Spirito
«Siamo stati creati per la gloria»: omelia nella festa di Ognissanti di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica l’omelia nella festa di Ognissanti dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò

Vos, purpurati martyres,
Vos candidati præmio
Confessionis, exsules
Vocate nos in patriam.
Rabano Mauro
Inno Placare, Christe
Dopo la solenne celebrazione della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, nell’ultima Domenica di Ottobre, il primo Novembre è dedicato a coloro che con Cristo hanno combattuto il bonum certamen, meritando di trionfare con Lui nella vittoria sfolgorante sul demonio.
Il giorno seguente, 2 Novembre, viene ricordato un altro sterminato esercito di anime sante: quelle di coloro che il fuoco del Purgatorio purifica, come l’oro nel crogiuolo, per renderle degne di essere ammesse alla gloria della contemplazione della Maestà divina.
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Il Re, i Suoi più valorosi compagni d’arme, i Suoi soldati, e un’infinità di Santi sconosciuti. Profeti, Apostoli, Martiri, Confessori, Vergini e Vedove; Papi, Vescovi e Abati; Re e Sovrane. E la Regina di tutti costoro, la Condottiera delle Milizie, la Beatissima Semprevergine Maria. E le schiere angeliche: Serafini, Cherubini, Troni; Dominazioni, Virtù, Potestà; Principati, Arcangeli e Angeli. Miriadi di anime illuminate come un mistico firmamento dalla luce sfolgorante del Sol Justitiæ, Nostro Signore Gesù Cristo, Re e Pontefice.
Tibi omnes angeli,
tibi cœli et universae potestates:
tibi cherubim et seraphim,
incessabili voce proclamant:
Sanctus, Sanctus, Sanctus,
Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt cœli et terra majestatis gloriæ tuæ.
Te gloriosus Apostolorum chorus,
te Prophetarum laudabilis numerus,
te Martyrum candidatus laudat exercitus.
A questo sterminato consesso di Santi manchiamo solo noi, che in questa valle di lacrime peregriniamo verso la Patria celeste che troppo spesso crediamo lontana.
Una Patria da cui siamo exsules, esuli cacciati dalla Giustizia divina in quanto figli di Adamo ed Eva, riammessi per Grazia alla presenza beatifica della Santissima Trinità grazie alla Redenzione del Nuovo Adamo e alla Corredenzione della Nuova Eva. Con noi abbiamo molti compagni di viaggio, altri ci hanno preceduti, altri li incontreremo per via.
I nostri genitori, una volta lasciata questa vita passeggera, continueranno a pregare per noi nell’eternità e li ritroveremo ad attenderci quando suonerà la nostra ora. I nostri figli, i nostri nipoti perderanno anche noi, un giorno, e benediremo la volta che abbiamo loro insegnato a recitare un De profundis, perché la loro preghiera allevierà le nostre sofferenze purificatrici e ci avvicinerà a quel locus refrigerii, lucis et pacis cui tanto aneliamo.
Anche noi pregheremo per loro, dal Purgatorio e dal Paradiso, affinché con l’aiuto della Grazia riescano ad espiare le loro colpe su questa terra, con la penitenza, il digiuno, la preghiera; con la Carità, che copre una moltitudine di peccati (1 Pt 4, 8). La Carità: l’unica Virtù che non verrà mai meno, perché consustanziale al Dio Uno e Trino. La Virtù il cui fuoco arde di un tale amore per Dio, da consumare le nostre infedeltà.
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Chi tra voi è ancora giovane, e pensa di aver dinanzi a sé ancora molto tempo prima del Giudizio particolare, forse non riesce a comprendere perché nelle persone più mature si renda via via più percepibile quella sorta di «nostalgia» per la gloria del Cielo che ci fa quasi desiderare la morte per prima raggiungere il Padre Celeste e i santi del Paradiso. Noi anziani sentiamo questo desiderium patriæ che ce la fa anelare più della luce del sole [Patria me major quam lucis sidera deerat, cfr. Ovidio, Tristia, I, 3].
Un desiderio che non ci viene dal ricordo di qualcosa che abbiamo lasciato – non essendo mai stati ammessi al Paradiso – quanto da quell’impronta che portiamo impressa nella nostra natura e che ci ricorda di essere opera della mano sapiente del Creatore, fatti a immagine e somiglianza della Santissima Trinità, trinitari anche noi nelle nostre facoltà – memoria, intelletto, volontà. La memoria del Padre, l’intelletto del Figlio, la volontà del Paraclito.
