita hanno colpito la pista. Gli Houthi hanno attribuito la responsabilità a Riyadh e dichiarato terminato il cessate il fuoco. Una settimana dopo, il gruppo ha annunciato un blocco navale dell’Arabia Saudita e da allora ha rivendicato attacchi contro otto navi collegate al Regno.   La scorsa settimana la coalizione a guida saudita ha effettuato raid aerei contro postazioni militari Houthi nella provincia yemenita di Hodeidah, presentandoli come risposta agli attacchi del gruppo contro le navi mercantili. I ribelli hanno replicato colpendo gli impianti di Aramco.   Il Mar Rosso e il suo accesso meridionale, lo Stretto di Bab al-Mandeb, hanno assunto un ruolo ancora più rilevante come rotta marittima alternativa, poiché lo Stretto di Ormuzzo, che abitualmente gestisce circa un quarto del commercio marittimo di petrolio e GNL, resta in gran parte interdetto a causa del conflitto con l’Iran.   Saudi Aramco, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, ha dirottato le spedizioni di greggio dallo Stretto ormusno il suo porto di Yanbu sul Mar Rosso, dove i carichi hanno raggiunto una media superiore ai 4 milioni di barili al giorno da giugno, oltre quattro volte il livello registrato nello stesso periodo dell’anno precedente, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters citando i dati di tracciamento delle petroliere.   Poiché il petrolio e i prodotti petroliferi costituiscono oltre tre quarti delle esportazioni dell’Arabia Saudita, un’interruzione di questa cruciale via di esportazione attraverso il Mar Rosso potrebbe risultare disastrosa per il Regno.

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Secondo quanto riportato la scorsa settimana dal quotidiano britannico Guardian, che cita fonti yemenite, Riad starebbe organizzando una vasta offensiva militare via mare e potenzialmente via terra. I movimenti delle truppe suggeriscono che la coalizione sostenuta dall’Arabia Saudita stia concentrando le forze per un possibile attacco al governatorato centrale di Al Bayda, controllato dagli Houthi.   Un funzionario saudita ha dichiarato giovedì sera alla CNN che il Regno si stava preparando a «molteplici attacchi coordinati» da parte degli Houthi e delle milizie irachene filo-iraniane.   L’escalation rischia ora di riaccendere un conflitto rimasto in gran parte quiescente dal 2022, quando gli Houthi e la coalizione a guida saudita avevano concordato una tregua mediata dalle Nazioni Unite dopo anni di guerra civile e un intervento militare guidato da Riyadh. In caso di una nuova offensiva di ampio respiro, il Pakistan potrebbe eventualmente prestare assistenza all’Arabia Saudita, con la quale mantiene un accordo di cooperazione militare.   Dal 2022 gli Houthi hanno consolidato le proprie posizioni difensive e incrementato la produzione nazionale di droni e missili, attività che, secondo i funzionari occidentali, ha beneficiato di un significativo supporto tecnologico iraniano.   Il mese scorso Riad ha illustrato i piani per una coalizione di difesa marittima composta da 14 nazioni, destinata a tutelare la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden mediante lo scambio di informazioni di intelligence, esercitazioni congiunte e operazioni navali coordinate.

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Geopolitica

Israele effettua il più pesante bombardamento del Libano dalla tregua di giugno

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Mercoledì Israele ha attaccato diversi obiettivi nel sud del Libano in quella che è stata definita la campagna di bombardamenti più intensa dall’entrata in vigore del cessate il fuoco all’inizio di giugno. Gli attacchi si sono verificati mentre negoziatori israeliani e libanesi conducevano colloqui mediati dagli Stati Uniti a Roma.

 

Un uomo è deceduto e altri dodici sono rimasti feriti a Tibnin quando un proiettile israeliano ha colpito il tetto di una sala di preghiera all’interno di un cimitero, secondo quanto comunicato dal ministero della Salute libanese.

 

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno inoltre bombardato Al-Mansouri e in seguito hanno colpito Burj el-Shamali, vicino a Tiro. Le IDF hanno diramato il loro primo ordine di evacuazione dopo circa due mesi.

 

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Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno dichiarato di aver ripreso gli attacchi in risposta a «una palese violazione» del cessate il fuoco da parte di Hezbollah, senza fornire ulteriori dettagli. Mercoledì, diverse testate giornalistiche avevano riferito la morte di due soldati israeliani a seguito di un’esplosione all’interno di un edificio minato nella città libanese di Majdal Zoun.

 

L’escalation si è verificata mentre, secondo le Nazioni Unite, oltre 820.000 libanesi sfollati a causa di raid aerei e ordini di evacuazione stavano facendo ritorno alle proprie abitazioni.

 

Il settimo round di colloqui israelo-libanesi è stato interrotto mercoledì pomeriggio su richiesta di Israele, secondo quanto riportato dal Times of Israel e da Al-Monitor.

 

Secondo i media israeliani, l’ambasciatore del Paese negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha accusato la delegazione libanese di aver ripetutamente diffuso informazioni false alla stampa. I colloqui dovrebbero riprendere giovedì.

 

L’IDF ha occupato alcune zone del Libano meridionale nell’ambito di quella che definiscono una zona di sicurezza, con l’obiettivo di dissuadere Hezbollah dal lanciare razzi e colpi di mortaio oltre confine.

 

In base alla tregua del 3 giugno, Israele aveva accettato di ritirarsi progressivamente e di trasferire il controllo delle «zone pilota» all’esercito libanese, a condizione che Hezbollah non potesse più sferrare attacchi da quelle aree. Hezbollah ha respinto l’accordo definendolo «umiliante» e chiedendo il ritiro completo di Israele e rifiutando il disarmo.

 

Come riportato da Renovatio 21, un mese fa il ministro della Difesa dello Stato Giudaico Israele Katz aveva dichiarato che l’occupazione ebraica di parti Libano, Gaza e Siria sarà a tempo indeterminato.

 

Il ministro della sicurezza dello Stato Ebraico Itamar Ben-Gvir settimane fa ha dichiarato che il Libano dovrebbe essere il «parco giochi di Israele». Due mesi fa aveva, detto che «tutto il Libano deve bruciare». Pochi giorni prima Israele aveva bombardato il Paese dei cedri subito dopo l’accordo per il cessate il fuoco.

 

La violenza militare israeliana aveva toccato anche il castello di Beaufort, una fortezza costruita dai Crociati 900 anni fa nel Libano meridionale, dichiarato dallo Stato degli ebrei come «zona di combattimento».

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 Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported 

 

 

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