Potremmo dire che il ricordo ancestrale del Paradiso perduto si sia trasmesso, insieme alle conseguenze del peccato originale – la morte, la malattia, il dolore… – proprio come il figliuol prodigo prova nostalgia della casa del Padre, del quale ha dilapidato l’eredità. Quel richiamo struggente ci ricorda da dove veniamo, ma soprattutto ci indica la Patria a cui siamo destinati.
Il pellegrinaggio del popolo eletto nel deserto verso la Terra Promessa è figura del pellegrinaggio della Chiesa verso il ritorno nella gloria del proprio Capo, ma anche immagine del pellegrinaggio di ciascuno di noi verso la Nuova Gerusalemme.
Siamo stati creati per la gloria. Siamo stati voluti e quindi amati per essere partecipi della gloria del Dio Creatore, Redentore e Santificatore. Siamo stirpe di Re, figli ed eredi di Dio, coeredi di Cristo. E la nostra eredità inizia qui, cari fratelli. Inizia con la scala crucis che vediamo raffigurata in un’immagine medievale, in cui il Salvatore sale i pioli di una scala che conduce alla Croce. La nostra eredità eterna inizia con la volontaria accettazione della croce che la Provvidenza ci ha destinato, e che è l’unica che siamo in grado di portare, l’unica su cui possiamo serenamente salire, su cui possiamo con fiducia aprire le braccia.
La scala crucis è anche scala paradisi, perché nella sequela del Redentore questa via regia conduce dritto al cospetto della Maestà divina. Una suggestiva immagine di San Giovanni Climaco ci mostra le anime salire verso il Cielo, con gli Angeli che le accompagnano nella salita e i diavoli che cercano di trascinarle giù.
I Santi – quelli che veneriamo sui nostri altari, dei quali incensiamo le Reliquie, sulle spoglie dei quali celebriamo il Santo Sacrificio della Messa e che per noi intercedono in Cielo – non sono l’eccezione in una norma di mediocrità. Non è normale non essere santi. Vi furono epoche in cui la santità era tutt’uno con l’essere Cristiani, perché nella furia della persecuzione uomini e donne, giovani e anziani erano quotidianamente chiamati ad affrontare il Martirio. Molti lo subirono come catecumeni, ancor prima di essere ammessi al Battesimo. Portiamo i loro nomi proprio perché il loro esempio ci sproni ad imitarli sulla stessa via di santità. Professiamo la stessa Fede apostolica, celebriamo gli stessi Misteri, e continuiamo ad avere gli stessi nemici: il mondo, la carne, il diavolo.
Un Cattolico che non vuole essere santo, che non desidera il Paradiso, che non anela a Dio – sicut cervus ad fontes aquarum – e che non sente questa «nostalgia» del Vero e del Bene, non ha capito nulla della nostra santa Religione, né tantomeno del miracolo di infinita Carità che ha spinto la Seconda Persona della Santissima Trinità ad incarnarSi e a patire per noi, senz’altra motivazione se non l’amore divino nei nostri riguardi e la gloria della Trinità stessa. Perché essere santi è un dovere di ciascuno di noi, in obbedienza al precetto: Siate santi come Dio è santo (Lv 19,2; 1Pt 1,16); ma se solo ci lasciamo conquistare da Nostro Signore la santità non è più un obbligo, ma la necessaria, spontanea e riconoscente risposta alla chiamata del Re, sotto i vessilli del Quale è un onore militare.
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I Santi sono coloro che hanno acclamato e continuano ad acclamare: Regnare Christum volumus! contro il grido blasfemo della scelesta turba. Sono coloro che fanno regnare il loro Signore anzitutto nella propria anima, rendendola degna dimora della Santissima Trinità mediante la vita della Grazia e l’unione con Dio. Sono coloro che nell’umiltà si lasciano guidare dalla mano sapiente del Signore, docili come una penna tra le Sue dita, perché sia chiaro che l’opera che ne esce è interamente divina. Quoniam tu solus Sanctus.
A noi esuli è però concesso uno spiraglio di Paradiso, su questa terra. Uno spiraglio della gloria della Maestà divina che anticipa ciò che ci attende e che rende disponibili le Grazie soprannaturali per affrontare il viaggio fino alla meta finale. Questo angolo di Paradiso lo troviamo nelle nostre chiese, nei nostri Tabernacoli, attorno a ciascuno dei quali si raccolgono adoranti tutti gli Angeli.
Lo troviamo nella Santa Messa, quando il sacerdote fa scendere dal Cielo il Re dei Re, ripetendo in forma incruenta il Sacrificio della Croce. E in questo Paradiso in terra, delimitato dalle colonne e dalle volte di una chiesa come dalle travi di un granaio, noi possiamo comunicarci al Corpo e Sangue di Cristo, presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità esattamente come Egli siede sul Trono dell’Agnello nella gloria del Cielo.
Te per orbem terrarum
sancta confitetur Ecclesia,
Patrem immensæ maiestatis;
venerandum tuum verum et unicum Filium;
Sanctum quoque Paraclitum Spiritum.
Forse è proprio dalla sacralità della Messa, dalla solennità dei gesti arcani, dalla profondità dei testi liturgici, dal torrente impetuoso di Grazie che il Santo Sacrificio riversa su di noi, che ci viene quella «nostalgia» per il Cielo, per la presenza dei nostri cari, per la luce della Verità somma, per il calore della perfetta Carità, per la gloria di Dio e dei Suoi Santi. Tu rex gloriæ, Christe. Cum sanctis tuis in æternum, quia pius es.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
1 Novembre MMXXV
In festo Omnium Sanctorum
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Immagine: Fra Angelico (circa 1395–1455), Giudizio finale (circa 1450), Gemäldegalerie, Berlino
Immagine di Dosseman via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Occulto
Mons. Viganò contro il rito della Pachamama in Perù prima dell’arrivo del papa
A Cusco, nei giorni scorsi, in preparazione al prossimo viaggio di Leone in Perù, alti prelati della chiesa sinodale hanno preso parte — non come spettatori distratti, ma come partecipanti attivi — a un rito pagano di invocazione all’idolo infernale della Pachamama. È lo stesso… pic.twitter.com/VbRfyCpnFr
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) August 20, 2026
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Spirito
Risposta del vescovo de Castro-Mayer all’inchiesta segreta della Santa Sede sulla Messa
Resoconto della Santa Messa celebrata nella diocesi di Campos (Brasile) dopo il Concilio Vaticano II. Risposta alle domande poste da Sua Eminenza il Cardinale Knox, Prefetto della Congregazione Romana per la Liturgia, nella sua lettera del 15 giugno 1980, riferimento 1197/80.
Sua Eminenza desidera sapere:
Prima di tutto :
a) se nella diocesi di Campos si celebrano messe in latino,
b) se la richiesta della lingua latina nella liturgia della Messa rimane costante, aumenta o diminuisce.
In secondo luogo, ci sono individui o gruppi nella diocesi che insistono per celebrare la Messa secondo l’antico rito (Messa tridentina)? Quanto sono influenti questi gruppi? Cosa li spinge a sostenere tali posizioni e ad avanzare tali richieste?
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1) Riguardo alla prima domanda
In conformità con le costituzioni conciliari sulla liturgia, nn. 54 e 36, i sacerdoti della diocesi di Campos mantengono la consuetudine di celebrare il Santo Sacrificio della Messa in latino. Tuttavia, a causa della concessione indicata negli stessi numeri della costituzione, alcuni sacerdoti hanno introdotto il volgare nelle parti della Messa comunemente chiamate «Messa dei Catecumeni», che si estendono dall’inizio all’offertorio; recitano anche il Padre Nostro e le preghiere per la Comunione dei fedeli in volgare.
Questo continuo utilizzo del latino nella Messa soddisfa pienamente i fedeli. Ad esempio, abbiamo recentemente constatato una partecipazione straordinaria alla Messa del Santo Salvatore, celebrata interamente in latino.
Inoltre, la Messa in latino li protegge dagli abusi desacralizzanti (che arrivano persino alla profanazione) introdotti in alcune chiese contemporaneamente alla nuova Messa interamente in lingua volgare. Ad esempio, le donne che si avvicinano all’altare per recitare il Padre Nostro con le mani giunte a quelle del celebrante; i laici che ricevono la comunione dall’ostia che prendono loro stessi dal ciborio; insomma, tutto ciò che contribuisce a offuscare la distinzione tra il sacerdozio ministeriale del sacerdote e il sacerdozio comune dei fedeli.
Nella stessa categoria va inserito il palese individualismo dei sacerdoti che adottano la lingua volgare e la nuova Messa: essi rifiutano tutte le direttive delle autorità che contraddicono le loro preferenze. Lo si osserva nella diocesi nel loro rifiuto di dare la comunione ai fedeli sulla lingua, in ginocchio.
Ciò dimostra che, nella diocesi, nonostante i buoni frutti della conservazione del latino liturgico, questa pratica non è stata generalizzata.
Tutti gli ordini religiosi e parte del clero secolare introdussero la Messa celebrata interamente in portoghese, sulla base di concessioni fatte dalla conferenza episcopale. Fu solo dopo questa rottura consuetudinaria con la lingua ufficiale del rito latino (costituzione conciliare sulla liturgia, n. 36) che iniziarono a manifestarsi gli abusi di cui abbiamo appena parlato.
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2) Sul secondo punto, relativo alla Messa tradizionale («Messa tridentina»)
1) Viene celebrata in modo generale nelle parrocchie della diocesi (ma non in tutte), in virtù del n. 4 della costituzione sulla liturgia, dove il Concilio dichiara che la santa Chiesa desidera che tutti i riti legittimamente riconosciuti siano conservati e favoriti in ogni modo in futuro, e raccomanda che la revisione dei riti, quando necessaria, sia fatta con prudenza e in conformità alla tradizione.
2) Per quanto riguarda i fedeli, la maggioranza predilige la Messa tradizionale in latino. Si è inoltre osservato che nelle parrocchie in cui si mantiene la Messa tradizionale in latino, la devozione è maggiore. Questo fatto è confermato anche da persone provenienti da fuori della diocesi che visitano Campos. In queste parrocchie non si sono verificati gli abusi di desacralizzazione menzionati in precedenza.
3) Le ragioni di questa incrollabile adesione alla Messa tridentina sono di varia natura:
a) gli scandali evidenti nelle nuove masse popolari;
b) Per quanto riguarda il rito stesso della nuova messa, colpisce molto l’assenza di una chiara affermazione che la messa sia un vero sacrificio, nel senso stretto del termine, avente carattere propiziatorio; le affermazioni inequivocabili della messa tradizionale, come l’offertorio, sono state soppresse.
Si tratta di una questione molto delicata per la nostra popolazione, dato che convivono numerose confessioni protestanti. Tra queste, i cambiamenti liturgici della Chiesa cattolica vengono presentati come prova del fatto che essa confessi il proprio errore e riconosca che, in effetti, la Messa non è un sacrificio nel senso stretto del termine, e ancor meno un sacrificio propiziatorio.
Questa analoga argomentazione dei protestanti è, almeno in apparenza, confermata dalle molteplici modifiche introdotte nella nuova messa; modifiche che coincidono con quelle introdotte da Lutero e dagli altri leader protestanti, quando si proposero di trasformare la messa cattolica, un vero sacrificio, in una mera cena commemorativa di quella che Gesù celebrò con i suoi apostoli prima della sua Passione.
Negli esempi che sto per presentare, vediamo talvolta una desacralizzazione, talvolta una confusione tra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune dei fedeli, e talvolta un allontanamento dalla chiara affermazione dei dogmi fondamentali relativi alla Santa Eucaristia:
- Tra i luterani, la Santissima Trinità viene invocata solo sei volte. Nella nuova Messa, anche l’invocazione trinitaria è stata ridotta a sei. Un semplice parallelismo, ma che rafforza gli altri.
- Nel Confiteor, Lutero eliminò ogni riferimento alla Beata Vergine Maria, agli angeli e ai santi, così come all’assoluzione dei peccati. Inoltre, trasformò il Confiteor in una preghiera comune del sacerdote e dell’assemblea. Nella nuova Messa, il Confiteor subì analoghe soppressioni. Solo una debole traccia della Beata Vergine Maria, degli angeli e dei santi rimase nella sua seconda parte; l’assoluzione impartita dal sacerdote dopo la recita del Confiteor da parte del popolo fu eliminata, e il Confiteor divenne una preghiera comunitaria di tutto il popolo con il sacerdote. Citerò qui le parole di un pastore luterano, in un’opera relativamente recente, che indicano il significato dogmatico dei cambiamenti apportati da Lutero al Confiteor: «Riconoscendo il principio del sacerdozio universale dei fedeli, la Confessione (Confiteor) divenne un atto dell’assemblea e non solo del sacerdote». » Luther D. Reed: The Lutheran Liturgy, Fortress Press, Philadelphia. 1947 pag. 255/6.
- Lutero eliminò l’Offertorio perché esprimeva in modo inequivocabile il carattere sacrificale e propiziatorio della Santa Messa. Nella nuova Messa, l’Offertorio perde queste caratteristiche e diventa semplicemente una preparazione alle offerte.
- La nuova Messa ha reintrodotto la «Preghiera dei Fedeli», che fa parte della liturgia luterana. La Preghiera dei Fedeli, spiega Reed, «è uno degli elementi importanti della liturgia e probabilmente quello che meglio esprime la partecipazione attiva dell’assemblea alle sue funzioni come azione sacerdotale dei fedeli» (pagina 313).
- L’uso delle lingue vernacolari e l’ampliamento delle letture bibliche avvicinano ulteriormente la nuova messa alla liturgia protestante.
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In sintesi, ecco come L. Reed (op.cit., p. 234) interpreta il movimento liturgico universale della Chiesa cattolica:
«La Chiesa medievale distrusse l’unità originaria e il senso di culto comunitario dando eccessiva importanza alla classe sacerdotale ed esentando i laici dalla loro partecipazione attiva. La Riforma corresse questa deviazione attribuendo al sacerdozio dei fedeli e al carattere comunitario del culto l’importanza che era loro dovuta. Le Messe senza comunione furono proibite e fu istituita la comunione frequente per il popolo. L’uso del volgare, così come la moltiplicazione di inni e sermoni per i fedeli, giocarono un ruolo importante in questo processo. Il movimento liturgico di carattere universale che si sta attualmente svolgendo nella Chiesa cattolica romana costituisce uno sforzo tardivo per promuovere una partecipazione attiva e consapevole dei laici alla Messa, in modo che tutti i fedeli possano considerarsi “concelebranti” con il sacerdote». (Corsivo aggiunto)
L’introduzione all’Institutio generalis Missalis Romani, all’articolo 7, suggerisce che l’attenzione dedicata nell’Ordo Missae di San Pio V ai dogmi eucaristici della Presenza Reale, della transustanziazione e del sacerdozio ministeriale fosse dovuta agli attacchi che questi dogmi subivano in quel periodo. Da qui la conclusione implicita che oggi non vi sia più bisogno di tale attenzione, poiché questi dogmi non sono più oggetto di attacchi.
Una simile insinuazione è sorprendente, visto che Paolo VI, nell’enciclica Mysterium Fidei, espresse preoccupazione per gli errori che attaccano proprio questi dogmi.
La conclusione logica della preoccupazione espressa dal Santo Padre sarebbe nella direzione di preservare le barriere contrarie agli errori anti-eucaristici presenti nell’Ordo Missae tradizionale , e non nella direzione dell’assenza di preoccupazione proclamata dagli autori dell’introduzione alla nuova Messa.
Questi sono, in breve, alcuni dei motivi per cui i fedeli di Campos rimangono legati alla Messa tradizionale, chiamata «Messa Tridentina». Si tratta di garantire la purezza della fede e l’integrità della Rivelazione.
Antonio de Castro-Mayer
Vescovo di Campos
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
Spirito
Leggere le Sacre Scritture
Le raccomandazioni dei papi
Per leggere la Sacra Scrittura, è necessario seguire le raccomandazioni dei Papi: trovare una versione riconosciuta dalla Santa Chiesa, corredata da commentari approvati anche dall’autorità diocesana. Poiché la Sacra Scrittura non è la fonte primaria della rivelazione, essendoci stata trasmessa dall’autorità della Chiesa come proveniente da Dio stesso, attraverso la Tradizione, fonte primaria della rivelazione, è la Chiesa che ci dona i testi della Sacra Scrittura, garantendo la versione e la traduzione nella nostra lingua contro ogni errore o inesattezza.Per entrare in contatto con la mente di Dio
Per l’anima che anela a un incontro vivo con il Dio che si rivela, è del tutto sincero e comprensibile il desiderio di ricevere questa parola senza alcuna alterazione. Pertanto, si dovrebbero privilegiare le traduzioni letterali (quelle che seguono il testo «alla lettera») e, se possibile, quelle di autori con una profonda conoscenza dell’ebraico e del greco. È così che san Girolamo divenne un traduttore così ammirevole: realizzò la prima versione latina della Bibbia, chiamata «Vulgata» (da «vulgus», che significa comune, usuale). In quest’opera della Vulgata, iniziata nel 386 su richiesta di papa san Damaso (366-384), egli mise a frutto «il suo immenso talento, costituito da genio letterario, profonda conoscenza delle lingue ebraica e greca, straordinaria capacità di lavoro e spirito di contemplazione che raggiungeva le vette della vita spirituale». (1) Questa edizione della Vulgata fu canonizzata dal Concilio di Trento: «la vecchia edizione della Vulgata, approvata nella Chiesa dal lungo uso di tanti secoli, deve essere considerata ufficiale nelle lezioni pubbliche, nelle discussioni, nelle prediche e nelle spiegazioni, e nessuno dovrebbe avere l’audacia o la presunzione di rifiutarla con qualsiasi pretesto». (2)Sostieni Renovatio 21
L’ammirevole semplicità delle Scritture
Per chi parla francese, le traduzioni più vicine e fedeli al testo della Vulgata sono quelle di padre J.B. Glaire o di padre L.C. Fillion. Ecco i vantaggi di queste traduzioni. In primo luogo, la Bibbia conserva meglio la sua ammirevole semplicità, la sua nobile concisione, la ricchezza delle sue immagini e la vividezza dei colori e dei sentimenti espressi. In secondo luogo, è questo sistema di letteralità che la Chiesa ha seguito nella sua versione della Vulgata, preservando così alcune oscurità del testo originale per salvaguardare il mistero di Dio; infine, il rispetto dovuto alla parola di Dio stesso richiede che il traduttore non si esponga ad attribuire agli autori sacri idee che non sono loro. Ad esempio, riguardo alla traduzione di Sacy, che era di impeccabile purezza classica ma sacrificava il pensiero di Dio all’eloquenza umana, Bossuet scrisse: «la traduzione di Sacy avrebbe avuto qualcosa di più venerabile e più in linea con la gravità dell’originale, se fosse stata resa un po’ più semplice e se i traduttori avessero meno mescolato la loro operosità e la naturale eleganza della loro mente con la parola di Dio». (3)Frutti per le nostre anime
Che cosa ricaveremo dalla lettura delle Sacre Scritture? È un testo sempre vivo; ci comunica i pensieri di Dio che ama le nostre anime come un Padre; in esso scopriamo anche i modi divini in cui il Dio buono giudica le azioni degli uomini e agisce nei loro confronti. Iniziamo la nostra lettura con il Vangelo: «Filippo, chi ha visto me ha visto anche il Padre!». Poi ci rivolgeremo agli Atti degli Apostoli per scoprire l’azione di Dio nella Chiesa e attraverso la predicazione degli apostoli; infine, le Epistole di San Giovanni ci condurranno nell’intimità del Cuore di Gesù. Potremo quindi studiare alcuni libri dell’Antico Testamento; Genesi, Esodo e Deuteronomio ci introdurranno alle prove del Popolo Eletto; il libro di Tobia ci insegnerà mirabilmente le virtù familiari così vicine al Vangelo, già praticate all’epoca dell’esilio babilonese (750 a.C.). Infine, trarremo fruttuosamente lo spirito di preghiera dai Salmi, la conoscenza del fedele amore di Dio per l’anima giusta dalle profezie di Isaia («il quinto evangelista«) e la saggezza eterna dal Libro della Sapienza. Possa questa assidua e fedele lettura delle Sacre Scritture durante l’estate farci crescere nella conoscenza e nell’amore di Nostro Signore Gesù Cristo, Verbo Eterno e Redentore delle nostre anime. Abate Louis-Edouard Meugniot, FSSPX NOTE 1) Laurent Morlier, prefazione all’edizione francese della Vulgata, DFT, 2002. 2) Concilio di Trento, Decreto sull’edizione della Vulgata, IV sessione, 8 aprile 1546. 3) Bossuet, Lettera al maresciallo di Bellefonds , vol. XXVI, pag. 76, edizione di Versailles, 1818. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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